TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 31 dicembre 2011

Buon Anno a tutti gli amici di Vento largo

Genova in Noir


Dalla Genova dei contrabbandieri a quella dei palazzinari e dei politici corrotti. Quando il cinema diventa narrazione del presente come storia.

Renato Venturelli

Genova in Noir


In principio era Jean Gabin, che arriva tra le macerie della Genova del dopoguerra, s’immerge nel labirinto del centro storico, trova l’occasione di una nuova vita ma finisce inevitabilmente per andare incontro al suo destino. Il film è Le mura di Malapaga (1949), diretto da René Clément cercando di combinare la tradizione del noir francese con la novità del neorealismo italiano. E il risultato fa il giro del mondo: due premi al festival di Cannes, Oscar per il miglior film straniero, cinephiles di ogni nazione che scoprono all’improvviso il fascino dei caruggi e di una città fino ad allora quasi completamente ignorata dal cinema.

Le mura di Malapaga è l’atto di nascita di una mitologia, il film che fonda l’immagine internazionale della Genova noir. Gli anni ‘50 svilupperanno quest’idea, basandosi soprattutto sull’oscurità minacciosa dei vicoli, dell’angiporto, di una città marinara e misteriosa in cui allignano traffici criminali e da cui partono navi per destinazioni ignote. Un paio d’anni dopo arriva Comencini per il finale cupissimo di Persiane chiuse, dove il centro storico di Genova è luogo di prostituzione, di malavita, di bar malfamati pronti a inghiottire le figlie di buona famiglia trasformandole in donne perdute. Poi, l’altro film del dittico genovese di Comencini: La tratta delle bianche, dove una maratona di ballo al Lido d’Albaro nasconde in realtà traffici di ragazze, destinate a finire su navi che le porteranno verso un futuro di prigionia e di prostituzione.

Per tutto il decennio, l’immagine noir di Genova sarà affidata a melò criminali che sfruttano soprattutto i vicoli del suo centro storico, allargandosi magari ai moli del porto o agli scenari non ancora restaurati di Palazzo Ducale, sede all’epoca del Palazzo di Giustizia. Si tratta di film come Processo contro ignoti (1952, Guido Brignone), con Arnoldo Foà cattivissimo e Domenico Modugno poliziotto. Oppure Dramma in porto (1955), o Saranno uomini (1956) sul prete Massimo Girotti che cerca di salvare i ragazzi di strada, fino a Il magistrato (1959), che guarda a una Genova più borghese ma ha il suo cuore criminale ancora attorno alle attività portuali. E poi il bellissimo La banda Casaroli (1962, Florestano Vancini), o film stranieri che vanno dall’inglese Interpol (ne parliamo a fianco) ai francesi Assassinio sulla Costa azzurra (1962) o Scappamento aperto (1964), dove Jean-Paul Belmondo passa da Genova e si ferma con l’auto in Circonvallazione a mare.


La vera svolta arriverà però sul finire degli anni ‘60, quando si annuncia la stagione del poliziottesco destinata a fare di Genova una delle sue capitali. Per primo arriva Siro Marcellini con La legge dei gangster (1969), film realizzato sulla scia di Banditi a Milano e tutto ambientato a Genova, con tanto di rapina in banca a De Ferrari. Poi c’è un thriller “alla Dario Argento”: Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? (1972), dove il centro storico viene completamente ignorato e domina il cemento armato dei grattacieli tra piazza Dante e via Ceccardi. E’ una visione completamente nuova della minaccia, della paura e dell’angoscia, che si sta facendo strada all’interno di un cinema in radicale trasformazione. E col rinnovamento arriva anche uno sguardo completamente nuovo sul paesaggio urbano di un’Italia appena uscita dal boom e pronta a entrare negli anni di piombo.


Il grande ciclo dei poliziotteschi genovesi comincia con La polizia incrimina, la legge assolve (1973) di Enzo G. Castellari, e comprende titoli ormai classici come La polizia è al servizio del cittadino? (1973), Il cittadino si ribella (1974), Mark il poliziotto spara per primo (1975), Genova a mano armata (1976). L’epilogo avverrà conIl giorno del cobra o Il bandito dagli occhi azzurri, entrambi del 1980 ed interpretati dal solito Franco Nero, autentica star del poliziottesco genovese. In mezzo ci stanno tante altre produzioni che transitano da Genova, da Italia a mano armata a Napoli violenta, ma anche titoli anomali come Dio sei proprio un padreterno (1973), oppure una grande produzione internazionale come Il giorno dello sciacallo (1973) di Fred Zinnemann.

I motivi di quest’improvvisa passione del cinema italiano per Genova sono noti. La città offriva una grande ricchezza di scenari, passando dal centro storico alle grandi arterie di traffico, dal porto alla zona industriale, dal mare all’entroterra. Soprattutto, c’era un organizzatore locale, Giorgio Nencini, che sapeva come trattare con la malavita e permetteva così di girare senza problemi anche nelle zone più malfamate. A Roma, a Napoli o a Bari, i negozianti si mettevano sulla porta del negozio e non ti lasciavano lavorare se non li pagavi – dicevano i registi – A Genova, invece, collaborano perfino i malavitosi, fanno le comparse, ci invitano a cena… Mario Lanfranchi ricorda di aver girato in via Pré nell’appartamento del fratello di un boss, che si precipitò a portar via un fagotto pieno di pistole prima che venisse ripreso dall’operatore. Castellari ricorda un altro boss, chiamato “pummarò” per via di un rubino gigantesco che portava al dito. E Nencini giura che le costumiste fotografavano i vestiti sgargianti dei malavitosi ingaggiati sul set, i loro gessati sconvolgenti. Inoltre, genova era a quel tempo al centro della cronaca nera, e faceva comodo rappresentarla un po’ come Marsiglia e un po’ come San Francisco.



In quei film, l’immagine di Genova viene radicalmente trasformata. Dal centro storico si apre alle strade borghesi, dove vivono i veri delinquenti. Si passa continuamente dalla Foce, corso Italia, Brignole, si vedono tutte le novità urbanistiche via via realizzate: dalla Sopraelevata, amatissima da tutti i registi (perché permette riprese “all’americana”) alla Fiera del mare, da Piccapietra al grattacielo di Brignole, fino alla zona del Matitone immortalata in un tardo post-poliziottesco (L’angelo con la pistola, 1992). Ormai la Genova noir non è più solo una città di porto e angiporto, vicoli e centro storico. La sua mitologia noir passa invece dal passato medievale al presente industriale, al futuro degli accostamenti brucianti tanto amati nell’era delle mode postmoderne. E questo anche se i registi venuti da Roma continuano a vederla come la porta del triangolo industriale del Nord, mentre per quelli venuti dall’estero è il porto mediterraneo proiettato verso il Sud del mondo: a partire da Zinnemann nel Il giorno dello sicacallo, oppure dallo svizzero Thomas Koerfer, che in Exit Genua mostra un centro storico interamente abitato da africani.

Cosa resta oggi di questo immaginario? Il cinema italiano di genere non esiste più da tempo, e ha trascinato via con sé quelle storie capaci di stagliarsi sullo schermo più grandi della vita. Qua e là qualche film continua a ricordare l’epopea noir di Genova, ma in un contesto ormai disincantato: in Padre e figlio (1993), Pasquale Pozzessere ci mostra Genova e le sue periferie come scenario di un disagio giovanile post-industriale. Qualcosa di analogo fa Vuoti a perdere (1999), mentre Voci (2002) racconta un classico caso di omicidio, ma ambientato in una Genova borghese che è ormai l’immagine predominante: non tanto di una città, quanto di un cinema che rispecchia il suo pubblico e l’orizzonte dei suoi spettatori. Almeno, fino all’ultimo titolo: La bocca del lupo (2009) di Pietro Marcello. Un docufilm che non ha assolutamente più nulla a che spartire con la tradizione dei generi, ma che s’immerge tra i vicoli e i suoi abitanti secondo quello che è il nuovo verbo del cinema italiano di oggi, dove la narrazione nasce dalla realtà e dalla testimonianza documentaristica. Una nuova era sta per aprirsi?

