TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 28 febbraio 2013

Tsunami elettorale: dove prende i voti Grillo?




Da sempre l'Italia è considerata uno dei paesi più elettoralmente stabili, dove si vota quasi per “tradizione di famiglia”. Il paese dei guelfi e dei ghibellini, appunto. Ma domenica è avvenuto un terremoto elettorale che cambia in modo irreversibile il quadro politico italiano.

Renato Mannheimer

Si sono spostati 16 milioni di elettori: il Pd perde un terzo di voti, il Pdl metà Monti e 5 Stelle erodono il bacino dei «vecchi» schieramenti


Il Movimento 5 Stelle, con più di 8,5 milioni di voti, è apparso il vero dominatore delle elezioni. Grillo ha attratto voti da tutti i partiti: in misura simile da ex elettori Pdl e Pd, ma anche (circa il 20% degli attuali votanti per il M5S) da chi, alle precedenti Politiche del 2008, aveva deciso di astenersi ed è stato questa volta motivato dal comico genovese a partecipare. Ancora, una parte consistente (16%) dei suffragi per Grillo proviene dai giovanissimi che si sono recati alle urne per la prima volta.

Dall'altra parte, i valori assoluti mostrano la débacle della gran parte dei partiti tradizionali. Il Pdl ha subito, in confronto al 2008, l'erosione maggiore, perdendo più di 6 milioni di voti. Solo circa metà degli elettori di Berlusconi ha confermato la propria scelta di cinque anni fa: molti si sono rifugiati, come si è accennato, nel Movimento 5 Stelle, ma anche, in misura maggiore (24%), verso l'astensione che si è fortemente accresciuta. La campagna elettorale di Berlusconi è riuscita comunque a recuperare consensi per il suo partito, che era stimato attorno al 16% a dicembre ed è giunto a sfiorare il 22%. Ma ciò non ha compensato il declino che, peraltro, si era già manifestato quando nel 2009 si è votato per le Europee. È vero, dunque, che il Pdl è uscito dalle urne meglio di quanto si ipotizzasse qualche mese fa, ma è vero anche che deve far fronte alla forte perdita di sostegno tra gli elettori.

Anche il tradizionale alleato di Berlusconi, la Lega Nord, ha assistito a un crollo di suffragi: dai 3 milioni del 2008 si è passati a meno di metà, 1 milione e 400 mila voti. Ha pesato, naturalmente, la crisi interna del partito, sino alla messa in disparte di Bossi e all'ascesa di Maroni e la forte controversia sull'opportunità o meno di allearsi con il Pdl. L'erosione della Lega è ancora più evidente se si prendono in considerazione le regioni del Nord: in Lombardia il partito di Maroni ha perso quasi 600 mila voti; più di 500 mila nel Veneto e oltre 600 mila in Piemonte.

Un calo significativo è stato subito anche dall'altro grande partito presente sul nostro scenario politico: il Pd. Quest'ultimo poteva contare su circa 12,5 milioni di consensi nel 2008. Domenica e lunedì il partito di Bersani ha colto circa 8 milioni e 600 mila voti, con un decremento di quasi 4 milioni di consensi. Il Pd gode comunque di un tasso di riconferma dei suoi votanti alle Politiche precedenti (61%) maggiore del Pdl. Ma quasi il 16% del suo elettorato passato si è diretto verso Grillo. La campagna elettorale di Bersani non è valsa dunque a conquistare nuovi consensi né, peraltro, a mantenere tutti quelli passati. Anche nella zona che una volta veniva chiamata «rossa», ove il Pd è sempre stato più presente, il partito perde voti. In Emilia-Romagna ha lasciato, rispetto al 2008, quasi 300 mila voti. Altrettanto accade in Toscana. Nel Lazio l'erosione supera i 400 mila voti. E in Puglia è pari a 330 mila voti. Si va dunque erodendo anche la base tradizionale, non ultimo a causa di importanti mutamenti avvenuti nella stessa composizione socio-economica dell'elettorato italiano.

L'erosione del consenso del Pd ha avvantaggiato anche Sel, la forza alleata posizionata alla sua sinistra. Quest'ultima aveva ottenuto poco più di 500 mila voti nel 2008, salendo sino a quasi un milione nel 2009 e crescendo di altri 100 mila voti in questa occasione. Nell'insieme, Vendola è riuscito, in controtendenza con le altre forze politiche, a recuperare più di 500 mila voti negli ultimi cinque anni.

Rivoluzione Civile di Ingroia ha invece eroso in larga misura il patrimonio di consensi portatogli dall'Idv di Di Pietro. Quest'ultimo poteva contare nel 2008 su quasi 2 milioni e 200 mila voti, scesi oggi con Ingroia a meno di 800 mila.

Ancora, colpisce il vero e proprio crollo di consensi subito dall'Udc: dai 2 milioni di voti delle politiche del 2008, si è giunti a poco più di un quarto: 610 mila voti. Parte dei consensi passati dell'Udc si sono diretti verso la lista Monti che ha ottenuto, in queste elezioni, quasi 3 milioni di suffragi, sottratti, oltre che a Casini, a Pd e Pdl.

In conclusione, sommando le perdite complessive delle principali forze politiche, si rileva come almeno 16 milioni di elettori abbiano abbandonato i partiti votati cinque anni fa per dirigersi verso altri lidi. Segno del forte mutamento dello scenario elettorale (con l'ingresso di nuovi attori tra cui, specialmente, Grillo e Monti), ma anche, in qualche modo, dell'estendersi dell'insoddisfazione verso l'offerta politica tradizionale.

(Da: IL Corriere della Sera del 27 febbraio 2013)





Silvio Buzzanca

I due blocchi hanno perso dieci milioni di consensi

Il 60 per cento degli italiani ha scelto l’appartenenza, il 25 per cento ha optato per il cambiamento. La fotografia alle elezioni scattata dall’istituto di ricerca Swg non lascia dubbi: i primi, sia pure disincantati e delusi, «hanno dato il proprio voto al partito e alla coalizione cui si sente strutturalmente e ancestralmente legato». I secondi «hanno scelto di mandare un segnale di cambiamento».

Quel 25 per cento finito nelle casse elettorali di Beppe Grillo proviene per il 33 per cento da elettori che nel 2009 avevano scelto il centrosinistra, mentre il 27,28 per cento ha abbandonato il centrodestra. Eccoli allora i flussi elettorali, calcolati sul voto europeo del 2009: fra i voti di sinistra arrivati ai grillini l’11 per cento viene dal Pd, il 12 per cento arriva dall’Idv e il 7 per cento da altri. Sull’altro versante il Pdl ha pagato un 18 per cento, la Lega l’8 e altri l’1 per cento.

Il resto del bottino di Grillo arriva dall’astensione: il 37 per cento. Mentre il 6 per cento è stato strappato ad altri. Alla fine il Movimento 5Stelle è riuscito nell’impresa di a riportare alle urne più di 3 milioni di astenuti. Bisogna stare molto attenti — spiega allora il presidente di Swg Roberto Weber, «a dire che si tratta solo di un voto di protesta ». Secondo Weber, «ci sono due strati di elettorato: un primo, che vale il 10-12 per cento, ingloba nuove istanze democratiche di gestione del territorio e sviluppo. Il secondo strato è invece fortemente insofferente rispetto alla gestione dello Stato e ai partiti».

Se i grillini possono sorridere gli altri hanno ben poco da gioire. Il Pdl, per esempio, alle Europee del 2009 aveva 10 milioni 800 mila voti. Domenica ne ha conservato 5 milioni 900 mila che corrisponde al 55 per cento. I 4 milioni 900 mila mancanti sono finiti un po’ ovunque: 1 milione 600 mila li ha incamerati Grillo, altrettanti hanno preso la via dell’astensione, 700 mila hanno preferito Monti, altrettanti hanno scelto altri di centrodestra. E 300 mila hanno saltato il fosso votando il Pd.

Il Pdl si salva un po’, Swg parla di «diaspora di voti senza crollo», perché ha recuperato 900 mila voti dall’astensione e ha “cannibalizzato” 300 mila voti leghisti. Infine Berlusconi ha portato via anche 200 mila voti a Casini, fissando il risultato finale a 7 milioni e 300 mila voti. Risultato, si spiega, maturato negli ultimi due giorni di campagna.

visto che ancora venerdì c’era un 5 per cento di indecisi del Pdl che alla fine ha votato.
Dati che vengono confermati da un’altra ricerca condotta dal-l’Istituto Cattaneo di Bologna che fa il confronto con le politiche del 2008. Secondo il Cattaneo domenica il Pdl ha perso 6 milioni 292 mila 744 voti che rappresentano il 46 per cento della sua dote. Il dato peggiore Berlusconi lo registra nel centro dove perde il 50,01 dei voti, mentre tiene nel Nordest dove perde solo il 39 per cento. Il Pd, per il Cattaneo lascia sul terreno 3 milioni 435 mila 958 voti che rappresentano una contrazione del 28 per cento rispetto al 2008. Un dato omogeneo su tutto il territorio nazionale, ma con punte negative in Puglia (-44,8 per cento) e Basilicata e Calabria (-39,4 per cento).
I dati di Swg confermano anche il crollo della Lega nelle tradizionali roccaforti. Il Carroccio, per esempio, scende in Veneto dal 35 per cento delle regionali 2010 al 10/11 per cento di domenica. In questa regione i leghisti cedono il 24 per cento dei voti a Grillo, mentre il 20 per cento prende il via dell’astensione. Una diaspora che, secondo Swg, potrebbe essere fermato solo se alla guida del movimento arrivasse il governatore Luca Zaia.

