TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 ottobre 2013

Albert Camus, Il lato oscuro della verità



Il testo che segue, ripreso da Il Corriere della sera, è una recensione scritta da Camus di «Vino e Pane» di Silone. Inedita in Italia, uscì il 13 maggio 1939 su «Le Soir Républicain» ed è tratta dall’antologia «Calendario della libertà», edita da Castelvecchi.

Albert Camus

Il lato oscuro della verità

Le edizioni Grasset hanno appena pubblicato un’eccellente traduzione del romanzo di Ignazio Silone, Vino e pane . Si tratta di un’opera che si occupa dei problemi attuali. Ma la miscela di distacco e angoscia con cui vengono affrontati questi problemi permette di salutare, in Vino e pane , una grande opera rivoluzionaria. E per diversi motivi.

Innanzitutto, questo romanzo è senza dubbio quello di un antifascista. Il messaggio che porta però va al di là dell’antifascismo. Perché questo rivoluzionario esiliato per anni, dopo essere evaso da un campo di concentramento, se torna in Italia e se scopre sempre dei motivi per odiare il fascismo, vi trova al contempo dei motivi per dubitare. Non certo della propria fede rivoluzionaria, ma del modo in cui si esprimeva. Uno dei passaggi culminanti di questo libro è senz’altro quando Pietro Sacca, il protagonista, a contatto con la vita semplice dei contadini italiani, si chiede se le teorie con cui ha travestito l’amore che provava per quel popolo non l’hanno allontanato da quello stesso popolo.

È qui che possiamo valutare quest’opera come rivoluzionaria. Perché un’opera simile non è affatto quella che esalta le vittorie e le conquiste, ma quella che svela i conflitti più angoscianti della Rivoluzione. Più questi conflitti saranno dolorosi e più saranno attivi. Il militante convinto troppo in fretta sta al vero rivoluzionario come il bigotto sta al mistico. Perché la grandezza di una fede si misura con i suoi dubbi. E quello che investe Pietro Sacca nessun militante sincero, proveniente dal popolo e deciso a difenderne la dignità, può ignorarlo.

L’angoscia che coglie il rivoluzionario italiano è la stessa che dà al libro di Silone la sua vivacità cupa e la sua amarezza. D’altra parte, non c’è opera rivoluzionaria senza qualità artistica. Questo può sembrare paradossale. Credo però che se l’epoca ci insegna qualcosa a questo riguardo, è che l’arte rivoluzionaria non può fare a meno della grandezza artistica, senza regredire alle forme più umiliate del pensiero.

Non c’è via di mezzo tra la bassa propaganda e la creazione esaltante, tra quello che Malraux chiama «la volontà di provare» e un’opera come La Condizione umana . Vino e pane risponde a tale esigenza. Questo libro ribelle è radicato nella più classica delle forme. Una frase breve, una visione del mondo al contempo ingenua e riflessiva, dei dialoghi naturali e secchi, danno allo stile di Silone una vibrazione segreta che traspare finanche nella traduzione.

Se la parola poesia ha un senso, è qui che lo ritrova, in questi quadri di un’Italia eterna e rustica, in questi pendii ricoperti di cipressi e in quel cielo senza pari, e nei gesti secolari di questi contadini italiani. Ritrovare la strada di quei gesti e di quella verità, e da una filosofia astratta della rivoluzione ritornare al pane e al vino della semplicità, è l’itinerario di Ignazio Silone e la lezione di questo romanzo. E una delle sue grandezze principali è di incitare anche noi a ritrovare, attraverso gli odi attuali, il volto di un popolo fiero e umano che rimane la nostra unica speranza di pace.

(Da: Il Corriere della sera del 31 ottobre 2013)



Albert Camus
Calendario della libertà
Castelvecchi, 2013
13,50 euro

Antonio Tabucchi, In giro per Lisbona cercando una donna



E' in libreria un lungo racconto finora inedito di Antonio Tabucchi. Scritto per un'amica nel 1996, nel 2011 l'autore se l'era fatto restituire perché lo voleva rileggere. Forse pensava di pubblicarlo. Poco dopo si ammalò e il testo restò fra le sue carte. Ne anticipiamo l'inizio.

Antonio Tabucchi

In giro per Lisbona cercando una donna

Non ero mai stato al Tavares, in tutta la mia vita. Il Tavares è il ristorante più lussuoso di Lisbona, ci sono specchi ottocenteschi e sedie di velluto, si mangia cucina internazionale ma anche la cucina portoghese tipica, però sistemata in modo delicato, per esempio tu ordini vongole e maiale, come si fa in Alentejo, e loro te lo cucinano come se fosse un piatto parigino, così almeno mi avevano detto. Ma io non ci ero mai stato, ne avevo solo sentito parlare.
Presi un autobus fino all' Intendente. La piazza era piena di puttane e di magnaccia. Era la fine del pomeriggio, ero in anticipo. Entrai in un vecchio caffè che conoscevo, un caffè con biliardi, e mi misi a guardare il gioco. C'era un vecchietto senza una gamba che giocava appoggiato a una stampella, aveva gli occhi chiari e i capelli crespi e bianchi, faceva birilli come se bevesse un bicchier d' acqua, ripulì tutti i presenti e poi si sedette su una sedia e si dette un colpetto sul ventre come se stesse per digerire.
Amico, vuoi giocare?, mi chiese.
No, risposi io, con te perderei sicuramente, se vuoi possiamo giocarci un bicchierino di Porto, ho bisogno di un aperitivo, ma se preferisci te lo offro volentieri.
Lui mi guardò e sorrise.
Hai un accento strano, aggiunse, sei straniero?
Un po' , risposi.
Da dove vieni?, chiese.
Dai dintorni di Sirio, dissi io.
Non conosco questa città, replicò lui, a che paese appartiene?
Al Cane Maggiore, dissi io.
Bah, fece lui, con tutti i paesi nuovi che ci sono ora nel mondo.
Si grattò la schiena con la stecca del biliardo.
E come ti chiami?, chiese.
Mi chiamo Waclaw, risposi, ma questo è solo il nome di battesimo, per gli amici sono Tadeus.
Lui perse l' aria di diffidenza e fece un largo sorriso.
Ma allora sei battezzato, disse, dunque sei cristiano, sono io che ti offro da bere, cosa prendi?
Dissi che prendevo un Porto bianco e lui chiamò il cameriere.
Ho capito cosa ti manca, continuò l' omino, ti manca la donna, una bella donna africana di diciotto anni, costa poco, è quasi vergine, è arrivata da Capo Verde ieri.
No, grazie, dissi io, fra poco devo andarmene, cercherò di prendere un taxi, stasera ho un appuntamento importante, non ho tempo per le ragazze in questo momento.

(Da: La Repubblica del 19 settembre 2013)

Antonio Tabucchi
Per Isabel. Un mandala
Feltrinelli, 2013
13 euro


L’arte di donare alla divinità per dire grazie


Una realtà antica quanto l'uomo quella degli ex-voto. Una testimonianza di fiducia nella possibilità di passare attraverso la malattia e la morte, affidandosi ad un potere superiore, che merita attenzione e rispetto anche da parte di chi non crede.


Mariapia Veladiano

L’arte di donare alla divinità per dire grazie


La storia degli ex voto ci consegna una dimensione singolare e barocca del tempo, che nel comporre questa foresta bizzarra di oggetti di ogni arte e di ogni luogo, offerti a ogni tipo di divinità celeste o terrestre, continuamente torna su se stesso, a riproporre qualcosa che sta in un punto così profondo dell’umano da non tollerare di essere messo da parte. Anche quando ci si prova con determinazione, come fanno i profeti dell’Antico Testamento, che obbediscono al mandato di spogliare la fede dalla materialità magica e cruenta dei sacrifici animali per questo spendono le parole e la vita, testimoni ostinati di un Dio che vuole “l’amore e non il sacrificio” (Os 6,6). E ancora di più lo fa il Vangelo, dove ad ogni passo si ricorda che è l’amore l’unico possibile movimento nelle relazioni con Dio. E che così dovrebbe essere anche fra gli uomini.

Perché l’offerta di un dono a Dio ex voto suscepto (secondo promessa fatta) può certo raccontare la pura gratitudine, nostro traboccare di felicità per la vita ritrovata, ma può anche denunciare l’umana tentazione di afferrare la libertà di Dio attraverso la promessa del dono. Impossibile scambio, evidentemente. Inaudito ghermire Dio, portati dall'illusione di un desiderio che non sa darsi una misura se si tratta di vita, di figli, di amore. C’è un poco di empietà nell’ex voto? Di pensiero magico e blasfemo? Chissà, ma certo nel gesto del dono concreto al Dio invisibile c’è un tanto di umanità e quindi di verità, perché quel che è profondamente umano porta sempre con sé un suo perfetto frammento di verità.

