TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 31 marzo 2014

Ma Bobo è depresso? Sergio Staino da Berlinguer a Renzi



Forse è solo un dato anagrafico: gli anni che passano e via discorrendo. Ma troviamo tristissima l'ultima produzione di Staino. Bobo ci appare depresso e incapace di ironia. Proprio come il PD. Lo preferivamo (ed è tutto dire) nella primitiva fase piccista.

Maurizio Boldrini

Tra sogni e satira

Si apre il 6 aprile a Siena la prima mostra antologica dedicata a Sergio Staino

Ma quel signore appollaiato che tiene la testa appoggiata al mento, lassù in alto sopra la porta, chi è? È Bobo, è il protagonista della mostra e al contempo Sergio Staino, l’artista a cui è dedicata la mostra. Fa bene ad essere pensoso, di questi tempi. E non tragga in inganno l’arco trionfale. La storia di Bobo è arcinota: è per questo che il Bobo-Rodin non è l’esaltazione del primato dell’artista ma l’immagine simbolo di una stagione complessa e tormentata. La storia di Bobo così come viene ripercorsa nella mostra e nel relativo catalogo è – l’ho detto – molto nota. Il primo a non stancarsi di raccontarla è proprio l’artista che ha creato Bobo, Sergio Staino: negli innumerevoli incontri con il pubblico, nelle molte interviste e nei convivi tra amici rammenta spesso i momenti nei quali dette alla luce Bobo». (...)

Nel ’79, inizia il racconto di Bobo e di quei primi ed eterni personaggi che si muovono attorno a lui o, agendo in piena autonomia, disegnano storie e raccontano la vita quotidiana di un’Italia che vive anni intensi e drammatici. Non a caso, in questa mostra antologica, le prime strisce, realizzate quasi tutte per Linus, quelle che vanno dall’esordio agli anni ottanta, il visitatore le trova subito, entrando nella prima sala del Santa Maria della Scala: da Camping Paradiso (che ottiene un premio a Lucca Comix) a Diario Segreto fino ai primi lavori realizzati per L’Unità. (…)

Bobo non sarebbe Bobo senza la sua famiglia. Quella disegnata e quella reale. In quella disegnata ci sono i familiari stretti (Bibi, Ilaria e poi Michele) e quella larga (il compagno Molotov e la femminista Erna). In quella reale ci sono Bruna, la moglie dolce e sicura, i figli, Ilaria e Michele e ora anche la nipote Sofi a e Lola. Il reale e la sua rappresentazione. Nel suo smarrimento di uomo impegnato, di militante qualche volta orgoglioso e il più delle volte deluso, la famiglia è il vero cemento sul quale poggia la sua resistenza.



«La sua famiglia – annota Antonio Tabucchi – è la coscienza critica di Bobo. Lo zoccolo duro. La graziosissima moglie sudamericana, con il suo naso a punta e i capelli sulle spalle, non manca di redarguirlo, anche se sempre con tenerezza, sulla sua ingenuità. I due figli, un ragazzo e una ragazza svegli e disincantati, replicano invece con una certa severità alla sua dabbenaggine. È come se gli dicessero: «Ma insomma, babbo, quando ti deciderai a crescere, non ti rendi conto del mondo in cui viviamo?». Nel 1985 Bobo è ormai un protagonista della satira nazionale (sono già stati editi cinque suoi libri) e già da tempo le sue tavole scandiscono quasi quotidianamente le pagine de L’Unità, dopo aver disegnato agli esordi anche per Il Messaggero. Ma è Cavalli si nasce che fa emergere in Sergio Staino nuove prospettive artistiche. (...).

Quel film, quel modo di lavorare dietro la macchina da presa, quel misurarsi con spazi inesplorati e prospettive inedite, crea una nuova sintonia anche sul modo di disegnare: i personaggi assumono anche sulla carta spessore e profondità e le storie diventano articolate e complesse. Il disegno stesso assume una nuova rilevanza. Le tavole, che non a caso in mostra si trovano nella stessa sala del film, lo dimostrano con evidenza: l’avventurosa storia di Capitan Kid composta da 247 strisce e 8 tavole introduttive ai relativi capitoli, pubblicata a puntate su Linus tra l’89 e il 90; il tenero racconto di Cresci Ilaria cresci, 27 strisce sempre per Linus dell’89 e i molti racconti firmati per le pagine de L’Unità come Scusi dov’è il bagno o Segnalazione guasti per finire con Salviamo il soldato D’Alema del 1999, persosi nel Kossovo. (...).

La storia nella quale si incrociano il vecchio e il nuovo modo di disegnare è Montemaggio, una storia partigiana pubblicata a puntate su L’Unità e poi, nel 2003, raccolta in volume e ora viene esposta nella sua interezza in una sala della mostra. (...)

Ecco le tavole sui paesaggi toscani e le scene delle acque con il celeste e il blu marino che si confondono nelle onde del mar Tirreno, il verde e il marrone delle veglie nei poderi toscani, e ancora i tenui colori delle terre e del mare dell’Elba. Ecco, a seguire, la sezione dove Sogni e Incubi si mescolano, dove i colori smaglianti si alternano al nero china, e al sogno di un mondo e un paese migliore si alternano gli incubi delle guerre che ci aspettano (Bush e lraq).



Queste pagine disegnate per L’Unità tra il 2002 e il 2004 ci ricordano tratti di una storia recente forse già riposta nel baule: gli orrori delle torture di Guantanamo (...).

Ci si avvia verso il gran finale con opere che vanno oltre il già visto, dove la mai sopita capacità creativa si lega sempre più al sapere, dove gli studi giovanili e si mescolano alla sapiente conoscenza della storia delle arti. Staino, qui, si inventa scrittore e pubblica Il Mistero BonBon: il romanzo, uscito per la prima volta sulle pagine de L’Unità nell’agosto del 2006 e successivamente raccolto in volume da Feltrinelli, si sviluppava su una intera pagina, un capitolo al giorno. (...)

L’ultimo grande sguardo sulle opere in digitale è offerto dai fondali di teatro realizzati per la Rassegne del Premio Tenco del 2006 e del 2007 al Teatro Ariston di Sanremo. C’è poesia in questi fondali, c’è amore per la musica e grande creatività. Il cerchio si chiude. (…)

Confidandosi alla vigilia della sua apertura è proprio Sergio Staino ad andare oltre l’inevitabile percorso retrospettivo: «Vorrei tanto che l’aspetto più importante di questa esposizione non fosse il retrospettivo, ma alcuni piccoli germi di futuro, germi di futuro messi a disposizione dalle attuali tecnologie». Ancora una volta Bobo parla per tutti noi.


l’Unità – 30 marzo 2014

Kandinsky, l'artista come sciamano



All'inizio del Novecento l'avanguardia artistica trova fonte di ispirazione nelle cosiddette arti primarie. Lo fa Picasso a Parigi, lo fa Kandinsky a Mosca. La scultura africana o gli oggetti sacri degli sciamani siberiani diventano il tramite con lo spirito del mondo. E' una ricerca di significati in un mondo che ha perso la capacità di vedere oltre le cose. Una mostra a Vercelli racconta quella stagione e ci pone una domanda. l'universo globalizzato di oggi rende ancora possibile questo aggancio alla Tradizione o siamo costretti a vivere in un eterno presente?

Francesco Poli

Improvvisazioni d’uno sciamano che amava l’antica arte russa

In un suo scritto del 1918, Testo d’autore, Wassily Kandinsky racconta quanto sia stata fondamentale per gli sviluppi futuri della sua pittura la visita delle povere case dei contadini del nord della Russia, durante un suo viaggio di studio nel 1889, quando aveva 23 anni. «Nell’habitat dei komi, per la prima volta nella vita, trovai qualcosa di veramente meraviglioso, e questo prodigio diventò l’elemento di tutti i miei lavori successivi».

L’artista ricorda di essersi fermato sulla soglia di un’izba e di aver visto uno spettacolo inatteso: il tavolo, le panche, la grande stufa, gli armadi, tutto era decorato da ornamenti variegati. Ai muri c’erano delle stampe con immagini di eroici protagonisti di storie epiche popolari, e «l’angolo bello» era tutto ricoperto di icone sacre dipinte o a stampa. Questa esperienza gli fa comprendere che un quadro non deve essere solo contemplato ma deve coinvolgere completamente l’osservatore nella sua dimensione interiore.