Il disastro leghista è confermato anche dal Cattaneo che scrive di un perdita di consensi rispetto al 2008 del 54 per cento che in valori assoluti sono 1 milione 631 mila 982 voti. Frutto di una regressione nelle zone rosse (meno 68 per cento) e nelle zone del Nordest dove mancano all’appello il 68 per cento dei voti. Nel Nordovest i leghisti perdono molto in Piemonte (-64,3 per cento), ma compensano con il calo contenuto in Lombardia: meno 44,2 per cento.

(Da: La Repubblica del 27 febbraio 2013)


Lelio Basso, una vita alla ricerca della parte giusta




Ricordo collettivo di un socialista eretico e libertario che fece conoscere Rosa Luxemburg in Italia.

Gugliemo Ragozzino

Una vita alla ricerca della parte giusta


Piero Basso ha raccolto un centinaio di contributi dedicati a suo padre Lelio, nel corso degli anni recenti, per illustrare la bravura, l'intelligenza, la malizia, l'umanità, l'impegno socialista dell'indimenticabile compagno, insomma, la scienza e la coscienza di Basso, scomparso da oltre trent'anni, come se fosse ancora presente. Talvolta si tratta di testi originali, dettati da una sorta di trasalimento della memoria.

Lelio - come tutti l'hanno sempre chiamato - era stato un capo, un amico, aveva segnato una fase importante, potremmo dire decisiva, nella vita di ciascuno dei cento e di cento altri che avrebbero avuto qualcosa da dire, da proporre alla storia comune solo che la ritrosia o discrezione glielo avesse consentito. (Chi scrive, per esempio, ha cominciato, mezzo secolo fa, a studiare gli investimenti esteri per «Problemi del socialismo», è stato «deportato» con moglie e tre figli, da Milano a Roma, insieme ai libri della grande biblioteca, per lavorare all'Issoco, la Pre-Fondazione Basso, ha poi collaborato, da non iscritto, alla formazione di un programma per il Psiup, molto malvisto dal Psiup stesso e soprattutto dalla maggioranza - carrista - del Partito, si è infilato nella fatale riunione chiusa del Comitato centrale del partito in cui Lelio denunciava con forza i carri sovietici a Praga, per poi andarsene, dimenticando chi scrive nelle mani del servizio d'ordine. Poi c'è stata la rottura di «Problemi» tra la maggioranza dei redattori che volevano dedicare la rivista al tema dei consigli di fabbrica e Lelio più interessato alle questioni internazionali e alla decolonizzazione allora in atto. Nessun effetto però sui rapporti di amicizia, come prova un insolito pranzo, qualche tempo dopo, a casa di Lelio, tra lui stesso, chi scrive, sua moglie Grazia Centola, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, mentre Lisli Carini, moglie di Basso, era fuggita come una lepre).

Per fare un po' di ordine, i contributi sono suddivisi in sei capitoli: Resistenza, Costituzione e diritto, Battaglia socialista, Fede e politica, Impegno internazionale, Amici e incontri. Ogni autore parla di Lelio e dell'occasione in cui ha contato molto nella propria vita, offrendo il suo ricordo all'attenzione dei lettori. Lelio ne esce come una persona piena di attività e d'interessi, autorevole e affettuosa, leale e coraggiosa, capace di scherzare, di studiare a fondo Marx e Luxemburg, bravissimo nel parlare in pubblico, in parlamento, in piazza, e da avvocato nei tribunali per strappare al carcere braccianti e operai. È importante il modo in cui Lelio è ricordato in varie fasi della sua vita dalla gente del suo partito, ma è almeno altrettanto rilevante leggere come varie persone raccontano se stesse, in un momento cruciale dell'esistenza, quello che le ha segnate per sempre e che comunque valeva la pena di vivere. Non sono dunque pagine di un'inesistente agiografia di San Lelio, è piuttosto una sorta di Spoon River dei militanti d'un piccolo partito di socialismo bassiano, sempre minoritario, sempre ricco di ferventi discussioni, quasi mai vincente, sempre in cerca della parte giusta.

Il passo finale del contributo di Gilles Martinet riportato nel libro («Fedeltà ai princìpi», 1978), esprime assai bene la qualità dei rapporti tra Lelio e i militanti del «suo» partito, che hanno formato una struttura complessa, politica, umana, esistenziale soprattutto. «Ma ecco che un certo numero di uomini e di donne che ammirano Lelio Basso decidono di consacrargli un libro. Come avrei potuto non cogliere al volo questa occasione per rendere omaggio alla sua intelligenza, al suo rigore, alla sua fedeltà ai principi al di fuori dei quali la sua vita e, mi si permetta di dirlo, anche la nostra, non avrebbe senso?»



Le affettuose parole di Martinet fanno in un certo modo da collegamento tra il senso complessivo dei contributi e una loro scelta mirata. La scelta e insieme la parte finale del presente scritto è in qualche forma dedicata a Pino Ferraris, il cui contributo fa parte del libro. Pino era un amico e compagno di Lelio, e anche di chi scrive. Pino, giudice severo, riteneva un errore non dare importanza al Basso impareggiabile teorico socialista, a favore di altre, pur importanti attività.

Martinet, socialista francese, autore nei «Problemi del socialismo», ministro del governo di Michel Rocard e poi ambasciatore a Roma ai tempi di Mitterand (Basso non c'era più) ricorda così. Basso «Voleva l'alleanza con i comunisti e il dialogo con i paesi dell'est, ma intendeva conservare il suo diritto di critica, non voleva un appiattimento sulle tesi staliniane... Egli fu la voce della sinistra in quel drammatico congresso dell'Eur in cui Pietro Nenni e lui si abbandonarono a uno dei più straordinari duelli oratori a cui abbia mai assistito».

Di Lelio pensatore socialista riflettono e scrivono anche molti altri da Norberto Bobbio, a Bruno Trentin, a Luciana Castellina, per nominare solo persone che hanno guardato a Lelio senza il timore che spesso si ha per il leader. «Credo che Marx lo abbia letto poco», è il titolo del contributo di Bobbio; ma la frase che precede non corrisponde a un giudizio, pieno di sussiego, del famoso professore per il marxista autodidatta, ma proprio tutto il contrario. Bobbio riferisce di un giudizio di Lelio su di lui e aggiunge dell'altro. «Basso era un oratore efficacissimo che ho sempre ammirato e un po' anche invidiato. Non indulgeva all'eloquenza comune agli uomini politici che sono anche avvocati. Era chiaro, rapido, tagliente, persuasivo. Sarebbe stato un bravissimo docente universitario». Forse «bravissimo docente universitario» è il massimo complimento in bocca a Bobbio. Più avanti il professore cita un passo di una lunga lettera che Lelio gli ha inviato.

«Riprendere il genuino pensiero di Marx è stato lo scopo della mia vita di militante anche se, in questa come in molte altre cose, sono andato incontro a sconfitte, che non mi hanno disanimato, sicché intendo ancora continuare questa battaglia». L'ultimo dibattito tra noi - racconta sempre Bobbio - fu nell'ottobre del 1978 a Perugia. Basso disse che mi conosceva da 45 anni e mi stimava e poi aggiunse: «Credo che (Bobbio) Marx lo abbia letto poco, perché veramente tutto quello che scrive non ha niente a che fare con Marx; ha solo a che fare con quello che i deformatori hanno chiamato marxismo».























Bruno Trentin, comunista, segretario di Fiom e Cgil ricorda Basso oppositore luxemburghiano della vulgata comunista, rappresentata da Giorgio Amendola, al convegno sulle tendenze del capitalismo europeo del 1965. «La relazione di Basso si regge su un punto centrale che sottolinea, proprio riferendosi a Rosa Luxemburg, la grande difficoltà con la quale si deve misurare un movimento socialista, quella cioè di operare giorno per giorno all'interno della società presente con l'intento però di superarla». Secondo Basso, il movimento operaio corre grandi pericoli tra l'oggi e il domani. Si rischia molto - e qui Trentin cita Basso - di «perdere il legame tra l'azione quotidiana e lo scopo finale, di dividersi tra un oggi capitalista in cui esso è impegnato in tutta una serie di rivendicazioni e un domani socialista che rimane confinato nei discorsi domenicali».

Tra i tanti scritti che legano Lelio a Rosa è opportuno citare Luciana Castellina, che ci tiene a riaffermare subito la sua natura di comunista. «Parlerò di Lelio nel mio vissuto: un vissuto di uno specifico gruppo generazionale, quello cioè della Federazione giovanile comunista, che era estranea al partito socialista: non ne conoscevamo la vita interna, le vicissitudini, la cultura, gli uomini... La mia scoperta di Lelio Basso è stata molto tardiva, nel 1967, ed è avvenuta, come per molti di noi, attraverso la sua introduzione alle opere di Rosa Luxemburg: un vero e proprio libro-culto... Non sarei in grado di immaginare il '68 senza quella introduzione e, probabilmente, Lelio l'aveva scritta proprio in quel momento perché sentiva maturare i processi, i fenomeni che poi sfociarono nel '68». E più avanti: «Per noi è stato un marxismo svelato, rivelato, nuovo, diverso da come l'avevamo conosciuto e l'avevamo imparato».