Qui porta il desiderio di (toccare) Dio e insieme il bene del nostro essere corpo e materia. Materia che va oltre la sua pesantezza e vuole arrivare a sfiorare i piedi del trono di Dio per chiamarlo, Dio, a rispondere al nostro bisogno. Che la materia dell’oggetto votivo diventi un mezzo così potente è meno paradossale per il Dio cristiano che per altre divinità del mondo. Se Dio si dà in un corpo allora la materia può reggere questo andar oltre confine carica di bisogni e tornare a noi leggera di grazie. Come raccontano le sigle che troviamo sugli ex voto: P.G.R per grazia ricevuta, e P.G.F. per grazia fatta. E ancora P.G.D. per grazia donata, e P.G.A. per grazia avuta. Meraviglioso punto di vista oscillante fra sé e Dio, confusione fra la gioia di avere e quella di donare. Con-fusione possibile nel guazzabuglio che è l’amore quando, sempre?, nel cuore dell’uomo si mescola al bisogno.

E ha anche una sua ostinata democraticità l’ex voto. A dispetto di tanti colti tentativi di farne cosa di popolo minuto e grezzo, gli studi mostrano che non è così. I santuari possono esser pieni di cuoricini ricamati con la rappresentazione della grazia ricevuta, oppure di “mancanze”, cioè tavolette che non riportano il fatto per cui si ringrazia, inconfessabile, innominabile, indicibile fatto privato e personale, ma in questa portentosa quasi infinita rassegna del bisogno dell'uomo, sta di tutto: il cuoricino appunto, e l'iperrealistico braccio salvato per grazia da un trinciacarne e riprodotto nella perfezione della sua pelle risanata, fino alla croce in oro, brillanti e smeraldi donati da re Umberto e Margherita di Savoia al Tesoro di San Gennaro, che è a sua volta tutto intero un grandioso ex voto della città di Napoli a un santo popolarissimo e insieme portatore di un miracolo di vertiginosa profondità teologica e umana. Perché la reliquia di San Gennaro ingloba il potere del sangue che nel suo reale e disturbante ridivenire fluido e vivo ricorda che la grazia delle grazie è la vita e così chiude il cerchio dell’originale truce sacrificio animale delle origini e lo riscatta allontanando per sempre da Dio il sangue di morte.

Nella materia che dice il miracolo di una vita restituita, l’ex voto si offre cauto al nostro credere più avvertito. Ma l'ammirazione c'è, per questo ostinato coltivare l'arte perduta della gratitudine.

(Da: La Repubblica del 31 ottobre 2013)


mercoledì 30 ottobre 2013

Quando Bataille scoprì l'erotismo grazie alla "tempesta degli sguardi" di Manet



Georges Bataille incontra Manet e scopre una "tempesta" degli sguardi che mette a nudo l'inconscio di una società fondata sulla repressione, dove l'erotismo diviene disvelamento e sovversione.

Cesare De Seta

Quando Bataille scoprì l'erotismo grazie a Manet


Georges Bataille pubblicò nel 1955 Lascaux, ou La naissance de l'art e Manet: due temi di storia dell'arte che solo apparentemente non hanno nulla in comune, ma se letti contestualmente ci svelano uno dei tratti più eversivi di questo scrittore e filosofo francese: i saggi sono raccolti nel nono volume (1979) dell'opera completa edita da Gallimard nella Pléiade. Viene riproposta da Abscondita nella traduzione di Guido Alberti, la monografia del pittore che è pendant tempestiva alla grande mostra Manet a Venezia a Palazzo Ducale (aperta fino al primo settembre). Il talento conturbante di Bataille affonda le sue radici non solo nelle filosofie di Nietzsche e di Benjamin, ma anche nell'antropologia di Marcel Mauss, e trovano una saldatura in questo dittico geniale. Il suo discorso si colloca tra storia dell'arte ed estetica e la pittura di Manet, nella sua enigmatica espressività, è la più flagrante porta aperta sulla modernità: così come ribadiranno sulla sua scia, e con accenti diversi, Michel Foucault e Michel Fried più di dieci anni dopo.

L'autore nel costruire la monografia di Édouard adotta una narrazione "classica": ricostruisce la vita e l'opera, discute le opinioni dei suoi contemporanei, massime Baudelaire e Zola, indugia nel citare autori più prossimi a lui e resuscita belle pagine di Malraux che erano e sono state dimenticate. L'excursus è piuttosto tradizionale per un autore che ha alle spalle testi dissacranti come La parte maudit, dove il concetto di eccedenza ( dépense) assume il valore di una teoria generale: ma le sue stilettate, e veri fendenti, bisogna cercarli tra le righe del libro su Manet. Quando afferma chei soggetti dei suoi quadri sono "insignificanti", si riducono a "pretesto" della sua arte, con una distanza siderale dalla grande tradizione che ha alle spalle - dai veneziani a Goya - perché i modelli, di cui pure si serve per costruire le sue composizioni, sono disposti come «sarebbero degli attori, a sipario calato, nel disordine di un intervallo».

Le "belle" opere delle Belle Arti dissimulano «quella parte di errore divenuta sensibile» che oppone il presente al passato. Baudelaire mette in scena questo stravolgimento in letteratura, ma l'amico Manet lo conduce alle estreme conseguenze che è propria della radicalità moderna.

L'intarsio interpretativo di Bataille precorre la critica formalista e fa di lui un pioniere che batte strade nuove, a volte labirintiche e dalle uscite molteplici. Non esita a insistere sul rapporto con Goya, uno stereotipo storiografico, ma è meno sensibile al rapporto con l'arte italiana che proprio la mostra veneziana ha messo finalmente a fuoco per il ruolo fondante che esso ebbe: dal Déjeuner sur l'herbe all' Olympia.



Con questa donna nuda, figlia degenere della Venere di Urbino di Tiziano, Manet «pervenne alla durezza, all'opacità della violenza: questa figura chiara che compone con il lenzuolo bianco il suo aspro splendore non è addolcita da nulla». Essa è la negazione dell'Olimpo, del monumento mitologico e della maestà dell'Antico, di un'arte cioè che rispondeva ai sentimenti di una società i cui valori si erano disfatti. Di qui la tensione antropologica di Bataille che mette alla berlina tutta la tradizione estetica intrinseca alle Beauxs-Arts. È Olympia il «rovesciamento del passato, la nascita di un ordine nuovo».

Così come il Déjeuner è la negazione del Concerto campestre di Tiziano. Lo scandalo dell' Olympia, che coinvolse anche raffinati critici come Edmond About e Théophile Guatier, è nel duro realismo e la sua nudità, che si accorda a quella del suo corpo, «incarna il silenzio che sprigiona, simile al silenzio di una nave arenata, di una nave vuota».

È una metafora assai felice, e sembra preludere a L'érotisme che Bataille pubblicherà nel 1957, tema chiave della sua ricerca sulla trasgressione, sull'esperienza-limite che si consuma nell'antinomia tra ciò che non si può dire e che tuttavia non può esser taciuta. La "tempesta" degli sguardi che non si incontrano nel Balcone sono il segno di un profondo malessere dissimulato negli occhi di Berthe Morisot.

Per Bataille Elstir nelle Jeunes filles en fleur è un'incarnazione di Manet, che Proust non conobbe avendo solo dodici anni quando il pittore prematuramente si spense.

(Da: La Repubblica del 19 agosto 2013)


Georges Bataille
Manet
Abscondita, 2013
€ 13,00

UVERNADA. Tutti a Borgo S. Dalmazzo alla XXIII FESTA DE LOU DALFIN



XXIII FESTA DE LOU DALFIN
UVERNADA

1, 2 e 3 novembre
Borgo San Dalmazzo (Cn) - Bertello

PROGRAMMA:


VENERDI' 1 NOVEMBRE

TAMBUREDDHU
LIGURIANI
COURENTA MINIMA ORCHESTRA


SABATO 2 NOVEMBRE

DARIO & MANUEL BIG BAND
LU RAUBA CAPEU
CASTANHA E VINOVEL
LOU DALFIN
RIQUBA TRIO D’OC

Dalle ore 15 apertura della Mostra Mercato di Liuteria e Artigianato.
Dalle ore 17 stage di danze delle valli con musica dal vivo a cura di Daniela Mandrile


DOMENICA 3 NOVEMBRE
h 12.00 GRANDE PRANZO OCCITANO
a seguire ballo con i
PITAKASS E I SUONATORI TRADIZIONALI DELLE VALLI OCCITANE


Con l’arrivo dell’autunno ritorna la Festa de Lou Dalfin, diventata senza dubbio il festival di riferimento dedicato alla cultura occitana nelle valli piemontesi. A partire dal 2012 la manifestazione, che raggiunge quest’anno la 23esima edizione, ha preso il nome di Uvernada dopo il gemellaggio con l’Estivada, il più importante festival occitano d’oltralpe che ogni estate richiama a Rodez, città dell’Aveyron, decine di migliaia di spettatori e militanti. L’obiettivo comune delle due rassegne è lavorare in modo unitario affinché le Alpi non siano barriera ma trait d’union tra i due versanti; lo stesso spirito che da sempre ha contraddistinto Lou Dalfin e il popolo d’Oc più in generale.