Dopo quel viaggio Kandinsky pubblica anche un saggio sulla cultura e i riti animistici delle popolazioni dei Sirieni, di origine ugro-finnica, e in particolare sul ruolo dello sciamano come mediatore fra la realtà sensibile e il mondo ultraterreno.



Il fascino per l’energia della spiritualità primitiva, e per la forza espressiva della dimensione decorativa e iconica dell’arte popolare sono alla radice dell’elaborazione del suo personale «immaginario etnografico» nella fase di formazione e maturazione del suo linguaggio pittorico che si svilupperà progressivamente in direzione astratta.

L’entusiasmo per l’arte e il folklore nazionale, per la musica etnica e per le narrazioni fiabesche, epiche e storiche leggendarie, era un aspetto tipico della cultura russa (musicale, letteraria e artistica) tra Ottocento e Novecento, caratterizzata da tensioni simboliste e dal culto per la rinascita dell’antico spirito russo.

Anche per altri pittori d’avanguardia come Mikhail Larionov, Natalia Goncharova, Kasimir Malevich, Pavel Filonov, David Burljuk, Aleksandra Ekster, l’arte popolare era una fonte fondamentale di ispirazione. Queste fonti folkloriche (in relazione al più generale interesse degli artisti d’avanguardia per le fonti primitive e arcaiche) sono un aspetto peculiare dei temi che entrano in gioco nell’Almanacco del Blaue Reiter, e Kandinsky e gli altri esponenti del gruppo di Monaco, espongono anche al Salon di Vladimir Izdebskij a Mosca del 1911, insieme agli artisti russi innovatori.

Kandinsky in quel periodo lavorava a Murnau, in Germania, ma aveva continui rapporti con la Russia, dove ritorna nel dopoguerra dopo la rivoluzione sovietica, con l’incarico di commissario per le arti, attività che lo impegna fino al 1922, quando accusato di spiritualismo si trasferisce in Germania come insegnate al Bauhaus di Walter Gropius.

Questa mostra all’Arca di Vercelli, è di grande interesse perché la curatrice Eugenia Petrova mette a fuoco, con un notevole gruppo di opere dei musei di stato (mai presentate fuori dai confini) «l’anima» più specificamente russa dell’opera di Kandinsky.

E in effetti all’interno dell’esposizione ci si trova davanti a uno spiazzante e suggestivo accostamento fra ventidue suoi dipinti di vari periodi (insieme una selezione di quadri di altri artisti tra cui Goncharova, Larionov, Lentulov, Filonov, Burljuk, Ekster) e molti oggetti, icone, stampe, arredi, e indumenti della cultura popolare, religiosa ortodossa, e dello sciamanesimo siberiano.



La connessione con gli oggetti più primitivi, quelli sciamanici (vestiti di pelli, e tamburi variamente decorati) non è per la verità molto evidente, ma l’influenza delle stampe popolari e delle icone appare chiara. Per esempio in quattro piccoli dipinti illustrativi su vetro, con figure femminili e fluttuanti paesaggi con chiese ortodosse (del 1918), e soprattutto in un magnifico San Giorgio (1911) già sostanzialmente astratto, messo a confronto con una antica icona del mitico santo uccisore del drago. 

Dal punto di vista della qualità, dell’espressività cromatica, della freschezza segnica e della libertà d’invenzione, i quadri più notevoli e sorprendenti sono una serie di eccezionali Improvvisazioni dipinte tra il 1910 e il 1917, che si trovano nel museo di San Pietroburgo ma anche in lontani musei provinciali a Kazan, Krasnojarsk e persino a Vladivostok.

Tutti i quadri (alcuni dei quali sono dipinti su cartone) hanno ancora le loro cornici originali, molte fatte con semplici listelli di legno. Queste opere (come quelle di altri artisti d’avanguardia russi) erano state dislocate così lontano durante la fase eroica della rivoluzione per educare all’arte nuova anche le popolazioni più decentrate. Ed è una bella cosa che oggi noi le possiamo vedere, in trasferta nel mezzo delle risaie vercellesi, nello spazio dell’Arca che ha visto fino all’anno scorso le mostre in collaborazione con il Guggenheim di Venezia.


La Stampa – 31 marzo 2014

Attilio Mangano, Ombre



Il 2 aprile compie gli anni un nostro amico, Attilio Mangano. Gli facciamo gli auguri pubblicando una sua poesia.



OMBRE

ricordo a volte dell'infanzia agra
i luoghi con stupore come un vecchio
che parla ormai da solo con le ombre

(nella terra bruciata la cicala
impazziva cantando fra i limoni,
l'accendersi di rosso della stanza
e il giallo della sabbia in cui correvo)

A tavola guardavo le sorelle
cicaleggiare liete, il loro corpo
già diverso dal mio, le parolacce
sussurrate ammiccando da mio padre 

e poi la noia dei giorni, le parole
scritte col carboncino sopra il muro,
il rumore di un carro in lontananza, 
la stanza che sembrava una prigione

Cercavo amore, adesso so, un suo segno
nelle cose un pò magiche scoperte
da bambino curioso e nella sera
mi nascondevo sotto le coperte
abbracciando più forte il mio cuscino



Nato nel 1945 a Palermo, Attilio Mangano vive a Milano. Insegnante nelle scuole superiori, per molti anni è stato un esponente di primo piano di quella che allora chiamavamo “nuova sinistra”.

Tra i suoi numerosi libri ricordiamo Le cause della questione meridionale (1975); L'Italia del dopoguerra (1977); Gli anni del centrismo (1977); Le riviste degli anni Sessanta (1979); Autocritica e politica di classe 1980; Le culture del ‘68 (1989; Il tempo e il suo scarto, culture e politiche del tempo (1984); Il senso della possibilità, la sinistra e l'immaginario (1988). Ha diretto le riviste "Classe" e "La Balena bianca" e il bollettino di ricerca storiografica "Per il ‘68".



domenica 30 marzo 2014

Per la Chiesa non denunciare i preti pedofili è un "obbligo morale".



Finalmente si capisce l'omertà dei vertici della chiesa nei confronti dei preti pedofili. Cardinali e vescovi taciono per motivi "morali", per tutelare le vittime degli abusi. Chissà se  anche Francesco superstar condivide tanta nobiltà d'animo. Visto i silenzi suoi e della chiesa argentina sul dramma dei desaparecidos, noi pensiamo proprio di si. 

Giacomo Galeazzi

La Chiesa non denuncia i preti per tutelare le vittime degli abusi”Il cardinale Bagnasco: l’obbligo morale è più forte di quello giuridico

Il no alla denuncia è a tutela delle vittime dei preti pedofili, assicura il cardinale Angelo Bagnasco. Aveva suscitato nei giorni scorsi accese polemiche sui mass media il fatto che nelle linee guida della Cei non ci sia l’obbligo dei vescovi a denunciare all’autorità giudiziaria i sacerdoti che commettono abusi sessuali sui minori. Ma, garantisce il capo della Chiesa italiana, ciò è dovuto soprattutto al rispetto della privacy delle vittime e «risponde a quel che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli». Infatti, «per noi l’obbligo morale è ben più forte dell’ obbligo giuridico e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime».

Inoltre, precisa il leader dei vescovi in un convegno a Genova, «la questione è più ampia e il punto fondamentale è la cooperazione con l’autorità giudiziaria». Dunque «il Vaticano prescrive di rispettare le leggi nazionali e la legge italiana non riconosce questo dovere di denuncia». Però «quello che è più importante è il rispetto delle vittime e dei loro familiari, che non è detto vogliano presentare denuncia, per ragioni personali».

Perciò «bisogna essere molto attenti affinché noi sacerdoti, noi vescovi non andiamo a mancare gravemente di rispetto alla privacy, alla discrezione alla riservatezza e anche ai drammi di vittime che non vogliano essere messe in piazza, brutalmente parlando». Infatti «noi pastori abbiamo molto riflettuto e questa ragione ci è parsa importantissima». Quindi «a seconda di quello che può essere la posizione dei familiari delle vittime, si può decidere nei casi concreti».