Basso che duella con Nenni, nel ricordo di Martinet; Basso mancato luminare di università per Bobbio; Lelio che spiega ad Amendola il capitalismo futuro, secondo Trentin; Lelio che si serve di Luxemburg per anticipare il '68, come assicura la ragazza Castellina: quest'uomo, questo compagno ha davvero cambiato molte vite. Anche la mia, un bel po'.

(Da: Il Manifesto del 26 febbraio 2012)

Lelio Basso
Edizioni Punto Rosso, 2012
euro 24

mercoledì 27 febbraio 2013

Gianni Rodari, Il funerale della volpe




Se Pierluigi Bersani e i dirigenti del PD ogni tanto leggessero le favole, forse le cose per la sinistra andrebbero meglio.

Gianni Rodari

Il funerale della volpe


Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva. – È morta, è morta – gridarono le galline. – Facciamole il funerale.

Difatti suonarono le campane a morto, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in fondo al prato. Fu un bellissimo funerale e i pulcini portarono i fiori. Quando arrivarono vicino alla buca la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutte le galline.

La notizia volò di pollaio in pollaio. Ne parlò perfino la radio, ma la volpe non se ne preoccupò. Lasciò passare un po’ di tempo, cambiò paese, si sdraio in mezzo al sentiero e chiuse gli occhi.

Vennero le galline di quel paese e subito gridarono anche loro:
- È morta, è morta! Facciamole il funerale.

Suonarono le campane, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in mezzo al granoturco.
Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentiva anche in Francia.

Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e si mangiò tutto il corteo.

La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime. Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla. Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta.

E chi farà come quelle galline vuol dire che non ha capito la storia.
Capire "la storia" è importante...


(da: Gianni Rodari, Il Libro degli Errori, 1964)





Da leggere: "Il rivoluzionario" di Valerio Varesi




Un romanzo storico che racconta quarant'anni di vita italiana attraverso le delusioni di un giovane partigiano, poi funzionario del PCI. Un libro da leggere.

Michele Smargiassi

Le illusioni perdute di un rivoluzionario
 
«Il fatto è che esistono solo rivoluzioni di pancia, e non di idee. Le rivoluzioni sono figlie della fame e delle botte. Quand' è così, allora tornano buoni gli ideali». È una donna, una moglie, dopo trentacinque anni di brucianti delusioni, a insinuare nell' animo del rivoluzionario il dubbio più tremendo e disperante: che il tradimento non venga dagli uomini, ma dalla speranza stessa. Che la rivoluzione sia solo una utile jacquerie su cui qualcuno mette il cappello di un' ideologia, per toglierglielo quando non serve più.

Ma Oscar Montuschi, protagonista del romanzo Il Rivoluzionario di Valerio Varesi, non cede. Oscar è un uomo di marmo, le delusioni lo scheggiano ma non lo sbriciolano. Partigiano, comunista, dirigente cooperativo, disciplinato, idealista, nella Bologna del subito-dopo-guerra non è tra quelli che "continuano a sparare" intrappolati dallo strascico dell' odio. Ma è tra quelli che sentono subito il morso della "Resistenza tradita", delle promesse di giustizia e di libertà nutrite in montagna e non mantenute in città, della normalizzazione togliattiana, del ritorno beffardo e arrogante al potere del nemico che si credeva sconfitto. Allenato dalla sua ormai lunga esperienza di scrittore noir, uno dei capofila della scuola giallista bolognese, Varesi sa bene cos' è un movente. Sa che la spinta che muove le azioni degli uomini non è mai solo una contingenza, o un dato di carattere. Il suo Oscar non è una pedina ingenua nel gioco della storia più grande di lui. Non è il generoso ingenuo cavallo Gondrano della Fattoria degli animali di Orwell, lo stakanovista che si affida anima e corpo alla causa, e se la causa stenta allora vuol dire che «lavorerò di più».

Nel Pci della "doppiezza", Oscar non si fa molte illusioni: vede la realtà che sovrasta le speranze, capisce la realpolitik anche se non l' accetta, legge amaramente i compromessi, le concessioni, il ripiegamento dei dirigenti, si rende conto che non si tratta di dissimulare in attesa dell' ora X, che il partito ha scelto, o subìto, un' altra strada. Ma è un uomo di marmo, e resiste, difeso dalla corazza della sua morale, della sua idea di giustizia e riscatto. Cerca di seguire le curve della storia: non sogna più la lotta armata, trasferisce la speranza in un ribaltamento sociale nella sfida al capitalismo sul suo terreno, con l' economia cooperativa che prima o poi, ne è certo, si dimostrerà vincente. Una fiducia hegeliana nella storia come inevitabile dialettica affermazione dello spirito, in forma di giustizia sociale. A dispetto della storia stessa, che si incarica, ripetutamente, implacabilmente, di smentirlo con la repressione poliziesca che incombe, gli eccidi invendicati di operai, la destalinizzazione bruciante, l' imborghesimento dei dirigenti, Oscar protegge la sua fiducia nella palingenesi come si tiene lucida una lama che prima o poi servirà.

Ma gli anni e i decenni passano, e anche le strategie alternative in cui il rivoluzionario senza rivoluzione si rifugia per ritrovare respiro, gli si rivoltano contro. Espatriato in Urss, ne scopre la glaciale struttura di sospetto e controllo. Il sistema cooperativo adotta i metodi e i sistemi del capitalismo. L' Italia è persa, soffocante: ma forse il mondo ancora no, e Oscar si getta anima e corpo nella catarsi terzomondista, nella lotta di liberazione dei popoli coloniali, prova a riaccendere nel Mozambico in rivolta contro i portoghesi la fiamma partigiana, sperando che la seconda volta non vada come la prima, e invece no, anche quella resistenza esotica frana nel suo dopoguerra di denaro onnipotente, rivalità politiche, appetiti speculativi. Ma Oscar è un uomo di marmo. Inghiotte amaro, archivia la nuova delusione bruciante.

Di nuovo in Italia, dove le Br capitalizzano in incubo sanguinario ed eterodiretto la frustrazione della rivoluzione negata, dove le bombe fasciste sembrano azzerare ogni conto in sospeso tra la giustizia e la storia, il Rivoluzionario non si lascia ancora travolgere. Ormai anziano, pronto a uscire di scena, afferra l' intima verità, beffarda, della incommensurabilità fra storia e biografia. Capisce che non basta avere vent' anni quando il mondo sembra traballare perché la rivoluzione sia matura. E di nuovo è la moglie Italina, coscienza discreta del rivoluzionario a una dimensione, che trova le parole per dirlo: «Ma no, non ci siamo illusi. È la vita che è troppo breve».

(Da: La Repubblica del 22 febbraio 2013)

Valerio Varesi
Il rivoluzionario
Frassinelli, 2013
18.50 euro

martedì 26 febbraio 2013

Ma chi vota Berlusconi? Votare PDL e vergognarsi di ammetterlo




Giorgio Amico

Votare Berlusconi e vergognarsi di ammetterlo

L'Italia reale non è quella dei sondaggi. Questo ci dice l'esito delle elezioni. Visto le intenzioni espresse prima del voto, non si capisce chi abbia votato Berlusconi. Non è la prima volta che accade. Succedeva anche con la DC.

Nel maggio 1968, nel pieno della contestazione, si tennero le elezioni politiche. Migliaia di lavoratori emigrati in Francia e Germania tornarono in Italia per votare. Furono organizzati treni speciali per riportarli a casa. Nelle stazioni, giovani comunisti della FGCI, li aspettavamo con cartelli e bandiere. Vennero diffuse migliaia di copie de “l'Unità” “Forza compagni, che questa volta vinciamo!”, dicevano gli operai di ritorno a casa per votare. “Questa volta manderemo a casa la DC che con la sua politica ci ha costretto ad emigrare”.

I treni ripartivano carichi di bandiere rosse e noi tornavamo a casa pieni di entusiasmo e speranze. La Dc vinse con il 39% dei voti, facendo il pieno di consensi proprio nei paesi del sud dove erano tornati quegli emigranti pieni di voglia di cambiare.

In quei paesi quegli uomini tenevano casa e famiglia. Avevano figli da sistemare, favori da chiedere, potenti da rispettare. Nelle fabbriche tedesche e francesi erano degli sfruttati, ma nelle loro case e piccoli poderi (in rovina) del meridione si sentivano proprietari e parte dell'ordine costituito.

Capimmo allora che l'idea di una società civile pulita rispetto ad una politica sporca (come si diceva anche allora con riguardo alla DC e al centrosinistra) era un'illusione intellettuale e che aveva ragione Machiavelli a scrivere che gli uomini perdonano più facilmente l'uccisione del padre che la perdita della roba. E lui gli italiani li conosceva bene. Come Berlusconi... appunto.