Per il nono anno consecutivo sarà la città di Borgo San Dalmazzo a ospitare l’evento che si svolgerà dall’1 al 3 novembre 2013 presso il Palazzo Bertello e l’adiacente auditorium.

Durante la tre giorni saranno riproposte alcune peculiarità che negli anni hanno permesso alla Festa de Lou Dalfin di riscuotere un così grande successo a livello di pubblico e critica: dalle ore 15 di sabato 2 novembre aprirà la Mostra Mercato di Liuteria e Artigianato che ospita alcuni tra i migliori liutai di Italia e Francia, numerose eccellenze del territorio e alcuni stand dedicati alle realtà associative occitane, ma non solo. Il pubblico potrà quindi ammirare strumenti come ghironde, organetti, cornamuse, ukulele e altri e scoprire alcune culture come quella salentina e ladina, entrambe presenti con un proprio spazio. L’esposizione resterà aperta anche durante la serata del sabato e per tutta la giornata della domenica.

Alle 17 di sabato 2 novembre si ripeterà lo stage di danze delle Valli con musica dal vivo tenuto dalla regina del ballo occitano Daniela Mandrile così come sarà nuovamente assegnata la Targa Mestre, riconoscimento per una personalità che si sia particolarmente distinta nello sviluppo e nella diffusione della cultura occitana, quest’anno destinata a Alberto Gedda, fotografo, scrittore, giornalista, ha diretto case editrici (Lo Scarabeo e Dardo) e 
realizzato libri di fotografia e fumetti. E’ autore di programmi 
televisivi e radiofonici, è redattore della Rai a TGR Montagne, unico programma nazionale dedicato al mondo alpino. Ha appena pubblicato il libro Ritratti da parete: Ottanta interviste di Tgr Montagne. La consegna del premio, a differenza degli anni passati, è prevista nel pomeriggio di domenica 3 novembre.

Importante novità dell’edizione 2013 sarà l’attenzione dedicata all’enogastronomia: per la prima volta nella storia della Festa de Lou Dalfin il pubblico potrà consumare la cena nell’area del festival già il sabato sera grazie al ristorante gestito dalla Pro Loco di Castelnuovo Don Bosco. Grande riguardo sarà dato alla qualità dei cibi proposti. Verrà anche riproposto il Grande Pranzo Occitano che nel 2012 riscosse un successo oltre le aspettative. Altra novità sarà l’area gestita dal Gelapajo, gelateria artigianale che per l’occasione inventerà uno speciale gelato occitano. Confermata anche la presenza di Poor Manger con le loro patate ripiene di ingredienti provenienti esclusivamente dall’area occitana. Oltre a questo si potranno degustare vini di produttori piemontesi e d’oltralpe.

La parte dedicata alla musica incomincerà venerdì 1 novembre alle ore 21 presso l’auditorium “Città di Borgo San Dalmazzo”. Quella occitana è sempre stata una cultura aperta alle influenze e la prima serata dell’Uvernada lo dimostra: il cartellone prevede infatti Tambureddhu, nuovo ambizioso progetto del leader e fondatore dei salentini Mascarimirì Claudio “Cavallo” Giagnotti che vuole analizzare come negli ultimi 20 anni sia cambiato lo strumento principe su cui si innesta la musica tradizionale salentina. Dal Sud si passerà al Nord con i Liguriani, gruppo di caratura internazionale che propone un viaggio immaginario in musica fra melodie e ballate della Liguria. Il progetto nasce dalla volontà di dare nuovo vigore al repertorio musicale ligure e delle aree culturalmente affini. Un repertorio ricco e affascinante, troppo spesso dimenticato o relegato a ruolo di comprimario. Con l’intento di “tradurre” senza mistificazioni un ventaglio di melodie, storie, canti che, senza un minimo di rilettura, risulterebbero di difficile fruibilità estetica per l’ascoltatore odierno.

La serata finirà all’interno del Palazzo Bertello con un concerto tutto da ballare della Courenta Minima Orchestra, un manipolo di musicisti della Val Vermenagna che hanno deciso di votarsi al culto pagano della corenta e del ballo più sfrenato. Divertire e divertirsi è il loro motto. Fisarmoniche cromatiche, percussioni, corde alte e basse, si mescolano in un unico calderone per sfornare delle torbide serate di ballo a base di sudore e divertimento. Corenta e tutto il resto. L’importante è ballare e fare festa. Prendendo in prestito da una ben più famosa orchestra dicono: Courenta Minima Orchestra - Specialist in All Styles.

La serata del sabato come sempre proporrà un ricco cartellone di ospiti. Si comincerà con una presenza fissa della Festa de Lou Dalfin: la Dario & Manuel Big Band con le sue corentas e balet della Valle Vermenagna. Subito dopo saliranno sul palco borgarino i transalpini Lu Rauba Capeu: formatisi nel 2006, mischiano nuove sonorità, arie tradizionali delle alpi del sud e composizioni originali. L’ambizione dichiarata del gruppo è quella di riunire il pubblico attorno alla festa e al baleti. Con entusiasmo Lu Rauba Capeu basa la propria energia e ispirazione nelle culture e nei personaggi che hanno forgiato l’identità della Contea di Nizza puntando a creare un legame tra le radici antiche e le nuove generazioni. Seguirà un’altra formazione d’oltralpe, i Castanha é Vinòvel, duo di Béziers che ha già calcato il palco della festa in passato e che torna a grande richiesta per presentare il nuovo lavoro discografico. Ghironda, fisarmonica, canti e ritmi si fondono per offrire un suono che segue il più puro spirito del ballo popolare.

Dopo le due band dell’Occitania francese finalmente toccherà ai padroni di casa Lou Dalfin prendere le redini della serata. Il gruppo capitanato da Sergio Berardo presenterà alcuni dei brani che andranno a comporre il nuovo disco, dedicato agli 800 anni della battaglia di Muret, in uscita nel 2014. Come d’abitudine numerosi saranno gli ospiti musicali che saliranno sul palco per duettare con i Delfini.

A chiudere la lunga notte di musica penseranno i RiQuBa Trio d’Oc con il loro repertorio di musiche tradizionali delle Valli.

La domenica pomeriggio, subito dopo il Grande Pranzo Occitano, prenderà via il pomeriggio del ballo che vedrà salire sul palco i giovani Pitakass coadiuvati da suonatori spontanei delle valli.

La manifestazione riscuote sempre grande attenzione da parte dei media e anche quest’anno sarà così. Due le radio che seguiranno l’evento: Radio Beckwith Evangelica che come sempre documenterà l’evento con dirette e ampi reportage e Radio Lengadoc, prima emittente transalpina a essere presente all’Uvernada.

Inoltre la convenzione siglata con Touristlab permetterà a chiunque sia interessato di poter prenotare un hotel o un ristorante nelle vicinanze e usufruire dei pacchetti speciali dedicati all’evento visitando il sito www.touristlab.it oppure telefonando al numero verde 800978232.

INFOLINE:Tel. +39 011 55 33 624 / +39 329 00 97 484Web: www.loudalfin.it – Mail: info@loudalfin.it


Archeo horror. Così duemila anni fa nacquero zombie e vampiri



In un libro del secondo secolo dopo Cristo un campionario di tutte le creature mostruose messe in scena dalla letteratura moderna.

Marino Niola

Archeo horror. Così duemila anni fa nacquero zombie e vampiri

La ficata di essere un morto vivente è che non devi più fare jogging. Lo dice uno dei personaggi del film Dylan Dog, dead of night. Ma in realtà anche senza correre, zombies, vampiri e altre creature delle tenebre hanno fatto lo stesso tanta strada. Perché hanno il passo lungo e inesorabile di chi arriva da molto lontano. I revenants hanno sulle scarpe la polvere dei secoli perché avanzano verso di noi da duemila anni. Come un quarto stato del soprannaturale. Molto prima di essere richiamati in vita dalla letteratura gotica ottocentesca. O dal fantasy e dall’horror contemporanei. E adesso sappiamo anche dove e quando è cominciato il loro viaggio dal termine della notte.