(DA: FilmDoc”, novembre-dicembre 2011)

venerdì 30 dicembre 2011

Da Vaduz la Vendetta del Principe


Un tipo di mostra che non apprezziamo particolarmente, ma che visiteremo comunque per due ottimi motivi: amiamo Hayez e il Forte di Bard dove (proprio come il conte di Cavour) prestammo servizio militare. Erano gli anni settanta e Bard era ancora una polveriera.

Marco Rosci

Da Vaduz la Vendetta del Principe

Forse come omaggio a uno dei grandi esponenti del romanticismo italiano, Il consiglio alla vendetta di Francesco Hayez campeggia sui manifesti e sulle locandine di questa imponente mostra che si è appena aperta nella sale delle cannoniere del Forte di Bard, in Val d’Aosta.

Hayez, molto celebrato nei 150 anni dell’Unità d’Italia, ebbe non pochi rapporti con la cultura Biedermeier austriaca e la sua tela finisce per essere un po’ il simbolo del legame tra la grande collezione dei Liechtenstein e l’Italia. Hayez è il punto di arrivo del percorso lungo cinque secoli e 80 capolavori (la collezione tra i palazzi di Vaduz e quelli di Vienna ne conta oltre 1600) che permette di conoscere un’eccezionale avventura collezionistica come quella del casato (austriaco) che governa il minuscolo Stato al centro dell’Europa.

La passione prese avvio con il primo principe della famiglia, Karl I (1569-1627), che incoraggiato dall’imperatore Rodolfo II iniziò non solo a raccogliere opere d’arte ma anche a commissionarne. E di volta in volta le alterne fortune e gli eclettici interessi personali dei vari esponenti della famiglia portarono la collezione ad arricchirsi di capolavori fiamminghi e italiani, francesi e tedeschi. Non solo dipinti, ma anche bronzi e splendidi manufatti come il Cabinet del maestro di Augsburg Melchior Baumgartner, di ebano, avorio e «commessi» di pietre dure dell’opificio mediceo fiorentino.

La cavalcata si snoda in sette sale: quelle trionfali di Rubens e di Van Dyck sono precedute dalle quattro tavole del grande maestro del Rinascimento tedesco Lukas Cranach il Vecchio. In quella finale spicca il confronto, che nella vita fu amicale, tra la Vienna Biedermeier e Milano, ossia tra Friedrich von Amerling, pittore di famiglia dei Lichtenstein, e Hayez (Il consiglio della vendetta, del 1851, fu acquistato dall’attuale principe Hans Adam II nel 2003).

Il gruppo di Cranach comprende tra gli altri il Ritratto dell’Elettore Federico il Saggio e fu proprio Federico il Saggio a chiamare l’artista a Wittenberg nel 1504 facendolo diventare il pittore luterano per eccellenza. Notevole, sempre di Cranach, la stupenda ambientazione naturale fra le rupi del Sant’Eustachio, che porta tracce della famosa incisione di Dürer (datata intorno al 1500).

Figura fondamentale nella vicenda della committenza architettonica e del collezionismo nell’età barocca della Vienna imperiale, una capitale che rinasceva dopo l’assedio turco del 1683, fu quella del principe Johann Adam Andreas I. Grazie a lui si ebbe la costruzione del palazzo dei principi di città: lo volle per accogliervi i suoi Rubens, i suoi Van Dyck, i suoi Jordaens. La serie degli otto Rubens comprende il caravaggesco Satiro e fanciulla con canestro di frutta, intorno al 1615, e, degli stessi anni, il sublime patetismo del Compianto di Cristo. Colpiscono le mani della Madonna: una chiude l’occhio del figlio, l’altra estrae una spina della corona.

Esemplare sia dei metodi del laboratorio rubensiano sia delle vicende «interne» del collezionismo Liechtenstein, con i suoi recuperi lungo i secoli, è la triade di Marte e Rea Silvia. Comprende il grande dipinto, nella collezione dal 1710, assieme al relativo arazzo della manifattura brussellese di Jan Raes I, e il bozzetto recuperato nel 1977 dal principe Franz Joseph II. È da ricordare che il dipinto, come quelli delle storie di Decio Mure, fu acquistato dai Lichtenstein come opera di Van Dyck. Nel gruppo dei quattro capolavori di quest’ultimo eccellono Maria col Bambino e il grande ritratto (datato intorno alla metà degli anni 1620) del maresciallo imperiale Johannes conte di Nassau-Siegen, Basti pensare alla raffinatezza pittorica dell’armatura brunita, dei pizzi del collettone, del grande drappo di broccato alle spalle. Spettacolare, come testimonianza della cultura europea lungo i secoli, la parete che illustra in sequenza il ritratto dell’Elettore Federico il Saggio, realizzato da Cranach nel primo ’500, il Ritratto virile di Franz Hals di metà ’600 (già Rotschild e di recente recuperato nella collezione) e lo straordinario, ironico Amore con bolla di sapone di Rembrandt, del 1634.

Il principe Johann Adam Andreas guardava anche a ciò che si muoveva nell’Italia del suo tempo: così si spiega ad esempio la presenza nella collezione di due tele di Marcantonio Franceschini, della Fatica di Ercole di Pietro da Cortona e delle due piccole preziose Veneri del Giambologna. Accanto all’Hayez e alle vedute (i due Canaletto, i due Pannini, il Locatelli), l’unica opera italiana «riacquistata» nel secondo dopoguerra è il bellissimo Ritratto di Prospero Alessandri del Moroni.

Sempre accanto all’Hayez trionfano nella Vienna neoclassica e poi Biedermeier alcuni capolavori emblematici, spesso commissionati dagli stessi Liechtenstein, di Angelica Kauffmann e della Vigée-Lebrun. Come da non dimenticare è la galleria personale dei cinque Amerling, con quel ritratto della Principessina Maria Francesca del Liechtenstein all’età di due anni che farà intenerire non poco i visitatori.

(Da: La Stampa del 8-12-2011)

giovedì 29 dicembre 2011

Coca Cola e spaghetti (Povero Marx!)



Uno sguardo dall'interno dell'unica monarchia comunista esistente al mondo in occasione dei funerali del "Caro Leader". Povero Marx !

Piergiorgio Pescali

Coca Cola e spaghetti

È difficile raggiungere Changjin, nella provincia di Hamgyong meridionale. Il viaggio in auto da Pyongyang, in questo rigido inverno, dura quattordici ore. Sebbene le temperature scendano a dieci gradi sotto lo zero, nei villaggi attorno alla città, il riscaldamento è quasi assente. E' quindi un sollievo, per gli abitanti, scendere nelle miniere, dove la temperatura si mantiene costantemente sui 5 gradi sopra lo zero.

Qui la capitale è lontana, e non solo geograficamente. Non si assistono alle scene di pianti collettivi ai funerali di Kim Jong-il. Gli abitanti di Changjin sono più interessati alle delegazioni commerciali cinesi e sud-coreane che arrivano cercando di ottenere contratti per le estrazioni minerarie e che assicurano cinquantamila vecchi won al mese (circa 20 dollari) per dieci ore di lavoro al giorno, sei giorni su sette. E un chilo di riso al mercato nero costa tra i 4.000 e i 4.500 won. Inutile cercarlo nei negozi statali: le derrate alimentari fin qui non arrivano perché non ci sono i camion per trasportarlo. I raccolti, che secondo il rapporto del World Food Programme, negli ultimi anni in Corea del Nord hanno segnato un incremento medio dell'8%, rimangono nelle zone agricole, al sud e al centro del paese, dove la qualità di vita, rispetto agli anni Novanta, è notevolmente migliorata. Solo i nord-coreani che hanno la possibilità di commerciare con la Cina, arrivano sin qui per vendere di tutto: dalla carne al televisore 50 pollici della Samsung, anche se poi quasi mai lo si può accendere perché l'elettricità arriva un paio d'ore al giorno. Sono loro i nuovi ricchi, coloro che hanno sfruttato al meglio la riforma economica del 2002, che legalizzava in parte il commercio e la proprietà agricola privata, e quella finanziaria del novembre 2011, che ha costretto i nord-coreani a fare i conti con uno nuovo won forte cambiato 1 a 100 con la vecchia moneta. Le due trasformazioni hanno aumentato considerevolmente lo squilibrio sociale dei nord-coreani. Se a Pyongyang e nelle principali città del paese si riscontra un certo boom economico ed edilizio, dovuto anche ai festeggiamenti che si terranno nel 2012 per il centenario della nascita di Kim Il-sung, nelle campagne la popolazione fatica a reggere il passo del cambiamento. In città cominciano ad apparire anche le prime automobili private, dal 2008, quando è stato introdotto il servizio di telefonia mobile, sono 200.000 i nordcoreani che ora posseggono un cellulare e nei centri commerciali riservati ai cittadini che non posseggono valuta straniera, fanno capolino prodotti occidentali e vestiti di marca, fino a poco tempo fa acquistabili solo con dollari, euro o yen. Nei chioschi lungo le strade principali, vengono venduti hamburger, patatine fritte, mentre le nord-coreane impazziscono per le soap opera provenienti dalla Corea del Sud che, dopo un'attenta valutazione del censore, vengono venduti liberamente nei negozi.