Dopo le elezioni un' Italia ingovernabile e sull'orlo della bancarotta




L’Europa ci guarda. Il voto italiano può spostarla a sinistra.Mai come questa volta c’è tanta attesa internazionale”. Così titolava l'Unità di ieri. I risultati elettorali ci parlano oggi di un Paese ingovernabile e sull'orlo della bancarotta. 



Ondata di vendite a piazza Affari (-5%) Sospesi per ribasso i bancari

Crolla Piazza Affari dopo le elezioni. Il Ftse MIb cede il 5% con i titoli bancari sospesi temporaneamente per eccesso di ribasso e poi riammessi alle negoziazioni: Intesa Sanpaolo perde il 10,3%, Mediobanca il 7,7%. Sospese anche Mediaset, Luxottica e Bpm. Mps che cede il 9,2%, Ubi e Banco Popolare il 7,4%, Unicredit il 7%. In profondo rosso anche gli altri titoli: Generali perde il 5,7%, Finmeccanica il 4,8%, Fiat ed Enel il 4,6%. E anche le borse europee aprono la seduta in forte ribasso: Londra segna -1,47% a 6.262 punti, Francoforte -2,11%, Parigi -2,76% e Amsterdam -1,79%.

Pesa tra gli investitori l'esito del voto che configura uno scenario di incertezza. Netto calo anche per i Btp ai primi scambi, con il differenziale con la Germania e il rendimento del decennale che risalgono ai livelli più alti dall'inizio di dicembre scorso, reagendo al risultato elettorale in Italia. Su piattaforma Tradeweb il differenziale di rendimento tra decennali è indicato ai primi scambi a 341 punti base da 283 della chiusura di lunedì, il livello più alto dal 360 punti base segnato lo scorso 10 dicembre. Il rendimento del Btp decennale di riferimento, il novembre 2022, è anch'esso in salita a 4,87%, il livello più alto dall'11 dicembre scorso.

L'impasse che sul Wall Street Journal è stata definita come il «peggior risultato possibile» e su buona parte della stampa internazionale come la «vittoria di populismo e false promesse» si é subito tradotta nell’indebolimento dell’euro scambiato sulle piazze asiatiche a 1,3065 contro il dollaro. Mario Monti ha cercato di rassicurare affermando che «l’Italia è stata messa in sicurezza». Ma nelle sale operative prevale la preoccupazione per gli inevitabili attacchi speculativi a un Paese che rischia il commissariamento.

Fortissimi timori anche in Spagna, che segue l'evoluzione della situazione post-elettorale in Italia, «con la convinzione che la volontà politica di adottare misure anti crisi prevarrà». A dirlo è il ministro dell'Economia Luis De Guindos. «Vedremo come la situazione evolverà. Speriamo che ci sarà un governo stabile, quello che è bene per l'Italia lo è anche per la Spagna», ha affermato il ministro. Minore ottimismo è stato invece espresso dal ministro degli Esteri di Madrid, Jose Manuel Garcia-Margallo, che ha parlato di un risultato elettorale «estremamente preoccupante», con possibili effetti su tutta la zona euro, in particolare in termini di movimenti sugli spread. «E' un salto nel buio che non dice bene né all'Italia né all'Europa».

(Da: IL Corriere della Sera del 26 Febbraio 2013)



Andrea Tarquini

Germania, spaventa il caos Italia.

Allarme rosso al vertice di Berlino e sui media tedeschi, paura in tutta la Ue. Così le reazioni internazionali ai risultati delle elezioni italiane. La prospettiva di una ingovernabilità a Roma spaventa e fa temere una crisi pericolosissima per l'euro, e poi per il futuro stesso dell'integrazione europea. "Lanciamo un appello al senso di responsabilità di tutte le forze politiche", dice a Repubblica.it Philipp Missfelder, responsabile di politica estera della Cdu (il partito di Angela Merkel), e aggiunge preoccupato: "Voi italiani non siete la Grecia, siete un membro del G8 e un membro-chiave dell'unione monetaria, l'euro non può permettersi uno scenario di tipo greco da voi con nuove elezioni a breve, sarebbe una finestra di instabilità eccessiva". Parla in toni di rara preoccupazione, e certo non si esprime così con un giornale italiano senza aver prima consultato la Cancelliera. La quale sta rientrando da una visita ufficiale in Turchia, e oggi insieme al ministro degli Esteri Guido Westerwelle vedrà qui a Berlino il nuovo Segretario di Stato Usa, Kerry, e il ministro degli Esteri russo Lavrov. Inevitabilmente e fuori programma il caso Italia sarà tema centrale dei colloqui.

In Germania come altrove in Occidente i media riecheggiano l'inquietudine del governi. Povera italia!, titola l'editoriale di Die Welt, liberalconservatore e filogovernativo, sottolineando la pericolosità dei risultati per la stabilità politica. "Segnale allarmante, quasi metà degli italiani hanno scelto partiti dalla linea aggressivamente antieuropea", commenta la Frankfurter Allgemeine. A Londra The Guardian parla di "deadlock (paralisi, situazione bloccata) a Roma, che può diventare la miccia che accende la crisi finanziaria globale, dopo il recentissimo indebolimento dell'euro". E a Bruxelles Le Soir, ben informato sugli umori della Commissione europea, sottolinea che il vero vincitore è il populista Grillo, e si esprime con allarme sul peso della paralisi e del rischio ingovernabilità italiano per l'intera Unione europea. "Non facciamo paragoni", insiste l'esperto di politica estera della Merkel, "ripeto il mio appello al senso di responsabilità di tutte le forze politiche italiane, il futuro dell'euro e dell'Europa non può permettersi un'Italia ingovernabile". Suona quasi come un invito che è a un passo dal suggerimento di rassegnarsi a qualsiasi soluzione, persino a una grande coalizione a Roma come male minore e rospo da digerire per evitare il peggio, per fermare la tempesta perfetta sull'euro uscita dalle urne italiane. Con buona pace dei toni sdegnati con cui il centrodestra denunciava ingerenze e pressing tedesco o della Ue sugli elettori italiani, siamo noi col nostro risultato a far sentire tutta l'Europa con le spalle al muro davanti al peggio.

(Da: La Repubblica del 26 febbraio 2013)



Sans majorité claire au Sénat, l'Italie ingouvernable

(Le Monde)

Italy election sparks fresh fears for euro
(Le elezioni italiane innescano nuove paure per l'euro)

(The Guardian)


Italian politics. A dangerous mess
(Politica italiana. Una pericolosa confusione)

(The Economist)


lunedì 25 febbraio 2013

Zygmunt Bauman, E' l’ingiustizia che uccide la democrazia




La crisi innescata dalla globalizzazione finanziaria aumenta a dismisura le disparità sociali. Anche nei paesi sviluppati del nord del mondo aumenta la ricchezza dei già ricchi mentre milioni di persone sprofondano in nuove forme di povertà. Ma come non ci può essere giustizia senza libertà, così non può esserci libertà senza giustizia.

Zygmunt Bauman

E' l’ingiustizia che uccide la democrazia


Uno studio recente dell’Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo (World Institute for Development Economics Research) dell’Università delle Nazioni Unite riferisce che nel 2000 l’1 per cento delle persone adulte più ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse globali, e che il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. La metà inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l’1 per cento della ricchezza globale. Ma questa è solo l’istantanea di un processo in corso... Notizie sempre più negative e sempre peggiori per l’uguaglianza degli esseri umani, e quindi anche per la qualità della vita di tutti noi, si susseguono di giorno in giorno.

«Le disuguaglianze planetarie attuali avrebbero fatto arrossire di vergogna gli inventori del progetto moderno, Bacone, Descartes o Hegel»: è la considerazione con cui Michel Rocard, Dominique Bourg e Floran Augagner concludono l’articolo “Le genre humain menacé” pubblicato a firma di tutti e tre in Le Monde del 2 aprile 2011. Nell’epoca dei Lumi in nessun luogo della terra il livello di vita era di più di due volte superiore a quello della regione più povera. Oggi, il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. E questi, non dimentichiamolo, sono confronti fra medie, che ricadono quindi nella storiella del pollo di Trilussa...

L’ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese col fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione della ricchezza. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri e privi di prospettiva dai benestanti ottimistici, fiduciosi e chiassosi — un abisso di profondità tale che già è al di sopra delle capacità di scalata di chiunque salvo gli arrampicatori più muscolosi e meno scrupolosi — è una ragione evidente per essere gravemente preoccupati. Come gli autori dell’articolo appena citato ammoniscono, la principale vittima della disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa, sempre più scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale e forse di guerra fra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto.

Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell’economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, risulta indebolita. Nei due decenni che hanno preceduto l’accendersi dell’ultima crisi finanziaria, nella grande maggioranza dei paesi dell’OCSE il reddito interno reale per il 10 per cento delle persone al vertice della piramide sociale è aumentato con una velocità del 10 per cento superiore rispetto a quello dei più poveri. In alcuni paesi, il reddito reale della fascia al fondo della piramide è in realtà diminuito.