A dircelo è Flegonte di Tralle, vissuto nel secondo secolo dopo Cristo, nel suo favoloso Libro delle meraviglie. Un manoscritto nascosto per più di mille anni nel palazzo imperiale di Costantinopoli e poi misteriosamente approdato all’università di Heidelberg, dove è ancora custodito. La prima edizione a stampa del testo originale greco viene impressa a Basilea nel 1568. E solo adesso esce in italiano in un’edizione curata splendidamente da Tommaso Braccini e Massimo Scorsone per Einaudi (Il libro delle meraviglie e tutti i frammenti, pp. 111, euro 25).

 L’autore era il segretario di Adriano, il crepuscolare imperatore-poeta immortalato dal romanzo di Marguerite Yourcenar. Che attribuisce proprio a Flegonte la paternità del primo racconto di paura della storia. In effetti, il Libro delle meraviglie è un’autentica archeologia dell’orrore. Uno zibaldone dell’occulto che contiene in nuce tutti i motivi e i plot che nel corso dei secoli successivi alimenteranno l’immaginario noir. Spettri-cannibali, mostri assetati di sangue, cadaveri animati, teste tagliate che parlano da sole, insomma un impressionante palinsesto del pulp al tempo della Roma imperiale.

La protagonista indiscussa del volume è Filinnio, una ragazza di Anfipoli, in Macedonia, che muore all’indomani del matrimonio, ma dopo un po’ rientra nel suo corpo e torna ogni notte nella casa natale, dove seduce un giovane ospite dei suoi genitori. L’uomo non sospetta neanche lontanamente di aver fatto sesso con un revenant e quando lo viene a sapere si uccide per l’orrore. Mentre il cadavere della ragazza viene bruciato a furor di popolo per impedire che torni ancora dall’aldilà.

Jordaens, Visione notturna





















Vampira e pure mangiatrice d’uomini, la morta innamorata uscita dalla penna di Flegonte è insomma la madre di tutte le femmes fatales dell’immaginario, occidentale e non solo. Sono sue figlie la celeberrima sposa di Corinto di Goethe, nonché Carmilla, la pallida succhia sangue nata dalla fantasia dell’irlandese Sheridan Le Fanu. E la romanticissima Arria Marcella di Théophile Gautier che, morta a Pompei durante l’eruzione del 79 dopo Cristo, resuscita dal suo sonno millenario in pieno Ottocento, giusto per fare innamorare perdutamente un giovane archeologo francese in visita agli scavi. Ma è della famiglia anche la fremente Lucy Westenra di Bram Stoker, aristocratica fanciulla vittoriana che, dopo essere stata addentata e uccisa da Dracula, abbandona nottetempo il sepolcro per saltare addosso al suo sprovveduto fidanzato. E, più vicino a noi, le sexy-trapassate che fanno l’autostop nelle leggende metropolitane. Tutte discendenti della rediviva di Anfipoli. Che un teorico del terrore letterario come Howard P. Lovecraft considerava l’indiscussa patronessa di tutti i non-morti che, per un eccesso di attaccamento alla vita, finiscono per perdere la testa.

Ma, a differenza dei vampiri della letteratura e del folklore, le teste tagliate che popolano le storie di Flegonte restano vive e vegete. E per di più hanno un altissimo quoziente di intelligenza. Tant’è vero che parlano molto e sempre a ragion veduta, fanno profezie, danno consigli, recitano poesie e cantano. Proprio come quella del mitico Orfeo. Staccata di netto dalle menadi invasate dallo spirito di Dioniso e gettata come una zucca nell’Ebro, discende il fiume fino al mare e fa rotta per l’isola di Lesbo senza mai smettere di cantare per tutto il tempo della traversata. E, per aggiungere meraviglia a meraviglia, la lira dello sposo di Euridice solca le onde seguendo la scia della voce melodiosa del pupillo delle muse. E addirittura ascende con lui al cielo dando vita alla costellazione della Lira.

Crani modulari per corpi interinali. Prototipi di quella poetica dello smembramento somatico che rende le parti più significative del tutto. Nel thriller antico come nella moderna società dello spettacolo. Nell’arte come nella mitologia. Nello splatter come nella pornografia. In questo senso i personaggi fantastici di Flegonte assomigliano in maniera impressionante a quelli dei tanti protagonisti di fumetti, cartoons, videogiochi e gruppi rock che affollano la mitologia contemporanea. Come Deadpool, il supereroe Marvel la cui capoccia zombie è tutta un’esternazione, una parlantina dissacrante e un po’ saccente. E come il facondissimo Morte, teschio parlante e fluttuante di Planescape Torment, un videogioco di culto degli ultimi anni Novanta che, tra una reincarnazione e una riapparizione, fa sfoggio di una stupefacente affabulazione. E, su tutti, i Talking Heads che sono la vera ciliegina sulla tomba di Flegonte.

(Da: La Repubblica del 29 ottobre 2010)



Flegonte di Tralle
Il libro delle meraviglie e tutti i frammenti 
Einaudi, 2013
euro 25


martedì 29 ottobre 2013

Quei bambini maleducati



La formazione delle classi è una delle operazioni più complesse e delicate dell'agire scolastico. Frequente è lo scontro con le famiglie che non comprendono l'importanza di costituire classi con alunni con diverse potenzialità di apprendimento. E' una forma di intolleranza verso chi, straniero o disabile, si pensa abbasserà i livelli di attività della classe. Sfugge a questi genitori (sempre più numerosi e invadenti) la funzione educativa della scuola e come l'apprendimento non sia addestramento, ma una crescita umana equilibrata ed interattiva in cui fondamentale resta l'incontro con l'altro. Da vecchi insegnanti sappiamo bene che la scuola se non è incontro di differenze diventa inevitabilmente palestra di conformismo e di adattamento all'autorità. Proprio per questo la nostra scuola post-68 (che pure ha tanti difetti, ma questo principio lo ha sostanzialmente assimilato) non piace alla destra e ai moderati di tutti i colori.

Renato Foschi



Le prove Invalsi, applicate per valutare il funzionamento delle scuole, non hanno nulla di scientifico, sia per il metodo che per i contenuti. Sono altri i criteri del «buon apprendere». Per esempio, mescolare nelle classi alunni con diverse abilità e con un background culturale differente

Uno dei risvolti più inquietanti della politica monetaristica riguarda senza dubbio l'uso della valutazione per ridurre gli «sprechi» nella pubblica amministrazione e nel welfare. In Italia si sono organizzati enormi processi valutativi diretti da istituzioni create ad hoc per testare le nostre strutture educative con la convinzione che questi settori abbiano bisogno di essere riorganizzati perché troppo costosi e inefficienti. Negli ultimi mesi in Italia è cresciuta così una specie di «bolla» valutativa. Una bolla aristotelica che spesso scambia il dito per la luna.

La polemica di questi mesi sulle prove dell'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi) è indubbiamente un tema di attualità. Le prove Invalsi che misurano, in primo luogo, i contenuti relativi a materie scolastiche, in particolare italiano e matematica, iniziano nella seconda elementare e, per follow up successivi, intendono testare le generazioni degli studenti italiani, senza discriminare a livello individuale. Tali prove servirebbero «alle singole istituzioni scolastiche - per l'analisi della situazione al fine di mettere a punto eventuali strategie di miglioramento - e al Ministero dell'istruzione per operare investimenti e scelte politiche» (testo tratto da un volantino Invalsi).



Classi «babeliche»

È di questi giorni una notizia lanciata dal Corriere della Sera con un articolo di Andrea Ichino dal titolo Scuola operazione verità. Per ogni straniero in aula gli italiani calano nei test e da Radio 24 nel cui sito si ascolta un'intervista ad Ichino per cui «la multietnicità nella scuola è una ricchezza, ma è inutile negare che, quando si inserisce nelle elementari un bambino che non parla italiano, l'insegnante deve distogliere le attenzioni dal programma normale per occuparsi del nuovo arrivo. È ovvio che questo abbia degli effetti negativi sul buon funzionamento della classe».

Tutto nasce da una ricerca pubblicata da M. Ballatore, M. Fort e dallo stesso A. Ichino, The Tower of Babel in the Classroom? Immigrants and Natives in Italian Schools (Torre di Babele in classe? Immigrati e italiani nelle scuole). Gli autori prendono le mosse dalla convinzione che la presenza di immigrati abbia un effetto sfavorevole sull'apprendimento. I loro modelli statistici vorrebbero, quindi, verificare questa ipotesi, tentando di controllare le altre variabili in gioco. Le analisi sono condotte mediante il database dell'Invalsi e mostrano i seguenti risultati fondamentali: in seconda elementare la presenza di immigrati in classe produce un peggioramento dei punteggi in italiano e in matematica rispettivamente del 12% e del 7%. Gli stessi dati rivelano, però, che in quinta elementare tali differenze svaniscono.