E' proprio grazie a queste piccole rivoluzioni, in particolare i polpettoni melodrammatici, che i nord-coreani stanno cominciando a chiedersi quanto attendibile sia l'informazione data loro dai mezzi di comunicazione statali. I prodotti cinesi, che ormai invadono il mercato del paese, inducono invece a far nascere un'altra mentalità nelle nuove generazioni, meno inclini a sottostare allo stoicismo della propaganda del partito. Si respira un rinnovato spirito di cambiamento che di anno in anno si rafforza sempre più nell'animo dei nord-coreani. Questa nuova visione economica e, non ultima, politica, è stata introdotta da Kim Jong-il, il leader che, nonostante la quasi unanime immagine negativa data dagli analisti, ha comunque contribuito a smuovere il paese da un'impasse ideologica e sociale che avrebbe potuto essere mortale. Ne è testimonianza il complesso industriale di Kaesong, dove 48.000 lavoratori nord-coreani sono impiegati in 123 realtà produttive sud-coreane, mentre altre aziende straniere, tra cui la Coca Cola hanno appena firmato un contratto per la produzione della bevanda di Atlanta in Nord Corea. A breve nella capitale aprirà anche il primo negozio della catena Kentucky Fried Chicken che si aggiungerà alle già esistenti pizzerie e spaghetterie in stile italiano.

Il successo di Kaesong ha indotto il governo nord-coreano a inaugurare un secondo esperimento innovativo, questa volta sull'esempio cinese. A Hwanggumpyong, al confine con la Cina, sta nascendo una zona ad economia speciale che dovrebbe risollevare il livello di vita dell'intera regione e stroncare il commercio illegale tra i due paesi. Kim Jong-un, figlio ed erede di Kim Jong-il, sembra intenzionato a perseguire la politica del padre con il beneplacito di Seul. L'incontro con le due delegazioni sud-coreane avvenuto prima dei funerali di ieri del «Caro leader» è un segnale positivo in questo senso, proveniente da entrambe gli attori. Sebbene non ufficialmente riconosciute dal governo sud-coreano, il fatto che Seul abbia permesso ad gruppo «politico» guidato dalla moglie dell'ex-presidente Kim Dae-jung, artefice assieme a Kim Jong-il del primo incontro al vertice tra le due nazioni nel 2000, di arrivare a Pyongyang, viene letto come un segno della volontà di riaprire un dialogo che sembrava chiuso. La seconda delegazione, guidata dalla presidente della Hyundai, Hyun Jeong-eun, ribadisce il disegno di Kim Jong-un di continuare le aperture economiche del precedente governo. Naturalmente occorrerà aspettare tutto il 2012 per capire se effettivamente il nuovo leader riuscirà a mantenere il potere lasciatogli dal padre. Il non ancora trentenne Kim Jong-un, infatti, faticherà non poco a districarsi tra i meandri e i trabocchetti della complicata gerontocrazia nord-coreana. Fino a poco più di un anno fa pochi nella stessa Corea del Nord conoscevano addirittura il suo nome e l'inesperienza in campo politico e militare potrebbero farne una facile preda per i più navigati e potenti generali dell'esercito. Per questo Kim Jong-il ha voluto affiancargli il genero, Jang Song-taek, «ripescato» dal «Caro leader» nel marzo del 2006 dopo che nel 2004 lo aveva allontanato dal potere per la sua crescente influenza sui militari. Sarà lui, assieme alla moglie Kim Kyong-hui, a fare da tutore al nuovo «Leader supremo».


Il primo test interno a cui sarà chiamato Kim Jong-un, saranno le celebrazioni per il centesimo anniversario della morte del nonno, Kim Il-sung, fondatore della Repubblica democratica popolare di Corea. Secondo quanto più volte annunciato dalla propaganda, il 2012 dovrebbe essere l'anno in cui la Corea del Nord diverrebbe ufficialmente un «paese forte e prospero» dotato di armi nucleari. Gli oppositori di Kim Jong-un potrebbero rivalersi del mancato raggiungimento del traguardo economico per tentare di intaccare il centro del partito. In campo internazionale, invece, la nuova guida coreana dovrà far fronte alla coalizione Stati uniti-Sud Corea-Giappone nei negoziati a sei, interrotti nel 2008 e in procinto di riaprirsi prima della scomparsa di Kim Jong-il. Da sempre Pyongyang, ha utilizzato l'arma nucleare per spingere Washington a firmare un trattato di pace che rimpiazzerebbe l'armistizio in vigore dal 1953. Il nuovo accordo permetterebbe al paese asiatico di veder affluire aiuti dall'Occidente e, soprattutto, nuovi programmi di sviluppo che innoverebbero la vetusta industria statale. Una riapertura dei negoziati potrebbe dare alla leadership di Kim Jong-un, un ulteriore appoggio dall'esterno garantendogli un futuro sicuro.

(Da: Il Manifesto del 29 dicembre 2011)

mercoledì 28 dicembre 2011

Le vittime collaterali: raddoppiano i suicidi in Grecia



In questi mesi si è parlato moltissimo di"default" e di "spread", poco o nulla della solitudine e della disperazione di chi perde il lavoro, di chi vede la sua vita all'improvviso andare in fumo. Eppure la crisi è soprattutto questo.

Luigi Grassia

Le vittime collaterali: raddoppiano i suicidi in Grecia
Un’epidemia fra i licenziati e gli imprenditori falliti


I disastri causati dalle crisi economiche non si misurano solo con i bilanci in rosso e con i soldi perduti dalle persone, dalle aziende e dagli Stati. Il computo dei morti e dei feriti comprende anche migliaia di casi di depressione psicologica, alcolismo, famiglie distrutte, disordini mentali, e anche suicidi, a seguito di perdita del posto di lavoro, fallimento d’impresa o un altro peggioramento traumatico delle prospettive di vita. Il suicidio, in prima battuta, sembra l’atto più individuale che ci sia; ma se in un anno di recessione economica in Grecia il tasso di suicidi è aumentato del 40% (il 40% in un solo anno!) è difficile negare che ci sia una relazione fra i due fenomeni, per quanto impossibile sia esaminare uno per uno i singoli casi e dire con certezza che sì, quella determinata persona si è tolta la vita per cause economiche e non per altro. Le vicende individuali si possono discutere all’infinito senza arrivare mai a conclusioni, ma i numeri aggregati, nella loro tragica freddezza, non ingannano.

La Grecia storicamente è stata fra i Paesi più felici d’Europa. Come si fa a misurare la felicità? Ovviamente non si può, a voler essere rigorosi, però gli scienziati sociali quando c’è da misurare qualcosa che di per sé non è misurabile sono abituati ad avvicinarsi all’obiettivo conteggiando alcuni indicatori correlati; nel caso della felicità, uno di questi indicatori è il tasso dei suicidi, che (appunto) nell’Ellade è sempre stato molto basso. Tre anni fa era di 2,8 casi all’anno ogni centomila abitanti. Ed è basso persino oggi, nella media europea, ma purtroppo in tre anni è raddoppiato a circa 5,5. Sarà un puro caso, una mera fluttuazione statistica? Non ci crederebbe nessuno.

