TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 luglio 2016

Musica di bordone a San Nicolò di Bardineto


Guerrieri e musici in una Chiesa spersa fra i monti di Liguria.

Giorgio Amico

Musica di bordone a San Nicolò di Bardineto


Dall'ultimo contrafforte della montagna da mille anni la Chiesa di San Nicolò guarda Bardineto.



Chiesa altomedievale, già citata in un documento di epoca carolingia, San Nicolò mantiene accanto alla purezza delle sue linee squadrate elementi arcaici. Un'absidiola risplende di una bellezza ascetica, simile ad una gemma incastonata in un gioiello.


All'interno ci accoglie un ciclo di affreschi di autore ignoto ma di raffinata fattura.


Ci perdiamo nel drappeggio delle vesti della Vergine,


nella simbologia, tipica di una società di guerrieri, della cavalleria celeste


e terrestre.


Un povero diavolo ci lancia tristi occhiate


mentre ci avvolge e conquista la musica medievale di Fabio Rinaudo e Fabio Biale


con la grazia senza tempo di un fiore che dalla grata sorride al bosco.





Simone de Beauvoir. Lo splendore del pensiero



A trent’anni dalla scomparsa, la filosofa, femminista e scrittrice francese, non smette di interrogare intere generazioni. Un recente ebook di Bastiana Madau, «Simone, le Castor» (Cuec), ne ripercorre alcuni testi per la costruzione di una morale.

Francesca Maffioli

Lo splendore del pensiero

«Sono nata il 9 gennaio 1908, alle quattro del mattino, in una stanza dai mobili laccati in bianco che dava sul boulevard Raspail. Nelle foto di famiglia fatte l’estate successiva si vedono alcune giovani signore con lunghe gonne e cappelli impennacchiati di piume di struzzo, e dei signori in panama, che sorridono a un neonato: sono io. Mio padre aveva trent’anni, mia madre ventuno, e io ero la loro primogenita». Con queste parole, tratte da Memorie di una ragazza perbene, Simone de Beauvoir esordisce nel racconto della sua esistenza con il piglio irriverente che la caratterizzerà sempre. Sono trascorsi ormai trent’anni dalla sua scomparsa nella stessa città in cui era nata e vissuta, Parigi, all’Hôpital Cochin – il più prossimo all’arrondissement dove era situata anche la sua casa natale.



Soggetto in rivolta

Simone de Beauvoir resta una voce indimenticabile e maestra nel panorama europeo della modernità. Il suo contributo resta infatti di portata fondatrice nella storia della filosofia, della letteratura e in quella del femminismo. Pensatrice di riferimento per le generazioni a venire, dentro e fuori dall’Europa, ha collaborato ed è stata in relazione con artisti e intellettuali che hanno marcato il Novecento: fra i più noti Maurice Merlau-Ponty, Michel Leiris, Boris Vian e Jean-Paul Sartre, con i quali fondò la rivista Les Temps Modernes (1945), ma anche Albert Camus e molti altri.

La sua attività personale debutta nel 1943 con la scrittura de L’invitata; il romanzo, narrante un ménage à trois nella Parigi alla vigilia della seconda guerra mondiale, da una parte tocca i grandi temi del pensiero filosofico esistenzialista beauvoiriano e dall’altra esemplifica come la forma romanzesca, non ortodossa nell’esposizione del pensiero filosofico, riesca a sostanziare l’impossibilità della sistematizzazione definitiva e l’incompiutezza di qualsivoglia metafisica. Con un’agilità straordinaria, De Beauvoir passa poi alla scrittura più tradizionalmente saggistica: risale infatti al 1947 Per una morale dell’ambiguità, uno dei capisaldi del pensiero esistenzialista francese, testo che parla del riconoscimento dell’esistenza umana nella sua totalità, compreso il carattere contraddittorio e indefinibile dell’ambiguità insita nella condizione umana. Del 1958 sono le Memorie di una ragazza perbene, racconto autobiografico degli anni giovanili; nella narrazione leggiamo in quali modi si sviluppa la ricerca identitaria di Simone come soggetto in rivolta nei confronti del milieu familiare e culturale della Parigi alto borghese di inizio secolo.

Partendo da questi tre testi di riferimento e ampliando poi sulla vasta produzione beauvoiriana, Bastiana Madau realizza il saggio intitolato Simone, le Castor. La costruzione di una morale, (CUEC, ebook saggistica, euro 5,99).



Il tentativo di costruzione della morale é messo in atto grazie e attraverso la ricerca della felicità, che Simone de Beauvoir descrive in termini chiari anche in L’età forte (1960): «Fino ad allora mi ero preoccupata di arricchire la mia vita personale e d’imparare a tradurla in parole; a poco a poco avevo rinunciato al quasi solipsismo, all’illusoria sovranità dei miei vent’anni; avevo acquistato il senso dell’esistenza altrui; ma la cosa che più contava per me erano i miei rapporti personali con gli individui presi uno a uno, e desideravo aspramente la felicità».

La ricerca della felicità ha rappresentato infatti per Simone de Beauvoir la forza motrice per guardare alla separazione tra l’io e il mondo, inteso anche come l’Io e l’Altro – quest’ultimo sentito come il corrispettivo di un ambiente sociale ostile o estraneo. Il carattere energico ed entusiasta dello slancio felice costituirà la prerogativa per evolvere dall’assoluto psicologico alla coscienza impegnata, anche mediante la coscienza critica sui privilegi della classe sociale d’appartenenza.

Nella nota introduttiva al testo, Alessandra Pigliaru sottolinea come: «In questo risveglio che intreccia teoria e prassi, parola e impegno, Bastiana Madau decide di consegnare un ritratto di Simone De Beauvoir ai bordi di una promessa – quella che lambisce solo in parte gli anni Sessanta che si stanno affacciando e che puntellano la mappa più grande di ciò che arriverà. In questo stato di attesa, di qualcosa a venire che sarà la donna come soggetto imprevisto della storia, per dirla con Carla Lonzi, o dello sgretolamento di una rivoluzione implosa, la strada verso la morale appartiene a un ambito molto più intimo di quanto non si pensi». La strada verso la morale a cui si allude rappresenta per la filosofa francese l’orientamento da seguire per agire il tentativo di superaramento della scissione apparentemente incolmabile tra l’io e il mondo.



Le quattro età

L’autobiografismo in De Beauvoir rappresenta anche questo, cioé l’esternazione del suo pensiero filosofico tramite il racconto della propria vita, dall’infanzia e la giovinezza de Le memorie di una ragazza perbene, fino alla maturità. Le Memorie e gli altri tre volumi che narrano la vita della filosofa e scrittrice francese (seguiranno L’età forte, La forza delle cose, nel 1963, e A conti fatti, nel 1972) si realizzano infatti come uno speciale calendario di riflessioni sull’evolversi del ruolo delle donne nella Francia del secondo dopoguerra, fino ai movimenti di liberazione degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta. Bastiana Madau così ci descrive il percorso esistenziale che Simone de Beauvoir percorre attraverso il suo speciale autobiografismo: «Lontane da qualsiasi tentazione di esibizionismo morale, infatti, le pagine delle memorie ci mettono al cospetto di un’esistenza vissuta nell’autenticità, che osa svelare, contestare e contestarsi pubblicamente nel tentativo di agire per il cambiamento, consapevole che la parola può essere azione, e che si può togliere il velo dall’opacità dell’esistenza soltanto progettandone la trasformazione».

A ben guardare, già nel titolo dell’ebook di Madau si allude a Simone de Beauvoir in quanto soggetto, altresì biografico, teso nella progettazione di una trasformazione – nell’attività di edificazione di una morale alternativa. «Castor» era infatti il soprannome inventato nel 1929 da René Gabriel Eugène Maheu, professore di filosofia a Londra e amico di Simone, pensando a «beaver» (castoro in inglese) per similarità di pronuncia con il cognome di De Beauvoir.



Erodere lo scacco

Il soprannome viene mutuato in seguito da Sartre, che amava chiamare così la compagna di vita e di filosofia, per la sua similarità d’attitudine con questi roditori d’acqua e di terra. «Un giorno – come ricorda De Beauvoir nelle Memorie – scrisse sul mio taccuino, a lettere cubitali : BEAUVOIR = CASTORO. Voi siete un castoro dice lui. I castori girano in gruppo e hanno uno spirito costruttore».
Il settimo capitolo del saggio di Madau si intitola «Morale», e al suo interno viene enunciato in quali modi e in che senso Simone de Beauvoir, in seno al pensiero esistenzialista degli anni del dopoguerra, cerca di costruire le strade per una nuova morale – di aprire le prospettive di una nuova etica.

