TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 28 febbraio 2014

Quando si era tutti di sinistra. Il ministro Padoan oltre Keynes. Nel '75



Quando tutti erano di sinistra, anche il neoministro Padoan giocava a fare il marxista. No problem: è legittimo cambiare. La domanda (da rivolgersi a chi si sente orfano del Bottegone) è un'altra: come mai il PCI di Togliatti-Berlinguer ha partorito queste mostruosità (e non parliamo ovviamente solo di Padoan).


Sergio Cesaratto

Il ministro Padoan oltre Keynes. Nel '75

Il neo­mi­ni­stro dell'Economia Pier­carlo Padoan era ben pre­sente nel dibat­tito eco­no­mico della sini­stra dei caldi anni '70. Nel 1975 Cri­tica mar­xi­sta pub­blicò una sua rela­zione dal titolo impe­gna­tivo, «Il fal­li­mento del pen­siero key­ne­siano», che rias­su­meva il lavoro di un gruppo di gio­vani eco­no­mi­sti costi­tuito presso l'Istituto Gram­sci sul tema «Limiti del diri­gi­smo e fon­da­menti teo­rici della poli­tica delle riforme». Anche il mani­fe­sto aveva dedi­cato grande atten­zione al tema già col dibat­tito «Spa­zio e ruolo del rifor­mi­smo» pub­bli­cato come volume nel 1973. Un numero suc­ces­sivo di Cri­tica Mar­xi­sta ospitò una nota cri­tica di Gian­carlo De Vivo, un acuto eco­no­mi­sta della scuola di Sraffa e Gare­gnani, e la replica dello stesso Padoan.

La rela­zione di Padoan riper­corre gli ele­menti della teo­ria di Key­nes e delle suc­ces­sive inter­pre­ta­zioni, sia quelle volte a ricon­durlo nell'alveo della teo­ria tra­di­zio­nale, che quelle più radi­cali. Le con­clu­sioni circa il per­du­rare del suc­cesso delle poli­ti­che key­ne­siane a fronte delle tur­bo­lenze degli anni '70 sono però piut­to­sto nega­tive. Seb­bene si rico­no­sce l'efficacia delle poli­ti­che di soste­gno alla domanda aggre­gata per la piena occu­pa­zione, otte­nute in par­ti­co­lare attra­verso aumenti sala­riali, la rela­zione afferma che all'aumento della domanda «non cor­ri­sponde però sem­pre un ade­gua­mento della strut­tura pro­dut­tiva (una volta rag­giunto il tetto della capa­cità pro­dut­tiva esi­stente, oppure anche prima, se si tiene conto di stroz­za­ture dovute alla pre­senza di mono­poli o di posi­zioni di ren­dita) e si hanno così dei per­si­stenti feno­meni infla­zio­ni­stici».

Por­tato della piena occu­pa­zione, si aggiunge, è una «situa­zione di con­flit­tua­lità» che pro­durrà «con­ti­nue ten­sioni dovute alle rispo­ste delle imprese alle riven­di­ca­zioni ope­raie per ten­tare di rico­sti­tuire i mar­gini di pro­fitto tra­mite aumenti di prezzo ali­men­tando ulte­rior­mente il pro­cesso infla­zio­ni­stico». Avendo la dispo­ni­bi­lità di mer­cati garan­titi dal soste­gno della domanda da parte della spesa pub­blica, le imprese rispon­dono «non con aumenti della pro­dut­ti­vità tra­mite inno­va­zioni ed inve­sti­menti tesi ad aumen­tare l'offerta, ma con l'aumento dei prezzi ...L'inflazione quindi, oltre che come potente stru­mento redi­stri­bu­tivo, si poneva come dram­ma­tica elu­sione dell'esigenza di un allar­ga­mento della capa­cità pro­dut­tiva ...che la lotta della classe ope­raia per una migliore sod­di­sfa­zione dei biso­gni andava sem­pre più affer­mando».

Padoan sem­bra pes­si­mi­sta circa la pos­si­bi­lità di rego­lare il con­flitto attra­verso la poli­tica dei red­diti evo­cando le tesi di Kalecki (citato nel corpo della rela­zione) secondo cui solo un'elevata disoc­cu­pa­zione è in grado di disci­pli­nare e rego­lare il con­flitto sociale. Più che in dire­zione di una pro­spet­tiva social­de­mo­cra­tica, le con­clu­sioni di Padoan pun­tano così a un «supe­ra­mento dell'ordinamento capi­ta­li­stico». Infatti le poli­ti­che key­ne­siane di piena occu­pa­zione con­dur­reb­bero a «delle ten­sioni inso­ste­ni­bili per il sistema capi­ta­li­stico» incom­pa­ti­bili «con il qua­dro demo­cra­tico». Quindi non resta che fuo­riu­scire dalla «logica key­ne­siana (cioè bor­ghese)».

Accanto a un'eco kalec­kiana qual­cuno potrebbe anche leg­gerne una amen­do­liana nel rite­nere le lotte ope­raie in fondo sov­ver­sive dell'ordinamento capi­ta­li­sta e demo­cra­tico e l'inflazione come anti­ca­mera del fasci­smo. La pro­spet­tiva amen­do­liana, si badi, è stata in Ita­lia spesso con­fusa col rifor­mi­smo (social­de­mo­cra­tico) il quale, al con­tra­rio, rite­neva gli avan­za­menti dei lavo­ra­tori per­fet­ta­mente com­pa­ti­bili con un'economia di mer­cato rego­lata (sui temi del man­cato rifor­mi­smo in del Pci rin­vio al magi­strale Paggi e D'Angelillo, I comu­ni­sti ita­liani e il rifor­mi­smo, Einaudi 1986). Padoan e com­pa­gni non sem­brano tut­ta­via indi­care come via d'uscita l'accettazione delle com­pa­ti­bi­lità che portò di lì a poco alla svolta dell'Eur, ma un'uscita più di sini­stra, anche se solo gene­ri­ca­mente evo­cata. La pro­spet­tiva di un rifor­mi­smo forte è comun­que assente.

Nel suo com­mento cri­tico De Vivo attacca Padoan soprat­tutto per la let­tura ridut­tiva di Key­nes che lo accu­mu­ne­rebbe alla teo­ria neo­clas­sica domi­nante in uno snodo fon­da­men­tale: "Secondo la rela­zione, uno degli «ele­menti fon­da­men­tali della 'visione' key­ne­siana» sarebbe «l'incompatibilità tra con­sumo e accu­mu­la­zione, per cui se si vuole con­su­mare si deve rinun­ciare ad accu­mu­lare e vice­versa". Per rom­pere le ambi­guità di Key­nes in merito, De Vivo pro­pu­gna la pro­po­sta di Gare­gnani di libe­rare Key­nes dai «lacci e lac­ciuoli» neo­clas­sici in una dire­zione che spie­ghi pie­na­mente i livelli di pro­du­zione sulla base della domanda affet­tiva gui­data da salari e con­sumi pub­blici sia nel breve che nel lungo periodo.




La replica di Padoan è su linee molto tra­di­zio­nali. Egli riaf­ferma la tesi mar­gi­na­li­sta che «nel lungo periodo la dispo­ni­bi­lità di rispar­mio (cioè di ric­chezza sot­tratta al con­sumo) diventa rile­vante al fine delle pos­si­bi­lità di cre­scita del sistema eco­no­mico.» E aggiunge che in quel fran­gente sto­rico in cui l'industria ita­liana neces­si­tava di una ristrut­tu­ra­zione qua­li­ta­tiva, i risparmi rive­sti­vano un ruolo par­ti­co­lar­mente essen­ziale. L'incompatibilità delle lotte ope­raie che aveva sopra assunto un'eco mar­xi­sta e kalec­kiana appare qui molto più tra­di­zio­nal­mente rife­rita alla teo­ria domi­nante (il che potrebbe avva­lo­rare una con­ti­guità con l'anima amen­do­liana). Comun­que, Padoan nuo­va­mente con­clude riba­dendo la «pro­spet­tiva di una fuo­riu­scita dal capi­ta­li­smo» (non estra­nea peral­tro all'amendolismo seb­bene riman­data a data da destinarsi).