Zygmunt Bauman





















Le disparità di reddito si sono quindi notevolmente ampliate. «Negli Stati Uniti, il reddito medio del 10 per cento al vertice è attualmente 14 volte quello del 10 percento al fondo», si vede costretto ad ammettere Jeremy Warner, caporedattore di The Daily Telegraph, uno dei quotidiani più entusiasti nell’esaltare la «mano invisibile» dei mercati che sarebbe capace, agli occhi tanto dei redattori quanto dei lettori, di risolvere tutti i problemi da essi creati (e magari qualcuno in più). Warner aggiunge: «La crescente disuguaglianza del reddito, benché ovviamente indesiderabile dal punto di vista sociale, non ha necessariamente grande rilevanza se tutti diventano contemporaneamente più ricchi. Ma se la maggior parte dei vantaggi del progresso economico vanno a un numero relativamente ristretto di persone che guadagnano già un reddito elevato — che è quanto sta accadendo nella realtà di oggi — si avvia evidentemente a diventare un problema».

L’ammissione, cauta e tiepida nel suo tenore ma piena di comprensione anche se solo semivera nel suo contenuto, arriva al culmine di una marea montante di scoperte dei ricercatori e di statistiche ufficiali che documentano la distanza rapidamente crescente fra quelli che sono in cima e quelli che sono in fondo alla scala sociale. In stridente contraddizione con le dichiarazioni dei politici, che pretendono di essere riciclate come credenza popolare non più soggetta a riflessione né controllata né messa in discussione, la ricchezza accumulata al vertice della società ha mancato clamorosamente di «filtrare verso il basso» così da rendere un po’ più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o più felici...

Nella storia umana la disuguaglianza, con tutta la sua fin troppo evidente tendenza ad autoriprodursi in maniera sempre più estesa e accelerata, non è certo una notizia. E tuttavia a riportare di recente l’eterna questione della disuguaglianza, delle sue cause e delle sue conseguenze, al centro dell’attenzione pubblica, rendendola argomento di accesi dibattiti, sono stati fenomeni del tutto nuovi, spettacolari, sconvolgenti e illuminanti.

(Da: La Repubblica del 25 febbraio 2013)


Nobildonne e popolane di fronte alla malattia nel Rinascimento




Anche la medicina può essere un indicatore della struttura sociale di un'epoca. Lo dimostra bene l'articolo che riprendiamo oggi.


Elena Meli

Paleopatologia. Rimedi peggiori delle malattie per le nobili rinascimentali

Di alcune non conosciamo neanche il nome. Di altre sappiamo moltissimo, perché erano le celebrità della loro epoca e le cronache ne hanno registrato fedelmente la vita e le circostanze della morte. Sono donne vissute secoli fa e i loro resti raccontano molto della condizione femminile nel Rinascimento e di come si vivesse in quei tempi, alle corti nobiliari e fra la gente comune. Analizzare gli scheletri o le mummie arrivati fino a noi è come alzare il velo su quel passato e osservare, ad esempio, Isabella d'Aragona mentre si guarda allo specchio e comincia a spazzolare furiosamente i denti con un bastoncino in pietra pomice (o forse in osso di seppia), per sbiancarli e togliere quell'orribile patina scura che non sopportava. I denti di Isabella si erano anneriti perché intossicata dal mercurio, somministratole per curare la sifilide: proprio attorno al '500, quando Isabella era duchessa di Milano, la malattia cominciò a diffondersi in Europa e i pazienti venivano trattati (inutilmente, ma lo si sarebbe scoperto solo dopo) con unguenti o «fumi» mercuriali che non di rado erano più tossici della lue o perfino letali. Isabella poi, come le donne aristocratiche dell'epoca, aveva scoperto i cosmetici e si dedicava a pratiche che la intossicavano ogni giorno di più: truccava le labbra con un «rossetto» derivato dal cinabro, il minerale rosso da cui si estrae mercurio, e per trattare dermatiti e impurità cutanee o sbiancare la pelle usava l'unguento saraceno, a base della stessa sostanza.

Le nobildonne, benché avessero tempo e denaro, non erano molto diverse dalle popolane di fronte a numerose malattie: «La tubercolosi e le altre patologie infettive colpivano allo stesso modo donne ricche e povere — spiega Gino Fornaciari, direttore della divisione di Paleopatologia, Storia della medicina e Bioetica dell'Università di Pisa —. Tutte, poi, erano esposte alla morte per parto: la mortalità femminile fra i 20 e i 30 anni era alta proprio per le complicazioni nel dare alla luce i figli, spesso molto numerosi». Accadde ad esempio a Giovanna d'Austria, prima moglie di Francesco I dei Medici: ebbe cinque figli, tutti con parti travagliati e difficili, ma alla fine della sesta gravidanza morì per la rottura dell'utero. «Anche le malattie respiratorie, come polmoniti o antracosi polmonare, erano diffuse allo stesso modo nei diversi ceti sociali: l'ambiente in cui vivevano e l'aria che respiravano nobildonne e popolane erano sostanzialmente uguali — interviene Luca Ventura, anatomopatologo dell'Ospedale San Salvatore dell'Aquila —.

Va detto che per le donne di bassa estrazione sociale i dati sono molto più scarsi, perché sono più rari i corpi da esaminare, e le mummie, dove troviamo preziosi tessuti molli che possono darci molte informazioni, sono poche e di solito più recenti, dal '700 in avanti. Gli indizi ottenuti studiando gli scheletri ci permettono tuttavia di tracciare ipotesi verosimili». Le donne più umili, ad esempio, dovevano fare i conti con un maggior rischio di patologie da lavori usuranti come l'artrosi; le nobili, d'altro canto, più spesso andavano incontro a malattie dovute a eccesso di cibo anche se, come sottolinea Ventura, non è affatto detto che le popolane fossero per forza scheletriche, visto che alcuni reperti hanno mostrato segni della presenza di qualche chilo di troppo.

Alla corte dei Medici e degli Aragonesi, peraltro, si seguiva un'alimentazione relativamente salutare perché ricca di pesce di mare: dai risultati delle analisi emerge che in Toscana il consumo si aggirava attorno al 14-30% della dieta, in Campania saliva fino al 40%. Merito, probabilmente, dalla frequente astinenza dalla carne suggerita dalla regola religiosa: durante il Rinascimento la carne era proibita al venerdì, al sabato, alla vigilia di importanti festività e durante l'Avvento e la Quaresima, per un totale che oscillava da un terzo a metà dei giorni dell'anno.

Le donne di allora inoltre soffrivano di malattie che a torto riteniamo esclusive della modernità: è il caso del virus Hpv, la cui prima evidenza molecolare si è ottenuta sui resti di Maria d'Aragona, vissuta alla corte di Napoli nel '500. Sulla sua mummia è stata notata una formazione cutanea che poi è risultata essere un condiloma acuminato da papillomavirus: Maria era stata contagiata da Hpv 18, uno dei sottotipi di Hpv ad alto potenziale oncogeno, e aver dimostrato la presenza del virus così tanto tempo fa può aiutare a capire come si sia evoluto e modificato nei secoli.



Pure i tumori esistono da sempre. «Lo testimoniano ad esempio le metastasi ossee da tumore al seno che sono state osservate su alcuni scheletri del periodo rinascimentale — riprende Ventura —. Anche in questo caso non ci sono differenze di ceto sociale: a Sermoneta, in provincia di Latina, abbiamo rinvenuto alcuni corpi mummificati nelle cripte di San Michele Arcangelo, una chiesa del vecchio villaggio medievale. Si trattava molto probabilmente di donne della borghesia locale e in un caso abbiamo potuto analizzare tessuto mammario in buone condizioni: sottoponendolo ai raggi X, come per una moderna mammografia, sono emerse microcalcificazioni compatibili con la presenza di cancro al seno. E probabilmente ha sofferto di un carcinoma simile anche Anna Maria Luisa de' Medici, l'elettrice palatina». Va detto però che in passato i tumori erano meno comuni: in parte perché la vita media era più breve, in parte perché non c'erano alcuni inquinanti, dagli idrocarburi alle sostanze radioattive (anche se si faceva largo uso di carni cotte alla brace dove si formano composti nitrosi organici cancerogeni, e infatti sono documentati casi di tumore all'intestino).

Unica eccezione il mieloma multiplo, un tumore che pare fosse molto più diffuso qualche centinaio di anni fa: in questo caso è probabile che la continua stimolazione del sistema immunitario da parte di agenti infettivi provocasse più frequentemente di oggi il «deragliamento» in senso tumorale delle cellule immunitarie. «Le malattie delle donne e degli uomini del passato sono espressione dell'ambiente in cui sono vissuti e ci aiutano a tracciare un quadro più preciso della società di allora e della storia delle famiglie illustri, ricostruendo lo stile di vita con dati oggettivi da aggiungere alle ricostruzioni storiche — osserva Fornaciari —.

Tuttavia questi dati possono essere utili anche ai medici: confrontare i ceppi di microrganismi antichi con quelli attuali ci insegna come si sono evoluti e potrebbe offrirci nuove armi per combatterli; capire come si comportavano i tumori nel passato può aiutarci a comprendere meglio i loro meccanismi di sviluppo e diffusione anche nei pazienti di oggi».


(Da: Il Corriere della Sera del 24 febbraio 2013)

domenica 24 febbraio 2013

Crisi dei partiti. E poi ?