Constatando come le morali tradizionali non integrino lo scacco subito nel momento in cui l’essere umano percepisce la propria incompiutezza, De Beauvoir mostra come questo rifiuto conduca a una fede in un assoluto esterno all’esistenza, un assoluto rifiutante i limiti della stessa.

Comprendere invece la verità originaria del limite, la sua ricchezza, con il suo corteggio di ambiguità (ambivalenza, separazione, scacco) costituirebbe già di per sé una tappa verso la costruzione di una morale nuova. Tale costruzione contempla anche il tentativo da parte dell’essere umano di giustificare la propria esistenza attraverso la categoria del trascendente, che per la filosofa rappresenta la realizzazione del soggetto in moto continuo verso il poter essere e una sorta di espansione indefinita verso l’avvenire; il suo senso indefinito sempre labile e in perenne conquista costituisce infatti il fulcro della cosidetta morale ambigua.

In questo percorrere la vita «espansivamente», ci parla in particolare di come la donna, soggetto-Altro culturalmente e socialmente subalterno, sia costretta a vivere una condizione di sottrazione della trascendenza e di oppressione della creatività. Madau spiega come ne Il secondo sesso (1949), noto al grande pubblico per la tesi avanguardista sul rapporto di dominazione tra uomo e donna come frutto di una radicante e radicata costruzione storica e sociale, De Beauvoir mostri la portata dell’oppressione.



Immanenze

Il testo, messo all’indice dal Vaticano con un editto del Sant’Uffizio del 1956, spiega come la ripetizione inconsapevole e passiva di un ruolo predeterminato costituisca per la donna il grande vincolo esistenziale: «nella mera ripetizione del suo ruolo di madre e di sposa la donna vincola la propria esistenza all’immanenza, alla ripetizione, alla reiterazione, all’impossibilità creativa, all’assenza di progettualità nella propria esistenza, determinando la propria condizione di subalternità rispetto all’essere umano di sesso maschile. Quest’ultimo non ha mai abdicato ai suoi privilegi, al contrario servendosene per assoggettare la donna al suo bisogno di dominio». Bastiana Madau ci suggerisce di guardare al percorso di ricerca che Simone de Beauvoir stessa aveva intrapreso.

A fronte di secoli di dominazione maschile Simone vedeva una possibile via di liberazione nella tenace volontà da parte delle donne di vedere, riconoscere, sottrarsi ai condizionamenti storici e di rifiutare l’idea della predestinazione, il giogo della profezia autorealizzante: «Ed è anche ciò che, d’altronde, Simone de Beauvoir ha fatto in prima persona – come ha testimoniato attraverso le sue lunghe memorie autobiografiche – mettendosi sempre in discussione, svelando le fragilità e i conflitti interiori, mai proponendo alcun modello da seguire, ma ha anzi, dall’interno di una instancabile lotta contro gli stereotipi, accentuando la singolarità dell’esperienza individuale. La sua morale è un discorso sulla libertà».


Il manifesto – 21 luglio 2016

I sommersi e i salvati dell'influenza Spagnola



Oggi si parla molto di Ebola, ma nel 1918 una malattia infettiva, la spagnola, fece più vittime della prima guerra mondiale.

Massimiliano Bucchi

I sommersi e i salvati dell'influenza Spagnola

«Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid (…) l'epidemia è di carattere benigno, non risultando casi mortali ». Con queste poche righe, nel febbraio 1918, l'Agenzia di stampa spagnola Fabra segnala l'arrivo di quella che è considerata la più grave pandemia nella storia dell'umanità. Oltre cinquecento milioni di infettati, tra i cinquanta e i cento milioni di vittime stimati in tutto il mondo; diciassette milioni solo in India, dove falcidia il 5 per cento della popolazione; tra i 350 mila e i 600 mila in Italia. Cifre che fanno impallidire la peste nera del Trecento e perfino il tragico bilancio della Prima guerra mondiale.

La chiamano "Spagnola" per uno di quei fraintendimenti che spesso caratterizzano la storia delle malattie infettive, minacce la cui origine spesso i popoli proiettano al di là dei propri confini. Nella Spagna rimasta neutrale durante il conflitto mondiale la stampa non è censurata, da lì arrivano le prime notizie e da lì quindi si pensa che arrivi il contagio.

Il virus viene, in realtà, dagli Stati Uniti – i primi casi si manifestano in un centro di addestramento militare del Kansas – e arriva in Europa con i soldati. Riccardo Chiaberge non racconta la storia della malattia, ma la usa come chiave di lettura per rileggere alcune biografie di protagonisti del Novecento, personaggi "sommersi e salvati" della Spagnola, la cui sopravvivenza o scomparsa a causa della letale influenza avrebbe potuto cambiare la storia.

Al terribile virus sopravvissero, infatti, ben due Presidenti degli Stati Uniti: Woodrow Wilson e il suo futuro successore Franklin Delano Roosevelt. Il primo si ammalò durante la conferenza di pace di Parigi, e l'autore si interroga da un lato su quale peso possa aver avuto lo stato di salute di Wilson sull'accettazione di accordi così punitivi contro la Germania, da un lato sull'importanza della sua guarigione per la nascita della Società delle Nazioni.

Dalla Spagnola furono colpite anche figure centrali della letteratura, dell'arte e dello spettacolo: poeti come Guillaume Apollinaire ed Edmond Rostand, che a Parigi caddero vittime dell'influenza ad un mese di distanza l'uno dall'altro; artisti come Egon Schiele e Edvard Munch (solo il secondo sopravvisse, firmando nel 1919 un memorabile Autoritratto dopo la febbre spagnola). Si salvò invece la "regina del muto di Hollywood" Mary Pickford.

E si salvò il giovanissimo Walt Disney, bloccato a letto dalla Spagnola mentre smaniava per andare al fronte. Così, in un bizzarro disegno circolare della storia, non distante da quel Kansas dove il virus aveva colpito la prima volta, Disney scampò alla guerra e a una pandemia che rischiarono probabilmente di annoverare tra le proprie vittime illustri anche Topolino e Paperino.

La repubblica – 17 luglio 2016


Riccardo Chiaberge
1918 la grande epidemia
UTET
Euro 16


venerdì 29 luglio 2016

Christopher Isherwood e il cinema



Da Cambridge nella trasgressiva Berlino degli anni Trenta e poi in Cina con Auden fino a Hollywood, vita dello scrittore inglese amato dal cinema (che riprese con successo molti dei suoi romanzi).

Orio Caldiron

Christopher Isherwood e il suo mondo


Quando il 19 gennaio 1939 Christopher Isherwood e Wystan Hugh Auden s’imbarcano sul transatlantico Champlain diretto a New York non prevedono cosa li attende al loro arrivo, ma sanno cosa si lasciano alle spalle. Solo l’anno prima avevano scritto insieme Viaggio in una guerra, il reportage sul drammatico conflitto cino–giapponese, dopo essere stati a Saigon, Hong Kong, Shangai. Ma durante la burrascosa traversata scoprono che ne hanno abbastanza degli ideali rivoluzionari a cui si ispiravano i loro lavori teatrali. Christopher si riconosce piuttosto nel pacifismo, mentre non se la sente più di sacrificare la sua scelta omosessuale ai diktat del Partito Comunista.

Se entrambi amano il cinema, soltanto Isherwood si era misurato concretamente con il mestiere di sceneggiatore quando nell’ottobre 1933 la Gaumont-British gli aveva chiesto di collaborare con Berthold Viertel per Little Friend, in Italia si intitolerà Raffiche, sciropposo dramma di una bambina che tentando il suicidio impedisce il divorzio dei genitori.

Scrittore e poeta, il regista viennese aveva lavorato con Max Reinhardt prima di esordire nel cinema e trasferirsi nel ’27 a Hollywood. «Sono un vecchio Socrate ebreo», dice a Christopher lusingato di essere l’allievo di un maestro così carismatico che farà rivivere in La violetta del Prater (1945), uno dei suoi romanzi più suggestivi. Sul set londinese Berthold parla spesso della sua casa nel Canyon di Santa Monica, al 165 Mabery Road, dove non esita a dare appuntamento allo scrittore.



Negli anni precedenti Isherwood aveva soggiornato a lungo a Berlino, che con il declino della Repubblica di Weimar diventa lo scenario in cui drammi sociali, avanguardie artistiche, trasgressioni sessuali si intrecciano alle sinistre avvisaglie naziste.

Quasi l’ultima frontiera, prima della fine della democrazia e della scalata al potere di Hitler, per sottrarsi all’establishment inglese a cui si era sempre ribellato. Qui incontra quelli che, rielaborati, diventeranno i protagonisti delle sei storie di Addio a Berlino, che esce a Londra nel marzo del ‘39. Sospeso tra autobiografia e affabulazione, il personaggio del narratore è solo «il comodo fantoccio di un ventriloquo».