Quello che emerge da que­ste pagine, qui fret­to­lo­sa­mente richia­mate, sono le apo­rie in cui si sono dibat­tuti il Pci e le sue suc­ces­sive meta­mor­fosi e i suoi intel­let­tuali di spicco, fra una voglia di socia­li­smo, sem­pre più affie­vo­li­tasi sino a scom­pa­rire, e un fon­da­men­tale rico­no­scersi nelle com­pa­ti­bi­lità della teo­ria eco­no­mica domi­nante, con qual­che molto pal­lido (quasi invi­si­bile) spunto key­ne­siano. Que­sto modo di porsi è molto lon­tano da quello di Myr­dal e degli intel­let­tuali nor­dici che hanno visto nel con­flitto sociale ben rego­lato l'humus del pro­gresso. È vero pure che la bor­ghe­sia ita­liana, da Bava Bec­ca­ris a Ber­lu­sconi pas­sando per Piazza Fon­tana ha sem­pre osta­co­lato un pro­cesso di matu­ra­zione della sini­stra ita­liana nel senso di un vero rifor­mi­smo (di nuovo v. Paggi e D'Angelillo).

Una trac­cia di quelle apo­rie sono pro­ba­bil­mente rico­no­sci­bili anche nel Padoan dell'oggi che, se da un lato non si esime dal reci­tare il man­tra sulla neces­sità del riag­giu­sta­mento dei conti pub­blici e delle «riforme strut­tu­rali», dall'altro più rea­li­sti­ca­mente (e da buon eco­no­mi­sta) sa che i pro­blemi sono di domanda aggre­gata e scrive che più infla­zione nei paesi euro­pei in sur­plus com­mer­ciale sarebbe auspi­ca­bile – si vede che anche lui ama qual­che volta sognare. Buona for­tuna, comunque.


il manifesto - 27 Febbraio 2014  


E il liceo di Fenoglio non applaudì il Federale



Ad Alba s’ inaugura il riordinato archivio storico del “Govone”, un’aristocrazia di alunni e professori.

Bruno Quaranta

E il liceo di Fenoglio non applaudì il Federale


Nella biblioteca del liceo albese «Govone» c’è un bronzeo Fenoglio, tra gli allievi illustri. Accanto, posata da chissà chi, una statuetta di Proust. Sarà il professor Petronio a insegnare all’alter ego del partigiano Johnny «a leggere Proust, Svevo, Melville». Ancorché il dandy della Recherche non sia riuscito a conquistare un posto di prima fila nel pantheon di Beppe. In Una questione privata non si esita a prenderne le distanze: «Milton ricordava che Fulvia leggeva Il cappello verde, La signorina Else, Albertine disparue... A lui quei libri nelle mani di Fulvia pungevano il cuore. Malediceva, odiava Proust».

Che cosa vi è, nonostante la diversa sensibilità, di proustiano in Fenoglio? Il culto del «classico», quale Proust fra l’altro esemplificò nella Prisonnière. Là dove si ironizza sulla smania di essere à la page, chi per esempio considera «una carrozza di prima classe a priori come più bella di San Marco».

L’elogio del «classico» ad accomunare Fenoglio e Proust, Fenoglio come Johnny: «Il suo desiderio correva al liceo; l’università non l’amava, poteva anzi dire di odiarla, proprio per aver troppo amato il liceo». L’odio verso Proust, verso l’università, verso i tedeschi, nonostante la raccomandazione di Leone Ginzburg...

Il liceo di Fenoglio, il Govone, nel 2012 ha compiuto centotrent’anni. Si varò allora il riordino dell’archivio storico, adesso ultimato, per la cura di Carlo Bonfanti. Domani, il «taglio del nastro». Non nasconde l’orgoglio il preside Piercarlo Rovera, un ex allievo che è rimasto allievo, alla scrivania ottocentesca dove sedette, tra i suoi predecessori, il grecista Leone Riccomagno, patendo il vento sessantottino, non così rispettoso del suo sentire risorgimentale. 

Ha il respiro di un convento laico, il Govone, di un’accademia che non ha nulla di accademico, di un cenacolo dove la via alla maturità è una primavera di bellezza. Nel solco di una tradizione che non assilla, ma soccorre, rischiara, garbatamente sovraintende, «dietro la porta», come Bassani titolò il racconto del suo liceo ferrarese.



Ettore Paganelli, un ex del Govone, classe 1929, già sindaco di Alba e deputato democristiano, indica il lato destro del cortile dove il Federale per un’ora concionò gli allievi, neppure ottenendo un flebile battito di mani: «Il liceo era una ridotta antifascista» (ridotta, vocabolo che riconduce a una remota materia d’insegnamento, «Cultura militare»).

I «maggiori»? In tasca, Ettore Paganelli conserva una «reliquia», gli appunti delle lezioni di filosofia di Pietro Chiodi, «bandito» nella guerra civile, lo studioso princeps di Heidegger, formatosi con Nicola Abbagnano. Un frammento: «Il problema è: ”essere o non essere” ma l’uomo se veramente decide di essere è perché ha fede. L’esistenza è possibile solo sulla base della fede. L’esistenza, che è per l’uomo essenzialmente decisione, implica una fede. Una fede non in un’idea politica, in una missione particolare, nell’amore o nell’arte, ma una fede in Dio. Fede in Dio, se per Dio intendiamo non l’essere, ma qualcosa di più dell’essere. Dio non può essere o esistere, perché è ciò che rende possibile “l’essenza” e “l’esistenza”».

Maestri e scolari. Qui studiò Achille Mario Dogliotti, futuro chirurgo, e Oreste Badellino (redigerà un dizionario - il dizionario? - della lingua latina). Qui onorarono la cattedra don Natale Bussi, sacerdote conciliare ante litteram, il matematico Umberto Perazzo, l’anglista Maria Luisa Marchiaro, Luigi Galante (padre di Alessandro Galante Garrone), Leonardo Cocito (italiano e latino), martire della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, impiccato con un gancio da macellaio vicino a Carignano. 

Quel tragico 1944. Il sipario sull’archivio storico del liceo Govone si alza nel settantesimo anniversario della repubblica albese: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944». I ventitre giorni... Mentre si annuncia Il ventiquattresimo giorno, il journal redatto allora da uno studente ormai ottuagenario, qua e là ricorrendo al greco per disorientare gli eventuali lettori tedeschi. 

Al Govone gli spari del 1944 sono nitidi come il colpo di pistola che nel 1872, poco lontano, suggellò l’esistenza di Giuseppe Govone. Ventimila lire della sua eredità contribuirono a «fondare» il liceo. Un tesoretto che il generale aveva accumulato grazie a un’operazione del ministero (Sella) di cui faceva parte. Donato al Comune di Alba per fugare ogni sospetto di non cristallino arricchimento. È, fu, un costume che si riverbererà di stagione in stagione nelle aule di via Teobaldo Calissano (a proposito: giolittiano ministro delle Poste), nello stile che le impronta. Una certa Italia. Non tutto l’Ottocento merita il congedo. Da qualche parte il burbero professor Riccomagno sorride.


La Stampa – 28 febbraio 2014

Da Mussolini a Togliatti. Romano Bilenchi, vita di un ribelle



Romano Bilenchi, un autore minore, ma importante per capire la storia, tormentata e complessa, dell'intellettualità italiana del Novecento in cerca di cause e capi in cui credere.

L’ultima accusa di Romano Bilenchi. Siamo in una dittatura democratica

Intervista di Corrado Stajano

Non conoscevo Bilenchi e avevo sempre desiderato conoscerlo. I suoi libri mi piacevano molto. Avevo letto ancora ragazzo Mio cugino Andrea e poi, via via, Conservatorio di Santa Teresa , Il bottone di Stalingrado e Amici che me l’aveva reso famigliare con quei ritratti cosi veri di Vittorini, di Rosai, di altri. Era davver o uno «splendido raccontatore orale» come di lui aveva scritto Gianfranco Contini. Sempre secondo il sommo critico, Bilenchi era «cronologicamente il primo in quel gruppo di valenti narratori toscani che a circa vent’anni di distanza, scevri d’ogni ornamentazione, ripresero la lezione di Tozzi».