La Cei ha pubblicato venerdì le «linee guida» per i casi di abusi sui minori da parte dei religiosi, corrette dopo che l’ex Sant’Uffizio aveva chiesto di rivedere il precedente documento dell’episcopato. Nella versione finale si legge che i presuli non sono «pubblici ufficiali» e quindi non sono obbligati a denunciare all’autorità giudiziaria casi di abusi sessuali nei confronti dei minori che sono di loro conoscenza. Si parla solo di un «dovere morale di contribuire al bene comune», quindi non riferito esplicitamente alla denuncia.

La collaborazione con l’autorità civile, definita «importante» nel documento della Cei, resta a discrezione dei singoli. I vescovi di altri Paesi, come ad esempio Irlanda, Germania, Danimarca hanno invece scelto la strada di una più stretta collaborazione tra autorità ecclesiastiche e civili. Venerdì il segretario Cei, Nunzio Galantino, presentando a Roma il testo , aveva già chiarito che «il vescovo ha il dovere morale di favorire la giustizia che persegue i reati: non è il difensore d’ufficio del sacerdote eventualmente accusato. È un padre per tutti, soprattutto è padre di chi ha subito gli abusi. E deve agire di conseguenza, cioè prendere decisioni concrete».

Inoltre le informazioni su un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria «ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro». E «riscontrata la veridicità dei fatti», le sanzioni ecclesiastiche previste per i preti colpevoli vanno dalla restrizione del ministero pubblico (niente contatti con i minori) alla dimissione dallo stato clericale.

La Stampa - 30 marzo 2014

sabato 29 marzo 2014

Omaggio a Sergio Biancheri e Sergio Gagliolo (ricordando Guido Seborga e Francesco Biamonti)



La mostra è un omaggio a due amici che compiono, a distanza di due soli giorni, gli ottant'anni: Sergio Biancheri (nato il 30 Marzo del 1934) e Sergio Gagliolo (nato il 10 Aprile dello stesso anno). 

Bella coincidenza da festeggiare queste due vite che si possono definire parallele : stesso luogo e data di nascita, stessa passione per la pittura e l' ...arte, stessi maestri (tra i quali Giuseppe Balbo in primis, e anche Enzo Maiolino ), stesse frequentazioni e amicizie ( Seborga, Biamonti, Morlotti, Nico Orengo solo per citarne alcune ), stessi ambiti culturali (Bordighera, Milano, Costa Azzurra). 

Due esistenze dedicate alla pittura, che si incrociano nella vita e in innumerevoli esposizioni. Vogliamo qui ricordare quelle organizzate, nei primissimi anni sessanta alla 'Buca', dall' Unione Culturale Democratica che attesta pubblicamente, con questa mostra, la stima, la riconoscenza e l'affetto per due pittori di meritato successo.

Auguri!


Giorgio Loreti

Il Carnevale, dai Saturnali alla Festa dei Folli



Continuiamo la pubblicazione degli studi di Guido Araldo sul tema della Tradizione. Questa volta ad essere analizzata nei suoi aspetti religiosi e misterici è la festa del carnevale.

Guido Araldo

Aspetti meno noti del carnevale


“A Carnevale ogni scherzo vale!” e, anche, “A Carnevale ogni legge vale!” Sostanzialmente è la componente caotica dell’uomo e dell’umanità che nel periodo del Carnevale per uno o più giorni affiora e trionfa sulla sua parte razionale: uno sfogo irrazionale necessario, soprattutto in società rigidamente codificate come quelle europee medioevali.

L’origine del Carnevale è molto antica: lo si potrebbe definire un “residuato storico”, persistente nella civiltà occidentale poiché trae spunto dalla reminiscenza del Caos greco. Per quanto riguarda la Grecia antica, le feste corrispondenti al Carnevale e ai Saturnali romani erano quelle dionisiache, note con il nome di antesterie, che venivano organizzate durante l’equinozio di primavera, caratterizzate dal fastoso passaggio di un carro che alludeva all’armonia del cosmo instaurata da Crono, dopo il caos primordiale. Ma l’origine di questa festa era ancora più antica!

E’ noto che a Babilonia si teneva un’analoga processione concomitante con l’equinozio di primavera, quando cominciava l’anno nuovo. Una cerimonia sostanzialmente religiosa che rievocava la lotta di Marduk, dio dell’armonia cosmica, contro il drago Tiamat, simbolo del caos primordiale. In questa lotta il dio Marduk, salvatore dell’umanità, moriva per risorgere dopo tre giorni sotto la luna piena di primavera e, non a caso, le cerimonie equinoziali a Babilonia duravano tre giorni. In quel maestoso corteo sfilavano i carri del sole, della luna e dei segni zodiacali (ecco l’origine dei carri allegorici), attestanti il divenire del tempo e l’armonia del cielo. Secondo alcuni studiosi nella festa equinoziale babilonese i festeggiamenti consentivano una libertà sfrenata, inconcepibile in altri momenti dell’anno, con il momentaneo capovolgimento dell'ordine sociale e morale.

I Saturnali romani traevano origine da quelle antiche tradizioni, con una componente etrusca rimasta ignota, ed erano momenti di follia collettiva o, più precisamente, si trattava di “feste liberatorie” che avvenivano “semel in anno” (una volta all’anno) di energie singole e collettive altrimenti incontrollabili. Esattamente come accadeva nei carnevali medioevali, anche nei Saturnali c’era il “giorno dei folli”durante il quale le regole sociali venivano ribaltate e gli schiavi prendevano il posto dei padroni. Il mondo, insomma, si rovesciava. Ed ecco riaffiorare l’allegoria originaria del Caos!

Tanto nei riti babilonesi, che nei Saturnali e nel Carnevale era presente un’alterazione dell’equilibrio sociale: si trattava sostanzialmente di un momentaneo stravolgimento dell’armonia cosmica, determinato dal ribaltamento dei valori tradizionali.

Per certi versi si tratta di un momento di alterazione cosmica, in cui affiora la componente “caotica e anarchica” dell’umanità, che per un giorno ottiene libero sfogo; quasi una necessità fisiologica percepita a livello d’inconscio, e proprio per questo motivo trovava una momentanea esternazione, per quanto caduca. Il popolo si esaltava, si eccitava per la palese alterazione del mondo in cui era costretto a vivere. L’allegria si faceva contagiosa mentre le autorità istituite, poco importava se laiche o ecclesiastiche, per un giorno volgevano lo sguardo da un’altra parte.

I balli sfrenati, le acclamazioni fittizie del “princeps” nei Saturnali e di “re” e “regine” nel Carnevale, scelti bizzarramente per un giorno tra gli strati più bassi della società, se non tra gli emarginati; i rituali dissacranti, addirittura blasfemi, favorivano una sorta di liberazione corale, che l’autorità istituita era consapevole di non poter reprimere per tutto l’anno e proprio i Saturnali prima e il Carnevale poi si può affermare che servissero da valvola di sfogo.

E’ noto, soprattutto in area francofona e germanica, che “la festa dei folli” si spingeva ad esagerazioni estreme; come il conferimento a uno schiavo ribelle, se non a un criminale, delle insegne del comando, per poche ore, con tutto quello che ne conseguiva; salvo poi, in alcuni casi, eseguire la condanna a morte dello stesso schiavo o del criminale, quando la festa era terminata. A questo punto “l’ordine” s’imponeva nuovamente sul caos, ristabilendo l’armonia delle istituzioni e delle tradizioni, per un altro anno.

I Saturnali romani corrispondevano nel calendario al “Ciclo dell’Avvento” cristiano, seppure con finalità totalmente diverse. Queste feste, come attestato dal nome stesso, erano organizzate in onore dal dio italico Saturno, per certi versi corrispondente al greco Crono: il dio del tempo che fluisce, che divorava le ore e le stagioni, similmente ai figli. Nei giorni del solstizio d’inverno Crono – Saturno, signore del tempo, rievocava la mitica età dell’oro in cui sarebbe vissuta l’umanità in un’imprecisata epoca remota, nella speranza che questa favolosa età felice tornasse ad affacciarsi sul mondo.