Nella ricerca gli autori, per giunta, «scoprono» che in Italia si formano classi e scuole a maggioranza di immigrati (sebbene il numero assoluto di immigrati nelle scuole sia una piccola percentuale). La situazione di tale sperequazione è definita da Ichino stesso come «sconcertante». Ma quale sarebbe la soluzione dei problemi evidenziati? Ichino sul Corriere prosegue «...molto meglio sarebbe costruire (le classi) senza ipocrisie sulla base delle informazioni disponibili riguardo alle caratteristiche degli studenti. Ma la soluzione peggiore, e davvero eticamente inaccettabile, è quella di concentrare insieme stranieri e italiani con background familiare meno favorevole».

In questa visione occorrerebbe maggiore autonomia di azione per risolvere il problema della integrazione degli immigrati i cui effetti «sarebbero» punteggi più bassi in seconda elementare, del 12% in italiano e del 7% in matematica.

La fonte primaria da cui si è sollevato questo polverone mediatico è in realtà un report di un Programma di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (Prin), finanziato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) che, al momento, non è neppure un articolo accettato da una qualsiasi rivista scientifica internazionale con rigoroso peer review. Ma poco importa perché, anche nella letteratura internazionale, si trovano ricerche contestabili.

Nel nostro caso, tra l'altro, gli autori in una nota in prima pagina ringraziano Invalsi per avergli dato accesso «to the many sources of restricted data». Quale che sia la fonte, la scienza procede per continue confutazioni, occorre quindi in primo luogo che i database delle valutazioni delle agenzie governative siano sempre accessibili per consentire una verifica e una «confutazione» delle analisi da parte di terzi, al fine di un avanzamento veritiero delle nostre conoscenze su complessi fenomeni sociali.

Le nostre agenzie valutative, non rendendo trasparenti tutti i dati e assumendo posizioni scientificamente controverse, possono facilmente incorrere nell'errore di applicare policies post hoc sulla base di scarse evidenze empiriche; lo tsunami di proteste di ritorno sarebbe poi naturale. Un esempio sugli altri: l'uso del contemporary h-index, passato alla storia come indice di Katsaros, dal nome dell'ingegnere greco che lo ha inventato, scelto dall'Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) per stimare la produzione scientifica nei concorsi. Tale indice non risulta seriamente applicato in altri Stati e la sua efficacia è solo oggetto di disputa su riviste specializzate in scientometria.

Tornando ai risultati della ricerca di Ballatore, Fort e Ichino, sorgono alcuni dubbi metodologici. Gli autori, come spesso accade nelle scienze sociali, scambiano delle correlazioni con delle cause e non dicono qual è l'effect size dei propri modelli statistici significativi. L'effect size è correntemente utilizzato in psicologia e in medicina per decidere se i fenomeni indagati, sebbene significativi, siano rilevanti. Per dirla in modo comprensibile, non si dovrebbero dettare terapie se non si superano robuste prove empiriche che ci tutelino dagli «scherzi del caso» dovuti ai questionari utilizzati, alla grandezza del campione, alla mancanza di ulteriori variabili misurate che moderano o mediano i fenomeni indagati, ecc.

Secondo i dettami dell'Americal Psychological Association, gli effect size dovrebbero sempre essere riportati. Questa buona norma spesso viene saltata a piedi pari dagli economisti e dagli scienziati sociali che, tuttavia, hanno in animo di gestire intere popolazioni. Le significatività in seconda elementare, infatti, sembrano small e non stupisce che in quinta elementare non siano più riscontrabili. L'unico dato empirico con un grande effect size potrebbe esser quello relativo al fatto che nella scuola italiana si creano «concentrazioni» di immigrati in classi e/o scuole specifiche, in un processo oscuro che sfugge al controllo ministeriale.

Il differente utilizzo dei dati alla Invalsi fa tornare in mente la science war innescata dalle ricerche dello psicologo Richard Lynn, il quale sulla base dei dati Pisa (simili agli Invalsi ma per una scolaresca di età superiore) va sostenendo che, per cause genetiche, i popoli del mediterraneo e africani siano meno intelligenti di quelli del nord Europa.

Nel nostro caso non evocherò certamente il fantasma del razzismo e non accuserò nessuno, ma un altro tema, a mio avviso non meno importante, deve essere approfondito: la questione dell'uso del differenzialismo nei sistemi educativi. Tale tema ha riempito pagine e pagine di letteratura scientifica che - devo dire - pare essere ignota agli economisti e ai politici. Già dall'inizio del Novecento, le classi differenziali erano infatti pensate come possibilità «democratica» per fornire una educazione speciale ai bambini con differenti abilità mentali perché fisicamente o culturalmente svantaggiati.

Gli psicologi ritenevano che mettendo insieme bambini del medesimo livello cognitivo si sarebbero potuti aiutare meglio, con una educazione speciale diretta solo ed esclusivamente a loro. L'accumularsi delle conoscenze sperimentali successive e della esperienza ha portato tuttavia a paradigmi educativi del tutto opposti. Le classi differenziali si trasformarono in luogo di maligna segregazione in cui gli handicap aumentavano. I ragazzi «difficili», quindi, peggioravano invece di migliorare. Le ragioni sono ricostruite in intere biblioteche di psicologia.

La questione è ripresa anche in un bel libro a cura di P. Adey e J. Dillon, Bad education. Debunking myths in educatio (Open University Press, 2012). In un capitolo dedicato alla formazione delle classi si evidenzia come sembri assolutamente razionale distribuire le risorse raggruppando i bambini secondo le differenti abilità cognitive e come la stampa di destra stigmatizzi la loro mescolanza a segnalare una educazione caratterizzata da bassi standard; ciononostante decenni di ricerca psicologica ha mostrato che raggruppare i bambini per differenti abilità porti sempre, inesorabilmente, ad accrescere le disuguaglianze.



Nessun ghetto

Un dato è certo, gli svantaggiati - per fascia economica o culturale o intellettiva - se allontanati dagli altri si ritroverebbero isolati e peggiorerebbero le proprie prestazioni perché da un canto più difficili da educare in gruppo e perché non avrebbero gli «altri compagni» come modello con cui interagire. I ragazzi più fortunati, d'altro canto, non avrebbero molto da perdere perché gli stessi dati non mostrano per loro particolari controindicazioni. Nelle classi «miste» si potrebbero, inoltre, sviluppare modelli di interazione migliorativa per tutti i partecipanti. Come abbiamo visto dalla stessa ricerca italiana i gap, se pure ci fossero stati in seconda elementare, si sarebbero chiusi in quinta.

Dai dati Invalsi non possiamo poi capire se lo scambio interculturale abbia prodotto o meno un incremento di altre caratteristiche (socializzazione, apertura mentale, ecc...). Per giunta, come evidenziato dagli stessi dati Pisa sembra probabile che l'arricchimento culturale in classi miste fornisca al singolo individuo maggiori possibilità di riuscita accademica.

Ciò detto, un dato su tutti dovrebbe far riflettere. Un numero di studi mostra che formare classi in cui interagiscono bambini differenti porta i più problematici a manifestare minori comportamenti a rischio. È questo il grande tema dell'apprendimento cognitivo ed emotivo mediante il confronto con i pari, proprio con quelle «differenze» che si vorrebbero forse confinare.

(da: il manifesto del 16 ottobre 2013)


Atene: solidarietà e cooperazione fra cittadini (non c’è solo Alba Dorata)



Abbiamo già parlato delle reti di solidarietà che si stanno intessendo nella Grecia devastata dalla crisi. Un argomento poco conosciuto, ma che merita di essere approfondito.

Mauro Faroldi

Atene: solidarietà e cooperazione fra cittadini (non c’è solo Alba Dorata)

Per fortuna ad Atene non c’è solo Alba Dorata. Lo dimostra almeno in parte il “2° Festival della solidarietà e della cooperazione economica” andato in scena questo fine settimana. Obiettivo della manifestazione è diffondere e sostenere un modo di resistere alla crisi che ormai coinvolge una significativa parte della popolazione greca.

Fortunatamente una società sempre più impoverita, non solo materialmente, e che sembra non avere più alcuna speranza, non è solo terreno fertile per le violenze e i rigurgiti neonazisti di Alba Dorata; è anche ed in misura maggiore terreno fertile per una nuova e più fraterna solidarietà, che certo non può risolvere i problemi della crisi, ma può aiutare settori interi della società, e far sentire profondamente umana una grande quantità di persone.