Avevo sempre considerato Bilenchi un maestro. Lo ammiravo per i suoi libri e per le sue passioni mescolate, la politica, la scrittura, il giornalismo. Quel bellissimo giornale che aveva fondato e tenuto in piedi dal 1948 al 1956, «Il Nuovo Corriere» di Firenze, chiuso per la cecità del gruppo dirigente del Partito comunista, era stato una delle sue creature. Vi avevano scritto uomini come Calamandrei, Parri, Jemolo, Salvemini, De Robertis, Garin, Cases, Delfini, Mila, Luigi Russo, Carlo Bo, Roberto Longhi, Fortini, Antonicelli, Tobino, Bianchi Bandinelli. Politicamente e culturalmente era troppo avanzato per quei tempi.

Il colpo di grazia fu, il primo di luglio del 1956, l’articolo di Bilenchi intitolato I morti di Poznan che si schierò dalla parte degli operai polacchi in rivolta: «I morti di Poznan — scrisse in quell’articolo — sono morti nostri, non vostri». Si rivolgeva cosi agli uomini della destra di casa, ai governanti impudichi che avevano ordinato il fuoco della polizia contro gli operai e i contadini di Modena, di Melissa, di Comiso, di Barletta, di Venosa, e che ora speculavano su quei morti polacchi: «Questi morti ci incitano sempre piu a percorrere intera la nostra strada». La strada di Bilenchi fu accidentata. Perché antepose sempre a tutto le ragioni della libertà, non tacque mai. 

Alla fine del 1988 scrivevo sull’allora terza pagina del «Corriere della Sera» dove ero approdato l’anno prima quando era diventato direttore Ugo Stille. Avevo proposto una serie di articoli — allora si usavano — Padri e maestri . Bilenchi non doveva mancare, finalmente l’avrei conosciuto. Avevo già intervistato Eugenio Garin a Firenze, Gianandrea Gavazzeni a Bergamo, Carlo Dionisotti a Londra. Nel gennaio 1989 era venuta la volta di Romano Bilenchi, nel quartiere fiorentino delle Cure. L’articolo usci l’11 gennaio. Chiusi quella serie andando ad ascoltare Franco Venturi a Torino e Aldo Garosci a Roma.

Con Bilenchi si creò subito una grande consonanza. Era come l’avevo sempre immaginato, un uomo libero, anche se così sofferente, ammalato di una polineuropatia diabetica molto dolorosa che prendeva i nervi, i muscoli di tutto il corpo, le gambe e gli impediva di camminare. Non usciva di casa da sette anni, le sue giornate erano tremendamente uguali. La mattina si alzava tardi, sedeva a un grande tavolo con tutti gli attrezzi — li chiamava così — che gli servivano: i telecomandi, le scatole delle medicine, una bottiglia d’acqua, il tabacco. Aveva alle spalle qualche fotografia-simbolo di uomini che per lui avevano contato: Tolstoj, con un caffetano bianco, Lenin, Gramsci e Ottone Rosai, soldato della Grande guerra.

A Ugo Stille piacevano da sempre i libri di Bilenchi e mi aveva pregato di chiedergli di scrivere sul «Corriere». Quel che voleva.

Bilenchi, nel passato, aveva scritto sul giornale di via Solferino, quattro articoli nel 1970-71, otto articoli nel 1981 entrati nel Gelo , il libro dell’adolescenza.

Riuscii nel compito che mi era stato affidato, favorito dal clima di reciproca simpatia e dal fatto che Bilenchi avesse letto qualcuno dei miei libri. Scriverà sul «Corriere» cinque articoli: il 23 aprile, Un elefante di marmellata per l’amico Linder ; il 25 maggio, Due veri Ucraini e un falso partigiano ; il 25 giugno, E portai Maccari alle «Giubbe Rosse» ; il 25 luglio, Quando lessi la mia condanna a morte ; il 27 settembre, Quando tornano i fantasmi dell’infanzia . Il suo mondo, come sempre. 

L’intervista durò ore, tutto il pomeriggio. Bilenchi non smise mai di parlare, ne aveva voglia. Non era facile capire quel che diceva; il male aveva intaccato le corde vocali. La moglie dello scrittore, la signora Maria, che per tutta la vita gli era stata accanto, mi aiutava con gentile premura quando capiva che ero in difficoltà.

Ho ritrovato gli appunti di quel giorno, li rileggo, almeno in parte, e mi sembra di rivederlo, Bilenchi, imprigionato dietro quel tavolo, lucido nella memoria, lieto di rinverdire ancora il passato. 



«Come sta Bilenchi?»

«Male, ho dei dolori da impazzire, da non capire più nulla. Vivo così da 16 anni e sette mesi. Non cammino, non ci fo dieci metri. Non esco di casa dall’inverno del 1981. Ora era il momento che avevo smesso di fare il giornalista bischero. Adesso vo in pensione, mi dicevo, scrivo quei 5-6 libri che devo scrivere. Ne ho scritti due e poi mi sono bloccato».

Non era facile riuscire a tenere un filo logico con Bilenchi. Seguitava con me a esprimere i pensieri che da anni gli dovevano martellare la testa, senza contraddizioni, ma senza una continuità. Il fascismo, il comunismo, Togliatti, il tempo presente si intersecavano tra loro con naturalezza. 

«Che mondo è quello che lei vede da qui?»

«Non mi piace. Questa democrazia bloccata non mi va giù. Questa specie di dittatura democratica...Lei può dir tutto e tutti se ne fottono, c’e questa differenza col fascismo. Io vedo i giornali oggi e mi sembrano quelli del ’36-’37. Tutti uguali, come i giovani che vengono qui. Il Pci va giù per tante cose, perché non ha mai preso un treno in tempo. Bisognava che avesse coraggio. Gli uomini del partito sono privi di qualità. Togliatti era un grand’uomo».

«Anche se lei dopo la chiusura del “Nuovo Corriere” gli mandò una letteraccia. Ringraziò tutti, nel suo Congedo, non il Partito».

«Più di una volta, anche a voce gli dissi quel che dovevo. Con Togliatti si parlava. Era un democratico. La famosa doppiezza non la vedo. Se dicessi che era uno stalinista sarei un porco».



«Lei è una persona piena di umori, di attenzioni per gli altri. Togliatti non era particolarmente simpatico».

«A me sì, parecchio. “Sono stato fascista”, ho detto una volta, e lui mi fece una carezza. “Tutti sono stati fascisti”. “Voi no, quelli che erano in galera e chi era in Francia e chi in Russia”. “Non importa”. E infatti quel suo libro di Lezioni sul fascismo per me è di importanza grande. Col giornale che facevo seguivo tutti i movimenti popolari al di fuori dei partiti che dessero garanzia di antifascismo e di democrazia perché, dicevo anche a Togliatti, da noi non ci si fa».

«È strana questa sua amicizia e fedeltà nei confronti di Togliatti. È stato lui, alla fine, a dare il suo consenso alla chiusura del “Nuovo Corriere”. Il Pci era un partito ben centralizzato».

«“Sta’ attento, mi diceva di fronte ai dirigenti del partito. Sta’ attento, difendi questo giornale perché te lo levano”. Era stato attaccato da Pajetta, da Terracini. “Sei sulla strada giusta, vai avanti — mi diceva —. Però corri troppo, ti romperai la testa e io non potrò nemmeno ricucirtela perché devo arrivare con tutti gli altri”. Il partito aveva ancora il cuore e il cervello a Mosca».

«Lei è un uomo strano. È stato un “fascista bolscevico” e poi un “comunista liberale”, come si suol dire. Ha sempre rifiutato gli anarchismi e tutto quanto è fuori dalla regola. Ma lei è sempre stato un ribelle».

«Come no? Sono e sono sempre stato in una gran confusione forse perché sono attaccato minuto per minuto a quel che succede. Oggi è cosi, domattina bisogna essere in un’altra maniera». 