Dice la psichiatra Eleni Beikari, responsabile in Grecia di un centralino di aiuto (Klimaka) che risponde 24 ore su 24: «Non è mai una causa singola a scatenare pensieri suicidi, ma quasi sempre le persone che ci telefonano e dicono che stanno pensando di togliersi la vita parlano di debiti o di lavoro che manca o che si teme di perdere». Klimaka prima della crisi riceveva in media 10 richieste telefoniche di aiuto al giorno, adesso il numero è decuplicato a cento.

A uccidersi o a tentare di farlo sono tanto i lavoratori disoccupati quanto gli imprenditori che non riescono a pagare i debiti. Quasi ci fosse una dolorosa equità nella distribuzione dei sacrifici.

(Da: La Stampa del 28 dicembre 2011)

martedì 27 dicembre 2011

Da vedere: "The Artist" di Michel Hazanavicious



"The Artist", ovvero quando il cinema perse l'innocenza. Un film delizioso, assolutamente da vedere.

Alessandra Levantesi Kezich

The Artist


Nonostante l’entusiasmo suscitato lo scorso maggio a Cannes dove l’accattivante Jean Dujardin ha riportato la palma per l’attore, The Artist è un film che potrebbe correre il doppio rischio di venir sottovalutato da certa critica perché diretto da un regista senza pedigree d’autore; e dal pubblico in quanto muto e in bianco e nero, quindi chissà che noia! Ma sarebbe un grave errore. Michel Hazanavicius fino adesso aveva goduto di una piccola fama in patria per un paio di pellicole di satira degli spionistici anni ‘60, ispirate ai romanzi della serie OSS 117 di Jean Bruce: da noi inedite, pare siano divertenti.

Comunque si tratta di parodie come comunemente le intendiamo, mentre The Artist è una parodia nel senso letterale del termine, cioè una riscrittura, un’imitazione che gioca su vari modelli d’epoca, collocando il clou della storia in un momento fatidico per il cinema, quel biennio 1927/28 quando prese a parlare: una vera rivoluzione, già rievocata nell’incantevole commedia musicale Singin in the Rain. Per The Artist, Hazanavicius attinge a questo e altri generi incluso il melò (a partire da A star is Born); mentre la star George Valentin impersonata da Dujardin ha il baffetto sciupa femmine dell’avventuroso e romantico Douglas Fairbanks, e la Peppi incarnata da Bérénice Béjo è un tipetto spiritoso e vivace alla Claudette Colbert.

La vicenda è quella di un divo che tramonta, di una stellina che ascende e di una reciproca attrazione amorosa che si concretizza in un delizioso happy end. Ma, a dispetto di quanto abbiamo scritto, The Artist non è un prodotto di nicchia riservato ai più cinefili. Girando in loco con parecchie maestranze americane, Hazanavicius è riuscito infatti a realizzare un film che ha le carte in regola per essere davvero un film muto hollywoodiano, e di quelli ottimi: copione, fotografia, costumi, ambienti, cast, tutto è perfetto, incantevole. D’altro canto la commedia è moderna per il filtro di un ironico distacco (sottolineato da una colonna sonora in cui troviamo persino il tema dell’hitchcockiano Vertigo), che però non va mai a detrimento della partecipazione emotiva. E magari alla fine ci sarà un ripensamento generale: forse aveva ragione chi scrisse che acquistando la parola, il cinema tradiva se stesso.

(Da: La Stampa del 9 dicembre 2011)

lunedì 26 dicembre 2011

Giorgio Bocca, L'intransigenza maestra di vita


Ci siamo formati sugli scritti di Bocca. Liceali, compravamo "Il Giorno" per leggere i suoi articoli (e quelli sportivi di Gianni Brera) La sua inchiesta sul miracolo economico ci aiutò a capire cosa davvero fosse il Paese in cui vivevamo. Avemmo anche la fortuna di conoscerlo di persona. Era appena uscito il suo libro su Togliatti e lui venne a presentarlo a Savona. Ci andammo e gli contestammo duramente quella che ritenevamo una eccessiva morbidezza verso il passato staliniano del "Migliore". Era una critica ingiusta. Ci guardò divertito e non replicò. Forse gli ricordavamo la sua giovinezza.

Giorgio Bocca

L'intransigenza maestra di vita

Un lettore di un giornale di destra che mi ha visto in televisione oppormi al revisionismo storico giunto alla diffamazione della Resistenza dice che gli ho fatto l'impressione di un ayatollah, fanatico e intransigente. Lo ringrazio per l'intransigenza che è una delle virtù politiche e umane apprese nella Resistenza di Giustizia e libertà.

Il fascismo piaceva agli italiani, forse piace tuttora, perché era intransigente a parole, ma permissivista, complice dei nostri vizi nei fatti. E' per questo che si sente puzza di fascismo perenne nella retorica permissivista della Repubblica per cui chiunque faccia il suo dovere è un eroe, qualsiasi morto va applaudito al passar del feretro, anche il mercenario che faceva la guerra per soldi al servizio di coloro che con la guerra fanno affari, salutato da fanfare e capi di Stato dolenti.

Ci siamo abituati nella Resistenza ai morti insepolti, che un nemico feroce lasciava appesi al cappio della impiccagione o in qualche fossa comune. Diffidavamo anche dei funerali familiari. Il nemico feroce li usava per fotografare i presenti.

La democrazia non è intransigente come le dittature, ma una democrazia che non sappia difendersi ha breve vita. E quando una democrazia come la nostra è fondata sulla Resistenza e sul patto resistenziale che esclude il ritorno del fascismo, coloro che stanno nelle 'stanze alte' dello Stato devono intervenire in difesa dello Stato e non di chi ne minaccia l'esistenza.

La differenza fra un'opinione pubblica democratica e una filo-fascista, filo-autoritaria non è una questione di vaghe idee come si ama far credere, ma di seri comportamenti, di rispetto delle leggi e non della loro violazione sistematica. Assistiamo a una fioritura di fascisti inconsapevoli o fascisticamente tracotanti: uomini politici che essendo a capo del governo invitano i cittadini a non pagare le tasse e a non accettare le decisioni della magistratura, a definire i giudici assassini e i giornalisti onesti terroristi, sindaci che pur sapendo che l'apologia di fascismo è un reato vogliono intitolare una via a Pavolini, il capo delle brigate nere, la teppaglia arruolata dal fascismo morente: l'esercito nero che, venuta meno la protezione dei tedeschi, si sciolse, scappò, non ebbe il coraggio di opporsi a quella insurrezione che non fu una bugia, ma liberò le città e presentò agli alleati vincitori un paese che poteva autogovernarsi, che meritava di rientrare fra le nazioni civili, che ricostruiva il paese distrutto, che arrivava a un più civile rapporto fra le classi sociali.

E' a questo patrimonio di sacrifici e di opere dobbiamo rinunciare, questi meriti dobbiamo abbandonare alla diffamazione solo perché è di moda parlar male dei padri, diffamando quella grande occasione dai diffamatori perduta, quella occasione di mostrarci al mondo come un paese coraggioso e civile? Il revisionismo è accettabile anche come menzogna?

Guardavo un servizio sull'attentato di via Rasella di una televisione, manco a dirlo revisionista: sosteneva che i partigiani avevano attaccato una colonna di pacifici altoatesini, bravi figli di mamma capitati per caso nella Roma della Resistenza. In realtà trattavasi del famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti. Manca solo che le stragi di Marzabotto come di sant'Anna di Stazzema siano rievocate come delle liete scampagnate delle brave SS del colonnello Reder.

La revisione della storia è una funzione culturale indispensabile, ma forse lo è di più, e prima, la conoscenza della storia: sapere, anche se a grandi linee, come è avvenuto che l'Italia sia diventato uno Stato unico e indivisibile.