I Saturnali si svolgevano tra il 17 e il 24 dicembre, periodo che corrisponde alle giornate più corte dell’anno, dalle notti lunghissime, e pertanto si configuravano come “festeggiamenti in attesa dell’avvento del solstizio” e, più ancora, della rinascita del sole che il 25 dicembre riprendeva ad allungare il suo cammino in cielo: Solis Invicti dies natalis. Ecco, inequivocabile, l’origine del Natale!

















Le feste saturnali, per la verità, erano inserite in un contesto più ampio di festeggiamenti, che erano i Brumalia, nei quali non veniva soltanto commemorato Saturno, ma erano coinvolti la dea Cerere (Demetra) e il dio Bacco (Dioniso), ovvero la dea del pane e il dio del vino, in previsione di un anno nuovo ricco caratterizzato d’abbondanti raccolti.



I Saturnali, per la verità, chiudevano “il periodo dei Brumalia” che cominciava molto prima, il 24 novembre, e durava praticamente un mese: i 30 giorni che precedono il solstizio. Per certi versi i giorni più tristi dell’anno, compensati da festeggiamenti caratterizzati da vivaci banchetti, musiche e danze attorno ai focolari, all’insegna della gioia e della spensieratezza. In società antiche basate sull’agricoltura, sulla caccia, sui commerci e anche sulle guerre, era questo il periodo in cui tali attività s’interrompevano e la lunga festa dei Brumalia costituiva l’occasione di grandi agapi conviviali, che giungevano all’apice durante i Saturnali. Tali feste vennero definitivamente soppresse piuttosto tardi, rispetto alle altre ricorrenze pagane: dettaglio che attesta quanto fossero radicate nella popolazione. A sopprimerle provvide infatti l’imperatore Giustiniano all’inizio del VI secolo, sostituite con le più parche festività dell’Avvento natalizio.

Tornando a Demetra e Dioniso, “i signori dei Brumalia”, vale la pena ricordare che a queste due ataviche divinità, micenee se non minoiche, erano consacrati il pane e il vino: simboli che riaffiorarono inequivocabilmente nell’eucarestia cristiana, seppure in un contesto totalmente diverso. Probabilmente a mediare questo passaggio furono i riti misterici di Eleusi, focalizzati proprio sul grano e sul vino.

E’ noto che durante i Brumalia venivano uccisi i maiali, importante fonte di sostentamento nel periodo invernale, e si tenevano grandi riti propiziatori nei granai, altra fonte primaria di sostentamento. Inoltre veniva spillato il primo vino … Ecco il motivo dell’abbinamento di Demetra – Cerere a Dioniso - Bacco! L’augurio più ricorrente proferito tra i commensali era il seguente: Vives annos! (Vivi per anni!). Un augurio particolarmente pertinente dopo l’introduzione del calendario giuliano (anche se sarebbe più corretto definirlo calendario alessandrino), che stabilì l’inizio dell’anno nuovo alle calende di Giano, ovvero il primo di gennaio (per noi il Capodanno).

Come già accennato, la convivialità dei Brumalia raggiungeva l’apice durante i Saturnali, quando i banchetti acquisivano caratteristiche orgiastiche, con implicazioni rituali di buon auspico per l’anno nuovo, soprattutto per quanto riguardava la salute e i raccolti. In tale occasione non soltanto si augurava reciprocamente benessere e prosperità, ma si accompagnavano gli auguri con le strenne: i regali. Esattamente come avviene ancora oggi; anzi, nella società contemporanea questa antichissima tradizione si è trasformata nella più importante occasione commerciale dell’anno.



Tornando al momento dei Saturnali come occasione di sovvertimento dell’ordine sociale, è opportuno ricordare che il “dies principis” corrispondeva al solstizio d’inverno: il momento in cui gli schiavi acquisivano la libertà per un giorno e, addirittura, potevano impartire ordini ai loro padroni; tenendo però presente che, finita la festa, avrebbero pagato le conseguenze di gesti eccessivamente audaci. Il princeps veniva solitamente sorteggiato secondo eccentrici rituali, proprio come accadeva in seguito con “i re” e “le regine” dei carnevali medioevali: usanza protrattisi fino in epoca barocca e illuministica. In base alle scarse testimonianze pervenutaci, il princeps indossava una divisa regale, solitamente sgargiante, preferibilmente rossa, che rievocava le divinità Crono - Saturno e Ade - Plutone, quest’ultima custode dei semi nella terra, sparsi in autunno e prossimi a sbocciare in primavera. Va precisato pertanto che nei Saturnali, per quanto irriverenti e orgiastici, la connotazione religiosa era prioritaria rispetto a quella della festa fine a se stessa. Durante i Saturnali Roma era percorsa da imponenti e chiassose processioni notturne al seguito del princeps!

Va inoltre ricordato che durante i primi giorni dei Brumalia si credeva che le divinità del sottosuolo, ctonie e telluriche, molte delle quali di origine etrusca, emergessero dalla terra ormai assonnata e vagassero in corteo per le necropoli o lungo le strade disseminate di sarcofaghi. Se queste divinità fossero state propiziate con doni, quando sarebbero tornate nel sottosuolo si sarebbero ricordate degli umani e avrebbero protetto le sementi, soprattutto in occasione delle micidiali gelate primaverili, favorendo un buon raccolto.

Lo storico delle religioni e maestro d’esoterismo il rumeno Mircea Eliade annotava: “I Saturnali e le orge che li caratterizzavano denotano elementi tipici connessi alla fine dell’anno e all’attesa dell’anno nuovo: un momento di passaggio mitico dal Caos alla Cosmogonia".

“Le feste carnevalesche diffuse presso i popoli indoeuropei, mesopotamici e anche in altre civiltà racchiudono una valenza purificatoria e dimostrano il bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente, abolendo il tempo trascorso riattualizzando la Cosmogonia". 

“L'orgia connessa ai riti Saturnali è una regressione nell' oscuro, una restaurazione del caos primordiale che, in quanto tale, precede ogni creazione” e l’anno nuovo corrisponde sostanzialmente a una “nuova creazione”.

"A livello cosmologico l'orgia corrisponde al Caos…” e nell’orgia è insito anche lo sconvolgimento delle condizioni sociali con lo schiavo promosso padrone o con il giullare che diventa re. A Babilonia all’inizio dell’anno, concomitante all’equinozio di primavera, si deponeva il re per un giorno, giungendo persino ad umiliarlo.



I riti babilonesi, le antesterie greche, i saturnali romani, il carnevale cristiano derivano dalla stessa rievocazione cosmica: la ciclicità della natura, il rincorrersi degli anni e, anche, il principio del caos e la fine cosmica ora individuata nel diluvio universale e ora nell’apocalisse, con successiva rinascita.

Per quanto i cristiani avessero maturato un giudizio profondamente negativo verso il paganesimo, il subconscio o, se si preferisce, l’archetipo collettivo non fece tabula rasa del passato, come avrebbe preteso la nuova teocrazia dominante il mondo, e fu così che molte tradizioni lentamente riaffiorarono.

Si trattò di un processo di riappropriazione culturale lento e progressivo, ma inarrestabile. Il cristianesimo dovette venire a patti con il paganesimo, per quanto vilipeso. Anzi, per dirla tutta, dovette conviverci e così lo sconfitto politeismo, cacciato dalla porta, tornò dalla finestra con il culto dei santi.

L’usanza delle maschere è anch’essa di origine romana: lo scrittore Lucio Apuleio nell’XI libro delle sue Metamorfosi riferisce che nell’ultimo giorno dell’anno, consacrato alla dea Iside (alla quale era connesso il mito di rinascita del fratello Osiride, l’anno nuovo), Roma era percorsa da cortei mascherati al seguito di un uomo camuffato da caprone, noto come Mamurio Veturio, percorso con fronde. Il nome Veturio lascia trasparire un’origine sabina di questa usanza, mischiatasi poi al culto di Iside, e questo personaggio animalesco corrisponde all’anno vecchio espulso dalla città per far posto all’anno nuovo. Anche in questa festa sussisteva uno sfogo, per quanto labile, delle pulsazioni irrazionali che, altrimenti, avrebbero potuto esplodere in maniera incontrollabile. Insomma, al caos andava concessa una minima soddisfazione!