L’intervista andò avanti a balzelloni. Il fascismo, nel discorrere, tornava di continuo, ossessivo, ricorrente.

«Perché lei è sempre là col pensiero?»

«Era partito bene in piazza San Sepolcro — repubblica, comproprietà dell’industria, nazionalizzazione. Mussolini garbava molto perché alla gente uno che facesse tutto per lei andava bene. Per me fu una grande delusione vedere, negli anni Trenta, il fascismo “rivoluzionario” finito in mano ai pescecani. Accadde poi che con un gruppo di amici fummo convocati a Palazzo Venezia per render conto di un manifesto realista. In quest’occasione vidi il mito crollare. Il duce indossava un vestito buffo. Sa quei circhi equestri di paese col direttore vestito con una giacchetta lunga, non si capisce se è una palandrana, un tight, i pantaloni a righe, un clown. Mi venne il mal di stomaco, da sputargli sul muso. Era solo un tragico buffone».



Non riuscivo a fargli abbandonare la politica e le sue memorie. Era il 1989, l’anno della caduta di Berlino di cui seppe negli ultimi giorni della sua vita. Era entusiasta di Gorbaciov. «L’aspettavo — mi disse —, la via è segnata, la via è quella». Ma io volevo farlo uscire dalla politica, fargli raccontare del suo scrivere, dei suoi libri. Con poco successo.

«Che cosa è contento di aver fatto nella vita, soprattutto?», tentai.

Pervicace, rispose cosi: «Di essermi iscritto al Pci» — era rientrato nel Partito nel 1972. «Dei miei libri non me ne fotte molto. Quello è un dono di Dio».

«Quali sono state le cose importanti dell’esistenza?»

«La moglie e la politica, la famiglia, gli amici. La mia storia di uomo dentro la società. E poi la natura. La letteratura non è stata la cosa più importante. Non lo concepisco, uno che s’alza da letto e alle otto della mattina pigia la macchina da scrivere e finisce a mezzogiorno. L’odio, uno così, m’ammazzerei piuttosto. Ho avuto sempre lunghi periodi di silenzio: dal ’41 al ’58 non ho scritto nulla. Scrivo solo quando non ne posso più, quando sento che devo farlo».

«E nella testa adesso sta rimuginando qualcosa che le piacerebbe scrivere?»

«Sì, un romanzo d’amore. Vent’anni fa, tra Siena e Firenze, intitolato L’innocenza di Teresa . E poi racconti, trame ne avrei, ma non riesco neppure a dettare».

E mi guardò con malinconia. Da quel garbuglio cavai l’intervista che uscì sulla terza pagina del «Corriere» l’11 gennaio 1989 e fece poi da introduzione al volumetto pubblicato da Vanni Scheiwiller, Tre racconti , uscito per gli ottant’anni dello scrittore.

L’Istituto Gramsci di Firenze organizzò per quell’occasione nella sua sede di via Giampaolo Orsini una festa convegno. Era l’11 novembre 1989, un sabato pomeriggio. Parlarono in molti nella piccola sala. Romano doveva comparire anche lui in collegamento video. Si seppe allora che stava male, non l’avremmo visto. La festa di compleanno finì malinconicamente.

Ugo Stille, Gianfranco Piazzesi e io decidemmo allora di andarlo a salutare nella sua casa, in via Brunetto Latini. Ci aspettava immobile dietro quella sua plancia dove aveva vissuto per tanti anni. In quel 1989, l’avevo visto e sentito più volte, ci eravamo anche scritti.

La visita era un addio, ne eravamo coscienti e anche lui lo era. Ci rendemmo conto, dalla fatica con la quale si esprimeva, che stava molto male. Voleva parlare e le sue parole si attorcigliavano l’una nell’altra. Che cosa voleva dirci? Qualcosa di preciso che avremmo dovuto fare. Un invito, un monito, un moto di coraggio? Si rivolgeva sopratutto a Misha (Stille) e a me.

Sono rimaste nel cuore quelle parole spezzate. Romano è morto pochi giorni dopo. Col dolore di molti perché era un uomo di passioni vere e di affetti profondi.


Il Corriere della sera – 27 febbraio 2014

Südtirol. Una guerra rimossa



Sono tante le rimozioni relative ai fatti sudtirolesi. L'eliminazione mirata dei capi dell'irredentismo, le torture sistematiche ai prigionieri, la messa a punto di strutture e modalità operative che troveremo poi nella strategia della tensione. Non per caso nel 1967 termina la stagione delle bombe ai tralicci e nel 1968-69 inizia quella degli attentati ai treni e alle banche. Un libro comunque da leggere.

Giorgio Boatti

Südtirol. Una guerra rimossa

C’era bisogno di questo asciutto saggio di Mauro Marcantoni e Giorgio Postal, Sudtirol. Storia di una guerra rimossa (1956-1967), prefazione di Giuseppe De Rita, Donzelli editore, per fare i conti con la “questione sudtirolese” e la stagione della “guerra dei tralicci”. Una pagina della storia italiana apparentemente rimossa,.

Una rimozione non giustificata ma comprensibile visto l’“happy end”, una volta tanto, impresso su un drammatico “nodo” italiano collocato dentro il Novecento.

La faccenda inizia con il confluire del Tirolo meridionale dentro il regno d’Italia, quando, conclusa la prima guerra mondiale, la frontiera con l’Austria arriva al Brennero. La successiva politica fascista di “italianizzazione” di quelle terre è così brutale da diventare un’inesauribile fonte di rancori. Nel 1939 il patto delle “opzioni” tra Hitler, ormai padrone anche dell’Austria, e Mussolini, aggiunge altre bestialità: prevede infatti il trasferimento nel Reich, in pochi mesi, dei tedeschi e ladini delle province di Bolzano, Trento e Belluno. Quelli che rimangono – “i Dableiber”, ovvero i “restanti” – non avranno più alcuna tutela. Poi un altro colpo di scena: con l’8 settembre ’43 quelle tre province diventano l’Alpenvorland, parte del Reich. Ed è il momento del ritorno a casa degli “optanti” per il Reich. Quindi delle vendette contro gli italiani e i “restanti”.

Poi arriva la fine della guerra e, nell’ambito del trattato di pace che riporta il confine al Brennero, ecco un inizio di ragione: l’accordo tra il premier De Gasperi e il ministro degli esteri di Vienna Gruber sancisce l’autonomia per il Sudtirolo e il Trentino. Proprio i ritardi nella realizzazione di questa autonomia scatenano prima le reazioni politiche della minoranza tedesca e poi la sfida terroristica da parte di settori sudtirolesi.

Mentre la crisi tra Roma e Vienna viene dibattuta all’assemblea delle Nazioni Unite e si avviano i primi incontri tra il governo italiano e i portavoce della popolazione di lingua tedesca (rappresentata elettoralmente dalla Sudtiroler Volkspartei) si apre la stagione degli attentati sudtirolesi contro i tralicci, le ferrovie, le caserme. All’inizio sono ancora azioni dimostrative alle quali Roma risponde militarizzando la regione ma non chiudendo il dialogo. A questo punto, siamo nei primi anni Sessanta, gli attentatori – supportati in Austria da elementi pangermanici e filo-nazisti – alzano il tiro, mirano a uccidere.

È un’escalation per un totale di ben 346 azioni terroristiche – esplosioni, imboscate contro pattuglie, attacchi a caserme – dal bilancio pesantissimo: si conteranno alla fine una quindicina di vittime, in gran parte tra le forze dell’ordine italiane, molti feriti e danni ingenti in una guerra sotterranea che raggiunge l’acme tra il 1962 e 1967. Merito del saggio è ripercorrere con scrupoloso dettaglio questo insanguinato versante della vicenda senza perdere di vista, però, l’orizzonte più vasto. Mentre i fomentatori d’odio operano, le relazioni diplomatiche tra Roma e Vienna si spingono sul baratro di una durissima rottura ma, in questo contesto difficilissimo, la classe dirigente italiana, alla guida dei governi di centro-sinistra, non perde la bussola.