(Da: L'Espresso del 6 novembre 2006)

Guido Araldo, Lo chiamavano "Il Bagatto"


Come c'è finito un serpente corallo nella bicicletta di un ingegnere di Cuneo? E a chi era diretto un simile regalo: a lui o alla sua amante? Un'indagine del "Commissario" (il protagonista dei noir di Guido Araldo) incalzante e strana da scoprire puntata dopo puntata ogni domenica su Vento largo.

Guido Araldo

Lo chiamavano "Il Bagatto"

(Il serpente corallo, 2)

Non è stato un bizzarro incidente; ma un eccentrico omicidio, invero insolito. I controlli all’interno degli alloggi nel palazzo dove è avvenuto il delitto, lo hanno appurato al di là di qualsiasi ragionevole dubbio.
Il soprannome dell’ingegner Oljvieri era “il bagatto”; ma nessuno nel lussuoso palazzo in stile liberty sembra in grado di riferire al commissario dove tragga origine quel nome strano, rievocante una carta dei Tarocchi.
L’ingegnere viveva solo dopo la separazione e il successivo divorzio dalla moglie; ma i due figli venivano regolarmente a trovarlo, di sabato, e aveva anche una compagna: si frequentavano, ma convivevano saltuariamente, preferibilmente di domenica e lunedì.
La compagna è un’avvenente quarantenne, assai procace, conturbante, solare: seno copioso in evidenza nella candida camicetta alquanto trasparente, lunghi capelli neri fluenti, ricciuti e folti; tacchi a spillo, pantaloncini rossi attillati, dai quali trionfano lunghe gambe polpose.
La donna sporge mollemente al commissario la mano dagli anelli vistosi e non esita a presentarsi: Pamela, un tempo maestra elementare ora arredatrice. Si trovava nell’alloggio dell’ingegnere al momento “dell’incidente”, quando l’ingegnere è sceso a portare il cagnolino in strada, per la solita passeggiata serale.
Pamela trattiene a stento le lacrime. E’ confusa, frastornata, incredula, attonita; ma non ha dubbi:
Qualcuno ha messo volontariamente quel serpente nel cestello dell’ingegnere! Prevedeva che sarebbe andato a pendere il guinzaglio dimenticato dopo la passeggiata pomeridiana.
Chi? – inevitabile la domanda del commissario.
E chi lo sa? L’ingegnere, a quanto mi è noto, non aveva nemici, a parte la moglie, che ora brinderà felice per la vendetta divina invocata da anni.
Lo detestava a tal punto?
Se avesse potuto, non avrebbe esitato a cavargli gli occhi!
Non è necessario esortare la sensuale “compagna” a parlare: un diluvio verbale.
L’ingegner Oljvieri, soprannominato “il bagatto”, dell’età di 52 anni, era un libero professionista con studio in “Piazza del Mercato”, nel centro storico cittadino: uno studio ben avviato, con tre segretarie, specializzato in indagini ambientali.
Pamela spiega:
Uno studio tra i migliori in Italia! La professionalità dell’ingegnere era riconosciuta anche all’estero. Non a caso, infatti; ha svolto importanti lavori in Svizzera, Belgio, Spagna e Irlanda.
La donna è percorsa da un fremito:
Ogni volta che ci penso, mi vengono i brividi!
La prego, si spieghi meglio!
Di solito ero io scendere, quando dimenticavamo qualcosa. Allo stesso modo scendevo in cantina a prendere il vino, se in casa era finito.
Se ho ben inteso, lei sospetta che il serpente fosse stato posto nel cestello della bicicletta per lei?
Il sorriso sulle rosse labbra, sottolineate dal trucco, è forzato e, in realtà, somiglia ad una smorfia nervosa.
Io non vanto nemici tanto mortali da riservarmi simili sorprese. Non riesco proprio a capire! E’ sicuro che non sia stato un incidente?
Suppongo di no…
O santo cielo, che il buon Dio mi protegga!
Ma tosto affiora una certezza:
Ma no! Ma no! Cosa vado a pensare? Era l’ingegnere la vittima designata dall’assassino! Sapeva che era solito uscire con il cane, dopo cena. A tendergli una simile trappola è stato qualcuno che conosceva fin troppo bene le sue abitudini!
Come darle torto?
Il commissario insiste:
Che altro mi può riferire sull’ingegnere? Mi potrebbe parlare, ad esempio, della sua vita coniugale?
La “compagna” non ha dubbi:
Un disastro! Un completo disastro! Com’è comune, peraltro, di questi tempi. Tutto è successo in un giorno d’estate di nove anni fa. La moglie, una professoressa di latino, era in vacanza al mare con i figli che all’epoca avevano due e sette anni. All’improvviso fu raggiunta dalla notizia di un malore della madre, rimasta in città, e subito si precipitò al suo capezzale, in ospedale. Ma non era vero: la madre stava benissimo! Era uno scherzo, atroce e stupido! Uno scherzo di cui non si è mai scoperto il responsabile. Al rientro dall’ospedale la signora passò nello studio dell’ingegnere, per informarlo di quanto era successo. Era sconcertata. Poiché era in possesso delle chiavi, vi entrò senza malizia e si trovò di fronte ad una sgradita sorpresa: l’ingegnere era in posizioni sconvenienti con una segretaria; lui con i pantaloni alle caviglie, seduto alla scrivania; lei sotto il tavolo e non era certa intenta a cercare qualche oggetto smarrito.
Il fugace sorriso di Pamela si fa malizioso e si affretta a spiegare:
Non sono stata io a fare quella telefonata! All’epoca non conoscevo ancora l’ingegnere. Non sapevo neppure che esistesse!
Il commissario conclude:
E il matrimonio, che sembrava solido quanto una roccia, si rivelò una bolla di sapone!
Sembrò la fine del mondo! Inevitabili gli insulti rabbiosi di puttaniere e bastardo. A questo punto, con il marito sorpreso in evidente adulterio, la moglie non volle sentire scuse e quella sera stessa gli fece trovare gli abiti in due valige, sul pianerottolo di casa. Il giorno dopo entrava nello studio di un avvocato, per la causa di separazione. Al povero ingegnere non rimase altra scelta che accettare il fatto compiuto.
Separazione consensuale?
Sì, fu una separazione consensuale. L’ingegnere chinò semplicemente il capo, non fiatò e accettò tutte le condizioni pretese dalla moglie, peraltro ragionevoli e non insopportabili.
Capisco! E lei, mi scusi la domanda, quando subentrò?
Tre anni fa! Io e l’ingegnere ci siamo incontrati per caso, a una festa, e siamo diventati amici.
Il sorriso incerto di Pamela è contrasto con la voce decisa.
Ma patti chiari e amicizia lunga! Ciascuno a casa sua! C’incontravamo due giorni la settimana, la domenica e il lunedì, nel palazzo teatro del crimine. Di sabato vengono a trovarlo i figli, come stabilito dal giudice nella sentenza di divorzio.
Al commissario non è necessario porre imbarazzanti domande. Pamela, infatti, continua:
Anch’io sono separata e divorziata; per la precisione da più anni dell’ingegnere: ormai tre lustri. Ho una figlia, già sposata da quattro anni. Mio marito, pensi un po’, era un carrozziere!
Ancora un fugace sorriso, questa volta colmo di tristezza:
Il divorzio avvenne per colpa mia. Avevo sposato il carrozziere per il gran bel fisico. Lo ammetto: un’idiozia! Me ne accorsi ben presto. A un certo punto la sua semplice presenza in casa mi dava fastidio.
Un’ombra fugace sugli occhi stupendi.
Probabilmente non sono stata neppure una buona madre! Carlotta, mia figlia, si è trovata con il pancione a sedici anni, nonostante le mie assidue raccomandazioni. Un frettoloso matrimonio riparatore me l’ha portata lontano, nel Veneto, a Verona. Per ora quel matrimonio tiene, resiste, e mi ha regalato il dono più bello, la luce della mia vita: un meraviglioso nipotino, biondo come un angelo. Ogni volta che lo abbraccio, sono la donna più felice di questa terra!