Nelle manifestazioni carnevalesche medioevali, oltre al già citato “giorno dei folli” affiorava un’altra manifestazione assai inquietante: “la festa dell’asino”. Similmente ai saturnali “il giorno dei folli”, durante il quali si provvedeva ad eleggere “il re” e “la regina” del Carnevale, la festa era corale. Sussistono documentazioni che attesterebbero la partecipazione del basso clero il quale, in sintonia con la comunità, si abbandonava ad atteggiamenti sconvenienti, disdicevoli e scurrili, prendendo di mira anche le autorità, inclusa la gerarchia ecclesiastica. In simili frangenti accadeva persino che la stessa liturgia fosse ribaltata e dissacrata.



Diversa e più inquietante è “la festa dell’asino” nel corso della quale l’asino veniva introdotto addirittura in chiesa, dove occupava un posto d’onore, a volte persino sull’altare, e riceveva attestati di devozione. In un simile contesto le forze brute della natura, simboleggiate dall’asino, soppiantavano gli stessi santi. In entrambi i casi si trattava indubbiamente di eccessi; ma queste parodie sacrileghe, straordinarie in un’epoca di generale intolleranza, erano tollerate poiché inconsciamente considerate salutari per l’intera società.

In merito alla “festa dell’asino” va ricordato che nei bestiari medioevali la figura di questo docile e umile animale acquisiva valenze stereotipate negative; non a caso era ed è tuttora presente, in contrapposizione al bue, nell’ambientazione del presepe, dove il bue e l’asinello simboleggiano rispettivamente le forze positive e negative della natura. Analoga contrapposizione allegorica si riscontra al termine della parabola terrena del Messia, nel momento della sua crocefissione, allorché la croce del Redentore venne issata tra quelle del buono e del cattivo ladrone. Per certi versi lo stesso Gesù in groppa all’asino nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme allude al trionfo terreno delle forze malefiche: un trionfo caduco e fuorviante, poiché il vero regno del Salvatore non è di questo mondo!

Più pertinente il racconto dell’asino d’oro (asinus aureus), meglio noto come “Le Metamorfosi” dello scrittore latino Lucio Apuleio, artefice del primo romanzo a noi pervenuto: un romanzo esoterico, parallelo al "contemporaneo" Pinocchio. Infatti in questo romanzo il personaggio, che ha lo stesso nome dell’autore, regredisce a bestia in seguito ad una magia finita male e in quale bestia s’incarna? Nell’asino! Con tutte le valenze negative che lo caratterizzano. Soltanto dopo molte peripezie, alcune veramente sconce, l’incauto Lucio rinasce umano, simile a Pinocchio che diventa bambino, tramite l’ingestione non casuale di una ghirlanda di rose consacrate a Iside… A questo punto, come non ricordare che durante “la festa dei folli” i partecipanti indossavano un copricapo dalle lunghe orecchie, che evocavano quelle dell’asino?


Tutt’altra storia, invece, i riti propiziatori carnevaleschi con sacrifici umani che a sprazzi affiorano dal più profondo medioevo, con vagabondi o lebbrosi bruciati vivi all’interno di fantocci di paglia… Mentre invece il semplice e innocuo falò del fantoccio del carnevale rievoca la fine di un ciclo e l’inizio di un altro: nella tradizione cristiana l’inizio della quaresima che, a ben vedere, è il periodo dell’avvento di Pasqua, festività inequivocabilmente connessa all’equinozio di primavera.



A ben considerare, il Carnevale non era l’unica festa “caotica”, proveniente da tradizioni ancestrali, seppure ne fosse indubbiamente la più importante. Tra le altre feste sono da annoverare: il ballo dei nudi, i bäl di patanû sulle Langhe, tipici al solstizio d’estate, quando un po’ ovunque ardevano i falò crepuscolari di san Giovanni Evangelista. Un ballo che fu a lungo oggetto di tremendi anatemi vescovili, ma debellato soltanto l’azione punitrice Santa Inquisizione fu estesa anche alla magia e non soltanto all’eresia.

Le stesse processioni della settimana santa, a volte sadiche per le spettacolari autoflagellazioni e le pubbliche prove di sofferenza; proibite soltanto a partire dalla Controriforma e con grande difficoltà. Le terrificanti processioni nel giorno dei morti, alle quali furono aggiunte le danze macabre dopo la devastante pestilenza del 1348, nota come la peste nera.

Feste paesane estremamente suggestive, soprattutto concomitanti con il santo patrono, dove sovente si addiviene ancora oggi a spettacolari esibizioni di forza o di coraggio, oppure a gare violente tra le varie fazioni cittadine o borghigiane. Le stesse vigilie delle feste più importanti, sovente degenerate in lunghe notti “d’attesa della festa” all’interno delle chiese in assoluta promiscuità, che le autorità ecclesiastiche ebbero difficoltà non soltanto a bandire, ma a controllare.

In maniera giovale, ma sempre provenienti da un passato remoto, sicuramente precristiano, rientrano in queste “feste caotiche e irregolari” la quaresimale questua delle uova e il canto di maggio, inneggianti alla bella stagione primaverile e, anche, a un buon raccolto.

In merito alle maschere val la pena di segnalare che sovente esse racchiudono dei significati apotropaici, nel senso che chi le indossa assume le caratteristiche dell'essere “soprannaturale” o “bestiale” rappresentato dalla maschera. Se poi la maschera raffigura uno scheletro, ecco affiorare l’allegoria delle anime dei morti che tornano a visitare i vivi oppure traspare semplicemente l’esortazione pulvis es et polverem recerteris (polvere sei e polvere tornerai). Ma in molte maschere c’è dell’altro, molto più profondo. Le deformità tipiche della bestialità sono legittimate a manifestarsi ed esteriorizzarsi in concomitanza con il Carnevale e si può supporre che queste maschere “bestiali” se non “demoniache”, quasi sempre scelte in piena libertà, lascino pubblicamente trasparire la vera natura profonda di chi le indossa, senza averne la minima consapevolezza sia da parte dell’interessato che dello spettatore. In tal caso la maschera, che dovrebbe occultare il volto esteriore dell’individuo, finisce per palesare il suo vero volto interiore!



Una considerazione storica a questo punto acquisisce una notevole importanza. Quando nel tardo Medioevo si cominciò a contenere e poi a sopprime le grandi e corali feste grottesche, si assistette a un “rigurgito” della stregoneria e della negromanzia. Soprattutto nel Rinascimento, considerato un periodo radioso dell’intelligenza umana, si verificò un’autentica espansione della stregoneria in dimensioni ignote nel Medioevo. A mano a mano che scomparivano ataviche feste triviali, grasse e grossolane, per loro stessa natura innocua e per lungo tempo lecite, sempre più affioravano deliranti “sabba stregoneschi”, dove tutto avveniva “al rovescio”, per certi versi come nel “giorno dei folli” di Carnevale, ma ormai privi dei Landmark che sostanzialmente li regolamentavano.

René Guénon ricorda che “C’erano anche, in certe civiltà tradizionali, periodi speciali in cui, per ragioni analoghe al Carnevale, si consentiva alle “influenze erranti” di manifestarsi liberamente, prendendo comunque tutte le precauzioni necessarie in un caso simile. Queste influenze corrispondevano naturalmente, nell’ordine cosmico, a quel che è lo psichismo inferiore nell’essere umano…”

In epoca rinascimentale fiorirono grandi ed eleganti processioni: a Ferrara con carri denominati “i trionfi” rievocanti i Tarocchi; a Firenze le processioni erano accompagnati da canti carnascialeschi invitanti alle danze. Il fenomeno ebbe una tale diffusione che lo stesso Lorenzo il Magnifico si cimentò nella composizione di uno di questi canti, con il titolo “Il trionfo di Bacco e Arianna”. A Roma, invece, si teneva la “corsa dei berberi” ovvero dei cavalli arabi, e “la gara dei zoccoletti” durante la quale, dopo il tramonto, i partecipanti cercavano di spegnere reciprocamente i ceri accesi che tenevano in mano.

In ultimo è d’uopo precisare che la parola carnevale deriva da “carnem vale” ovvero “addio alla carne”; poiché il giorno successivo il martedì grasso è quello delle “ceneri” in cui comincia la Quaresima, durante la quale per 40 giorni era vietata la carne. Pare che il primo a citare in una sua opera la parola "carnevalo" sia stato nel 1200 il trovadore Matazone da Caligano, autore del Detto dei villani”.