Il festival si svolge a Ellinikò, nella zona sud di Atene, non molto lontano dal vecchio aeroporto della capitale. Ci vado immaginando che la manifestazione sia piuttosto consistente, almeno così si poteva supporre leggendo il programma. Invece gli spazi non sono ampi, gli stand non sono numerosi, soprattutto se si pensa che il festival ha l’ambizione di rivolgersi a una città di oltre quattro milioni di abitanti.

Entrando incontro subito i produttori agricoli, tutti rigorosamente biologici, che vendono direttamente ed a prezzo politico i propri prodotti. Poco più avanti, lo stand di un’iniziativa importante e interessante: sono i medici di Ellinikò, che prestano lavoro volontario e gratuito per chi è “senza mutua, povero, disoccupato“: posizioni che di fatto coincidono perché qui chi perde il lavoro perde anche l’assistenza sanitaria, ed in questo paese, secondo gli ultimi dati aggiornati a luglio, la disoccupazione sfiora il 28%.



Per chi vuole fermarsi fino a tardi non può naturalmente mancare la “cucina sociale”: vegetariana, fatto eccezionale in un paese “carnivoro” come la Grecia. Si passa dalla segreteria, si acquista un buono mensa dal costo di due euro e mezzo e ci si mette in coda per il pasto. Uno spazio intero è dedicato agli scambi di oggetti usati. Chiunque può lasciare cose che non usa più e prendere in cambio qualcos’altro: vestiti, scarpe, borse, libri, dischi, giochi per bambini sono a disposizione sotto un’ampia tenda. Poco oltre, la Banca del Tempo organizza una conferenza per presentarsi al pubblico.

I dibattiti sono forse la parte più riuscita di tutto il festival, la gente si ammassa nei saloni nonostante il caldo, sabato 12 ottobre la temperatura ad Atene arriva a 31 gradi… Qualche asserzione forse è un po’ sopra le righe: nel dibattito centrale del sabato si sostiene che “ormai sta nascendo una nuova economia ecologica sulle rovine del sistema capitalistico…“, si parla della possibilità di comunità che vivano di una propria “economia autarchica“, teorizzazione che mi fa venire in mente un ritorno ad un economia chiusa come quella feudale, ad un passato più oscuro del presente.

Me ne vado salutando Anna che vende spezie biologiche, che lei stessa produce a Samos, la sua isola natale: cerca in questo modo di arrotondare le entrate del suo piccolo negozio di prodotti biologici che è dall’altra parte della città. Uscendo misuro il festival e le sue debolezze: l’illuminazione lascia a desiderare, in molti spazi è arrivata il venerdì a serata inoltrata; la cucina sociale fornisce ottimo cibo ma non dispone di tavoli né di sedie, l’organizzazione in genere presenta numerose lacune… Lo confronto con l’immensità della città a cui dice di riferirsi, e mi rendo conto che è come se fosse una goccia nell’oceano.

Mi consola però il fatto che ormai da tempo, sistematicamente, in molti quartieri avvengono iniziative del genere, che pur non avendo la velleità di chiamarsi “festival” sono luogo di incontro, di conoscenza, di pratica di “economia alternativa” per decine e decine di migliaia di cittadini.

(Da: www.greenreport.it/)


Il fotografo del Lager



Il polacco Wilhelm Brasse, internato ad Auschwitz, aveva il compito di ritrarre tutti i prigionieri. Le immagini sono rimaste perché disobbedì all'ordine di bruciarle. Un libro racconta la sua vicenda. 

Michele Smargiasssi

Il fotografo del Lager



Come il Crematorium, anche lo studio fotografico di Auschwitz era organizzato per smaltire con rapidità ed efficienza un numero elevatissimo di corpi di untermensch. Lo sgabello per la posa, un cubo di legno, veniva fatto girare su se stesso da un pedale azionato dal fotografo che così, senza allontanarsi dalla fotocamera, in pochi secondi impressionava le tre "viste" d'ordinanza: fronte, profilo e trequarti. Ma il kapò Maltz ne approfittava per un suo divertimento extra: quando l'internato accennava faticosamente ad alzarsi, con un colpo al pedale lo proiettava a terra violentemente, tra le risate degli aguzzini annoiati.

Non rideva Wilhelm Brasse, il fotografo di Auschwitz. Confusamente, forse, intuiva che quello scherzo crudele, in fondo insignificante rispetto al resto, svelava la natura del compito a cui era stato assegnato: il prelievo forzoso dell'identità, tappa della degradazione che era premessa all'eliminazione. La camera oscura come anticamera della camera a gas. Brasse era un internato: polacco, non ebreo, anzi ariano, ma renitente all'arruolamento nella Wehrmacht, gli si era aperto davanti il cancello fatale, ma per lui la scritta che vi campeggiava sopra, "il lavoro rende liberi", per una volta diceva la verità. Il suo mestiere lo salvò. In cambio lui, rischiando la vita, salvò dalla distruzione e preservò per i nostri occhi allucinati i documenti del "male assoluto", oltre cinquantamila ritratti di sterminandi, e visioni di altri orrori.

La vita di Wilhelm Brasse, Il fotografo di Auschwitz, è ora narrata da Luca Crippa e Maurizio Onnis (Piemme, 336 pagine, 14,90 euro) nella formula del romanzo-verità che sembra incontrare il ricorrente favore degli storici della Shoah alle prese con fonti visive tanto forti quanto ambigue (vedi Il Bambino di Dan Porat, ricostruzione romanzata dello sterminio del ghetto di Varsavia condotta partendo dai famigerati album- souvenir del massacratore Stroop).

In verità, Brasse non fu l'unico fotografo dei Campi: come lui lavorarono ad esempio Georges Angéli a Buchenwald, Francisco Boix a Mauthausen. La segnaletica dello sterminio, che includeva la catalogazione fotografica minuziosa delle vittime, dipendeva da una direttiva generalizzata.
Ma è grazie a Brasse che sappiamo come tutto ciò avvenisse in pratica. Basato sui racconti che l'anziano piegato superstite rese a un documentario televisivo polacco nel 2005, The Portraitist, e in un libro-intervista britannico, come tutte le docu-fiction anche Il fotografo di Auschwitz accetta il rischio di mettere il lettore nell'incertezza fra testimonianze dirette e ipotesi narrative, sentimenti del protagonista e completamenti degli autori. Che spiegano: «Era l'unico modo per entrare nei silenzi di Brasse, e renderli eloquenti».

Internato nel 1941 col numero 3444, Brasse è un privilegiato, e ne è consapevole. Il lavoro ufficiale gli garantisce la vita, mentre quello ufficioso (ritratti per gli ufficiali) gli procura qualche agio di contrabbando, cibo, sigarette. Per cinque anni si vede sfilare davanti i volti e i corpi dei morituri. Sa cosa succede fuori dalla baracca-studio del blocco 26 da cui evita più che può di uscire. Se non lo sapesse, glielo direbbero i volti che il suo obiettivo cattura: ebrei emaciati, prigionieri russi, zingari pesti, ragazzine quasi bambine. Ravvivati dalla narrazione, gli episodi della memoria di Brasse prendono vita. Neppure gli autori però osano prestare al loro protagonista romanzato la coscienza che le sue fotografie, e quindi il suo stesso lavoro, non sono i documenti burocratici di uno sterminio, ma ne sono uno strumento letale.



Quelle foto servono per attestare, scrive Clément Chéroux, studioso della fotografia nei lager, «la conformità del detenuto agli standard fisici e sociali» del reietto, dai quali dipende la sua eliminabilità. Dunque, anche lo scatto della fotocamera di Brasse uccide. E lui stesso è un perpetratore di olocausto. Perché quei corpi, ricorda, «una volta fotografati, diventavano immediatamente inutili».

Evitare certi pensieri è la condizione della sopravvivenza psichica nella distopia concentrazionaria. Qualche ritocco, di nascosto, e Brasse ingentilisce i tratti di un condannato: piccolo regalo clandestino di dignità «perché gli esploratori del futuro si rendessero conto di avere di fronte uomini e non bestie». Ma ogni difesa crolla quando gli viene chiesto di documentare i "pazienti" del dottor Mengele (ecco quattro ragazzine scheletriche, nude, derubate anche dal pudore per i corpicini che non hanno più nulla da mostrare), e poi gli esiti sanguinolenti dei suoi esperimenti, spesso praticati davanti all'obiettivo per non perdere l'atroce attimo fuggente.