A svelare il perché di quel soprannome strano, “il bagatto”, è il panciuto proprietario di un’industria di vernici: piccolo re di quattro capannoni nell’immediata periferia della città.
Torrido è il mattino tra quei capannoni; ma l’ufficio del “piccolo re” delle vernici è piacevolmente dotato di aria condizionata.
L’ingegner Oljvieri era un mago! – esordisce l’impresario - Conosceva tutte le norme, i codicilli e le procedure sia comunitari che nazionali: trovava sempre la soluzione a problemi che sembravano irrisolvibili, soprattutto nel settore dello smaltimento dei rifiuti.
La precisazione è necessaria:
Ma sia chiaro: senza mai infrangere o aggirare la legge! L’ingegner Oljvieri era un professionista integerrimo! Non creda, signor commissario, che fosse un truffaldino, un azzeccagarbugli! Era un professionista serio e coscienzioso: uno di quegli uomini ormai rari. Mai che abbia consigliato scorciatoie illecite. Era rispettoso della legge e, di questo, se ne faceva un vanto! Venga, che le mostro qualche perizia!
Non è il caso! – ribatte il commissario che non ha nessuna intenzione di leggere una perizia.
Per questo motivo l’ingegnere era noto nel settore come “il bagatto”: ogni volta che si prospettava un problema di una certa importanza, ricorrevo alla sua consulenza. E come me, molti altri imprenditori, non soltanto in Italia, ma anche all’estero! L’ingegnere era davvero un mago! Sapeva sempre prospettarci la via migliore da percorrere: quali aziende specializzate contattare, le prassi da adottare. Bidoni di sostanze tossiche disseminate qua e là, nascosti chissà dove, sono incubi per imprenditori seri come me! Per questo motivo, quando ero in difficoltà, mi rivolgevo al “bagatto”, soprannome che l’ingegnere detestava, ma che ampiamente meritava; e poco importava se le sue parcelle fossero alquanto esose!

Concetti confermati da un funzionario dell’amministrazione provinciale, rilasciati in un penoso ufficio sprovvisto di condizionatore:
L’ingegner Oljvieri costituiva un punto di riferimento per molte ditte serie del territorio. Si era fatto un nome, che gli era valso il soprannome di “bagatto”. Anche questo ufficio, in più di un’occasione, è ricorso alle sue consulenze.
Al funzionario alto e segaligno, con barba volutamente corta e disordinata, non resta che commentare:
Davvero singolare l’incidente che gli è capitato!
Aveva nemici l’ingegnere? – s’informa il commissario pensieroso.
Lo stupore colma lo sguardo del funzionario, che sembra proiettare in avanti le pupille.
Non è stato uno strampalato incidente?
E’ mio dovere vagliare tutte le ipotesi.
No! Non mi risulta che l’ingegnere avesse dei nemici. Santo cielo, era l’uomo più pacifico di questo mondo. Ad ogni modo, se proprio dovete indagare, consiglierei la pista dell’ecomafia: un professionista preparato e serio come l’ingegnere potrebbe aver schiacciato i piedi a certi “signori” che non esitano ad appestare l’Italia per riempirsi le tasche di denaro!

La moglie, minuta e carina, occhi azzurri come il cielo terso di primavera, si limita a scuotere il capo.
Può anche non credermi, signor commissario, ma avevo perso di vista il mio primo marito. Non ci siamo più visti e sentiti dopo il divorzio. Ciascuno per la sua strada, con il desiderio di rifarsi una vita! Per quanto mi riguarda, sono convolata a nuove nozze con un collega del liceo dove insegno. Ogni mese, regolarmente, senza mai tardare, Antonio, questo il nome di battesimo dell’ingegnere, mi versava l'importo stabilito dal giudice per il mantenimento dei nostri due figli, corrispondente a 1.800 Euro. E, da parte mia, non ho mai preteso un aumento dell’assegno, nonostante sia informata che le sue finanze sono progressivamente migliorate negli ultimi anni, giacché il suo studio è diventato un punto di riferimento non soltanto per imprenditori locali, ma anche esteri.
Mi scusi la domanda, signora: le fu assegnata anche la casa, dove vivevate?
Certo! Si trattava di una villetta a schiera, peraltro comprata con il determinante aiuto dei miei genitori.
C’è dell’altro!
Sì! I figli ricevevano dal padre, in occasione dei compleanni e alla festa di Natale, assegni a volte cospicui, che Antonio intestava anche a me, affinché li potessi utilizzare per il loro bene.
Ah! – l’esclamazione del commissario denota sorpresa.
E’ insolito che questo accada, tra divorziati; ma il mio ex marito si è sempre comportato da gentiluomo! Un giorno gli ho inviato una lettera, supplicandolo di non donare ai figli dei motorini, fino al compimento del diciottesimo anno di età: voglio dormire sonni tranquilli, per quanto possibile di questi tempi. Lui mi rispose con un’altra lettera e mi assicurò che non avrebbe preso iniziative importanti, a riguardo dei figli, senza prima consultarmi. In quanto ai motorini, poi, era d’accordo con me al cento per cento!
La professoressa di latino scuote il capo, fa ondeggiare i vaporosi capelli e confida:
Quel giorno maledetto, quando sorpresi mio marito con quella troia di una segretaria, sarebbe stato meglio se avessi chiuso entrambi gli occhi! Ma come potevo comportarmi diversamente? Ero furibonda! L’ho coperto d’insulti. In seguito, francamente, mi sono pentita di avergli chiuso la porta in faccia in quel modo, senza possibilità di dialogo; ma ormai era troppo tardi! Quel giorno, purtroppo, vidi rosso fuoco davanti agli occhi. Se avessi potuto, l’avrei strozzato con le mie stesse mani. Chissà da quanto durava la storia con quella segretaria sozzona! M’indispettiva soprattutto il pensiero che passasse a quella sanguisuga schifosa del denaro, spacciando quei servizi puttaneschi come lavoro “straordinario” e togliendolo, pertanto, alla famiglia. All’epoca non era ancora l’affermato professionista che divenne in seguito. Non era ancora diventato “il bagatto”!

Continua


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 24 dicembre 2011

Auguri da Vento largo con Altan e Nico Orengo




Auguri a tutti gli amici di Vento largo

con una vignetta di Altan e una poesia di Nico Orengo

Ci sono nuvole in Provenza

Ci sono nuvole in Provenza
cariche di ocra e di lavanda,
che si perdono sul mare
e navigano in simpatie
di correnti, cercando
la risalita verso le cime
degli olivi e dei pini
del Gran Mondo.
Risucchiate dalle mille gore
delle Meraviglie infilano
la Roja e si fanno, tra le rocce,
tremule: cavedani, tremoli e trote
d'acque verdi, bianche, viola
per sfarsi poi, quando scompare
a Briga il fiume.

venerdì 23 dicembre 2011

"Sopra lo stato presente". Ultimo numero di "Resine", Quaderni liguri di cultura



Sala Gallesio via Tommaso Pertica, 24 - Finale Ligure Marina
Giovedì 29 dicembre 2011 - Ore 17

Presentazione di "Sopra lo stato presente"

Numero doppio speciale sull’Italia, 150 anni dopo
di Resine Quaderni Liguri di cultura

Partecipano

Pier Luigi Ferro Silvio Riolfo Marengo Adriano Sansa

Conduce
Gloria Bardi




L’ultimo numero di “Resine”, realizzato da Pier Luigi Ferro, è dedicato allo stato presente dell’Italia e raccoglie contributi dei giudici Adriano Sansa e Gian Carlo Caselli, di alcuni dei più noti intellettuali e poeti italiani come Gianni D’Elia, Roberto Roversi, Jolanda Insana, Silvio Ramat, Sandro Loi, Mario Lunetta, Eugenio De Signoribus. Comprende inoltre le opere realizzate sul tema per l’occasione da alcuni dei maggiori poeti visivi del mondo (Blaine, Balestrini, Pignotti, Dencker, Clavin, Bennet ecc.), nonché il testo di Giovanni Fontana e le immagini dello spartito dell’Elegia per l’Italia, composto da Ennio Morricone, trasmesso in diretta dalla RAI ed eseguito dall’Accademia di Santa Cecilia alla presenza del Presidente della Repubblica nel luglio scorso.

