TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 19 giugno 2023

Lo spettacolo delle morti parallele

 


Raffaele K. Salinari

Lo spettacolo delle morti parallele


Un bimbo di cinque anni muore investito da una Lamborghini guidata da degli youtuber che stanno girando un video per incrementare i like del loro canale e continuare a fare soldi creando spettacolo voyeuristico.

La stampa ne parla, i sociologi ne discutono, l’opinione pubblica si interroga, mentre i loro video vengono cliccati e le grandi company inserzioniste aumentano i guadagni sulle pubblicità abbinate alle visualizzazioni.

Nello stesso momento nel mare centinaia di bambini muoiono annegati, senza nome, almeno per noi, senza volto, senza dibattito, senza interrogarsi sulle responsabilità collettive.

È solo «un altro Cutro», che sarà presto dimenticato: nessun guadagno, nessuna pubblicità, nessun like per loro; ma anche loro valgono più da morti che da vivi.

Ce lo spiega il filosofo Foucault che, nella sua celebre definizione di biopolitica, cioè della plusvalenza che si può ricavare direttamente dai corpi, ci dà una nuova definizione di potere sovrano: mentre nei tempi andati, prima delle modernità, il massimo del potere era quello di dare la morte e concedere la vita, oggi esso risiede nella possibilità di sostenere la vita o di lasciarla morire. E dunque, il corollario è evidente e lo vediamo quotidianamente proprio nelle storie parallele del bimbo morto a causa dell’incidente spettacolare e spettacolarizzato, e dei bimbi annegati: nel primo caso il bimbo vale più da morto che da vivo: fa guadagnare, se ne può ricavare una grande plusvalenza, sia economica sia, ed è drammaticamente vero, culturale. Lui verrà dimenticato presto, magari i ragazzini che hanno causato la sua morte riceveranno una qualche condanna, ma l’idea che con una telecamera e qualche rischio si possano fare soldi facili verrà radicata ulteriormente nella testa di tanti altri ragazzi.

I morti annegati, invece, per lo stesso motivo, devono restare sotto il mare, loro, infatti, così veicolano un altro messaggio, altrettanto drammatico e feroce: di voi non ce ne frega nulla, potete anche crepare, non vi aiuteremo; anche voi valete più da morti che da vivi per il nostro spettacolo.

Ora, è veramente così?

Il cinismo della società contemporanea, questo voltarsi solo dalla parte dei soldi, indipendentemente da come vengono ottenuti, resta solo a livello dell’etica pubblica o, invece, scava un solco profondo, asciuga giorno dopo giorno l’energia vitale di tutti, coinvolti o meno, indifferenti o partecipi, avanzando come un deserto in quella che una volta era la creatività umana, intossicando come un veleno quella che una volta era la solidarietà di specie che, seppur conflittuale, non aveva mai mostrato l’indifferenza che oggi ostentiamo verso i nostri simili.

E ancora, possiamo veramente pensare che queste morti non incidano sulla nostra percezione della vita? Che il voltarsi dall’altra parte, il lasciare alla politica becera dei respingimenti il governo delle coscienze, possa in qualche modo salvarci dal declino animico che ci minaccia?

L’inverno demografico ha certamente le sue cause seconde nei problemi della precarietà del lavoro, dei tempi di vita, dell’impossibilità di trovare una casa e via enumerando ma, se siamo onesti sino in fondo, se andiamo oltre le spiegazioni “rassicuranti” di questo tenore, scopriamo che ciò che manca è la voglia di vivere e dunque di dare la vita.

E allora, ancora una volta, accogliere questi bambini che abbiamo lasciato morire, vorrebbe dire tornare a vivere, perché la vita vive nel rischio, nell’impredicibilità del suo stesso avvenire.

E chi più di quelli che rischiano la vita per affermare la vita, come fanno i migranti, può trasmetterci questo luminoso ottimismo che spazza via le tenebre della tristezza esistenziale, il peso dell’anima gravata dagli oggetti di consumo, liberare lo sguardo accecato dai loghi? Diamoci una opportunità di tornare a vivere, facendo vivere chi ha dimostrato di voler continuare l’umana avventura.

(Fonte: il Manifesto, 18 giugno 2023)