Il popolo non conosce il suo vero potere
























Che i partiti siano in crisi è evidente. Ma è possibile una democrazia senza partiti?

Marco Bascetta

Una metamorfosi senza degni eredi

Il libro di Marco Revelli «Finale di partito», pubblicato da Einaudi, affronta la disaffezione verso le forme di rappresentanza, evitando il ritornello dei cattivi educatori. La crisi è un rovesciamento positivo, trasformando tutti in «fuori casta»

Sulla crisi della rappresentanza e sulla «disaffezione» sempre più estesa e profonda nei confronti dei partiti politici sono stati versati fiumi di inchiostro e di parole, fino ad inventare quell'«antipolitica» cui si potrebbe riconoscere un senso logico solo se con questo termine si intendesse designare un ritrarsi singolare e quasi ascetico dalla vita collettiva.

Ma non è certo a questo che si riferiscono i custodi della cosiddetta «cultura di governo». Bensì a una sorta di psicopatologia di massa che si sarebbe diffusa tra i cittadini, lasciati troppo esposti alle intemperie e alle intemperanze di cattivi educatori. Ci risiamo con i cattivi maestri! Che tramino nell'ombra per abbattere le istituzioni o che condonino evasioni ed abusi dalla luce della ribalta governativa restano la più comoda e semplice delle spiegazioni. Se patologia vi è stata, inoculata dal cattivo esempio, allora potrà essere curata col vaccino della «serietà» e della creanza. La buona politica, che si autocertifica tale, sconfiggerà alla fine quella cattiva, nonché il male epidemico dell'antipolitica e dell'irresponsabilità.

In questo mare di scemenze gonfiato dai venti della campagna elettorale è di grandissima consolazione imbattersi in un libro che la crisi della rappresentanza e la palese inadeguatezza della forma partito le prende tremendamente sul serio. Si tratta di un breve ma denso testo di Marco Revelli, che ha fra l'altro il merito di riassumere con chiarezza i punti salienti del dibattito teorico novecentesco sulle aporie dell'organizzazione politica e dei dispositivi della rappresentanza. Il titolo stesso ha il tono di una conclusione senza equivoci: Finale di partito (Einaudi, pp.140, euro 10). 

Sgomberando il campo da psicologismi e filosofie della storia l'autore vede nei grandi partiti di massa del Novecento, soprattutto quelli europei, lo specchio piuttosto fedele dell'organizzazione produttiva dell'epoca: la grande industria fordista. L'una e gli altri concepiti per combinare in un disegno operativo la forza di innumerevoli singoli, coordinarne i movimenti, articolarne le funzioni, moltiplicarne la potenza.



Piramidale, verticistica, gerarchizzata, tra élites dirigenti, quadri intermedi e massa operaia, la grande industria da una parte e la burocrazia formalizzata della dottrina weberiana dall'altra, fanno da modello al partito, perfino e soprattutto a quello che si pone come obiettivo finale l'estinzione dello stato e del lavoro salariato. Dando così ragione al sociologo Roberto Michels che all'inizio del secolo scorso aveva pronosticato. «Chi dice organizzazione, dice oligarchia», sancendo un limite, prossimo all'impraticabilità, della democrazia. La rivoluzione, insomma, prendeva forma come rovesciamento, di segno contrario ma speculare, dell'organizzazione produttiva capitalistica. Non senza dar prova, con questo, di una certa razionalità pratica ed efficienza operativa.

Stando così le cose, le profonde trasformazioni del paradigma produttivo, la contrazione quantitativa della base operaia, il moltiplicarsi disomogeneo delle figure messe a lavoro, il decentramento, la flessibilità, le esternalizzazioni, l'inclusione nel processo di produzione di facoltà e inclinazioni individuali che ne erano state tenute fuori, non potevano non investire i comportamenti e le soggettività che avevano alimentato e sostenuto le grandi organizzazioni politiche, financo le forme di vita che si erano riconosciute in quelle strutture o ad esse affidate.
Le differenziazioni, le intermittenze, le singolarità, gli scarti e gli smottamenti che hanno attraversato e attraversano il mondo produttivo si riflettono ancora una volta nelle forme dell'organizzazione politica, ma vi si riflettono in termini di crisi. I partiti cercano di adeguarsi, inseguono arrancando le acrobazie dell'economia globale. Si cerca di appannare o cancellare i tratti identitari, si persegue la trasversalità sommando faticosamente bisogni e interessi eterogenei. C'è chi teorizza il «partito leggero» e chi, applicando il sistema del franchising (la prima Forza Italia), affida allo «spirito del commercio» e all'appeal pubblicitario il rilancio di una partecipazione politica fasulla e gregaria. Nonostante questo dispendio di inventiva e la prepotente irruzione del marketing sulla scena politica, il disfacimento, il «finale di partito» viene solo rinviato dalla sua ultima metamorfosi.

Sia la grande industria che il partito di massa si rifacevano a un altro modello decisivo: quello dell'esercito. L'appellativo di «casta», con cui si è inteso bollare il privilegio, la distanza, l'arroganza e lo spirito oligarchico del ceto politico della Repubblica è in realtà del tutto fuorviante. Nel trasmettere l'immagine di un ordine sacerdotale consolidato, legato a rituali immutabili e riti di passaggio formalizzati, esso omette un passaggio decisivo. Quello dal partito di massa ricalcato, nel bene e nel male, sull'esercito di popolo al partito inteso come esercito mercenario, aperto, per l'appunto, ai «fuori casta» e ai soldati di ventura.

Il berlusconismo, e soprattutto la fase del suo disfacimento, ne costituiscono l'esempio più lampante, anche se il fenomeno, come le cronache hanno dimostrato, è assolutamente generale, non escludendo neanche le legioni al seguito dei tribuni che inveiscono contro il «ceto politico».


Non trovo di meglio che le parole di Machiavelli nel capitolo del Principe dedicato alla milizia, per descrivere le insidie di questo passaggio: «lo stato suo fondato in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra 'li amici; fra 'nimici, vile...». E, così come gli antichi eserciti di ventura, le odierne schiere della politica «non hanno altro amore né altra cagione che le tenga in campo, che un poco di stipendio, il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono bene essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene». Senza contare che «E capitani mercenari, o sono uomini eccellenti, o no: se sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno alla grandezza propria, o con l'opprimere te che li se' padrone, o con l'opprimere altri fuora della tua intenzione; ma, se non è il capitano virtuoso, ti rovina per l'ordinario».

Dall'identità all'opportunità, dalla casta al mercato, dalla convinzione alle ambizioni personali. Questa la risposta, rivelatasi disastrosa, al tramonto dei partiti ideologizzati di massa, dei quali, sia chiaro, non è sano né utile nutrire alcun rimpianto. Queste caratteristiche non propriamente nobili rispecchiano effettivamente molti tratti della società postfordista, ma non ne rappresentano in nessun modo il rovesciamento, assecondando piuttosto in posizione ancillare l'organizzazione produttiva che la contraddistingue. Ecco perché non abbiamo assistito, almeno finora, (fatta eccezione per le instabili sperimentazioni dei movimenti) alla formazione di forze politiche capaci di trasformare la «liquidità» del presente, per dirla con Baumann, in una pratica di libertà. Di cogliere lo sgretolarsi delle appartenenze e dei ruoli consolidati come occasione di apertura e di rovesciare le interdipendenze eterodirette in cooperazione tra libere singolarità. Il «finale di partito» non prevede eredi.

Nelle pagine conclusive del suo libro Revelli sembra accreditare come una evoluzione in atto e una possibilità concreta la «controdemocrazia» o «democrazia della sfiducia» descritte dallo storico della politica francese Pierre Rosanvallon.

Persa ogni fiducia nella rappresentanza e assunta come incolmabile la distanza tra governanti e governati andrebbe affermandosi una diversa modalità della politica, la «controdemocrazia» appunto, che rinunciando all'esercizio delegato del potere punterebbe invece a controllarlo, a imporne la trasparenza e limitarne gli abusi. Per riprendere la nota formula di John Holloway, si tratterebbe di «cambiare il mondo senza prendere il potere», ma giudicandolo.



La deriva giudiziaria di questa impostazione è piuttosto evidente. Nella pratica prima ancora che nella teoria. In quella interazione tra opinione pubblica e magistratura che finisce con lo spingere quest'ultima a farsi a sua volta forza politica che reclama a proprio favore la perduta fiducia dei cittadini. Tra le numerose aberrazioni che infestano il discorso pubblico in Italia vi è la pretesa che i magistrati, e cioè uno dei poteri basilari dello stato, siano espressione della cosiddetta società civile. Di questo passo si potrebbe considerare espressa dalla società civile perfino una giunta militare! La verità della «democrazia del controllo» scivola così verso un sistema di delega mossa dal risentimento che ci ricondurrebbe dagli eserciti mercenari a una nuova «casta» inquisitoria, comunque incapace anche solo di sfiorare quei centri del potere, gli oligarchi della governance finanziaria, che fuoriusciti da ogni forma di patto sociale non rispondono ad alcuna legge se non la propria. E non è certo l'arresto di qualche manager corrotto o spregiudicato a contraddire questa realtà.