Reagisce con fermezza alla violenza ma non rinuncia al dialogo: resiste anche alle spinte alla “militarizzazione” espresse da alcuni apparati. Ma la politica italiana ha la forza e la pazienza di non farsi prendere la mano. Persegue il dialogo e parla attraverso Fanfani, Taviani, Saragat e, soprattutto, Moro. Lo statista pugliese, attraverso i serrati incontri del ’66 e del ’67 con Silvius Magnago, leader della Volkspartei, è l’artefice finale del “pacchetto”: vale a dire del complesso accordo che, garantendo i diritti delle minoranze e l’autonomia delle province di Bolzano e, anche, di Trento, scioglie il nodo tirolese.

Per separare popoli, divisi da lingue e culture diverse, vanno bene – come dimostra un casistica in continuo aggiornamento – profeti, martiri e guerrieri, avvolti in opposte bandiere e disposti a far divampare incendi. Per tenere insieme pacificamente popolazioni servono invece lucidi tessitori di intese, pazienti costruttori di pace. Aldo Moro lo è stato. E non solo sulla questione del Sudtirolo.

La Stampa- Tuttolibri 8 febbraio 2014



Mauro Marcantoni e Giorgio Postal
Südtirol. Storia di una guerra rimossa (1956-1967)
Donzelli, 2014
17.50


giovedì 27 febbraio 2014

Grillo. Dal rancore al cappio



Era necessario farci strada con la violenza, con il sacrificio, con il sangue; era necessario stabilire un ordine e una disciplina voluti dalle masse, ma impossibili da ottenere con una propaganda all'acqua di rose, con parole, parole e ancora parole e con ingannevoli battaglie parlamentari e giornalistiche.”
                                                                                                                                        Benito Mussolini


Norma Rangeri

Dal rancore al cappio


Non siamo a Kiev, ma anche in Ita­lia c’è un capo par­tito che ha decre­tato lo stato di guerra e instau­rato il copri­fuoco: «…abbiamo una bat­ta­glia, dob­biamo vin­cere le euro­pee e le vin­ce­remo, daremo il san­gue sulle strade.. saremo un pochino di meno ma molto, molto più coesi e forti». Nem­meno il Bossi dei tempi peg­giori, quello delle «pal­lot­tole a poco prezzo», era arri­vato all’evocazione dello spar­gi­mento di san­gue, allo slo­gan del tanti nemici tanto onore, come ha fatto Grillo ieri per inci­tare il suo popolo a espel­lere i sena­tori, col­pe­voli di essersi mac­chiati dell’infamante reato di lesa mae­stà. «Coesi come la testug­gine spar­tana, ognuno di noi deve sen­tirsi pro­tetto dal com­pa­gno al suo fianco», aggiun­geva su face­book un epu­ra­tor del gruppo par­la­men­tare per raf­for­zare il con­cetto guer­riero del lea­der, men­tre il gril­lino vice­pre­si­dente della Camera par­lava di «serpi in seno» e di «mercenari».

Con il solito for­mat della con­sul­ta­zione in rete, ora­rio uffi­cio, usato lo scorso giu­gno per la cac­ciata della sena­trice Gam­baro, que­sta volta, con una sola vota­zione, di sena­tori ne hanno espulsi quat­tro. Il mec­ca­ni­smo dell’eliminazione pro­gre­di­sce e la tec­nica della deci­ma­zione si affina. Del resto la ghi­gliot­tina media­tica, la sco­mu­nica quo­ti­diana, il desi­de­rio di espel­lere i pec­ca­tori negan­do­gli l’autonomia del man­dato par­la­men­tare trova giu­sti­fi­ca­zione nella natura di quel tota­li­ta­ri­smo pro­prie­ta­rio che fin dall’atto di nascita del M5Stelle con­tem­plava che l’ossessione popu­li­sta si com­bi­nasse con il con­trollo del partito-azienda affi­dato all’uomo forte (anche se i capi­ba­stone qui sono due).

Natu­ral­mente que­sta epu­ra­zione rivela la debo­lezza del mec­ca­ni­smo di con­trollo, denun­cia la crisi, annun­cia la frana che sta diven­tando valanga, esprime un dis­senso che non si può con­te­nere e stra­ripa. Dicono che hanno votato in 40mila, che in 30mila hanno fatto pol­lice verso e 13 mila si sono dichia­rati con­trari. Ma, anche a fidarsi di Casa­leg­gio, i sena­tori reietti rap­pre­sen­tano non decine di migliaia di cit­ta­dini, ma otto milioni di voti. Per quat­tro espulsi, altri se ne stanno andando, anche alla Camera, le fila dei dis­si­denti sono desti­nate ad allar­garsi a tutti quelli che domani ose­ranno cri­ti­care chi li esorta a spar­gere san­gue nelle strade per vin­cere le elezioni.

Grillo tira la corda del ran­core, di quella parte sof­fe­rente del paese che ha smesso di cre­dere nel cam­bia­mento, che vuole affi­darsi a qual­cuno che tiri fuori l’Italia dall’Europa nemica, come del resto accade anche in altri paesi del Vec­chio Con­ti­nente. Ma tirare certe corde è peri­co­loso per tutti. Pos­sono diven­tare un cappio.


Il Manifesto – 27 febbraio 2014


Quando l'America perse l'innocenza. Walt Whitman, Visioni democratiche



Walt Whitman testimone della perdita dell'innocenza del sogno americano.

Nadia Fusini

Così Whitman costruì l'America


Nella traduzione di Mariolina Meliadò Freeth questo pamphlet di Walt Whitman era apparso per i tipi del Melangolo circa vent'anni fa col titolo Prospettive democratiche, con una bella prefazione di Franco Ferrucci, oggi introvabile. Ora rinasce come Visioni democratiche, per Piano B, stessa traduzione, nuova introduzione di Alessandro Miliotti. In effetti il titolo originale Democratic Vistassi offre all'ambiguità, evocando un'area semantica in cui il senso fondamentale di vista, veduta, prospettiva, fluttua fino a significare visione del futuro o del divenire. Ed è questo che ha in mente il poeta americano: il futuro dell'America.

«Canto me stesso, e celebro me stesso» apriva Foglie d'erba con piglio personalistico, anche se subito dopo il poeta si riconosceva tra i figli anonimi della lingua, della terra, dell'aria americana, «nato da genitori nati qui e così i loro padri e così i padri dei padri». Ora con lo stesso orgoglio ed empito dantesco, Whitman alza la voce per difendere la patria.

Difenderla da chi? Da un articolo virulento di Thomas Carlyle, saggista e filosofo del Vecchio Mondo, che con acuti vibrati alla Nietzsche attacca l'idea di democrazia e il valore del suffragio universale, in nome della difesa di un ideale eroico, che nella democrazia realizzata finirebbe per deperire, a favore della comparsa di un tipo d'uomo-massa (di cui Edgar Allan Poe in quegli anni anticipava i tratti nel sinistro racconto dell'uomo della folla).

Anti-democratico e anti-borghese è l'attacco di Carlyle. E come tutti i ragionamenti di quel tipo prevede uno sbocco autoritario. Con insofferenza Whitman legge quell'analisi spietata e con risentimento la contesta. Di qui l'appassionata orazione che leggiamo.

Siamo nel 1867, la guerra civile americana è finita da sei anni. Sono anni emozionanti, ora di pace, ma una pace complicata, perché gli stati d'America sono usciti, sì, dal conflitto, ma con il sentimento di aver perduto per sempre l'innocenza, avendo incontrato non solo la realtà della violenza, ma la verità di un male interno alla loro società. Come comprendere la realtà della schiavitù nel disegno palingenetico dei Padri Pellegrini? Come commisurare la volontà di potenza redentiva dei coloni, che dal Vecchio Mondo erano giunti al Nuovo per creare una Nuova Gerusalemme, con quel che di fatto è lo stato dell'Unione? I conti non tornano.



Con rara generosità Whitman assume le critiche "reazionarie" di Carlyle, ne riconosce in parte la giustezza, ma con piglio democratico ancora più esaltato difende il 'sogno americano': non si è ancora realizzato, ma lieviterà nel futuro. Nella sincerità del ragionamento passa da essere il più radicale dei critici a farsi il più appassionato difensore dell'esperimento democratico. Riconosce prima di tutto la verità sostanziale, etica, più che politica, che non si potrà parlare di Nuovo Mondo, laddove non si assista alla nascita di una 'nuova razza umana'. E questa, che è la vera chance, non si è realizzata.

