TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 6 giugno 2019

L'autonomia operaia vicentina. Una storia di giovani



Continua la puntuale ricostruzione della storia dell'autonomia operaia da parte di DeriveApprodi. Il quinto volume è dedicato all'Autonomia operai vicentina. Ne proponiamo la quarta di copertina e una sintesi dell'introduzione..


Negli anni Settanta, grazie agli «autonomi», l’alto vicentino smette di essere il dormitorio all’ombra delle chiese del Veneto tradizionale.
Il territorio cambia di segno e diventa un luogo dove si desidera e si pratica una vita diversa, ci si conosce e si creano legami di solidarietà che poi resisteranno anche a una dura repressione.
Qui nascono i «Gruppi sociali», dove la militanza è amicizia e l’amicizia è militanza. E per tutte le ventiquattro ore della giornata si è militanti, in quelle periferie che invece di essere i luoghi della riproduzione di una vita venduta alla fabbrica diventano i luoghi dove prendersi quello che serve a una vita degna di essere vissuta.
Nella sostanza, si è trattato della prima generazione di giovani, e giovanissimi, che hanno scelto ogni mezzo utile a evitare il lavoro di fabbrica a cui i loro padri erano stati incatenati; la prima a dimostrare che si poteva essere comunisti senza passare per l’inferno della fabbrica. Tant’è che per sottrarsi al suo destino quei giovani «scansafatiche» e pieni di desiderio, come migliaia e migliaia di loro coetanei in tutta Italia, arrivarono a imbracciare il fucile.
Ma in quella scelta così radicale ci sono aspetti che meritano attenzione: nessuna deriva militarista e nessun «pentitismo». Perché non si è passato il confine della «porta stretta» dell’omicidio politico, ma soprattutto perché il radicamento sul territorio, i rapporti amicali, una militanza modulata sulla profonda conoscenza dei luoghi della lotta hanno permesso un’intelligenza dell’agire politico – caso unico – che è riuscita poi ad attraversare il secolo portando con sé la voglia di continuare a lottare.


Elisabetta Michielin

Introduzione

Che bel libro ha scritto Donato il “rosso”. Rosso di capelli e di parte! Lo diciamo subito. Un libro necessario perché ricostruisce con ricchezza e passione un periodo cruciale della storia dei tentativi rivoluzionari del nostro Paese e del territorio del nord est. Un esercizio di scrittura e riflessione che tira fuori dalle tenebre una memoria cancellata, consegnata alle aule di giustizia o alla memoria di chi l’ha ricostruita solo per denigrarla o scongiurarne la possibile riproposizione.
In particolare, Donato ricostruisce il periodo che l’ha visto fra i protagonisti dei Collettivi Politici Veneti nel territorio dell’alto vicentino usando quasi esclusivamente i documenti prodotti dalla stessa organizzazione e le interviste ai militanti di allora.
Una storia che non cede mai al biografismo individuale e alle sue derive narcisistiche perché sempre ancorata all’interno di un movimento che ha coinvolto decine e decine di militanti e che tiene sempre insieme la soggettività e il territorio dove questa soggettività è nata, si è sviluppata, ha acquisito senso e inciso in modo concreto nei rapporti di potere e di classe, finanche nel corpo vivo delle organizzazioni operaie. A Donato riconosciamo il merito di essere riuscito a descriverla con semplicità, senza enfasi. In pagine tra le più vive e coinvolgenti del libro, la vediamo all’opera su vertenze specifiche riguardanti l’orario di lavoro e l’imposizione della riassunzione di operai licenziati, nelle campagne “lavorare tutti lavorare meno” con le ronde e i picchetti contro il lavoro nero e l’uso degli straordinari oppure in quelle per il diritto alla casa e l’imposizione dei prezzi politici per i beni di prima necessità. Eccoli allora gli autonomi all’opera, ragazze e ragazzi giovanissimi che senza alcun senso di inferiorità o di sudditanza, cominciano ad aprire le prime falle nelle strutture rigide del sindacato che da tutta questa storia esce con le ossa rotte. La Cisl in particolare, con i suoi quadri arroganti e patetici. Ma è con le ronde, i picchetti e le assemblee strappate con un atto d’imperio al padroncino e al sindacato che lo sguardo di Donato si fa più attento e vigile. È dentro i singoli fatti ma anche al margine, volutamente, e l’effetto per chi legge è di straniamento: ma veramente accadevano queste cose? Sì, accadevano grazie a questi ragazzi che oltre al pane pretendevano le rose: entrare ai concerti gratis, mangiare gratis alle mense e ai ristoranti, occupare spazi di socialità, muovere guerra all’eroina che intanto spazzava i paesi. Ragazzi che volevano cambiare il mondo ma anche soddisfare nell’immediato i bisogni e il desiderio di una socialità altra.
[…]
Un buon esempio di ricostruzione storica, si diceva. Vero, perché l’altro aspetto interessante di questo lavoro è che, più che un esercizio di riflessione post – si tratti di rivendicazione o di critica – ha invece la freschezza della storia che si costruisce momento per momento. In sostanza il vecchio adagio “prima le lotte, poi la teoria” vale anche nel caso del Collettivo vicentino. Con la lettura di questi documenti e di questa ricostruzione siamo immersi nella concretezza delle decisioni e dei comportamenti che si davano momento per momento sia in relazione al luogo in cui vivevi e all’intervento che giorno per giorno facevi, sia in relazione a ciò che succedeva in Italia in quel momento, vale a dire i movimenti di ristrutturazione in corso, i tentativi di sottrazione al comando capitalistico e al lavoro di ampie fette di proletariato, il confronto aspro e puntuale con le altre organizzazioni sia dal lato della lotta armata che delle altre organizzazioni dell’Autonomia operaia.
Improvvisamente, ci dice Donato, questi ragazzi – alcuni anche ragazzini – non ci stanno più alla disciplina. Così le due grandi agenzie di normalizzazione e riproduzione sociale, la scuola e la fabbrica, cominciano a svuotarsi e a ribaltarsi. Questi ragazzi non sono più disponibili a entrare in fabbrica come i loro padri che nella fabbrica e contro la fabbrica avevano lottato, pur avendo un rapporto con i loro padri. Donato ricostruisce molto bene la storia precedente la nascita dei Collettivi, la presenza di Lotta Continua, le maglie larghe del sindacato, tornando indietro fino i lasciti della Resistenza.
Così, grazie agli autonomi, l’alto vicentino smette di essere il luogo del riposo, il dormitorio all’ombra delle chiese del Veneto tradizionale. Il territorio cambia di segno e diventa il luogo dove si desidera e si pratica una vita diversa, ci si conosce e si creano legami di solidarietà che poi resisteranno anche alla repressione. [...]

L'autore

DONATO TAGLIAPIETRA
(1954) è mercante d’antiquariato. Nella seconda metà degli anni ’70 ha militato nei Collettivi Politici Veneti. Nel 1980, dopo un anno e mezzo di latitanza viene arrestato e sconta tre anni di carcere. Nel 2007 contribuisce alla costruzione del movimento «No Dal Molin», contro la nuova base militare americana. Negli anni successivi ricompone l’archivio dei materiali militanti che era andato disperso dalla repressione e lavora alla scrittura di questo libro.

Donato Tagliapietra
Gli autonomi
L’autonomia operaia vicentina.
Dalla rivolta di Valdagno alla repressione
Derive Approdi 2019
2019
€ 19,00