Quando all’inizio del primo racconto fa l’incauta dichiarazione: «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa. Un giorno tutto questo andrà sviluppato, stampato con cura, fissato», si riferisce alla curiosità del narratore sempre all’erta, ma sa perfettamente che gli eventi dovranno essere decantati.

Semmai è piuttosto al cinema e non alla fotografia che la sua scrittura rimanda con la visualità segnata dalla tecnica dell’inquadratura e del montaggio. Nonostante faccia parte della diaspora europea approdata in California, il suo caso è abbastanza atipico nei confronti delle centinaia di sceneggiatori, registi, attori e tecnici in fuga dal nazismo che sono già arrivati o arriveranno di lì a poco nella Città degli Angeli. 

Il tramite con la colonia degli émigrés è Salka Viertel, la moglie di Berthold, amica e sceneggiatrice di fiducia di Greta Garbo. Gli fa incontrare Gottfried Reinhardt, il ventisettenne figlio del grande Max, che da pochi mesi è diventato uno dei producer della Metro-Goldwyn-Mayer. L’inizio alla major – tra un dramma della gelosia e un giallo-suspense – non è esaltante. Il meno peggio dei film a cui lavora è Volto di donna (1941), curioso mélo gotico destinato a rilanciare Joan Crawford. Nel 1948 fa parte dell’équipe incaricata di mettere ordine nella montagna di carte che Gottfried aveva ereditato dal padre per il progetto irrealizzato di Il giocatore di Dostoevskij.



Gran parte della vicenda di Il grande peccatore si svolge al Casinò di Wiesbaden, dove alla mattina prima del ciak, più di ottocento figuranti in costume attendono il regista Robert Siodmak che ha convocato sul set anche decine di compatrioti in esilio. La vecchia dama della società che fuma il sigaro è Else Eims, la madre di Gottfried. Se Ava Gardner fa tappezzeria, la nevrosi di Gregory Peck travolto dal demone del gioco scatena un’iconografia di stampo quasi espressionista.

Negli anni seguenti i malumori dello scenarista sembrano ripagati dall’incontro con Tony Richardson appena arrivato a Hollywood dopo il successo di Tom Jones. In patria il suo bersaglio era stato il conformismo britannico, qui con Il caro estinto (1965), scritto a bordo piscina nella villa del regista, prende di mira i riti funebri della middle class americana.

Mentre Isherwood abbozza i dialoghi,Terry Southern con Vanessa Redgrave, allora moglie di Tony, va in giro per le agenzie di pompe funebri fingendosi una coppia devastata da una recente perdita. Subito dopo il flop di Il marinaio del «Gibilterra» (1967), incomincia a lavorare all’adattamento di Riflessi in un occhio d’oro, uno dei romanzi più visivi della geniale Carson McCullers, perfetto per il cinema. Ma, sorpresa, a sceneggiatura finita, Richardson è sollevato dall’incarico e sostituito da John Huston che ricomincia tutto da capo.



A Broadway trionfa intanto Cabaret, il musical che dopo il debutto nel novembre ‘66 resta in cartellone per tre anni. Lo spettacolo si ispira a Addio a Berlino, filtrato attraverso I Am a Camera, la pièce che negli anni cinquanta ne aveva ricavato John Van Druten con l’esuberante Julie Harris nel ruolo di Sally Bowles.

Come farà Bob Fosse con Cabaret (1972), il film che rinnova il musical in crisi assicurandosi otto Oscar. Se i numeri musicali sono splendidi – accanto alla vibrante Liza Minnelli dai grandi occhi e dalla bocca esagerata, Joel Grey con il suo Money, money, money sembra una citazione di Otto Dix – la storia normalizza in chiave sentimentale l’ambiguità allusiva dei racconti originali. Soltanto Christopher e il suo mondo 1929-1939, uno degli ultimi grandi libri di Isherwood del ’76, rivela i retroscena della rielaborazione romanzesca a cui aveva sottoposto personaggi e vicende del soggiorno berlinese, capovolgendo la reticenza del narratore nella confessione esplicita.

Quando nel 2009 esce nelle sale A Single Man, l’elegante esordio dello stilista Tom Ford con un eccezionale Colin Firth, Christopher Isherwood è ormai diventato un’icona della cultura gay, un punto di riferimento nelle battaglie per la liberazione omosessuale. Il film deve molto a Chris & Don a love story (2007), il bellissimo documentario di Guido Santi e Tina Mascara, in cui la testimonianza più emozionante è quella di Don Bachardy, il pittore americano che ha creato l’Isherwood Foundation, con sede nella casa di Santa Monica dove hanno vissuto dal 1953 fino alla morte dello scrittore.


Il manifesto – 26 marzo 2016

“Così scelsi il Terzo Reich” Le confessioni di Carl Schmitt


Pubblicate le conversazioni alla radio in cui il filosofo tedesco morto trent’anni fa definisce la sua teoria del potere e racconta l’adesione all’“impero” di Hitler.

Roberto Esposito

Così scelsi il Terzo Reich” Le confessioni di Carl Schmitt

«Perché ha partecipato al potere politico di Hitler?». Intorno a questa domanda – riformulata dall’interrogato in una forma che ne smussa la punta più acuta in “Perché ho partecipato al potere?” – si snodano le conversazioni di Carl Schmitt con Klaus Figge e Dieter Groh, trasmesse nel 1972 in una trasmissione radiofonica, poi edite in forma di libro da Frank Hertweck e Dimitrios Kisoudis, adesso tradotto da Quodlibet, a cura di Corrado Badocco, col titolo “Imperium”. Il testo dell’intervista è corredato da un formidabile apparato di note che ne fa quasi un’edizione critica. Comunque uno strumento indispensabile per gli studiosi del tema.

Quanto alle dichiarazioni di Schmitt, di cui quest’anno ricorre il trentennale della morte, non si può non restare colpiti dalla fittissima trama di ricordi, riferimenti culturali, colpi di teatro con cui un uomo di ottantatré anni riesce a costruire una sorta di corazza difensiva rispetto alla propria adesione al nazismo che alla metà degli anni Trenta lo rese uno dei protagonisti di quel fosco periodo.

Lo strato più esterno di questa vera e propria tela di ragno tessuta dall’autore – che gli intervistatori cercano inutilmente di rompere stringendolo a una risposta da lui sempre differita – è costituita da una nutrita serie di rimandi autobiografici alla propria formazione intellettuale. Arrivato al “tramonto della vita”, quando il tempo comincia ad accartocciarsi su se stesso e i desideri ad affievolirsi, Schmitt non manca di ricordare che alla sua età uomini di Stato come Hindenburg, Clemenceau e De Gaulle ancora esercitavano ciò che gli uomini inseguono senza tregua. E alla cui tentazione anche egli stesso cedette: il potere, da qualsiasi fonte venga.

Ma prima di arrivare a tale conclusione, Schmitt ripercorre la propria vita, iniziata nel “nido” di Plettenberg, e proseguita con una rigida educazione cattolica in un Paese a maggioranza evangelica. Poi gli studi di giurisprudenza, avviati più per contingenza che per decisione, come, almeno a suo dire, gli accadde altre volte. Al punto di descriversi – lui che è considerato l’inventore del decisionismo politico – un eterno indeciso. Ma, certo, pronto a cogliere tutte le occasioni che gli si presentavano con la scaltra prontezza di un picaro.

La ricostruzione degli eventi drammatici e concitati che portarono il 30 gennaio del ‘33 alla nomina di Hitler a Cancelliere del Reich e, il 24 marzo dello stesso anno, alla promulgazione della Legge che gli attribuiva i pieni poteri, costituisce il secondo strato della strategia del ragno. In quelle circostanze, quando nell’indecisione degli ultimi rappresentanti della Repubblica di Weimar, Hitler si mostrò il più abile nell’adoperare gli istituti della legalità costituzionale al fine di abolirla, che altro avrebbe potuto fare un giurista come Schmitt se non seguire la legge – anche quella che di fatto cancellava ogni altra legge a favore di chi si proclamava il nuovo “custode della Costituzione”? Certo Schmitt era interno alla cerchia di Kurt von Schleicher – mal visto dai seguaci di Hitler. Da qui i suoi dissidi con il gruppo dirigente nazista che finì per emarginarlo.



Ma il legame con Göring, da cui fu protetto, non vale certo ad attenuare le sue responsabilità. Come ha potuto, un uomo infinitamente superiore ai capi nazisti da un punto di vista intellettuale – come egli stesso rivendicò negli interrogatori di Norimberga – legittimare coloro che spezzavano nel modo più rozzo il complesso rapporto tra legittimità e legalità che egli stesso aveva teorizzato nei suoi libri? Non basta certo dire, come fa alla fine del colloquio, che non fu egli, ma Hitler a decidere. O anche, con un motto di timbro situazionista, che, nella vita, prima “uno s’impegna, poi si vede”.