Questa oligarchia è, ad oggi, l'unica forma politica (anche se poco riconoscibile come tale) in grado di occupare la dimensione globale e dettarne le regole. Non è certo una novità che nella erosione delle sovranità nazionali risieda una delle cause principali del disfacimento dei partiti politici che dello stato nazione e dunque anche del suo ridimensionamento sono rimasti in larga misura prigionieri. Ma questa incapacità di agire sullo scacchiere sovranazionale, così come il mutato rapporto tra economia e politica, laddove la prima si è fatta misura etica, coscienza e superio della seconda, restano, nell'analisi di Revelli un po'troppo lontanamente sullo sfondo.

Pesanti o leggeri, correntizi o monocratici, collegiali o leaderistici, è da escludere che i partiti possano recedere dai tratti mercenari assunti nel passaggio del secolo. Né sarebbe realistico o desiderabile vagheggiare il ritorno al passato. C'è allora una sola opzione disponibile: sottrarre le risorse destinate a retribuire gli eserciti mercenari. Non si tratta banalmente del «taglio dei costi della politica», a cui gli stessi beneficiari si sono ormai rassegnati nel timore di finire fuori mercato, ma dell'appropriazione dal basso di quei beni, quei poteri di decisione, quelle istituzioni, quei saperi, il cui controllo e la cui guida fanno parte integrante del soldo della politica. A cominciare dai beni e dai servizi che lo stato e i suoi amministratori intendono mettere sul mercato per onorare il debito sovrano e salvaguardare il credito proprio.

(Da: Il Manifesto del 21 febbraio 2013)



Marco Revelli
Finale di partito
Einaudi, 2013
10 euro

Quando muore un re




Un trono vacante è da sempre un pericolo da evitare o nascondere. Esorcismi e procedure per nascondere il vuoto di potere

Marino Niola

Interregno


«I re dovrebbero essere immortali», dice il sovrano. E la regina gli risponde: «Hanno un’immortalità provvisoria». In questo scambio di battute tra Bérenger e Marguerite, i protagonisti de Il re muore, Eugène Ionesco fa lampeggiare il grande paradosso della sovranità. Sempre in bilico tra la perennità della carica e la possibilità della sua interruzione, tra l’immortalità del regno e la mortalità del re. Che resta la ferita inguaribile del potere, costitutivamente sospeso tra ordine e caos, come su una lama di coltello. Perché in ogni sistema politico, da quelli primitivi ai grandi stati moderni, il capo supremo è di fatto l’incarnazione della legge — lex est in pectore regis. Per la stessa ragione la sua debolezza e ancor più la sua morte rappresentano il vuoto che minaccia la società dall’interno, il cuore di tenebra della politica.

Tutte le società temono l’interregno e cercano di farlo durare il meno possibile. E anche il Vaticano oggi cerca di accelerare — attraverso l’annunciato motu proprio — i tempi dell’inedito limbo tra le dimissioni di un Papa e l’elezione del successore. Il trono vuoto è sempre stato un pericolo, tanto che in passato si è tentato di occultarlo simbolicamente, con riti e cerimonie che costituiscono, di fatto, veri e propri esorcismi istituzionali contro l’assenza di potere, contro la sospensione delle regole che, di fatto, fa ammalare il corpo sociale di una malattia mortale. Un re assente (morto o malato che sia) rende, come scrive Eliot, la Terra desolata.

Un tempo con il monarca, moriva anche la giustizia. Negli antichi reami africani della costa di Guinea alla notizia della morte del re ciascuno si precipitava a derubare il vicino di casa senza che nessuno avesse diritto di punirlo. Solo con l’incoronazione del successore l’ordine tornava a regnare.

E l’Europa delle grandi monarchie non era da meno. Anche se l’esplosione di violenza non era sempre cieca e a volte prendeva di mira gruppi etnici particolari. Come gli Ebrei. In Inghilterra il periodo che andava dalla morte del sovrano all’incoronazione del nuovo re era spesso l’occasione di un pogrom antisemita. Nei giorni dell’ascesa al trono di Riccardo I, nel 1189, a Londra si scatenò un’autentica caccia all’ebreo, che le fonti dell’epoca chiamano già holocaustum. Lo racconta lo storico Sergio Bertelli in un bellissimo libro intitolato Il corpo del re, che è ormai un classico in materia di rituali del potere.

Gli antichi giuristi chiamavano l’interregno justitium proprio perché comportava la sospensione di tutte le attività giudiziarie. Di fatto era il solstizio della sovranità, un’interruzione angosciosa delle regole.

Per evitare che il vuoto di potere facesse precipitare la società nel caos oppure per avere il tempo di preparare la successione, si cercava di prolungare artificiosamente il commiato del morto allungando i tempi della sua definitiva uscita di scena. L’idea era che fino a che non fosse avvenuta la decomposizione del cadavere regale si dovessero ancora fare i conti con il corpo del re, o del pontefice se si trattava di papi. E l’autorità non poteva essere trasmessa al suo successore. Come dire che la mano del defunto non ha più la forza di reggere lo scettro, ma non ha ancora lasciato la presa.

Addirittura in molte società si arrivava a costruire un simulacro del sovrano, di cera o di cuoio, che veniva messo nel suo letto e assistito come un ammalato grave. I medici visitavano continuamente il manichino e ne constatavano il peggioramento minuto per minuto. Fino a dichiararlo morto al momento opportuno. Nella Roma imperiale questo rito si chiamava funus imaginarium,
ovvero funerale dell’immagine. E si concludeva con una processione solenne, con tanto di senatori e matrone. E con il rogo finale del fantoccio che veniva arso su una pira riempita di aromi e incensi che lo trasportavano in cielo tra gli dèi. Solo allora il re era veramente morto.

Anche alla corte di Francia veniva apparecchiato un manichino somigliante al sovrano defunto ed esposto nella sala d’onore alla vista della corte. Che continuava ad offrigli i servizi dovuti alla sua maestà. Come la vestizione, il pranzo, l’abluzione delle mani. E solo al momento del compimento della successione l’effigie usciva di scena.

Nel caso di quei particolari sovrani che erano i pontefici, la morte invece non poteva essere tenuta nascosta perché non c’erano eredi al trono. La sospensione della legge era irrimediabilmente simboleggiata dalla rottura dell’anello piscatorio. E spesso — dal medioevo fino al 1600 — seguita da violenze e saccheggi che facevano di Roma una terra di nessuno. Nonostante i decreti pontifici cercassero di mettere un freno a rituali vandalici come l’assalto ai palazzi lateranensi, che seguiva ogni morte di papa, la dura legge dell’interregno non fece mai sconti al Vaticano.

Nel 1484, alla morte di Sisto IV il palazzo del nipote del papa fu distrutto dalla folla in tumulto. Spesso a dare inizio ai saccheggi erano addirittura parenti e vicini del papa defunto che, per così dire, se ne dividevano le spoglie con una certa animosità.

E c’era anche il rituale della spoliazione violenta dei beni del nuovo eletto. Il caso più celebre è quello del raffinato umanista Enea Silvio Piccolomini, salito al soglio pontificio col nome di Pio II nel 1458. Non fece nemmeno in tempo a indossare la tiara che i cardinali suoi colleghi di conclave si precipitarono ad assaltare la sua cella per fare piazza pulita di ogni suo avere. In questi casi la violenza dilagava per le strade e arrivava alla distruzione del palazzo del neopapa. E quando nel 1559 morì Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, la plebe capitolina occupò il palazzo dell’Inquisizione e liberò tutti i prigionieri. Eretici compresi. A condizione però che giurassero fedeltà alla Chiesa.

Se l’interregno dunque fa entrare nel corpo sociale un virus dalla potenza incalcolabile, gli uomini si difendono da sempre ricorrendo all’arma del rituale. Che funziona come un anticorpo simbolico iniettato nelle vene della società. Per scongiurare la carica distruttiva del vuoto. Reincarnando la legge in un nuovo corpo. Come dire il re è morto, viva il re.

(Da: La Repubblica del 22 febbraio 2013)

sabato 23 febbraio 2013

Dietro le dimissioni di Benedetto XVI, le mani sul tesoro dello IOR




Le dimissioni di Benedetto XVI sono solo la manifestazione più eclatante di una guerra di potere ai vertici della Chiesa il cui vero obiettivo è il controllo dello IOR, la banca del Vaticano.

Concita De Gregorio

Le mani sul tesoro dello Ior



“Gli evangelisti Matteo e Luca presentano tre tentazioni di Gesù. Il loro nucleo centrale consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri interessi dando più importanza ai beni materiali. Il tentatore è subdolo. Spinge verso un falso bene facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari. (…) Non abbiamo paura di combattere.
Benedetto XVI, 17 febbraio 2013, Angelus

Ciò che soddisfa i bisogni primari. Il denaro. La tentazione del potere.

Settimo: non rubare. «Nelle tentazioni è in gioco la Fede. Vogliamo seguire l’io o Dio?», domanda Benedetto XVI dal suo balcone alla folla ammutolita di San Pietro. Angelus, 17 Febbraio, San Teodoro di Amasea soldato e martire. Anche il Pontefice è un soldato. «Non abbiamo paura di combattere», dice. Indicativo presente. Stiamo combattendo adesso. Noi, Papa.