Pier Luigi Ferro

Sopra lo stato presente

(Editoriale del n.128-129)


Qual è l’immagine che l’ Italia di oggi consegna alla Storia, centocinquanta anni dopo la sua unificazione (assai precaria, come sottolineano con ironia Albani e Salerno), celebrata in questo anno nefasto, con imbarazzo e molte goffaggini dai nostri imbarazzantissimi uomini rappresentativi, che hanno immerso il Paese in un vociare assordante, secondo quanto suggerisce Boschi, che lo stanno facendo in pezzi, come ci rappresenta il catalano Ferrando, dando corpo la politica nostrana a un criptogramma quasi indecifrabile a chi ci guardi da fuori, simile a quello rappresentato dal tedesco Dencker? È forse il prodotto di una geografia politica accartocciata e raggrinzita sulle sue insufficienze, che paradossalmente avvicinano il settentrione al meridione della nazione, accomunandoli in questo, come suggerisce il lavoro di Fontana? Consiste invece in un groviglio crepitante e inestricabile come quello disegnato dalla Blank, a un mero e slavato gioco calligrafico e fonetico, quello rappresentato dall’americano Bennet, o piuttosto è un territorio riconfigurabile in grotteschi stivali neofederalisti, secondo l’interpretazione di Balestrini, che si trastullano al gioco della palla: passion predominante che accomuna popolo bue e casta, fatto salvo, naturalmente, l’esibito mercimonionio delle giovin principianti, sostegno da una parte del senile allure del Sultano - efficace a far presa sulla parte mascolina dei più primitivi sudditi, benché prodotto dai prodigi recenti della farmaceutica - dall’altra oggetto di esecrazione e di infiniti intrattenimenti mediatici; che è quanto poi le note vicende del contestuale mignottaio hanno consegnato all’opinione pubblica internazionale, come allusivamente suggerisce l’icona tridimensionale, tattile e profumata del belga Bleus? Assomiglia invece, l’Italia, al profilo della formosissima donna mollemente distesa, una giorgionesca Venere abbandonata all’inerzia, sullo sfondo del paesaggio sinestetico di Pignotti? Quello che ha sventolato e sventola sul Palazzo nell’anno in corso è poi davvero un tricolore che sottende una trama di menzogna (Xerra) o invece un vessillo inquietante, dove il bianco si è dissolto e tutto sembra sprofondare nel nero come suggerisce il portoghese Aguiar? Dietro la I dell’Italia l’olandese Clavin vede forse per questo ancora l’immagine del duce, un mito che in molte coscienze non è mai tramontato, così come stenterà a tramontare l’infatuazione per un premier a tempo perso nelle teste degli emulatori di terza categoria.

Per quanto ci si possa affidare all’ottimismo di chi fa professione incondizionata di stima, di chi pensa che ancora lo “stellone d’Italia”, su cui scrive Lista, brilli sulla nostra patria fragile e derelitta, come lo spagnolo Vega, che ci consegna un sonetto formato coi copertoni di un bolide vincente, oppure ci si possa abbandonare all’amara ironia che sottende il testo di Bory, ciò che le vicende recenti ci suggeriscono sembra il tracciato di un percorso di distruzione progressiva della nazione, un suicidio collettivo, come quello messo in scena con sarcasmo da un artista francese, profondamente legato al nostro Paese per ragioni culturali, poetiche e affettive come Blaine. Un suicidio doloroso, pensando a quanto complessa sia stata, a quanta fatica e sangue sia costata la costruzione di un’identità culturale e di una patria comune, come ci ricordano il saggio sulle vicende risorgimentali della Montale o quello sulla lingua di Coletti, nonché i versi di Roversi, Ramat e Puccini. Un’identità la cui coscienza, dopo esser stata innestata nel sentire comune e familiare, come ci raccontano Milani e Salvago Raggi, rischia nuovamente di essere dispersa da una classe dirigente e imprenditoriale del tutto irresponsabile, avida e incapace. Forse davvero oggi l’ 8 settembre, più che il 2 giugno, dovrebbe assurgere a data per le celebrazioni repubblicane.

Un suicidio, quello italiano, tanto più evidente nella congiuntura della crisi del sistema economico occidentale, estinti ormai gli entusiasmi senza riserve che hanno salutato l’ondata neoliberista degli anni Ottanta che ha accompagnato la dissoluzione dello spettro comunista (evocato con una mediazione sorprendente nei caustici versi di Lunetta), i cui effetti stanno ora consumando il fragile tessuto sociale italiano e bruciando gli orizzonti delle nostre giovani generazioni, destinate alla miseria da un esiziale sistema giuslavoristico, di cui sta dando conto la recente narrativa analizzata da Pegorari, o, peggio, non son poche le ragioni per temerlo, al macello.

Schiacciata da un debito pubblico gigantesco nuovamente in crescita, originato dal sistema di corruzione e connivenze degli ultimi decenni, rimasto sostanzialmente intatto, l’Italia oggi pretende di correre al pari delle altre nazioni sviluppate mantenendo la zavorra sempre più pesante di una spesa militare sproporzionata alle sue possibilità e che non ha neppure garantito alcun ritorno in termini di credibilità e prestigio: la recente vicenda libica, ricordata da Carlino, insegna. A dar la misura dell’irrazionalità di tali scelte, sostenute dalla sigla equivoca delle “missioni di pace” in terre sempre più martoriate come quelle evocate dai versi dolenti di Jolanda Insana, è esemplare la vicenda della portaerei “Cavour”, costata grosso modo, 1 miliardo e 300 milioni di euro, impiegata in un’unica missione (i soccorsi ad Haiti, alla modica somma di 200mila euro per ogni giornata di navigazione), e ora destinata al declassamento a semplice portaelicotteri per il probabile accantonamento del progetto dei caccia Lockheed Martin che avrebbe dovuto imbarcare. Il passo successivo in questa follia potrebbe essere, chissà, quello di destinare al servizio di ambulanza e pronto soccorso i cingolati dell’esercito, dopo che alpini, paracadutisti e bersaglieri abbiano degnamente sostituito nelle loro funzioni vigili urbani e scopini municipali. A ciò si aggiungano il costosissimo sistema di prebende e regalie allo Stato Pontificio (complessivamente oltre 4 miliardi all’anno, a quanto si legge, e su questo sfondo si vedano le considerazioni di Buffoni), un sistema politico pletorico e inefficiente, altrettanto costoso, e uno spaventoso tasso di evasione fiscale, valutato intorno ai 300 miliardi annui.

Per tutto questo e per gli interessi che dietro vi si celano l’Italia, quella umile e nascosta cantata da Loi, la cui vita, come scrive De Signoribus, sembra voler tornare ai cupi albori delle lotte per la sopravvivenza nelle società protoindustriali, ha visto regredire la speranza, per usare questa volta l’espressione di Sanchi, sacrificando sempre più scuola, ricerca, sanità, diritti e servizi, previdenza, cultura e giustizia, sulla quale dan conto gli scritti di Gian Carlo Caselli e Adriano Sansa. Contro questi settori si è esercitata nei nostri tempi l’aggressione sistematica dei mezzi di comunicazione asserviti alla politica irresponsabile di quelli che Nota chiama nei suoi versi i banditi democratici, essa stessa asservita agli interessi di ristretti gruppi sociali parassitari, della finanza e dei monopoli, che hanno cercato di convincerci che tutto ciò che è sociale sia socialista e tutto ciò che abbiamo in comune sia comunista, per dirla con Bajini, e dunque da deprecare e distruggere, dopo aver ridotto al minimo gli spazi della cultura critica e della funzione intellettuale, come ci rappresenta nel suo saggio Nicolao.
*
Sopra lo stato presente nasce da un’idea di due anni fa, condivisa con l’amico Gianni D’Elia dopo un incontro poetico savonese e durante una chiacchierata conviviale in cui ha preso forma il titolo leopardiano che oggi la definisce. A lui va la nostra gratitudine, non solo per l’intervento fornitoci, presentato a maggio alla Biblioteca della Camera dei Deputati, ma anche per la collaborazione nel reperire parte significativa degli altri contributi. Un ringraziamento sentito va anche ad un altro amico, Giovanni Fontana, che ha coordinato l’inserto di poesia verbovisiva, coinvolgendo alcuni dei nomi più noti nel panorama mondiale del settore, e che ci ha consentito di comprendere in questo numero la testimonianza di uno dei tributi artistici più significativi ai centocinquanta anni dell’ Unità d’Italia: l’Elegia per l’Italia concepita da Ennio Morricone ed eseguita pochi mesi fa alla presenza del Presidente della Repubblica.

giovedì 22 dicembre 2011

Da leggere: Marc Chagall, Le Mille e una notte a colori



L'incontro fra un sognatore e la magia dell'Oriente. Un libro da guardare prima ancora che da leggere.