Per trovare la vera risposta del vecchio di Plettenberg, che ne testimonia al contempo la raffinatezza culturale e l’ambiguità etica, bisogna scendere più a fondo nelle sue argomentazioni, fino a raggiungere il terzo livello della sua memoria difensiva. Si tratta della sua filosofia della storia – lontana mille miglia dall’idea illuminista che gli eventi procedano linearmente verso un esito progressivo. «Però questa idea americana – sbotta ad un tratto – questa idea di progresso».

Quella che egli contesta è l’idea che la storia umana sia decisa dalla tecnica, quando invece gli effetti della tecnica dipendono dall’intenzione politica di coloro che la padroneggiano. Contro quella concezione progressista, Schmitt si richiama a Sant’Agostino. Dietro la storia che appare in superficie vi è una trama più profonda, teologico- politica, in base alla quale uomini di età diverse si trovano davanti allo stesso problema, che è quello, metafisico, della scelta finale tra ordine e caos. È lì che prende forma l’enigmatica teoria del ketechon , del potere che frena l’apocalisse imminente, cui Paolo aveva alluso nelle sue Lettere.

Certo, allora i cristiani attendevano il salto nel Regno della Libertà, non diversamente dai rivoluzionari marxisti, ai quali Schmitt continua a strizzare l’occhio, spesso ricambiato. Ma già Trotskij avvertiva che per quel salto non bastavano un paio di minuti – poteva volerci un’intera epoca. E intanto, prima che il Bene esploda, chi blocca il male assoluto del conflitto di tutti contro tutti? Davanti al rischio della dissoluzione gli uomini hanno sempre scelto l’ imperium – il potere che protegge dalle forze del niente. Qualunque sia «l’imperator che di volta in volta regna ». Questa, tra mille funambolismi, è l’autentica risposta di Schmitt sulla sua sciagurata decisione di partecipare al potere di Hitler.


La Repubblica – 15 giugno 2015

giovedì 28 luglio 2016

1936. La Spagna all’ombra di Hitler


80 anni fa iniziava la guerra civile spagnola, Franco vinse grazie all’aiuto determinante di Hitler. In cambio la Germania potè accedere alle ricche materie prime iberiche. Un libro di uno studioso argentino ricostruisce nei dettagli le articolazioni economico-finanziarie dell'intervento tedesco. Ne emerge di riflesso l'inconsistenza delle mire imperiali italiane. Un imperialismo straccione (per usare la sempre valida definizione di Lenin) capace solo di fornire ascari (nel caso in questione le camice nere spedite in Spagna)per le guerre altrui. In quest'ottica, va riconosciuto che alla prova della guerra mondiale Francisco Franco seppe giocarsela molto meglio di Mussolini, tanto da sopravvivere al crollo dei fascismi e reggere indisturbato fino agli anni '70.


Valerio Castronovo

Spagna all’ombra di Hitler



Senza l’aiuto militare assicuratogli soprattutto dalla Germania, Franco non avrebbe avuto la meglio nella guerra civile spagnola. Ma, senza l’apporto di alcune risorse attinte dalla penisola iberica, il regime nazista non sarebbe stato in grado di completare il suo riarmo alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Furono dunque non solo moventi politici e ideologici ma anche economici a determinare l’intervento del Terzo Reich a sostegno della sedizione franchista. E fu in particolare il finanziere Hjalmar Schacht, presidente della Reischsbank e ministro dell’Economia, a mettere a punto la strategia che fece della Spagna, nella seconda metà degli anni ’30, una sorta di “impero ombra” di Hitler: ossia, un “impero informale” sotto l’egemonia tedesca. Ciò che consentì alla Germania nazista di avvalersi di una consistente messe di materie prime per la propria industria pesante.

È quanto risulta da un’indagine dello storico argentino Pierpaolo Barbieri, suffragata da una vasta documentazione che, se da un lato, getta nuova luce sui progetti nazisti nei riguardi della Spagna, dall’altro fornisce anche ulteriori elementi di giudizio sulla concomitante politica dell’Italia fascista in terra iberica.



Governatore della banca centrale tedesca dal 1933 (dopo esserlo già stato per sette anni, dal 1923 al
1930), Schacht aveva riportato in auge a Berlino la tradizione neo-mercantilista tedesca, in quanto incentrata sul perseguimento dei propri particolari interessi nazionali. A suo avviso, e tanto più dopo la Grande crisi del ’29, non restava perciò che attuare una politica economica unilateralista e aggressiva in modo coerente se si voleva che risultasse altrettanto efficace che pervasiva. E ciò comportava una concezione della potenza che non richiedeva un “controllo formale”, il dominio coloniale di un determinato territorio, bensì degli accordi commerciali bilaterali ben congegnati, all’insegna di una Weltpolitik, che servissero a conseguire un accesso diretto a importanti risorse naturali.

In pratica Schacht, chiamato dal 1934 a capo del ministero dell’Economia perché gestisse l’enorme debito pubblico tedesco e affrancasse la Germania dalla preminenza economica della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, s’impegnò a orientare i traffici commerciali tedeschi verso Paesi meno sviluppati dove fosse possibile condizionare a proprio vantaggio i rapporti di scambio. Con quest’ottica egli agì pertanto nel caso della Spagna in modo che l’intervento nazista a favore dei franchisti si risolvesse anche in funzione del potenziamento dell’industria tedesca, che aveva bisogno di carbone, minerali e altre materie prime strategiche.

Senonché, proprio quando la Germania giunse ad acquisire in Spagna anche la proprietà di alcune imprese estrattive e di altre attività, Göring e Himmler, che impersonavano gli orientamenti precipui del regime nazista, decretarono sul finire del 1937 l’allontanamento di Schacht (e, insieme a lui, di altri personaggi di spicco di matrice nazional-conservatrice). Hitler e i suoi più stretti sodali erano infatti fautori di un modello radicalmente diverso, come quello del Lebensraum, dello “spazio vitale”. Da allora avrebbero perciò sostenuto l’esigenza per la Germania di conquistare un vero e proprio “impero formale”, localizzato a Est, in base non solo a finalità esplicitamente predatorie ma anche a concetti pseudoscientifici di ordine razziale.



A ogni modo, il piano ideato da Schacht continuò in Spagna ad agire in misura rilevante agli effetti della preparazione bellica della Germania. Invece, nel caso dell’Italia, malgrado Mussolini avesse investito assai più di Hitler in fatto di mezzi e uomini a supporto del “Generalissimo”, i conti non tornarono come ci si aspettava a Roma. A questo riguardo, oltre ai dati riportati da Barbieri, mi si perdonerà se faccio riferimento a un mio saggio (pubblicato nel 1983 da Einaudi e più volte ristampato) sulle vicende della Banca Nazionale del Lavoro, che sovrintese alle iniziative economiche italiane intraprese dopo il 1936 tanto in Africa orientale che in Spagna. Di fatto, sia perché l’Iri s’imbatté nell’agguerrita concorrenza tedesca nel settore minerario e siderurgico, sia perché il governo franchista seguitò a tardare il rimborso di vari prestiti, il bilancio risultò alla fine per lo più deludente.

D’altronde, va detto che Madrid badò fin dal 1941 a sganciare progressivamente la Spagna dalla sfera economica tedesca nonché da quella italiana, per poi prestare orecchio, dietro le quinte, ad alcune proposte d’affari di Londra.

Il Sole 24 Ore – 13 marzo 2016

Pierpaolo Barbieri
L’impero ombra di Hitler
Mondadori
32,00 

Quando Marcuse lavorava per la CIA



Angelo Bolaffi scopre oggi che Marcuse lavorò per i servizi di informazione americani. Un'ulteriore conferma del provincialismo dei nostri accademici. In realtà la cosa era nota da tempo (vedi il libro di Douglas Kellner, Herbert Marcuse and the Crisis of Marxism, del 1984 che dedica alla questione un intero capitolo) e si spiega con il clima particolare degli anni di guerra quando l'OSS, l'antenato della CIA, utilizzò in nome della crociata antinazista molti intellettuali (in prevalenza ebrei) vicini agli ambienti comunisti. Le cose divennero più complicate nel dopoguerra, con la rottura dell'alleanza antitedesca USA-URSS e l'inizio della guerra fredda. Le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni sindacali furono sistematicamente epurate dai progressisti arruolati al tempo del New Deal e la CIA sostituì l'OSS, diventato troppo di sinistra per tempi in cui l'antifascismo era diventato sospetto. Qualcuno ruppe di netto, altri come Marcuse continuarono a collaborare per qualche anno in nome della lotta al totalitarismo, altri ancora diventarono agenti a pieno titolo. Illuminante, a questo proposito, il bel libro di Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale.