«All’Angelus di domenica mancavano solo i nomi e i cognomi. L’atto di accusa verso la struttura di Potere che corrompe la Chiesa era nitido», dice un cardinale che per molti anni ha lavorato nelle finanze vaticane, ormai troppo anziano per partecipare al Conclave. Ricorda che già ad ottobre il Pontefice aveva detto che «i peccati personali diventano strutture del peccato ». La «struttura del peccato» di cui la Relationem consegnata a Benedetto svela gli snodi è, naturalmente, lo Ior. L’Istituto. La banca. A sorpresa l’anziano cardinale illumina, come in una parabola evangelica, un dettaglio. «Lei ha presente i bancomat vaticani? Ha sentito che per due mesi sono stati fuori uso? Ecco, può sembrare una minuzia ma tra le ragioni per cui i bancomat hanno smesso di funzionare ce ne sono alcune che hanno determinato il Papa al suo gesto». Partiamo dai bancomat, allora.



Il 1 gennaio 2013 i bancomat vaticani hanno smesso di funzionare. Le transazioni, operate da Deutsche Bank, sono state bloccate dalla Banca d’Italia. Il Vaticano, stato extracomunitario, ha un «assetto di vigilanza e scambio informazioni inadeguato », si legge nel provvedimento. Non rispetta le norme antiriciclaggio.

La commissione incaricata nel 2011 di fare pulizia allo Ior dopo se mesi dall’insediamento è stata esautorata. Da chi? Dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone che ha voluto bloccare lo scambio di informazioni e le libertà di ispezione. Nessuno è autorizzato a guardare dentro le casse dello Ior. Salvo Bertone stesso, si capisce, il suo plenipotenziario monsignor Balestrero, il direttore generale Cipriani, uomo chiave di tutta la vicenda. Ed eccoci nel pieno di Vatileaks. Eccoci alle lettere scritte dal cardinale Attilio Nicora, capo dell’Autorità di informazione finanziari (Aif), a Bertone e per conoscenza a Sua Santità. Le lettere trafugate dalle stanze di Benedetto XVI. «Ma non hanno una cassaforte in Vaticano?», ha chiesto al ministro Riccardi il Patriarca di Mosca in un recente incontro. Non sapeva, il Patriarca, che chi ha fatto uscire le lettere stava in realtà facendo una cortesia a papa Benedetto. Lo stava mettendo in condizione di combattere. Vediamo la guerra qual è.

Inizio 2012. Nicora scrive a Bertone che l’idea di restringere le norme antiriciclaggio è una pessima idea. In quel momento lavorano con lui al risanamento dell’istituto, a vario titolo e livello, un gruppo di banchieri e giuristi cattolici tra cui Gotti Tedeschi, presidente, De Pasquale e Pallini ai vertici dell’Aif. Sei mesi dopo la squadra è smantellata. Nicora non riconfermato. Pallini rientrato nel sistema bancario italiano. De Pasquale ad altro incarico. Al posto di Gotti Tedeschi assume l’incarico di presidenza ad interim il tedesco Hermann Schmitz, tedesco nato in Brasile, ex ad di Deutsche Bank.

Le finanze vaticane sono controllate dal Segretario di Stato. Il delegato ai rapporti con lo Ior monsignor Balestrero è suo pupillo. Suoi uomini sono il cardinale Giuseppe Versaldi, a capo della Prefettura affari economici (ora anche commissario dell’Idi di Roma, sull’orlo della bancarotta) e il savonese Domenico Calcagno, amministratore del patrimonio della sede apostolica, l’Apsa, in eccellenti rapporti con Cipriani. Tutti liguri, Versaldi appena vercellese. Si insedia il lussemburghese Renè Bruelhart. L’argomento che un banchiere di un paradiso fiscale non sia adatto all’antiriciclaggio è respinto. Ascende all’Aif l’astro del genero di Antonio Fazio, il giovane Di Ruzza. Brilla su tutti la stella del direttore generale dell’Istituto Paolo Cipriani, uomo di Geronzi, ex direttore della filiale del banco di Roma di Via della Conciliazione. Anche la geografia ha il suo perché, in questa storia. Cipriani è l’unico a conoscere cosa ci sia nel ventre nero dello Ior. Gotti tedeschi dirà alla magistratura di non conoscere i bilanci. I banchieri laici non hanno mai avuto accesso alle carte. «Per quanto ne sappiamo — dice uno di loro — nelle casse dello Ior potrebbero esserci anche i soldi di Bin Laden e di Riina. Abbiamo chiesto i dati, non ce li hanno mai forniti».



Il meccanismo è questo. Allo Ior possono aprire conti correnti, che si chiamano “fondi”, solo religiosi, istituti religiosi e cittadini vaticani. Sono circa 25 mila. Ciascuno di loro però può delegare ad operare sui conti chi vuole, senza limiti nel numero di deleghe e senza che ci sia registro dei delegati. Cioè: il parroco di Santa Severa, titolare del conto, può in ipotesi delegare un uomo di Provenzano a muovere i capitali. Solo Cipriani lo sa, a richiesta di riscontro non risulta: la risposta, a chi ha chiesto di vedere l’elenco dei delegati, è sempre stata «stiamo informatizzando il sistema». Dunque è chiaro che chiunque può «lavare» i suoi soldi nello Ior. Dalla politica alla criminalità, alla finanza. Restiamo alle carte della Relationem.

Parliamo dei “ladri di polli”. In una riunione del 13 marzo 2012, San Rodrigo di Cordova, si vedono da Bertone Nicora, capo dell’autorità di controllo, i suoi collaboratori laici De Pasquale e Pallini, il direttore generale Cipriani e altri dirigenti. Controllori e controllati insieme. Cipriani e il suo vice massimo Tulli sono indagati per un movimento di 23 milioni operato da Credito Artigiano e banca del Fucino su JP Morgan: soldi all’estero che non si sa da chi partano e a chi vadano. Uno dei presenti suggerisce che «sarebbe bere autorizzare la magistratura ad indagare su quattro casi minori, daremmo così l’impressione di cominciare a collaborare». Bertone e Balestrero ne convengono. I casi minori sono don Salvatore Palumbo della parrocchia di San Gaetano, Emilio Messina dell’arcidiocesi di Camerino, il catanese Orazio Bonaccorsi, don Evaldo Biasini detto “don Bancomat” e indagato nell’inchiesta di Perugia sui “Grandi eventi della Protezione civile».

Prendiamone uno, il caso di don Palumbo. Vengono versati allo Ior da una filiale Barclays 151 mila euro con la causale “Obolo per restauro convento”. Versa tale Giulia Timarco, con precedenti per truffe ai danni delle assicurazioni. L’inchiesta appura che alla Timarco i soldi arrivano da Simone Fazzari, faccendiere in collegamento con Ernesto Diotallevi, ex uomo di fiducia di Pippo Calò ai tempi della banda della Magliana, processato e assolto per l’omicidio Calvi. Fazzari ottiene i 151 mila euro truffando l’Ina Assitalia: simula un falso incidente ai danni di una Ferrari da corsa. Questi i ladri di polli, all’ombra di Pippo Calò.



Non risulta che al momento alcuna collaborazione alla magistratura sia mai stata fornita. L’inchiesta su Cipriani e Tulli, coinvolto anche Gotti Tedeschi, procede stancamente. Nel frattempo la fabbrica dei veleni vaticana mette in circolo le carte relative al “buco” di Don Paglia. Balestrero, si sa, è uomo assai stimato dall’ex premier Berlusconi. Paglia invece è un esponente della “sinistra ecclesiastica”.

Nella Relationem si parla dei 18 milioni di debiti che il monsignore ha accumulato nella diocesi di Terni: 15 di debiti bancari per ristrutturazione di patrimonio immobiliare, 3 di prestiti alle parrocchie. La struttura di comando di Bertone fa filtrare informazioni che mettono alla stessa stregua destra e sinistra vaticana: tutti colpevoli nessun colpevole. Intanto, però, il sistema bancario fa terra bruciata attorno allo Ior. Le nuove norme antiriciclaggio del 2011, quelle che l’Istituto si è ben guardato dall’assumere, impediscono di lavorare col Vaticano. È in difficoltà persino Unicredit (ex Capitalia, ex Banca di Roma, per tornare a Geronzi) che ha sempre avuto la delega ad emettere assegni per lo Ior. In queste condizioni di opacità diventa difficile. «Anche Bin Laden potrebbe avere i soldi all’Istituto ». Anche le mafie, anche la politica delle tangenti, anche Finmeccanica e Mps. Una grande lavatrice, il ventre oscuro degli interessi temporali.

I soldi, il Potere. La «tentazione da combattere», diceva il Papa all’Angelus. Senza fare nomi e cognomi, ma quasi. Un Papa anziano. Che non ha le forze per fronteggiare da solo una struttura di potere interna ed esterna al Vaticano. Che ha solo uno strumento per combattere la battaglia in nome di Dio, contro l’io. Quella descritta nel’Angelus. Ha solo, come munizione in questa guerra, se stesso.

(Da: La Repubblica del 22 febbraio 2013)