Il catalogo della corruzione che infetta la società degli Stati è spietato: ipocrisia, arroganza dei politici, depravazione della classe commerciale, amministrazione pubblica satura di corruzione, venalità, falsità, incapacità; nel mondo degli affari unico obiettivo è il guadagno. In pagine straordinarie per potenza profetica, Whitman fissa con coraggio lo sguardo sul cancro che corrode il "sogno". «A un occhio severo che usi il microscopio morale sull'umanità », come può sfuggire l'infezione? Come non vedere il «piatto e sterile Sahara», ove sopravvivono creature «insignificanti, impudenti, frivole, forme malaticce, maschi e femmine dipinti»? 

Ecco dunque la verità terribile: «Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo è un fallimento ». L'America è «un corpo vasto, a cui è rimasto solo un poco, o niente affatto anima». In un paese «dove tutti sanno leggere e scrivere e godono del diritto di voto», le cose essenziali mancano. Perché tutto manca, laddove manca la coscienza morale, e cioè «la spina dorsale dello Stato», a fornire la quale non servono i politici. Qui ci vogliono i poeti, perché sono i poeti i veri legislatori dell'umanità. In Europa è il sogno di Shelley, Schegel, Nietzsche, che i poeti possano salvare il mondo.

Forse la democrazia non è un valore assoluto, ma divenire uomini liberi, eguali tra eguali - questo è qualcosa: «Democrazia è una grande parola», la cui storia è tutta da scrivere, la cui realtà è tutta da vivere. L'ottimismo profetico di Whitman vira verso l'utopia di una società né di massa, né di eroi, ma di esseri singolari, «singole anime solitarie » che compongono un panorama - ecco il senso di vista - vario e variopinto di personalità ognuna diversa dall'altra.

Questa la «curiosa razza americana» che politicamente dovrà esprimersi non nei partiti, ma in un «elettorato fluido», perché alla fine conta l'individuo, giudice e signore della propria vita.


la Repubblica - 27 Febbraio 2014


Walt Whitman
Visioni democratiche
Piano B, 2014
euro 12


Guido Araldo, I Tarocchi come via iniziatica anche nella Divina Commedia



E' da pochi giorni in libreria "I Tarocchi come via iniziatica anche nella Divina Commedia", ultima fatica di Guido Araldo, a completamento di una trilogia che ha già visto la pubblicazione (con ottimo successo di critica e di pubblico) di "I misteri di Saliceto" e "Torino magica e Real Segreto". Iniziamo a parlarne, proponendone le pagine introduttive.

Guido Araldo

I Tarocchi come via iniziatica anche nella Divina Commedia

Il mito esoterico più antico a noi noto è forse quello orfico della creazione dell’uomo che corrisponde, concretamente, alla nascita in Occidente del concetto di anima.In origine Dioniso, munito di piccole corna come un capretto, era un villano assai zotico originario della Tracia, peraltro non molto gradito tra le alte sfere dell’Olimpo per il suo fare scherzoso ed irrispettoso..

Il suo simbolo, misteriosamente, era un albero senza rami: il phallus fonte di fertilità; la misteriosa forza che induce il seme a germogliare, il virgulto a salire e il pene virile ad inturgidirsi. A Dioniso era inoltre legata la leggenda che fosse stato l’inventore del vino: il bene più prezioso dell’umanità dopo il fuoco. Tutto lascia supporre che le vere origini di questo mito, relativo a un rozzo e selvaggio tracio, siano a Creta: culla della civiltà più antica, quella minoica.

Il mito più accreditato della sua nascita vuole che sia stato generato dall’amore “proibito” poiché fedifrago di Zeus e Persefone: il padre di tutti gli dei aveva fecondato la dea, simbolo botticelliano della primavera, assumendo le sembianze di un serpente. Anche in questo caso, come nel mito di Adamo ed Eva, ecco il serpente all’origine dell’umanità!

Quando nacque, Dioniso era già un bel fanciullo, con l’eccezione di due piccole corna sulla fronte ad attestare quanto la sua natura fosse irruenta e selvaggia. Stranamente le stesse corna che si riscontrano in Mosè…Dioniso venne al mondo mentre era in corso una furibonda guerra tra gli Dei e i Titani…e in quella zuffa apocalittica si trovò involontariamente coinvolto.

I Titani nella loro offensiva erano prossimi all’Olimpo e molti Dei erano in fuga. Il mito vuole che Dioniso si sia lasciato distrarre dal suono di un sonaglio e, anche, dalla sua bellezza riflessa in uno specchio: doni, entrambi, di Hera che mal gradiva che quello sgorbio, frutto di un tradimento di Zeus, si aggirasse tra gli Immortali sull’Olimpo. Questa distrazione costò cara a Dioniso, poiché fu raggiunto dai Titani che scatenarono su di lui la loro furia: lo smembrarono e lo divorarono crudo!

La reazione di Zeus, furibondo di fronte a tanta ferocia, non si fece attendere! Incenerì con le sue saette i Titani e Athena accorse a controllare se fosse possibile salvare, tra quelle ceneri fumanti, qualcosa del giovane dio divorato da quei mostri. Trovò il cuore palpitante! A questo punto una domanda è lecita: sussiste un collegamento ancestrale, nonostante i secoli che si frappongono, con il culto barocco del Sacro Cuore di Gesù? 

Athena non si limitò a recuperare il cuore pulsante e integro di Dioniso, ma modellò con le ceneri dei Titani una bellissima statua dove deporlo e quella statua, appena fu terminata, si ravvivò.Un antichissimo simbolo di resurrezione, parallelo a quello egizio di Isi e Osiri.

Secondo il mito orfico il primo uomo fu generato da un impasto delle ceneri malefiche dei Titani racchiudenti il cuore di Dioniso: autentica fiammella divina! E proprio da questo mito, di origine minoica con profondi influssi egizi, trasse origine in Grecia il concetto di anima.

Orbene, essendo l’uomo un connubio tra malignità titanica e afflato divino, i mysteria orfici prevedevano la progressiva elevazione dell’uomo verso il divino tramite varie rinascite: la metempsicosi cara a Pitagora, a Platone e a tutte le religioni più antiche, a cominciare dall’induismo. Una teoria cosmologica cara anche ad Origene, padre della Chiesa, per quanto sconfessato da vari Concili.

Secondo gli antichi mysteria orfici la fiammella divina presente nell’uomo: il suo cuore dionisiaco, riesce a purificarlo consumando le ceneri titaniche attraverso le arti; principalmente con l’ausilio della musica e della poesia. Ecco le arti care ad Orfeo! Il mortale che tramite la musica e la poesia era in grado di ammansire le fiere, addolcire l’animo feroce degli uomini e accostarli agli Dei. Il primo mortale a scendere negli Inferi, per recuperare l’amata moglie Euridice, e a tornare tra i vivi anche se fallì nella sua missione, poiché non è lecito ad un morto tornare a rivivere, anche perché una vita è dura di per sé e due sarebbero insostenibili!

Straordinaria, nella Chiesa delle origini, l’identificazione di Gesù con Orfeo, documentata nelle catacombe, a Roma, dei Santissimi Marcellino e Pietro. Forse la più antica rappresentazione di Gesù in sembianze umane!

















Per la verità, si badi bene, i mysteria orfici non escludono il processo inverso: un’umanità in cui la fiammella divina tende a spegnersi.Ed ecco, allora, i miti antichissimi di Prometeo presso i Greci e di Lucifero (letteralmente lux ferens, portatore di luce) presso gli Ebrei, straordinariamente paralleli.Entrambi puniti da Dio per aver cercato di soccorrere l’umanità, portandogli proprio la luce della conoscenza!

Per quale motivo deus non voluit? Perché Dio nutriva profondi dubbi sulla creatura che aveva forgiato con il fango (la Genesi biblica) o con le ceneri dei Titani (il mito di Dioniso)! 