Angelo Bolaffi

Intellettuale e agente Cia. Marcuse uomo a due dimensioni

«Alla fine della guerra i comunisti in Francia e in Italia erano probabilmente così forti che un tentativo di presa del potere sarebbe stato giustificato. A impedirglielo fu non solo la presenza delle truppe alleate ma anche l’interesse dell’Unione sovietica di evitare una aperta rottura della alleanza militare. In questa situazione i comunisti sono evidentemente giunti alla convinzione di poter arrivare al potere tramite la collaborazione a una coalizione di governo (...) La spettacolare crescita del comunismo in Francia e in Italia sembra dovuta alle specifiche condizioni che esistono nei due paesi. In Italia un mix di dominio fascista e di sconfitta bellica ha prodotto un vuoto politico di cui ha approfittato un dirigenza comunista estremamente capace e brillante». Così Herbert Marcuse nella introduzione a un documento di analisi strategica datato 1 Agosto 1949 intitolato The Potentials of World Communism redatto dall’Office of Intelligence Research del ministero degli Esteri americano.

Dunque il filosofo che negli anni di Weimar aveva per primo pensato di integrare l’esistenzialismo di Heidegger (di cui poi divenne critico implacabile) con l’opera di Marx, l’icona filosofica della ribellione giovanile del ’68 in Usa e in Europa e per questo messo sotto osservazione dalla Fbi, l’autore di bestseller planetari come L’uomo a una dimensione o Eros e civiltà, il critico intransigente della “tolleranza repressiva” delle società di tardo-capitalismo di cui proprio quella americana era per lui il prototipo, ha collaborato con i servizi di informazione statunitensi.

La notizia ha certo del clamoroso anche se voci in tal senso erano circolate già ai tempi della rivolta studentesca. Ovviamente la vicenda venne allora giudicata con estremo sospetto e condannata con molta durezza. Memorabile in tal senso la contestazione, durante una conferenza tenuta da Marcuse a Roma nel giugno del 1969 al teatro Eliseo, di Daniel Cohn-Bendit, che chiese al filosofo tedesco-americano di giustificarsi per quei suoi «scandalosi trascorsi» con la Cia.

A dire il vero almeno da quando tra il 1975 e il 1976 era stato tolto il segreto che copriva le attività svolte dalla sezione Mitteleuropa del Research and Analysis Branch (R&A) e dalla sezione ricerche e analisi del Office of Strategic Services (Oss), poi inglobato nella Cia, e grazie alla pionieristiche ricerche di Alfons Söllner documentate nei due volumi apparsi in Germania nel 1986 col titolo Zur Archäologie der Demokratie in Deutschland, si sapeva che durante il Secondo conflitto mondiale alcuni intellettuali ebrei poi costretti ad attraversare l’Atlantico per sfuggire alle persecuzioni naziste avevano collaborato con le autorità americane fornendo analisi della società tedesca, delle ragioni della sconfitta delle forze democratiche e repubblicane e dei meccanismi di funzionamento del regime del III Reich.



E che anche Franz Neumann, cui si deve la prima analisi sistematica del regime nazionalsocialista apparsa nel 1942 col titolo di Behemoth, e Otto Kirchheimer, il geniale allievo socialdemocratico di Carl Schmitt e dello stesso Marcuse, avevano cooperato con il governo americano anche dopo la fine della guerra. Per agevolare l’opera di denazificazione della Germania e poi, scoppiata la Guerra fredda in Europa, per respingere la minaccia del totalitarismo sovietico.

Solo che fino ad oggi non era stato possibile individuare con certezza l’autore delle singole analisi. Adesso grazie a un imponente lavoro d’archivio condotto dallo studioso italiano Raffaele Laudani negli US-National Archives del Maryland è stata fatta piena luce su un capitolo fondamentale dell’emigrazione ebraico-tedesca «da sponda a sponda», secondo la felice formulazione di H. Stuart Hughes.

Dunque conosciamo la paternità dei singoli documenti che lo stesso Laudani ha raccolto e pubblicato in un volume di quasi 800 pagine apparso prima in inglese (Secret Reports on Nazy Germany. The Frankfurt School Contribution in the War Effort, Princeton University Press, 2013). E proprio in questi giorni in tedesco col titolo Im Kampf gegen Nazideu-tschland. Die Berichte der Frankfurter Schule für den amerikanischen Geheimdienst 1943- 1949 (Campus Verlag Frankfurt/ New York 2016) nella collana ufficiale dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte diretto da Axel Honneth, che in questa carica ha preso il posto di Jürgen Habermas.

La scelta di ritradurre in tedesco, nella lingua madre degli autori, testi che questi avevano scritto in inglese ha una ragione stilistica e una politico-simbolica. Infatti quando Herbert Marcuse, Franz Neumann e Otto Kirchheimer redassero i loro report per il servizio segreto americano parlavano un broken English, quell’inglese zoppicante tipico degli emigranti, che aveva fortemente limitato le loro capacità espressive rendendo molto faticosa la loro lettura e in qualche caso anche la loro comprensione. Inoltre nel riferire in inglese citazioni e brani tratti da giornali, riviste e saggi tedeschi gli autori erano incorsi in numerose imprecisioni o commesso veri e propri errori. Come ad esempio usare differenti termini inglesi per la medesima parola tedesca.

Inoltre la decisione di ritradurre in tedesco questi scritti dall’esilio è un simbolico gesto di gratitudine morale nei confronti di chi si era impegnato nella lotta contro la Germania nazista. Il riconoscimento che l’attività politica e culturale di chi aveva scelto la via dell’esilio e poi esaminato criticamente la realtà della società americana ha costituito uno dei presupposti spirituali che hanno consentito la straordinaria metamorfosi, quel «lungo cammino verso Occidente» come l’ha definito lo storico Heinrich Winkler, che ha fatto della odierna Germania un paese democratico e liberale.



Un gesto, quello compiuto dall’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, che inoltre archivia definitivamente la drammatica frattura, politica e filosofica che negli anni ’40 aveva contrapposto, come bene ricostruisce

Laudani nella sua ampia e documentata introduzione (e conferma lo stesso Honneth) Adorno, Max Horkheimer e Friedrich Pollock a Neumann, Kirchheimer e Marcuse. I primi convinti che il fenomeno del nazismo fosse parte di una più generale processo di trasformazione che comprendeva tanto il comunismo sovietico che le società democratiche dell’occidente e parlavano per questo di Staatskapitalismus, di un nuovo ordine sociale in cui le ragioni del potere avevano definitivamente sostituito quelle del profitto.

Una visione catastrofica e pessimistica che accomunava Hitler, Stalin e Roosevelt, Auschwitz, il Gulag e Hollywood da cui nacque il colossale abbaglio chiamato Dialettica dell’illuminismo. I secondi convinti invece che il nazismo fosse una forma di capitalismo monopolistico tendenzialmente totalitario contro cui si poteva e doveva combattere in nome dei valori dell’illuminismo e della emancipazione politica e sociale.

Ragione per cui, dopo la caduta del nazismo, ritennero necessario proprio in nome del “vero” Marx opporsi al “marxismo sovietico” e alle minacce del nuovo totalitarismo di Mosca, restando al tempo stesso critici delle degenerazioni del tardo-capitalismo americano.


La repubblica – 20 luglio 2016

mercoledì 27 luglio 2016

Si chiama Yanez la rivincita di Emilio Salgari


Bello, ironico, elegante, bohémien, avventuroso: il “fratellino” portoghese di Sandokan riflette tutto ciò che Salgari sarebbe voluto essere, ma purtroppo non era.

Ernesto Ferrero

Si chiama Yanez la rivincita di Emilio Salgari


Maltrattato o platealmente ignorato dalle storie della letteratura perché «scriveva male», Emilio Salgari continua a vivere nell’affetto inalterabile che non si stancano di testimoniargli tanti scrittori, da Claudio Magris a Pietro Citati. Non solo: pochi altri autori possono contare come lui su una vivace pattuglia di esegeti che da decenni non si stancano di approfondire ogni minimo aspetto esistenziale o scrittorio, identificando nuove fonti, scoprendo pagine disperse, raccogliendo documenti e cimeli. Instancabili cacciatori animati da un intatto fervore adolescenziale, teneri tigrotti fedeli sino alla morte al loro carissimo leader.