A questo punto auspico che siano tollerate alcune personali riflessioni conclusive. Nella società contemporanea, sempre più identificabile nel villaggio planetario, queste profonde tracce del passato, per quanto anacronistiche, affiorano saltuariamente in maniera incontrollata, non più codificata, e con caratteristiche sempre caotiche, sconfinanti nella superstizione.

Lo stesso Carnevale, che spudoratamente s’inoltra sempre di più nella Quaresima, va progressivamente perdendo i suoi caratteristici tratti psicologici e sociali, riducendosi a una triste esibizione di maschere e carri allegorici ridondanti di musica, dove lo sballo individuale, a cominciare dall’ubriacatura, subentra alla gioia collettiva. Come negare che, a parte i bambini, il Carnevale non suscita più l’interesse delle folle e si è ridotto, laddove persiste, a puro evento turistico?

Purtroppo, di fronte all’attenuarsi dello sfogo insito nell’antica carica “anarchica e caotica” collettiva, il disordine soggettivo e anche oggettivo, coinvolgente l’intera società e gran parte delle coscienze, si va spalmando su tutto l’anno e in tutto il mondo. Ormai è palesemente impossibile “circoscrivere” il disordine, il caos, rinchiudendolo entro limiti codificati e ben definiti; poiché il caos sta assumendo progressivamente una diffusione spaziale e temporale costante e incontrollabile. Per certi versi ne è un esempio, al riguardo, la progressiva decadenza dei programmi televisivi, dove peraltro il “carnevale” è quotidiano, senza nessuna decenza di “quaresima” alternativa.


Le stesse feste sono scomparse! E quelle che persistono, smarrita la propria identità, sono laidi simulacri di ciò che erano in passato; prive del “senso estetico” e del pathos che le permeava, ridotte a mera funzione commerciale. Siamo indubbiamente di fronte a profonde trasformazioni oggettive e anche soggettive, per la verità assai poco rassicuranti. Da un secolo il mondo sta cambiando rapidamente come mai è successo in passato, a tutte le latitudini e longitudine, e questo mondo nuovo va caratterizzandosi progressivamente in un sinistro “carnevale perpetuo” che richiama, sotto certi aspetti, gli ultimi tempi dell’impero romano!  



venerdì 28 marzo 2014

La Rafanhauda. Quale concezione di montagna?




Stampato il nuovo numero della rivista La Rafanhauda. Contiene tra l'altro una interessante riflessione di Alessandro Strano sul concetto di montagna nella attuale società. La montagna, nota l'autore,  viene vista come luogo da conservare intatto o da sfruttare in modo distruttivo. Due visioni che paiono inconciliabili e invece sono complementari, perchè entrambe non tengono conto degli abitanti della montagna, della loro cultura e della loro vita. In entrambi i casi, “paradiso verde” o luogo della speculazione (comunque motivata: Olimpiadi 2000 o TAV) la montagna è ridotta a appendice della città, in un rapporto (diciamo noi) di tipo neocoloniale. Situazione, riteniamo, ancora più oppressiva, là dove (come nelle valli occitane piemontesi o in Sardegna) vivono minoranze nazionali, popoli senza Stato. In questo caso l'alienazione è duplice e riguarda oltre al territorio anche le collettività che lo popolano. Uomini e donne espropriati non solo della loro terra, ma anche della loro identità collettiva.

(G.A.)

Sommario

Alessandro STRANO, Qu’una concepcion de montanha?...
Valerio COLETTO, Countrat d’aprêntissagge á jouar dë la vioulo
Giuliana GAY EYNARD, Valle della Dora Riparia e Pinerolese: viticoltura di montagna?
Valerio COLETTO, Arrantament dë doue péce dë vinnho
Valerio COLETTO e Alessandro STRANO, Le Pielón de Chaumont
Daniele PONSERO, Bram. Atende. Pieroun (pouesie)
Alessandro STRANO, Anotacions linguisticas sus termens chavats de las poesias de Ponsero
Marco JALLIN, Chaumont Chiomonte. Jamais sans toi
Valerio COLETTO, La rëbatisso dou Pountet dë la Váuto
Sergio DALMASSO, Settanta anni dopo: il sacrificio di Boves
Alessandro STRANO, Classica e colettiana. Appunti circa le due convenzioni grafiche adottate da La Rafanhauda per trascrivere l’occitano..


Per informazioni o richiesta copie:
larafanhauda@gmail.com

La svolta autoritaria



Non crediamo che garantire la governabilità significhi togliere voce alle minoranze (i "partitini ricattatori" secondo la vulgata renziana) e alle rappresentanze organizzate della società civile (sindacati dei lavoratori per primi) in nome di un decisionismo personalistico insofferente di qualsiasi limitazione. Ad una democrazia compiuta non servono uomini della Provvidenza (nè di destra, nè di sinistra). 

La svolta autoritaria


Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali.

Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.

Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.

Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.

Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Gaetano Azzariti, Elisabetta Rubini, Alberto Vannucci, Simona Peverelli, Salvatore Settis, Costanza Firrao



il Fatto – 28 marzo 2014


Frida Kahlo. Quando Picasso disse “nessuno dipinge volti come i suoi”



Frida Kahlo pone la rappresentazione di sé al centro di una visione complessiva del mondo e della storia. Il suo volto e il suo corpo ferito diventano metafore della condizione umana (e femminile) in un mondo lacerato.

Lea Mattarella

Quando Picasso disse “nessuno dipinge volti come i suoi”



«Né tu, né Derain, né io sappiamo dipingere volti come quelli di Frida Kahlo». Così scriveva Pablo Picasso a Diego Rivera dopo aver visto una mostra parigina della pittrice messicana. Quando l’artista spagnolo parla di volti è molto probabile che ne abbia in mente soprattutto uno: quello della stessa Frida. Perché per lei dipingere è, in primo luogo, uno strumento di indagine psicologica che ha come centro propulsore la sua faccia. Frida Kahlo è l’interprete di un protagonismo maniacale capace di vivisezionare la propria vita, il suo dolore, ma anche di dimostrare al mondo una fiera resistenza a qualsiasi avversità. Mentre il Messico si copre di pittura murale destinata al popolo, lei, sempre controcorrente, si concentra su se stessa.

Frida si ritrae di tre quarti con il suo sguardo scuro rivolto verso lo spettatore. Ti inchioda, ti spia mentre guardi le gocce del sangue che fuoriesce dalla collana di spine dipinta sul suo collo in un evidente riferimento alla sofferenza di Cristo, destinata a essere redenta. E per lei l’unica possibilità di riscatto è la pittura. Che diventa un costante esercizio di sopravvivenza, un esorcismo giornaliero, capace di lenire, di curare. A maggio per Electa uscirà la ristampa del suo diario, ma anche i suoi quadri non sono altro che le pagine di un racconto per immagini intimo e sfacciato.

Autoritratto (1948)


















Un diario tutt’altro che segreto. Come quando Frida ci mette di fronte al suo aborto del 1932: ci guarda dal foglio in cui disegna il suo corpo nudo che pare un involucro svuotato da un mondo in frantumi. Sembra che all’ospedale avesse chiesto un manuale di medicina, di quelli illustrati, per poter mostrare, con la solita minuzia, quello che le era accaduto, trasfigurandolo.


Si ritrae con un feto nella pancia e un altro, molto più grande, quasi come il suo malessere, espulso fuori di lei. E in mano tiene una tavolozza, rivelando come la sua arte nasca da una sincera, quasi spudorata, indagine interiore. Sul volto compaiono alcune lacrime, le stesse che ritroviamo nella luna che assiste impotente alle vicissitudini di questa tragica eroina. Anche il cocco delle nature morte che dipinge negli anni Quaranta lacrima. Come se la natura non potesse fare a meno di partecipare alla sua disperazione.

Tre lacrime, sempre le stesse, appaiono anche nell’Autoritratto del 1948 che la ritrae nella veste tradizionale delle spose messicane. Frida è quasi sempre vestita con gli abiti della sua terra, ornata da ricche e bizzarre acconciature. Propone di sé un’immagine regale in cui, però, si autoritrae con durezza, accentuando la peluria sulle labbra e, a volte, mostrando con baldanza il suo lato primitivo, animalesco.