Come non ricordare, a questo punto, l’ultimo versetto del tredicesimo capitolo dell’Apocalisse? Hic sapientia est. Qui habet intellectum, computet numeru, bestiae. Numerus enim hominis et numerus eius sescenti sexaginta est. Questa è la sapienza. Chi ha intelletto calcoli il numero della bestia che, per la verità, è il numero dell’uomo e il suo numero è 666! Si badi bene: non di un uomo, ma dell’uomo: l’umanità! Ecco lo svelamento dell’Apocalisse!

In tutte le culture è presente il mito del Diluvio Universale, quasi sempre inteso come punizione divina della bestialità umana. L’affanno dell’uomo per emergere da questa condizione di bestialità, quasi un anelito verso un’evoluzione salvifica, si esplica sostanzialmente attraverso tre “vie”.La prima “via” è quella della metempsicosi, alla quale già si è fatto cenno: ripetute rinascite dell’anima. E’ la “tesi della progressiva purificazione” dalla bestialità che caratterizzò le culture più antiche. Si badi bene che la bestialità umana non ha nulla in comune con “le bestie”, gli animali: è qualcosa di molto più grave, poiché l’uomo ne sarebbe intrinsecamente contaminato. Anzi, sarà probabilmente questa bestialità a portare all’autodistruzione dell’umanità. Lo stesso viaggio di Ulisse dal recinto dei maialini di Circe all’agognata Itaca o all’immensità dell’Oceano, nella visione dantesca, ravvisa un percorso iniziatico di purificazione.

La seconda “via” è quella cristiana, dove il concetto di “peccato originale” è sostanzialmente l’allegoria della primordiale bestialità umana, del serpente insito nell’uomo. Ed è questa bestialità, non presente negli altri animali, che indusse Dio a cacciare l’uomo dal Paradiso terrestre. Questa via si esplica con l’avvento del Messia, l’Humanitatis Salvator, che con il suo sacrificio sulla croce indicò la “via” della salvezza all’umanità attraverso l’amore, la fede e anche le buone opere come precisato nel libro dell’Apocalisse. 

San Bernardino da Siena e sant’Antonio da Padova sorreggono il monogramma solare di Cristo, Andrea Mantegna


La terza “via” è quella iniziatica dell’uomo con il lanternino: la IX carta dei Tarocchi. E’ la “via” iniziatica massonica: della ricerca interiore, della maturazione soggettiva, della pietra sgrossata, del filo di Hiram che, forse, sarebbe più pertinente definire il “filo di Oedipus”. 



Un percorso non tracciato, come si può ammirare negli intarsi marmorei del pavimento del duomo di Siena, che porta alla sapienza. Un percorso dove non sussiste la certezza di essere giunti alla meta. Ed è anche la via esoterica dei Tarocchi…


Tecniche del dominio: le città insensibili



L'urbanistica non è una disciplina neutra, ma una tecnica di dominio e di controllo. In un mondo omologato totalmente pervaso dallo spettacolo del consumo, la città diventa il luogo della separazione e della solitudine in cui l'incontro con gli altri è vissuto come pericoloso.

Richard Sennett

Le città insensibili

Nelle moderne forme urbane, in modo forse meno evidente, è assente quell’esperienza che Guy Debord definisce “non rappresentabile”, cioè quella mescolanza di popoli e di attività che possono far percepire l’ambiente come sconosciuto, uno spazio problematico che porta una persona a interrogarsi sul suo habitat. La città, al contrario, è diventata una mappa sempre più chiara di funzioni distinte in spazi segregati. Dal momento che queste divisioni, che sono burocratiche, non producono stimoli, la nostra epoca si configura come quella in cui la forma urbana non favorisce la vivacità dell’esperienza dei sensi.

In realtà, questa deprivazione sensoriale dovrebbe sorprenderci, visto che il corpo è diventato un’icona della cultura moderna altamente consapevole di sé. (...) Il corpo, oggi, è costantemente esplorato come chiave per comprendere se stessi: le persone parlano di accettazione del proprio corpo come passo per il raggiungimento della libertà personale. Eppure, il nostro modo di costruire non contribuisce alla cultura della consapevolezza corporea di sé.

Visto come stanno le cose, potremmo essere tentati di mettere sotto accusa quelli che appaiono solo come costruttori di strutture asessuate e di spazi pubblici neutri. Gli scrittori che pensano in termini di “corpo politico” dovrebbero piuttosto trattare l’esistenza di spazi morti in una cultura ossessionata dalla sensazione corporea come l’indizio di una più generale dimensione culturale; forse l’ossessione somatica non è esattamente quello che sembra. (...) Dare la colpa ai progettisti professionisti per aver realizzato spazi morti è un po’ come sparare sul messaggero che porta cattive notizie. In realtà, la cattiva notizia che ci arriva dai portavoce dell’architettura è un’altra: e cioè che un pubblico così avido di corpi fatti a pezzi, e di letture di argomento sessuale – in cui si descrivono atti fino al più piccolo dettaglio anatomico – possa sentirsi appagato da un corpo politico in cui impera la passività.

Uno dei modi possibili di definire la passività dei sensi nella vita di ogni giorno è “fastidio nel contatto”. A questo proposito, un paio di incisioni realizzate da William Hogarth nel 1751 possono risultare illuminanti per l’osservatore moderno.



In Beer Street e in Gin Lane, Hogarth cercava di rappresentare l’ordine e il disordine nella Londra del suo tempo. Beer Street mostra un gruppo di persone sedute insieme a bere boccali di birra in tutta tranquillità. Gli uomini si appoggiano a vicenda le braccia sulle spalle e in alcuni casi compiono lo stesso gesto anche con le donne. L’atto del toccare, in questa incisione, mostra una condizione del vivere nella società: rappresenta l’ordine sociale.

Gin Lane raffigura invece una scena in cui non c’è contatto fisico tra i corpi, dove ogni persona è catatonicamente ritirata in se stessa e ubriaca di gin, dove la gente non ha consapevolezza fisica né delle altre persone, né delle scale, né delle panchine o degli edifici presenti nella strada. Questa mancanza di connessione fisica trasmette l’idea hogarthiana di disordine nello spazio urbano. Se oggi uno sconosciuto con una bottiglia di birra in mano vi si avvicinasse per la strada e provasse a toccarvi l’avambraccio, probabilmente fareste un balzo indietro per la paura — e così del resto farei anche io. Il toccare è percepito più come una violazione che non come un atto generatore di ordine.

Questa paura del contatto fisico trova espressioni diverse nell’ambiente costruito che ci circonda. Nel decidere il percorso delle strade, per esempio, gli urbanisti cercano di incanalare il traffico in modo da isolare la comunità residenziale dal quartiere degli affari, oppure, se il traffico attraversa zone residenziali, fanno in modo da separare le aree ricche da quelle povere o etnicamente diverse.

Nello sviluppo della comunità, i progettisti prevederanno la costruzione di scuole o di edifici residenziali nel cuore della comunità stessa, piuttosto che ai margini dove le persone possono entrare in contatto fisico con gli estranei. Sempre di più, le comunità recintate e sorvegliate 24 ore su 24 sono presentate agli ipotetici acquirenti come modello di vita ideale. Dal punto di vista urbanistico, la paura del contatto si traduce in paura del contatto fisico con gli estranei. È facile sentir parlare di quanta capacità di sopportazione sia necessaria per gestire il contatto con esseri umani “esterni”. Un modo più mirato per comprendere questa paura è quello di risalire alle sue origini, rintracciabili nell’evoluzione di un’altra esperienza corporea nello spazio: il movimento.



Un importante punto di partenza per questa storia congiunta del contatto e del movimento è stata l’apparizione, nel 1628, del De motu cordis del fisico William Harvey, un lavoro che analizza il cuore presentandolo come una gigantesca macchina che pompa sangue in tutto il corpo. Secondo Harvey, il meccanismo della circolazione è ciò che permette al corpo di crescere e di rimanere sano fino alle sue estremità inferiori – una visione che ha sfidato sia le vecchie credenze mediche sul calore innato del sangue che quelle religiose sul cuore come sede dell’anima. Questa nuova comprensione del corpo si è rivelata rivoluzionaria, modificando non solo le pratiche dei medici ma anche quelle di altre figure professionali.