Di questa confraternita è decano il vercellese Felice Pozzo, che ora aggiunge alle bibliografie un nuovo tassello: Tra Sandokan e Salgari. Yanez de Gomera, il bohémien dei mari malesi (ed. Bibliografia e Informazione, Pontedera, pp. 160, € 18). Che Yanez sia il vero alter ego del suo creatore (mentre Sandokan è piuttosto ricalcato su Garibaldi) si sapeva, ma Pozzo ci fornisce puntuali pezze giustificative che illuminano bene il complesso rapporto tra vita e scrittura. Dove non sono le prose dichiaratamente autobiografiche, per lo più «impostate» e artefatte, a raccontarci l’autore, ma proprio le pagine in cui, non sentendosi osservato, più e meglio racconta di sé.


Autoritratto abbellito

«Beffardo spirito della ragione e dell’astuzia, cialtronesco e spavaldo, ultima incarnazione della mitologia bohème di Emilio Salgari»: così Pietro Citati definisce Yanez. Il «fratellino» portoghese era quel che Emilio avrebbe voluto apparire: un intellettuale europeo schierato dalla parte dei ribelli, ironico, elegante, flemmatico, impassibile anche nei frangenti più drammatici. Al tempo stesso un raffinato gauchiste e un bon vivant, esperto conoscitore di musica (adora i valzer di Strauss), forte bevitore, la sigaretta incollata alle labbra, proprio come lo scrittore veronese, che ne fumava cento al giorno per la disperazione della moglie e dei dottori. Nel descriverlo, Salgari abbellisce il proprio stesso ritratto: «di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde e sottili»; magari incline alle infatuazioni e agli innamoramenti di giovanissime bajadere. Più tardi, lo farà crescere di statura (era il suo cruccio).


Come lord Byron

Come Salgari, Yanez è un appassionato cultore di teatro, un attore nato, abilissimo nei travestimenti, con i quali si diverte a ingannare gli odiati imperialisti inglesi. È persino capace di inventare raffinate drammatizzazioni terapeutiche per guarire Ada, la figlia della Perla di Labuan, dalla follia che le ha procurato un trauma lontano. «Soffro lo spleen degli inglesi», confidava lo scrittore con una punta di compiacimento, come se fosse la prova di una sensibilità (e una classe) superiore. Anche Yanez confessa di soffrire dello stesso male, un po’ come quel lord Byron che era andato a combattere in Grecia per guarire dalle sue malinconie.

L’età del disincanto

Come alter ego dello scrittore, Yanez non poteva restare confinato in un ruolo subalterno. Nei romanzi dell’ultimo decennio è lui a rubare la scena all’esagitato signore di Mompracem, da cui si emancipa in maniera sempre più netta. Se Sandokan è Garibaldi, lui è quel gran furbo di Bixio. Con le sue astuzie di moderno Ulisse, diventa motore di trame complesse. L’ex pirata ora ambisce a una nuova rispettabile identità di regnante, poi addirittura a quello di principe consorte.

    Emilio Salgari

Battagliare stanca

Gli ultimi travagliati anni dello scrittore veronese trovano un puntuale riscontro nel disincanto di Yanez, preda di nervosismi e stanchezze mortali. Non crede più alla propria invulnerabilità, si lascia sopraffare da nostalgie, rimpianti, rimorsi. Si sente abbandonato, tradito dai suoi. Si ridurrà a nascondersi nelle cloache della sua capitale e a cibarsi di topi. L’imminente disfatta del suicidio sta cifrata in un ultimo aforisma, tra saggezza e sconforto: «Le ritirate, talvolta, sono necessarie e servono a preparare altre vittorie». L’unica, grande e definitiva vittoria Emilio-Yanez la otterrà soltanto con l’inossidabile amore dei suoi lettori.


La Stampa – 14 giugno 2016

La teocrazia di Ambrogio. Una riflessione sulle origini dell'integralismo religioso


Si parla molto di integralismo religioso. Riteniamo che, al di là delle differenze fra le diverse fedi, la deriva integralistica si formi quando la pratica religiosa da fatto individuale viene trasformata in tratto necessariamente connotante una intera società e dunque comportamento obbligato. Per restare all'Occidente, è il caso del cristianesimo a partire da Ambrogio che per primo affermò la supremazia della chiesa sullo stato . Uno studio di Franco Cardini ne analizza criticamente l'opera.

Paolo Mieli

La teocrazia di Ambrogio

Nel IV secolo il mondo cristiano fu sconvolto dall’eresia ariana. Ario, teologo nordafricano, sosteneva che Cristo, essendo stato «generato» da Dio unico, eterno e indivisibile, era «venuto dopo» e non poteva essere considerato allo stesso modo del Padre: c’era stato, cioè, «un tempo in cui il Figlio non c’era». Ai tempi di Costantino, che aveva spalancato le porte dell’impero ai seguaci di Cristo, si tenne il Concilio di Nicea (325) che condannò la dottrina ariana. Ma qualche tempo dopo l’imperatore riabilitò Ario e costrinse all’esilio il suo grande nemico, Atanasio vescovo di Alessandria. Dopodiché i decenni successivi furono contrassegnati da una lunga controversia tra ariani e atanasiani e la Chiesa di Roma faticò non poco per venire a capo della dottrina eretica che nel frattempo aveva conquistato vescovi e sovrani.

Un grande protagonista di questa battaglia fu Ambrogio, che pure sulle prime aveva avuto qualche indulgenza (o qualcosa di più) nei confronti dell’arianesimo. È questo il punto di partenza di un originale libro di Franco Cardini Contro Ambrogio , che sta per essere dato alle stampe dalla Salerno.


Fin dalle prime righe, Cardini mette le mani avanti per difendersi dalle accuse che potrebbe ricevere per questo saggio impertinente. Il suo non vuol essere né un pamphlet «provocatorio», né «un’indecorosa dissacrazione», tantomeno «un dissennato attacco a livello storico o peggio ancora teologico» all’indirizzo dell’uomo che, tra l’altro, fu ispiratore e modello per sant’Agostino. Non vogliono essere, i suoi, «giudizi moralistici del tutto antistorici», né «paradossali esercitazioni ucroniche» e neppure «fatue e faziose polemiche» con il senno del poi.

È, quello di Contro Ambrogio , solo un tentativo di «uscire dal comodo riparo dello storico» a favore di una modalità che gli consenta di «scoprirsi», «esporsi», «prendere posizione». Il tutto non disgiunto da un «pizzico di autoironia per aver tentato, al cospetto di un gigante della storia e del pensiero, una specie di ruggito del topo».Tra l’altro che ci siano aspetti controversi nella vita di Ambrogio traspariva già, tra le righe, dalle impeccabili note di Marco Navoni alla Vita di sant’Ambrogio (edizioni San Paolo) scritta da Paolino, coevo e principale collaboratore del patrono di Milano. Così come, sempre tra le righe, dalle biografie di Cesare Pasini, Ambrogio di Milano. Azione e pensiero di un vescovo (edizioni San Paolo) e di Angelo Paredi, S. Ambrogio e la sua età (Jaca Book). E anche, sia pur marginalmente, dallo straordinario Teodosio il Grande (Salerno) di Hartmut Leppin.


Il libro di Cardini prende le mosse dal 374 allorché, avendo esercitato fin lì il ruolo di governatore laico di una regione che all’epoca corrispondeva alla Liguria e all’Emilia e pur non essendo ancora battezzato, il trentacinquenne Aurelio Ambrogio (era nato nel 339 a Treviri, città che dal 292 era la residenza ufficiale dell’imperatore romano d’Occidente) fu nominato vescovo di Milano, dal 286 «sede imperiale».

Era figlio di un alto magistrato del sovrano Costantino II, ma su suo padre c’è un «ambiguo silenzio» che ci indurrebbe a sospettare fosse stato coinvolto in una delle controversie dell’epoca e avesse «militato dalla parte degli sconfitti». A «portarlo così in alto» era stato il prefetto Sesto Petronio Probo, un uomo molto chiacchierato con evidenti inclinazioni all’arianesimo, così come l’imperatrice Giustina (moglie di Valentiniano I e madre di Valentiniano II) protettrice di Probo. Ariano fu anche il suo predecessore alla cattedra episcopale milanese, Aussenzio.

A decidere della sua elevazione a quell’importantissimo incarico sarebbe stato il grido di un bambino, che in una riunione popolare avrebbe invocato «Ambrogio vescovo!», suscitando un immediato entusiasmo popolare in quella che Cardini definisce una evidente «messinscena», un «ben architettato episodio di organizzazione del consenso», un genere di «spontaneità popolare accuratamente pilotata». Dietro la quale è ancora ben riconoscibile la regia di Probo. In ogni caso, a seguito di quell’acclamazione, Ambrogio si fece battezzare, divenne vescovo (con qualche irregolarità formale) e non tardò a liberarsi dell’ingombrante appoggio del suo potente protettore.