Qui forse matura la sorda, istintiva decisione di ribellarsi in qualche modo: alla vigilia della caduta degli dèi con la svastica, Brasse inizia a collaborare con la resistenza polacca del campo, e all'ultimo, nel fuggi-fuggi letale, con l'Armata rossa alle porte, decide a rischio della vita di disobbedire all'ordine di bruciare tutto l'archivio. Abbandona decine di migliaia di immagini nella baracca dove i russi le troveranno. Confusamente, Brasse ha intuito che quelle foto immonde, se non potranno mai riscattarsi dalla loro colpa, possono almeno essere costrette a rendere la loro infame testimonianza alla storia. Quanto a lui, se la vedrà per tutta la sua lunga vita (è morto un anno fa) con la sua coscienza di sopravvissuto.

Oggi molte di quelle immagini (non quelle più intollerabili, tuttora segrete) sono visibili allo Yad Vashem e al museo di Auschwitz. I volti delle ragazzine, nel libro, ci guardano ancora vivi. L'anagrafe degli aguzzini ci trasmette i loro nomi. Czeslawa ha il labbro spaccato da un ceffone della kapò. Rozalia ha un pettinino nei capelli biondi. Krystyna, quattordicenne, guarda qualcosa fuori dalla cornice, e sembra sorridere.

(Da: la Repubblica del 26 Ottobre 2013)




Luca Crippa e Maurizio Onnis
Il fotografo di Auschwitz
Piemme, 2013
euro 14,90


lunedì 28 ottobre 2013

Lou Reed. In quelle rughe c’è la storia del mondo


Michele Serra

Lou Reed. In quelle rughe c’è la storia del mondo



Lou Reed era nato a Brooklyn nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, quando il rock’n’roll non era ancora stato partorito dalboogie e dal blues.

La società in cui è cresciuto era, almeno in apparenza, molto più ordinata e regolata di quella in cui Reed ha concluso la sua lunga avventura di uomo e di artista poco dopo avere compiuto i settant’anni, un’età che vede molti suoi colleghi ancora dritti in mezzo a un palcoscenico.
C’è una sua foto da studente che pare quella di un nostro remoto antenato, come tutte o quasi le foto degli anni Cinquanta. È invece, anagraficamente, la foto di un nostro fratello maggiore o padre. Con i capelli corti, gli occhiali, l’aria per bene che avevano i ragazzi prima dello squasso politico-esistenziale degli anni Sessanta. Difficile perfino intuire, in quel viso, il volto segnato e i tratti scavati dell’artista “maledetto”, notturno, pallido e scuro, che ha conquistato la fascia più colta e irrequieta della scena musicale americana e — di riflesso — mondiale.

Tutti i volti invecchiano. Ma nella generazione di Lou Reed impressiona riconoscere in una sola persona, in una sola biografia, un passaggio d’epoca così sconvolgente. Dalla cravatta del college e dal decoro di una famiglia ebraica piccolo borghese (chissà se simile a quelle descritte da Philip Roth o Woody Allen) alla scena underground e al “chiodo” di pelle nera che ha indossato per il resto della sua vita il passo è stato, per chi lo ha fatto, vigoroso e istintivo. Ma a ripensarlo a distanza, quel passo, si capisce che in poche altre epoche il mondo è altrettanto cambiato; e che poche generazioni sono cambiate, cambiando il mondo, come quella che è cresciuta in Occidente dopo la seconda guerra mondiale.

Degli abusi di sé, delle droghe, dell’oltranzismo esistenziale, della coerenza espressiva (mai nemmeno mezza concessione alla “gradevolezza”) di Lou Reed dicono diffusamente i suoi biografi e i suoi critici, che sono quasi tutti, da sempre, meritatamente entusiasti. Difficile, del resto, non ammirare un artista così poco appagato, febbrile sperimentatore anche quando avrebbe potuto comodamente ripetere il suo canone, in continuo e cangiante sodalizio con star di calibro almeno pari al suo (John Cale e i Velvet Underground, Andy Warhol, David Bowie, Laurie Anderson), fotografo, cantante, chitarrista, compositore, attore, poeta, teatrante, scrittore (con Lorenzo Mattotti che illustra la sua rielaborazione del Corvo di Poe), multimediale da prima che la multimedialità prendesse piede fino da quando collaborava con la Factory di Wharol.

Quanto alla natura “nera” della sua musica (e soprattutto dei suoi testi), al suo mai edificante racconto di piaceri e desideri cercati ossessivamente, di vite estorte all’anonimato della società di massa, non è inutile riflettere su un pregresso che tutte le biografie di Lewis Allan Reed riportano.

A causa della sua “bisessualità”, vera o presunta, ancora adolescente venne sottoposto (dalla famiglia?) a un elettroshock che potesse “curarlo”, e rimetterlo in carreggiata... L’episodio, quanto a “noir”, surclassa l’immaginazione delle peggiori spelonche dell’underground. Rimanda a una società trucemente bigotta, maccartista in politica e sessuofoba nei costumi, che prepara con le proprie mani, per naturale reazione, l’esplosione libertaria degli anni successivi, con tutti i suoi eccessi, il mito delle droghe, la dissolutezza, l’abrogazione dei limiti (anche fisici) che porta all’autodistruzione.

La nomea “demoniaca” del rock, spesso tradotta in moda o vezzo, insomma in una facile ripetizione, è per paradosso alla luce del sole, perfettamente emersa, rivendicata. Quanto demoniache siano state — o siano ancora — le pratiche repressive, il perbenismo soffocante, il moralismo castrante, è invece materia meno evidente, e la biografia di Lou Reed aiuta a non trascurarla o dimenticarla.

Durante il suo ultimo tour europeo Reed era un anziano, gentile intellettuale della East Coast, il cui repertorio di tenebra, di suoni acidi, di voce poco melodica, poco concessiva, aveva ormai l’effetto familiare di tutti i classici. Leggendo la storia della sua vita, la sola pagina davvero devastante è quella che precede il rock.


(Da: La Repubblica del 28 ottobre 2013)

Georges Braque, scienziato di una nuova forma



Una grande mostra a Parigi ricostruisce il percorso artistico di Georges Braque.

Cesare De Seta

La vendetta di Braque contro il nemico Picasso


Nell’arte e nella vita ci sono destini magicamente incrociati che poi si sciolgono d’improvviso: tale è il caso di Braque e Picasso, entrambi nati nel 1882. Dal 1907 fino al ’14, lavorano gomito a gomito in una ricerca in cui la individuale soggettività è quasi annullata. Braque aveva una grande passione per Toulouse-Lautrec e per le maschere africane e oceaniche, come il suo amico: ma il francese aveva vissuto con entusiasmo la stagione dei fauves. Nelle mostre tra il 1906-7 presenta i paesaggi all’Estaque e a La Ciotat, e alcuni nudi. Tra i più belli la Donna nuda: le tinte pure, accostate senza mimetismi, lo portano a sperimentare lo spazio-colore. A queste tele “selvagge”associa la passione per Cézanne, segno di una nuova geometria della forma che diverrà filo rosso della sua ricerca.

Il malagueño mostra indifferenza per l’acceso cromatismo dei fauves: s’incontrano al Bateau- Lavoir grazie a Apollinaire. Quando vide Les Demoiselles d’Avignon (1907) Braque disse: «vuol farci mangiare stoppa e petrolio». Ne resta turbato e avvinto, di lì un sodalizio mimetico che si spezza definitivamente quando nel ’14 Georges è chiamato alle armi. Era nata quella strana pittura che Matisse e Louis Vauxcelles, un critico ostile, scrivono esser fatta di “cubi”. La più importante rivoluzione formale della prima metà del Novecento destruttura la prospettiva rinascimentale, facendo saltare il tavolo di quattro secoli di pittura. Ma i due amici sono consapevoli d’essere gli scienziati di una nuova forma nella quale il soggetto rappresentato non scompare mai, ma è visto attraverso una scansione geometrica che ha tagliato di netto con la mimesi: rifiutando i vezzi bohémiens si vestono con la tuta blu degli operai. Nel 1909 alla Galleria Kahnweiler Braque ha la prima personale, con presentazione di Apollinaire: è l’incipit pubblico del cubismo.



La mostra Georges Braque, a cura di Beatrice Léal, al Grand Palais di Parigi (fino al 9 gennaio) è un atto di riparazione verso un maestro rimasto a lungo appannato, anche a causa di Apollinaire e Gertrude Stein che lo abbonderanno per il privilegiare il “mostro” spagnolo. La prima sezione è dedicata alla stagione fauve, le due seguenti al cubismo analitico e sintetico fino al ’18 in cui compare il colore come nella Mucicienne. Seguono sezioni tematiche dedicate ai nudi, alle Canéfore, alle nature morte: la morfologia formale muta radicalmente. La biografia intellettuale e artistica di Braque ha una grande coerenza, ma la sua dedizione alla regola e alla sobrietà induce a ritenere che la sua opera – dopo l’esordio nel cuore dell’avanguardia – s’inoltra per una strada in cui l’eleganza del gesto, il gusto cromatico, la suadente «nobile, misurata, ordinata, colta» – scrive con sufficienza Vauxecelles – è profondamente rivista e ripensata dalla mostra che offre oltre duecento tele, incisioni e disegni.