Prima fra queste, la progettazione urbanistica. Gli urbanisti hanno infatti adottato le scoperte di Harvey sulle virtù del movimento, ritenendo che la circolazione desse vita al corpo politico urbano così come al corpo umano. Tali convinzioni si sono quindi espresse nei piani delle villes circulatoires del XVIII secolo, come Karlsruhe in Germania e, in particolare, nel piano L’Enfant per Washington DC, elaborato da Ellicott. Per descrivere le strade, i progettisti parlavano di vene e arterie. La scoperta di Harvey che la circolazione del sangue unifica il corpo in un sistema totale è stata adattata a una visione di coerenza sistematica della città: l’insediamento più lontano lungo il perimetro deve essere collegato al centro città attraverso ciò che l’urbanista Manuel Castells chiama “lo spazio di flussi”. (...)

Queste credenze sul movimento sistematico nell’ambiente costruito hanno determinato una rottura significativa con le vecchie credenze barocche sulle virtù del movimento. Quando Papa Sisto V pianifica la Roma barocca, immagina il movimento lungo le strade della città come se si trattasse di percorsi verso destinazioni precise: le strade diventano vie di pellegrinaggio in direzione dei sette luoghi sacri della Roma cristiana.

Il Piano L’Enfant per Washington, al contrario, non è pensato solo in termini di pellegrinaggio verso i luoghi del potere. Non tutte le strade principali sfociano infatti in edifici monumentali. Si tratta invece di una visione più democratica, in cui le persone sono libere di muoversi nell’intera città e non sono costrette a dirigersi ineluttabilmente verso i luoghi e i santuari del potere. È stato durante l’esplosione urbanistica del XIX secolo che i progettisti hanno elaborato la discontinuità tra il movimento e lo spazio e hanno continuato a usare il vecchio immaginario harveyiano delle strade come arterie e vene.

A poco a poco, però, il movimento ha assunto una forma più direzionale: l’allontanamento dal centro è diventato più importante del movimento verso il “cuore” della città. La direzionalità è apparsa, ad esempio, nel grande piano stradale del barone Haussmann, elaborato tra il 1850 e il 1860 per la città di Parigi. Quando Robert Moses concentrava la sua pianificazione stradale sul modo in cui lasciarsi alle spalle New York City con tutti i suoi problemi, faceva leva sull’impulso tipico della grande espansione urbanistica avvenuta all’epoca del grande capitalismo: quello di fuggire dai centri di diversità della città, densi e incontrollati.



Velocità significava che la gente “perdeva il contatto” con il luogo: questa non è solo una metafora. Perché in effetti le tecnologie della velocità hanno de-sensibilizzato e placato il corpo in movimento. Alla guida di un’automobile, il piede compie micro-movimenti, gli occhi si spostano solo a tratti dalla strada che si ha davanti allo specchietto retrovisore. La stessa velocità diminuisce la stimolazione sensoriale dei luoghi che si vedono passare. Guidare è come guardare la televisione, perché le rappresentazioni scorrono rapide davanti a un corpo immobile, o in una posizione fissa per ore e ore come davanti allo schermo del computer.

In questa condizione, il contatto con gli altri, in particolare il contatto con l’ignoto, il non programmato, si affievolisce, e viene sostituito dalla mera visualizzazione dello schermo. Il moderno corpo politico è segnato dalla perdita delle capacità sensoriali causata dalla circolazione sempre più rapida di beni, di servizi e di informazioni.


La Repubblica – 18 febbraio 2014

mercoledì 26 febbraio 2014

Israele. Terra, ritorno, anarchia



Una riflessione sul rapporto fra popolo, nazionalità e Stato dall'angolo di visuale dell'eccezione ebraica. Un libro che fa capire la complessità della questione israeliano-palestinese e invita ad evitare troppo facili giudizi.

Roberto Esposito

Il nuovo ordine del mondo nell'eccezione di Israele

Il libro di Donatella Di Cesare, Israele. Terra, ritorno, anarchia, edito da Bollati Boringhieri, non è solo un saggio teologico-politico su Israele. È una intensa riflessione filosofica, dall’angolo di visuale dell’eccezione ebraica, sul rapporto tra popolo, nazionalità e Stato nell’epoca della globalizzazione. Lo ‘stato’ — nel senso del modo di essere, oltre che dell’organismo politico— di Israele non può essere omologato agli altri Stati sovrani, uniti tra loro dal nomos del terra. E ciò non soltanto perla ferita irrimarginabile inferta dalla Shoah, ma per una storia radicata in un rapporto con la trascendenza che sporge dall’orizzonte immanente della politica moderna. Tale eccedenza è testimoniata dal destino ambivalente del sionismo — realizzato nelle sue intenzioni, eppure in perenne contraddizione con se stesso, in continua “in crisi”, come già nel 1943 scriveva Hannah Arendt (La crisi del sionismo, ora tradotto in Politica ebraica per Cronopio).

Fondato alla fine dell’Ottocento da Theodor Herzl in una prospettiva che affidava l’emancipazione ebraica alla creazione di uno Stato nazionale non diverso dagli altri, esso ricercava nell’appropriazione di una terra la garanzia dell’esistenza politica. In tal modo gli ebrei pagavano il prezzo di rinunciare alla propria specificità senza ottenere un’inclusione paritaria nel concerto delle nazioni. Come annotava profeticamente Joseph Roth, essi erano sempre stati uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio».

Con quella opzione gli ebrei acquisivano il diritto indispensabile alla propria sopravvivenza, ma smarrivano nello stesso tempo un elemento decisivo della loro identità differenziale. Gershom Scholem e Martin Buber ne delineavano il profilo proprio nel contrasto con quella bipolarità tra individuo e Stato che, nel paradigma di sovranità, caratterizza la politica moderna. Se il primo già negli anni Trenta dubitava che la questione ebraica potesse trovare definitiva soluzione in Palestina, il secondo negava che Sion fosse riducibile alla figura degli altri organismi nazionali Certo, come afferma l’autrice, la costruzione dello Stato era la via necessaria, ma non la meta ultima.



In questo senso ella riconosce in tutta la sua tensione quella “tragicità del sionismo” di cui parla Shmuel Trigano nel suo Il terremoto di Israele. Filosofia della storia ebraica (Guida). Il ritorno alla terra non può cancellare la diaspora. Il destino di Israele non è lo Stato, ma qualcosa che, attraverso di esso, si pone al contempo anche al suo esterno. Come sostiene Lévinas, la stella di David brilla nel punto di tensione tra identità e alterità, spazio e tempo, terra e cielo. Solo restando fedele all’attesa, Israele può corrispondere alla promessa di cui è esito e testimonianza.

La forza, e la passione, di questo sguardo sta nel riconoscere in tale condizione una frattura e una risorsa. Una frattura rispetto al destino degli altri Stati n azionali e una risorsa nel momento in cui esso è messo radicalmente in discussione dalla globalizzazione. Il fatto di non essere uno Stato come gli altri conferisce a Israele la possibilità di sperimentare una nuova modalità politica, non basata sulla difesa identitaria di confini bloccati, ma sul principio della continua alterazione.

Certo, va detto che tra quanto sostiene la Di Cesare, lungo una linea di pensiero letteralmente anarchica, e la realtà della politica effettuale di Israele, vi è più di una differenza, se non anche un contrasto. Ma ella stessa rivendica la possibilità e la necessità, da parte del pensiero, di spingersi aldilà del dato storico verso il non-luogo dell’utopia. Sia il discorso sulla nuova comunità, come alternativa alla sovranità dello Stato, sia quello su una categoria di pace non derivata in negativo dalla guerra, ne costituiscono esempio. Essi valgono, si può dire, non nonostante, ma in ragione della loro inattualità.

 La Repubblica – 3 febbraio 2014



Donatella Di Cesare
Israele. Terra, ritorno, anarchia
Bollati Boringhieri, 2014
12.50