Da quel momento comparve al suo fianco il presbitero Simpliciano, fedele di Atanasio, che gli fu accanto tutta la vita e, nonostante avesse venti anni più di lui, gli sopravvisse. Per un breve periodo ci fu anche suo fratello Satiro, che Cardini sospetta nutrisse simpatie ariane. Quanto a lui, nel 376, in contrasto con l’imperatrice Giustina, si oppose all’elezione a Sirmio di un vescovo seguace di Ario e dal 378 iniziarono a comparire spunti anti-ariani nelle sue omelie. Giusto in tempo per essere in sintonia con l’editto di Tessalonica (380), con il quale l’imperatore d’Oriente, Teodosio, impose «a tutti i popoli a noi soggetti» la disciplina apostolica e la dottrina evangelica del credo «nell’unica divinità» di Padre, Figlio e Spirito Santo. Sicché Teodosio, secondo Franco Cardini, «ben più adeguatamente di Costantino, può essere considerato il vero fondatore dell’impero romano-cristiano».

Comunque la partita religiosa si riaprì nel 386, quando Giustina impose un decreto per la libertà di culto che consentiva agli ariani di pretendere una basilica in cui poter celebrare il rito. Ambrogio si oppose con forza e una folla («spontaneamente convocata», ironizza Cardini) scese in piazza a spalleggiare il vescovo, creando «una situazione al limite della legalità». La «contesa delle basiliche» andò avanti per settimane, incrinò il rapporto di Giustina con il proprio figlio Valentiniano, si concluse con il trionfo di Ambrogio e la sconfitta della libertà di professare religioni diverse da quella stabilita al Concilio di Nicea.


Il vescovo di Milano, una volta piegata la corona d’Occidente, si dedicò a sottomettere quella d’Oriente. Vale a dire Teodosio. Una prima volta, nel corso di una cerimonia religiosa, il vescovo invitò l’imperatore a lasciare il presbiterio e ad andarsi a sedere, sia pure in prima fila, tra i fedeli. Quasi esplicito il significato, sotto il profilo simbolico, di questo gesto. Ma l’occasione decisiva si presentò, dopo una serie di piccoli e grandi sgarbi da parte dell’autorità religiosa nei confronti di quella imperiale, con l’orrenda vicenda del tempio di Callinicum (l’odierna Raqqa). Lì un gruppo di cristiani aveva date alle fiamme una sinagoga, l’imperatore li aveva condannati a risarcire la comunità ebraica: Ambrogio impose a Teodosio di revocare quell’ingiunzione.

Poi, nel 390, ci fu la strage di Tessalonica. Un auriga dei giochi circensi era stato imprigionato per «comportamento immorale». I suoi tifosi avevano reagito aggredendo a sassate un funzionario imperiale, Buterico, che era stato ucciso e trascinato per le vie della città greca. Teodosio giudicò sospetta quell’esplosione di rabbia e accondiscese alla richiesta dei militari di reprimere con violenza (migliaia di morti) i rivoltosi.

Ambrogio ne approfittò per umiliare una seconda volta Teodosio, chiedendogli un pubblico pentimento per l’eccidio. L’imperatore provò a resistere, ma poi decise di sottomettersi all’ingiunzione. Secondo la ricostruzione di Paolino, Teodosio «pianse pubblicamente nella Chiesa il suo peccato… con lamenti e lacrime invocò il perdono». Anche Agostino, nel De civitate Dei , ricorda la scena: Teodosio «fece penitenza con tale impegno» che tra i fedeli il «dolore nel vedere umiliata la maestà dell’imperatore» prevalse sullo sdegno per il ricordo della strage. Teodosio si accorse probabilmente di quel che era accaduto nel profondo e, per rimediare, si recò a Roma dove fu accolto da senatori e ottimati con feste che più o meno esplicitamente rendevano omaggio agli antichi culti pagani.

    Rubens, Ambrogio e Teodosio

Tuttavia l’episodio dell’imperatore «penitente per imposizione di un vescovo», osserva l’autore, fece scalpore in tutta l’ecumene romana: era la prima volta che «l’Augusto, da principe aureolato di autorità sacrale qual era sempre stato, da vicario del Cristo in terra, era sceso al livello di un semplice fedele, pronto ad umiliarsi per ricevere il perdono». Ambrogio approfittò di quell’atto di sottomissione per riprendere e condurre a compimento «il progetto di delegittimazione totale e irreversibile dei ceti diversi da quello cristiano niceno in tutto l’impero».

Fu lui ad ispirare l’editto del 391 che vietava qualunque forma di ossequio alle divinità «gentili» nella città di Roma e prevedeva pesanti sanzioni per i funzionari inadempienti. Era la «totale palinodia» rispetto al comportamento tenuto e alle misure adottate dall’imperatore un po’ meno di due anni prima nel corso della menzionata visita a Roma. Da quel momento fino alla morte, nel 397, Ambrogio esercitò una sorta di «dittatura» sottile sul potere imperiale d’Oriente e d’Occidente. Anche a costo di lasciarsi andare ad imprudenze, di commettere errori, e di fare scelte in contraddizione con i suoi principi. Ma la sua missione era compiuta.

I l suo lascito fu inequivocabile. Dal momento che il sovrano era stato per lui non al di sopra, bensì all’interno della Chiesa, ne discendeva che risultava subordinato all’autorità ecclesiale. In tal senso, Ambrogio si pone alla base «di un lungo e complesso itinerario che in vario modo, attraverso l’agostinismo politico, la riforma della Chiesa dell’XI secolo e il monarchismo pontificio», ha configurato una ben delineata tradizione. Tradizione «che in ambito cattolico — una volta battute le eresie e isolati come eretici o comunque pericolosi molti movimenti “non conformisti” medievali — solo il conciliarismo quattrocentesco, in una certa misura il Vaticano II e, oggi, le scelte innovatrici di papa Francesco, hanno teso in qualche modo a limitare e a correggere».

Un messaggio venuto da lontano, radicato nella certezza che «il liberare e il mantener libero il clero dai controlli e dai condizionamenti di qualunque autorità terrena — ben al di là se non al contrario di quanto Gesù dichiara esplicitamente a Pilato — sarebbe stata condizione necessaria e sufficiente per salvarlo dalle tentazioni terrene». E sappiamo, aggiunge Cardini, che «l’intera storia della Chiesa dimostra l’opposto». Dopo Ambrogio, la Chiesa romana divenne potente «con la forza di una mirabile espansione intellettuale e missionaria, ma anche con l’inflessibilità e l’intransigenza della fedeltà a un disegno egemonico affermatosi poi tra l’XI e il XVI secolo attraverso la rimozione delle istanze provenienti dal mondo greco, da quello orientale, da quello vario, insidioso e imprevedibile delle eresie, da quello musulmano (pensiero filosofico-scientifico a parte), salvo dover poi subire i contraccolpi degli scismi, della Riforma protestante, dell’offensiva razionalistico-scientifica».

Traendo ispirazioni e suggestioni da Francesco d’Assisi, Nicola Cusano ed Erasmo da Rotterdam, Cardini si chiede se, «astraendo dal modello e dal magistero ambrosiani la Chiesa sarebbe mai giunta a dover concepire i tribunali inquisitoriali, ad affrontare scismi e riforme, a subire lo “strappo culturale” della “modernità” con il relativo processo di secolarizzazione». Dubbi e rilievi che, come è evidente, vanno ben al di là della figura storica di Ambrogio.


Il Corriere della sera – 26 aprile 2016

La Marsigliese triste di un’estate «sanglante»


Viaggio nella Francia del Sud, tra paradisi del turismo e strategie anti-panico.

Maurizio Pagliassotti

La Marsigliese triste di un’estate «sanglante»


Il Mistral, furioso vento della valle del Rodano, spazza da giorni le coste della Francia sud occidentale. Teso e freddo, piega in direzione sud-est i grandi platani che bordeggiano le strade, le assolate vigne della Provenza e le poche bandiere tricolore che i francesi hanno appeso ai loro balconi dopo l’attentato di Nizza.

Non è più tempo di étendards sanglants issati su automobili e finestre, come dopo le stragi di Charlie e del Bataclan: la bandiera nazionale è ormai il desueto simbolo di un paese che si mobilitava contro un’orda di traditori e re oggi incomprensibili, sconosciuti e senza volto.

Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’uomo che nella serata dei fuochi d’artificio celebrativa del 14 luglio, festa della Repubblica, ha abbattuto ottantaquattro persone, è uno di costoro, verso cui la Francia combatte la sua strana guerra. Chi era costui? Un adepto dell’Isis, un narcisista patologico pazzo che voleva diventare immortale grazie a un logo globale e ai social media che fomentano la società perennemente eccitata? I media in generale di lui hanno dato in queste due settimane un’immagine rassicurante: un cretino e un pessimo musulmano. Una gara nel raccontare particolari pruriginosi della sua vita smodata e fatta di nulla: qualcuno in cui les arabs non possono e non devono riconoscersi in alcun modo.