Autoritratto con scimmia 























Nell’Autoritratto con scimmia c’è una chiara identificazione tra lei e l’animale, una vera fratellanza: il suo volto è diventato un muso, i peli della testa della bestiola sono decorati con un nastro come i suoi. Così il personaggio Kahlo dimostra non soltanto il suo rapporto con qualcosa di primordiale, ma anche la conoscenza dell’antica iconografia della storia dell’arte che riconosce nella scimmia l’immagine stessa della pittura perché entrambe compiono un processo di imitazione. E lei dice spesso di non essere surrealista, ma di dipingere quello che le capita.

Le mille immagini di Frida sono anche quelle lasciate dagli altri, le foto che le hanno scattato. In mostra ce ne sono di bellissime, opera di Leo Matitz e di Nickolas Muray. Quest’ultimo la ritrae con amore, come un idolo in una foto che fu la copertina di Vogue del 1939, come una donna di Vermeer quando la fa sedere su una sedia gialla. Frida, neanche per lui, era soltanto una.

la Repubblica - 19 marzo 2014


giovedì 27 marzo 2014

Il viaggio del fiume rubato al Nuovofilmstudio di Savona



“Officine Doc”

Il viaggio del fiume rubato
Venerdì 28 Marzo 18:00
Nuovofilmstudio Savona

Officine Doc – Spazio al documentario! Ciclo di documentari alla presenza degli autori

Con “Officine Doc” Nuovofilmstudio vuole restituire spazio e visibilità al film documentario, fondamento della storia del cinema e testimonianza della realtà in continuo mutamento. Siamo convinti che il recente successo ottenuto dai documentari nei principali festival italiani significhi necessità di riflessione sul mondo, sull’agire dell’uomo e sulle dinamiche di una realtà sempre più complessa. Ridare voce agli attori sociali è ridare forza all’esperienza: esperienza del reale vista attraverso l’occhio di registi affermati che operano per raccontare storie di umanità e impegno, e di autori esordienti che con produzioni dal basso e grandi sforzi, tentano di dare voce a piccoli mondi, locali ma universali. Per queste esperienze (esperienza del regista, del soggetto e in ultimo dello spettatore) riteniamo fondamentale la presenza degli autori che ci accompagneranno nella visione delle loro opere.

Il viaggio del fiume rubato
di Diego Scarponi
con Andrea Perdicca e Federico Canibus
Italia 2014, 50’

La storia di uno spettacolo, di un viaggio, di una lotta: attrezzatura sul carrello, bagagli in spalla e via su treni regionali per restituire a tutti una storia di tutti, il caso ACNA, la resistenza durata un secolo contro la fabbrica della morte, la narrazione di Andrea Pierdicca “Il racconto del fiume rubato” che, accompagnato dalla chitarra inedita di Federico Canibus, racconta liberamente i passi salienti di “Cent’anni di veleno”, il capolavoro di Alessandro Hellmann, una lotta sul piano ambientale, della salute, della vita. “Ci siamo messi in movimento, per una settimana, nel caldissimo mese di luglio 2012, affrontando le tappe del viaggio del ‘Fiume rubato’ secondo le modalità che hanno costruito la logica affascinante di questo spettacolo teatrale che ha scelto di uscire dai teatri e di svolgersi in maniera popolare, diretta, orizzontale, libera e gratuita”.




La povertà razzismo d'Europa



Ridurre la sof­fe­renza degli uomini e delle donne a numeri, sta­ti­sti­che, sot­to­com­mis­sioni, rego­la­menti e pro­ce­dure signi­fica ane­ste­tiz­zare la rab­bia, la ribel­lione, la rea­zione col­let­tiva. Signi­fica ren­dere la disoc­cu­pa­zione, il licen­zia­mento, la per­dita di ogni pos­si­bi­lità di sosten­ta­mento, la debo­lezza davanti alla malat­tia e alla vec­chiaia, una que­stione pri­vata, un fal­li­mento dei sin­goli”.

Daniela Padoan

La povertà razzismo d'Europa
I perchè della lista Tsipras

«La casa di tutti noi è in fiamme, anche se ognuno cer­casse rifu­gio nella sua tana minu­scola e illu­so­ria». Sono state forse que­ste parole — con­te­nute nell’appello con cui alcuni intel­let­tuali hanno sen­tito che occor­reva guar­dare alla Gre­cia come a una sorella — a con­vin­cermi che qual­cosa di nuovo stava acca­dendo: l’irrompere della realtà, la neces­sità di nomi­nare la mise­ria come una pre­senza che ci inter­pella, che minac­cia le nostre esi­stenze, che erode un mondo di con­cetti di cui ci è rima­sta in mano un’inutile se non dan­nosa carcassa.

Né l’Europa divisa nuo­va­mente in caste è un rifu­gio, né lo è la nostra esi­stenza pic­co­lo­bor­ghese, dove la parola «povertà» ha finora riguar­dato solo e sem­pre gli altri.

Per­ché l’Europa – intesa come mostro buro­cra­tico al ser­vi­zio del capi­tale indu­striale e finan­zia­rio – abbia ogni inte­resse a occul­tare la que­stione sociale, è evi­dente: ridurre la sof­fe­renza degli uomini e delle donne a numeri, sta­ti­sti­che, sot­to­com­mis­sioni, rego­la­menti e pro­ce­dure signi­fica ane­ste­tiz­zare la rab­bia, la ribel­lione, la rea­zione col­let­tiva. Signi­fica ren­dere la disoc­cu­pa­zione, il licen­zia­mento, la per­dita di ogni pos­si­bi­lità di sosten­ta­mento, la debo­lezza davanti alla malat­tia e alla vec­chiaia, una que­stione pri­vata, un fal­li­mento dei sin­goli.

Ma per­ché la que­stione sociale sia stata con­si­de­rata mar­gi­nale dai par­titi della sini­stra, che pro­prio nel non saper­sene fare inter­preti hanno decre­tato il loro disfa­ci­mento, è meno evi­dente. Da un certo punto in avanti, la sini­stra ha smesso di rap­pre­sen­tare i più deboli, è diven­tata sorda al dolore, all’umiliazione, ha dele­git­ti­mato ogni sen­ti­mento di rivolta di fronte al sopruso. Si è fatta par­te­cipe e media­trice di poli­ti­che deva­stanti, ali­men­tando dot­trine di sacri­fi­cio di fronte al disa­stro, assu­mendo il con­cetto di crisi come feno­meno natu­rale, scia­gura ine­lut­ta­bile dalla quale solo gli esperti pos­sono trarci in salvo.



La povertà, parola impro­nun­cia­bile, è diven­tata – da ossi­fi­ca­zione nelle figure ras­si­cu­ranti per­ché estreme del clo­chard, del bar­bone, del sen­za­tetto, del drop-out – una que­stione di atti ammi­ni­stra­tivi, nor­ma­tivi, una mate­ria di diret­tive: una poli­tica occul­tata sotto sigle illeg­gi­bili che in Gre­cia si è con­cre­tiz­zata nel fatto che i malati muo­iono di can­cro senza più assi­stenza ospe­da­liera, che le uni­ver­sità chiu­dono, che il tasso di mor­ta­lità neo­na­tale giunge alle per­cen­tuali di quello che era­vamo soliti chia­mare Terzo Mondo.

Abbiamo ancora nelle orec­chie gli eufe­mi­smi ai quali sono ricorse, nel tempo, diverse dit­ta­ture per masche­rare i pro­pri atti cri­mi­nali: la mat­tanza com­piuta dalla dit­ta­tura argen­tina, che fece spa­rire tren­ta­mila oppo­si­tori get­tan­doli in mare dagli aerei, venne chia­mata «pro­cesso di rior­ga­niz­za­zione nazio­nale»; l’eliminazione indu­striale nelle camere a gas di sei milioni di indi­vi­dui venne chia­mata, nella Ger­ma­nia nutrita di Goe­the, «solu­zione finale della que­stione ebraica». Oggi, nella demo­cra­tica Europa, nata sulle rovine della Seconda guerra mon­diale come anti­doto alle dit­ta­ture, una poli­tica eco­no­mica agita da un potere sovra­na­zio­nale con il vas­sal­lag­gio dei governi demo­cra­tici viene chia­mata auste­rity , fiscal com­pact , pareg­gio di bilan­cio, ristrut­tu­ra­zione del debito.