In catalogo (Rmn, Paris) Beatrice Léal mette i punti sulle “i” di taluni nodi essenziali circa la nascita del cubismo con i paesaggi a L’Estaque, la comparsa di strumenti musicali nelle nature morte, l’introduzione di numeri lettere parole mozze sulle tele: nei papiers collés a partire dal settembre del 1912 compaiono carte da parato a finto legno o giornali che analogo posto assumono nella parallela ricerca di Picasso. Come scrisse Philippe Dagen nella monumentale biografia di Picasso (Electa, 2009) la sintonia tra i due esploratori è assoluta almeno fino al ’14. Braque fu gravemente ferito in guerra, un trauma che segnò profondamente il suo percorso d’artista. Qualcosa di simile era capitata a Boccioni quando, in licenza dal fronte dipinse l’ultima tela: il ritratto di Busoni, e volse le spalle al futurismo.

I collages di Braque affascinarono Reverdy, Breton e i surrealisti, e avranno una durevole tenuta nell’avanguardia del Novecento. Ma non si può certo chiudere gli occhi dinanzi alla cesura che c’è nell’opera di Braque negli anni Venti ed essa è il nodo della lettura critica della sua opera che, dopo la grande tumultuosa rivoluzione cubista, volge ad un altro sentimento della forma. Capitò qualcosa di simile a Kandinskij che, dopo la stagione russa e espressionista a Monaco, quando giunse a Parigi negli anni Trenta inventò un suo elegantissimo alfabeto di segni.



Dopo il ’44 per Braque c’è la scoperta dei paesaggi mediterranei e la serie dei nove Ateliers.Una profonda malinconia li pervade, o meglio una malìa che sgorga dalla musica, dalla passione per il pentagramma che coltivò per tutta la vita, facendo anche lo scenografo e fin da quando aveva posto nei suoi quadri cubisti mandolini e violini. A Varengville, in piena guerra, dipinge interni con o senza figure, compaiono teschi e pesci, dal 1944 al ’49 sette tele sono dedicate al Bigliardo e altre sono nature morte con audaci inserti cromatici. Poi la serie degli Ateliers fino all’exodus degli Uccelli (1954-62) che si chiude con il trionfo tributato dal Louvre che gli commissiona un plafond.

Nel 1963 Braque chiude la sua vita, dopo aver dipinto volatili ad ali spiegate che planano con la leggerezza delle farfalle e una serie di splendidi piccoli paesaggi che rasentano l’astrazione alla Nicolas de Staël. Braque forse s’era dimenticato delle sprezzanti aggettivazioni di Apollinare che gli dà del “bon Braque”, e della Stein che, poco generosamente, scrisse che il cubismo è figlio di Picasso e Gris. Non è certo così.


(Da: La Repubblica del 27 ottobre 2013)





sabato 26 ottobre 2013

Le saudite vogliono guidare da sole: l’auto vuol dire istruzione e libertà



La condizione delle donne (e delle minoranze etnico-religiose) nei paesi islamici dove regna la Sha'aria pare non interessare un Occidente pure ossessionato dal politicamente corretto. Ma la lotta per la laicità dello Stato e per i diritti di cittadinanza crediamo abbia valenza universale, a maggior ragione nell'attuale mondo globalizzato.



Eman Al Nafjan

«Io e le saudite guidiamo da sole: l’auto vuol dire istruzione e libertà»


All’ultimo il grande appuntamento di oggi è stato rimandato dalle attiviste saudite che da mesi preparavano una nuova azione dimostrativa contro il divieto di guida: dovevano scendere per strada in centinaia al volante di un’auto. Nella notte di ieri invece hanno ceduto alle minacce di azioni legali espresse dal governo e dichiarato che il previsto «drive-in» era rimandato «per prudenza e per rispetto» delle autorità. Negli scorsi giorni il governo aveva annunciato che era a rischio carcere anche chi sostiene la campagna per la guida, che resta comunque «aperta», hanno spiegato le organizzatrici, perché si basa su molti buoni motivi come spiega in questa pagina Eman Al Nafjan, blogger di Riad.

Se dovessimo riassumere in una sola parola la condizione della donna saudita, quella parola sarebbe paternalismo. Qualunque sia la sua età, per lo Stato resterà sempre minorenne. In Arabia il sistema patriarcale è portato alle estreme conseguenze. Il problema principale non sta tanto nel maschilismo della società, comune a tanti altri Paesi. Il vero problema è che il governo si rifà al modello patriarcale anche nei rapporti con i cittadini. Ogni donna è affidata a un «tutore legale» scelto tra i parenti più stretti, che può darla in sposa ancora bambina a un uomo più vecchio di decenni. Può impedirle di studiare, lavorare e prendere marito. Il tutore deve autorizzare ogni suo spostamento oltre i confini del Paese. Dal momento che l’istruzione di base è gratuita e chiunque frequenti le università pubbliche ha diritto a un sussidio statale, quasi sempre il tutore sceglie di mandare a scuola la sua affidataria. Nel caso in cui preferisca tenerla prigioniera in casa, tuttavia, la legge non offre alla giovane praticamente vie di fuga.



La legge che di fatto vieta alle donne di guidare è uno dei principali fattori che contribuisce a perpetuare il patriarcato di Stato. Il Paese è ancora privo di un servizio di trasporto pubblico. Al di fuori della Mecca nessun cittadino può muoversi in autobus o in metropolitana. Per compiere qualsiasi tragitto, dunque, le saudite devono non solo comprarsi un’auto, ma convincere un parente maschio ad accompagnarle o assumere un autista di qualche Paese asiatico. Non è solo un ostacolo nella vita quotidiana, ma un forte deterrente che spinge molte donne ad abbandonare qualsiasi percorso di studio o lavoro e persino a trascurare la propria salute.

Quando vengono interpellate sul divieto di guida, le autorità rispondono che non è previsto da alcun principio giuridico o islamico: rispecchia solo una consuetudine sociale. Perfino il Re lo ha riconosciuto. E dichiarazioni analoghe sono state pronunciate anche dal ministro della Giustizia, dal Presidente della Polizia religiosa e dal capo della Polizia stradale. Eppure, ogni volta che una donna si mette al volante non è la società a fermarla, ma la polizia. In molti casi, la guidatrice viene accompagnata al commissariato più vicino a consegnata al suo tutore. Entrambi devono poi dichiarare ufficialmente che l’episodio non si ripeterà più.



Dal 1990 a oggi vi sono stati vari tentativi di abolire il divieto di guida per le donne. Basti ricordare le proposte rivolte al Consiglio della Shura da Mohammad Al Zulfa nel 2006, e quella di Abdullah Al Alami del 2012. In entrambi i casi non è stato possibile neppure discuterle in aula. Diverse petizioni e richieste sono poi state sottoposte alla Corte Reale, ma non hanno quasi mai ricevuto risposta. E le campagne di protesta contro il divieto hanno suscitato ancora una volta la dura reazione del governo, non della società. Nel 1990, 47 donne sfilarono per le vie principali della capitale al volante della propria auto, ma il governo le fece sospendere dal lavoro vietando gli spostamenti. Nel giugno 2011, Manal Al Sharif ha pubblicato un video su YouTube in cui esortava tutte le donne a sfidare il divieto mettendosi al volante: è stata punita con più di una settimana di carcere.

L’ultima campagna è nota come «October 26th Women Driving Campaign». A rendere speciale questo evento è il fatto che è stato promosso dal primo vero movimento civile dell’Arabia: un movimento senza volto, la cui petizione è stata scritta da più di 30 persone, molte delle quali neppure si conoscono. Il testo ha subìto modifiche anche nei due giorni successivi alla pubblicazione, prima della versione definitiva approvata il terzo giorno. I suoi firmatari nono sono considerati semplici attivisti, ma veri e propri leader in grado di prendere iniziative e agire in nome del movimento. Sono stati creati un canale apposito su YouTube e un profilo su Instagram dove i sostenitori possono caricare video e foto di donne alla guida o comunicare in modo creativo. Con questi strumenti, il movimento intende non solo a indurre il governo a prendere una posizione chiara riguardo al divieto, ma anche dimostrare che la autorità non possono più accampare la scusa della «società».


(Traduzione di Enrico Del Sero)


(Da: Il Corriere della Sera del 26 ottobre 2013)