Chiacchere e silenzi da bar

Nei piccoli bar della Provenza fuori dal tempo dove ancora resiste intatto il mobilio di fòrmica degli anni Sessanta, la Francia della pétanque non ha molta voglia di parlare della impalpabile guerra che da molti mesi sta assediando il paese. Non c’è voglia di discutere di Mohamed e della sua testa, non c’è voglia di discutere degli arabi dei ghetti, non c’è voglia di discutere se la polizia sia stata efficiente, e men che meno si discute delle polemiche politiche che, viste da qua, fanno apparire l’Italia un paese né migliore né peggiore di tanti altri. La realtà, in questi bar dove si tracanna vino grigio e il mondo è scolpito dal Mistral, è molto semplice: noi bombardiamo loro, loro bombardano noi. C’est la guerre.

Mohamed, per quanto fosse un cretino e pessimo musulmano, era solo la testa di legno di un’armata ignota contro cui la Francia combatte. Ignota perché i francesi hanno una vaga idea di cosa faccia il loro esercito, nonché aviazione e Marina, in giro per il mondo. «Bombardiamo in Siria per rovesciare Assad, dicono. Poi forse in Libia e sicuramente in Africa, nel deserto. In Sudan è sicuro che ci siamo. La Francia combatte un sacco di guerre, è normale che si incazzino». Perché la Francia combatta queste guerre è un altro enigma agli occhi dei francesi. Nessuno sa spiegare precisamente le ragioni di questi conflitti.

Liberté, egalité, fraternité viene ricordato a caratteri cubitali lungo le autostrade, motto rivoluzionario che ha preso il posto degli inviti ad andare piano e a non usare il telefono mentre si guida, perché tutti devono ricordare da dove si viene, anche se non si sa dove si sta andando. Una sorta di abracadabra che dovrebbe aprire le porte della concordia, in un paese che tanti vogliono trascinare a forza dentro una guerra civile interna.

Anche se, vista da qua, da pochi chilometri dalle chiazze di sangue di Nizza provocate da un tizio che si chiamava Mohamaed, la questione «migranti» non ha alcun interesse. E dove non c’è voglia di discutere di Mohamed e ancor meno delle varie guerre della Francia, nelle chiacchiere di strada, di fronte a un’insalata e prima di un partita a bocce, meglio parlare di Pogba e della sconfitta con il Portogallo, oppure dell’estate secca; e se proprio si vuole fare gli intellettuali si finisce sulla crisi economica perché in Francia tutti hanno un parente o un amico a spasso, senza lavoro, povero. La crisi economica è l’unico motivo per cui il presidente Hollande è considerato un incapace.

Così, sotto le scritte rivoluzionarie autostradali che hanno sostituito i drapeau, si allargano cantieri di ogni tipo e ci si domanda se, tra il grande sforzo pubblico che la République sta sostenendo per mantenere in piedi un’economia e le guerre incomprensibili che combatte agli occhi dei cittadini, vi sia una relazione.

La Francia, almeno quella del Sud, appare un immenso cantiere, per lo più sovradimensionato. Le stradicciole di montagna battute dai turisti nei tre mesi estivi vengono trasformate in vialoni immensi a colpi di dinamite e ruspe, ogni incrocio diviene una rotonda grandiosa con ulivi secolari, vigne, case in pietra, statue. E così le città: Nizza, Marsiglia, Montpellier, sono congestionate da lavori che bloccano i corsi maggiori. Riponete nel cruscotto il navigatore se avete intenzione di fare un giro nel Sud della Francia, perché ogni volta vedrete sul vostro schermo che state attraversando campi e montagne dove, almeno fino all’ultimo aggiornamento, strade non c’erano.

È la Repubblica che si muove con possenza, ma che per farlo deve rompere le dighe dei conti pubblici. E allora, forse, quelle guerre sono il prezzo che la Francia paga per non essere l’Italia, spostando così il conflitto dalla porta all’interno della casa. Eppure non basta, perché la crisi morde duro soprattutto nelle periferie mostruose, proprio come quella di Nizza, il punto più lontano dell’universo della promenade des Anglais. Periferie che forniscono la manodopera per le nuove fabbriche francesi e non solo: i centri storici delle città. Luoghi indifendibili.


Plotoni o pizzerie

La pochezza del dibattito politico francese si avvita intorno all’inutile dilemma dei controlli del 14 luglio a Nizza. Lavate le chiazze di sangue, appassiti i bouquet e caduti a terra i peluches, oggi, adesso, in questo momento, quel viale potrebbe essere nuovamente oggetto di una strage?. E come quel viale, tutti i centri storici sono diventati luoghi della produzione turistica di massa, gentrificati a suon di espulsioni di poveri – finiti tutti nelle oscene periferie, a Nizza come a Marsiglia – costellati di pizzerie, negozi e scarpe e cioccolaterie.

Il centro delle città di ogni città è diventato il cuore dell’economia che tenta, ancora una volta, di arginare la crisi post industriale in cui la Francia, come tutti gli altri, annaspa. Una Disneyland senza controllo all’ingresso, senza biglietto per entrare.

Luoghi affollati di turisti tutti uguali, che percorrono tutti le stesse vie, comprano le stesse cose – è il nuovo fordismo – in cui nessuna difesa è possibile. Non si possono posizionare nelle piazze le contraeree, come sui tetti delle fabbriche durante la seconda guerra mondiale. Non è possibile mettere un check point davanti alle mille pizzerie di una piazza qualsiasi, e non puoi mandare plotoni di soldati a fare la ronda: perché dove ci sono i mitra a spasso subentra un senso di precarietà e di paura che allontana il turista, i suoi euro, le sue pizze e i suoi «macarons».

Nizza, Marsiglia, Nimes, Monpellier, Aix en Provence, Orange: sono tutte città indifendibili. Così l’amletico dubbio tra la sicurezza data dai mitra spianati e la spensieratezza di un luogo lontano dalla guerra si sceglie la seconda: perché genera molti più affari. Si scommette su un incerto calcolo statistico, secondo il quale devi avere una gran sfortuna per subire ancora un attacco. Infatti, nei giorni successivi la strage di Nizza il porto vecchio di Marsiglia, forse uno dei luoghi più turistici del globo, non mostrava particolari segnali di controllo poliziesco. Così come gli altri grandi centri della costa Azzurra, Nizza compresa.


Violetta e il peso delle scelte

È la consegna principale di questa strana guerra francese: la consegna del sorriso. Altro non si può fare, perché la mega macchina si bloccherebbe e probabilmente quelle «banlieux» coverebbero ancora più disoccupati, ancora più risentimento, ancora più collera.

Fedeli alla consegna principale della loro guerra, i francesi ripuliscono le tracce del bombardamento di due settimane fa e tornano a correre sui pattini dove i corpi erano stesi. «Cosa possiamo fare di diverso?» si domanda Michel, giovane gestore di un campeggio poco distante da Cagnes sur mére. Ha ragione. Si guarda avanti, fatalisti. In guerra capita di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e si muore, centrati da un camion, a un concerto, durante una riunione di redazione o in chiesa.

La notte della strage di Nizza sembra lontanissima proprio nel luogo dove tutto è accaduto, qui dove la folla urlava sconvolta dal panico, di fronte al mare ancora tinto di bianco blu e rosso. La promenade des Anglais sembra tornata indietro al pomeriggio precedente: folle di turisti passeggiano, corrono, pedalano, godono dell’aria frizzante. Molti, ignari, appoggiano il proprio piede dove c’era una chiazza di sangue, un corpo fatto a pezzi. Un lontano sapore di macabro accompagna la festa e la consegna del sorriso di questa strana guerra appare giusta ma così veloce, implacabile e dura.

Sfrecciano le fuoriserie lungo il tragitto del camion bianco e si ha la vaga percezione che nulla sia mai accaduto, oppure tutto sia accaduto, ma moltissimo tempo fa. Il tempo della strage, quei pochi minuti di follia e tragedia, è un buco nero che ha attratto tutte le ombre francesi di questi anni. Mohamed era idiota e pazzo, pessimo musulmano, il ministro della Difesa e Hollande sono degli incapaci, ecco la spiegazione razionale a tutto.

«Ci pensi a cosa è successo qua dove siamo adesso?». Tutti sanno, tutti ricordano, tutti sono tristi e dicono che ci voleva più polizia, che l’unica risposta che si deve dare a quei «fottuti bastardi» è non cambiare nulla nel nostro stile di vita. Nello splendido teatro romano di Orange, affollato di turisti come non mai, Violetta invita Alfredo e goder della vita. «La signora delle Camelie», è un po’ la storia della Francia di oggi.


Il Manifesto – 27 luglio 2016