Quando, tre anni dopo il default dell’Argentina, andai a Bue­nos Aires per scri­vere un libro sulle Madri di Plaza de Mayo, ebbi modo di vedere i  car­to­ne­ros che vive­vano a migliaia nelle bidon­ville tutt’attorno alla città, e i bam­bini che si pro­sti­tui­vano in pieno giorno sulla cen­tra­lis­sima Ave­nida 9 de Julio. La pre­si­dente delle Madri, Hebe de Bona­fini, mi portò in un mani­co­mio dove gli inter­nati, che chia­mava «pri­gio­nieri psi­chia­trici», erano abban­do­nati a se stessi, nella spor­ci­zia, con quasi nulla da man­giare. 



Ricordo che, davanti al mio scon­certo, più volte mi disse: fai un errore se ci guardi come un mondo diverso dal tuo, siamo solo il primo esem­pio, la prima pale­stra del neo­li­be­ri­smo, arri­verà anche da voi. «Noi Madri», ripe­teva, «cre­diamo che i disoc­cu­pati siano i nuovi desa­pa­re­ci­dos del sistema, e che la man­canza di lavoro sia uno tra i peg­giori cri­mini con­tro l’umanità. Un lavoro degno è un diritto umano ina­lie­na­bile e la sua man­canza porta con sé la fame dei bam­bini e la distru­zione delle famiglie».

La casa di tutti noi è in fiamme, e le nostre tane sono minu­scole e illu­so­rie. Ma nomi­nare la realtà è già di per sé un atto rivo­lu­zio­na­rio: signi­fica non solo uscire dall’oscurità, ma ritro­vare un senso di fra­tel­lanza. Non un chi­narsi sui deboli da una posi­zione di illu­mi­nata supre­ma­zia, ma un con­di­vi­dere affanni e spe­ranze. Que­sto moto inte­riore è stato archi­viato dalla sini­stra tele­vi­siva e pro­fes­sio­nale come naïf, ciar­pame di vec­chie litur­gie, con il risul­tato di lasciare agli arrin­ga­tori di piazze la pos­si­bi­lità di par­lare al dolore e all’umiliazione delle per­sone, al senso di rivolta con­tro l’ingiustizia, che ancora è la vera molla capace di farci uscire dalle nostre clau­stro­fo­bi­che e pri­vate prigioni.

L’incendio che avanza rischia di abbat­tersi sui paesi medi­ter­ra­nei chia­mati Pigs – un acro­nimo che rimanda, più che a un lap­sus, all’emergere di un antico disprezzo non sopito, ben­ché si sia poi tra­sfor­mato in Piigs, con l’ingresso dell’Irlanda, e sia stata coniata l’alternativa Gipsi, a dimo­stra­zione di quanto i fan­ta­smi non risolti della vec­chia Europa raz­ziale aleg­gino ancora nell’inconscio collettivo.



Uno spet­tro si aggira per l’Europa, ed è lo spet­tro della povertà. Igno­rarlo, o fin­gere che non ci riguardi, ha lasciato un enorme numero di uomini e di donne privi di rap­pre­sen­tanza; espo­sti – come scri­veva Han­nah Arendt a pro­po­sito delle rivo­lu­zioni fran­cese e russa – a cadere dalla dimen­sione della libertà a quella del biso­gno, deviando verso l’assolutismo. E il risve­glio che ci attende all’apertura delle urne euro­pee rischia di essere molto duro, con un’ascesa del blocco nazio­na­li­sta, raz­zi­sta e xeno­fobo che va dal Front Natio­nal di Marine Le Pen, che potrebbe diven­tare il primo par­tito in Fran­cia, a  Job­bik , il movi­mento di estrema destra di Gabor Vona, attual­mente terzo par­tito unghe­rese, pas­sando per il par­tito belga Inte­resse fiam­mingo di Vlaams Belang e la lista Veri Fin­lan­desi di Timo Soini, senza dimen­ti­care Alba Dorata e la Lega Nord .

Veniamo da una sto­ria che, nel Set­te­cento, nel cuore dell’Europa, ha con­ce­pito l’ideologia che chia­miamo raz­zi­smo – ovvero la «natu­rale» supre­ma­zia dell’uomo occi­den­tale, maschio, bianco, dotato di logos, nei con­fronti dei «sel­vaggi» delle colo­nie, gra­dual­mente pros­simi, in base al colore della pelle e ai tratti soma­tici, alla scim­mia; una sto­ria che, nell’Ottocento, con il dar­wi­ni­smo sociale, ha teo­riz­zato e pra­ti­cato la sop­pres­sione dei più deboli – dei malati, degli han­di­cap­pati, degli omo­ses­suali, dei «devianti» di ogni spe­cie – tra­mite le dot­trine dell’eugenetica e le pra­ti­che di ste­ri­liz­za­zione for­zata e di euta­na­sia; una sto­ria che, nel Nove­cento, ha pia­ni­fi­cato e attuato lo ster­mi­nio su base raz­ziale, con l’invenzione delle camere a gas e dei campi di annien­ta­mento.

C’è una gerar­chia del disprezzo, il cui pre­ci­pi­zio abbiamo visto in Ausch­witz, che la nostra tra­di­zione di pen­siero ci ha adde­strato a rico­no­scere come «natu­rale», arti­co­lan­dola in uomo-donna, cultura-natura, logos-barbarie. È con que­sta tra­di­zione che dob­biamo fare i conti. Non ser­vi­ranno le litur­gie della memo­ria a pre­ser­varci dal ritorno di quella furia omi­cida, ma solo un pro­fondo ripen­sa­mento delle radici cul­tu­rali che tutt’ora ci nutrono.



Se anche è stata dimo­strata l’inesistenza scien­ti­fica del con­cetto di razza appli­cato agli uomini, per­mane un raz­zi­smo para­dos­sale, un raz­zi­smo senza razze, rivolto con­tro i poveri, resi cate­go­ria, desti­tuiti di uma­nità, pos­si­bili da sfrut­tare e da annien­tare. Torna attuale il pro­blema della schia­vitù, che siamo abi­tuati a col­lo­care nel mondo antico e negli Stati sudi­sti del cotone, men­tre, nella nostra sto­ria recente, un paese colto e tec­no­lo­gi­ca­mente avan­zato ha pro­get­tato la sot­to­mis­sione di tutti gli altri popoli euro­pei: una parte di essi sarebbe stata sop­pressa, gli altri sareb­bero stati fatti schiavi, così da garan­tire la supre­ma­zia e lo «spa­zio vitale» del popolo germanico.

La Lista L’Altra Europa con Tsi­pras ha posto come punto qua­li­fi­cante del suo pro­gramma la lotta alla xeno­fo­bia e al raz­zi­smo, e la ricerca di poli­ti­che fon­date sui prin­cipi di giu­sti­zia, acco­glienza, soli­da­rietà e inclu­sione sociale. Per­ché, come ripe­tono le Madri di Plaza de Mayo, «non si vince alla lot­te­ria, d’essere poveri». Si tratta di poli­ti­che decise dagli uomini, e il solo modo che abbiamo per cam­biarle è abbrac­ciare l’orizzonte con­ti­nen­tale, costruendo un’Europa che non sia una giu­sti­fi­ca­zione meta­fi­sica della sot­to­mis­sione, un moloch che richiede il sacri­fi­cio dei deboli, ma una garan­zia di demo­cra­zia e di inclu­sione. È neces­sa­rio tor­nare alle ori­gini del pro­getto euro­peo, alle moti­va­zioni pro­fonde della sua costi­tu­zione, prima di essere som­mersi da un nuovo fascismo.

La sola comu­nità pos­si­bile, scri­veva Geor­ges Bataille, è quella di coloro che non hanno comu­nità, ed è a loro (a noi) che dob­biamo ten­tare con tutte le nostre forze di dare rappresentanza.


il Manifesto – 26 marzo 2014