Chagall e le "Mille e una notte"

La malia sprigionata dalle “Mille e una Notte” non poteva che catturare l’immaginifica vena di uno dei massimi artisti del Novecento. «Imprevedibile, orientale, so speso tra la Cina e l’Europa», così definiva egli stesso il suo impulso creativo — e qua le forziere di storie e di tinte, a cavallo tra Oriente e Occidente, se non quello custodito da Shahrazade poteva stimolare al meglio un tale impulso?

La prima idea era venuta negli anni venti al suo vulcanico amico ed editore Ambroise Vollard — lo stesso per il quale Chagali realizzò il ciclo delle favole di La Fontaine e quello per il Vecchio Testamento. Ma Chagall sentiva di non padroneggiare ancora abbastanza la tecnica della litografia a colori che, sin da subito, gli era parsa la più adatta all’interpretazione di un repertorio così nobile e ricco di suggestioni.

Fu infatti solo durante il suo esilio negli Stati Uniti, allo scoppio della seconda guerra mondiale, e grazie all’incontro con Albert Carman, uno stampatore assai esperto in tale tecnica, che Chagall si decise a realizzare il vecchio progetto, e a darlo alle stampe nel 1948 con la Pantheon Books. Chagall aveva perso da poco la sua adorata moglie Bella e questo deve avere influito non poco sulla scelta delle quattro storie da illustrare, pervase dal motivo dell’amore e della morte.

Per il resto, non ebbe che da attingere alla sua più intima ispirazione, che così tante affinità aveva con quel patrimonio arcaico che mescolava la tradizione araba a quella ebraica, quella egizia alla mesopotamica, quella indiana alla persiana — con un occhio alla vena orientalista inaugurata in Francia e in Europa da Galland. Ne viene fuori un’edizione insuperata di quattro tra le storie più evocative delle Mille e una notte, qui presentata per la prima volta al lettore italiano.

Marc Chagall
Le mille e una notte a colori
Donzelli, 2011
23 Euro

mercoledì 21 dicembre 2011

Così il sole danzava tra i megaliti di Stonehenge


Nuove scoperte sugli allineamenti nel giorno del solstizio “E’ la prova che il sito è più antico di quanto si pensasse”. Una nuova affascinante interpretazione dei megaliti di Stonehenge.

David Keys

Così il sole danzava tra i megaliti di Stonehenge



Una serie di nuove scoperte archeologiche vicino a Stonehenge lo spettacolare circolo preistorico di megaliti antico tra 4 mila e 5 mila anni che si trova nel Sud dell’Inghilterra suggeriscono che il sito dell’«età della pietra» più famoso al mondo potrebbe essere già stato un luogo sacro in un’epoca ancora più antica di quanto ipotizzato finora dagli archeologi.

La nuova prova una serie di tre allineamenti solari vicino al monumento suggerisce che l’«aura religiosa» di Stonehenge risalga ad almeno 500 anni prima della creazione del primo cerchio di mega-pietre del sito stesso.

Le nuove informazioni – risultato delle indagini archeologiche ancora in corso e condotte dalle università di Birmingham e di Bradford nel Regno Unito e dall'Università di Vienna in Austria – dimostrano anche come il culto del sole a Stonehenge fosse ancora più importante di quanto si fosse ipotizzato in precedenza in molti studi.

I tre nuovi allineamenti solari appena individuati nel celeberrimo sito si trovano tra l’importante megalito noto come «Heel Stone» e due grandi fosse rituali: si evidenziano rispettivamente all'alba e al tramonto nel giorno del solstizio d’estate e dovevano accompagnare la processione rituale condotta tra i due fossati e il centro di Stonehenge a mezzogiorno, quando il sole raggiungeva il punto più alto del suo ciclo annuale. Le due fosse rituali sono situate all'interno del monumento più vasto che fa parte del paesaggio sacro di Stonehenge e che è una specie di percorso sopraelevato, lungo tre chilometri, noto tra gli addetti ai lavori come «Cursus».

«Se si misura la distanza a piedi tra i due fossati, intorno al perimetro del “Cursus”, la processione a mezzogiorno si sarebbe trovata esattamente a metà strada, con il sole proprio a picco su Stonehenge. Questa è più di una semplice coincidenza e indica che la lunghezza del “Cursus” e il posizionamento delle fosse hanno un preciso significato», sostiene Henry Chapman, l'archeologo dell'Università di Birmingham che ha lavorato ai modelli degli allineamenti elaborati con le ricostruzioni computerizzate del paesaggio di Stonehenge.

Le scoperte suggeriscono anche che il «Cursus» sia stato appositamente realizzato proprio per celebrare il giorno del solstizio d’estate, una data-chiave che era associata con la specifica sacralità del sito di Stonehenge, molto prima che fosse eretto il primo cerchio di pietre. Le nuove prove, quindi, suggeriscono che l’importanza del luogo sia di molto antecedente alla costruzione del «Cursus» stesso. Fino ad ora, invece, gli archeologi tendevano a pensare il contrario.

Questo totale ribaltamento della cronologia è particolarmente significativo, perché fa intravedere la possibilità che il sito di Stonehenge possa, in realtà, essere non soltanto marginalmente più antico del «Cursus», ma sostanzialmente e decisamente più antico.

Negli Anni 60 gli archeologi trovarono un sito rituale mesolitico risalente all’8000 a. C. in quello che oggi è diventato il parcheggio di Stonehenge: il divario di ben 5 mila anni tra quella zona e il cerchio di Stonehenge spinse la maggior parte degli studiosi a ritenere improbabile una continuità «sacrale» tra i due luoghi. Ma, con le nuove scoperte, il divario temporale si è drasticamente ridotto.

E’ possibile, quindi, che le ultime scoperte spalanchino una nuova ipotesi, quella di un’ininterrotta sacralità del sito di Stonehenge proprio a partire dall’epoca del Mesolitico.

I nuovi allineamenti solari che rivelano una realtà del tutto inedita sono stati scoperti nell’ambito di uno studio quadriennale sulla geofisica dell’intero paesaggio di Stonehenge. Utilizzando alcuni radar in grado di penetrare il terreno e le tecniche della magnetometria, gli archeologi stanno cercando di «passare ai raggi X» tutto il terreno circostante, fino a una profondità di due metri su una superficie totale di 14 chilometri quadrati. Questa indagine approfondita la più grande di questo genere mai realizzata al mondo – sarà completata tra due anni, come spiega il direttore del progetto, l’archeologo dell'Università di Birmingham Vince Gaffney.

Parlando delle scoperte multiple delle fosse e delle loro potenziali implicazioni, il professor Gaffney ha sottolineato che «questa è la prima volta che facciamo un’osservazione simile a Stonehenge e questa ci fornisce una visione molto più sofisticata e precisa di come potrebbero essersi svolti i rituali tra il “Cursus” e tutta la zona circostante».

Ora si pensa che decine di siti finora sconosciuti possano tornare alla luce grazie all’indagine geofisica in corso, nota come «Stonehenge Hidden Landscape Project» (Progetto per il paesaggio nascosto di Stonehenge). Solo negli ultimi 18 mesi sono state trovate almeno 25 aree rituali precedentemente ignote.

E’ quindi molto probabile che le future scoperte nel paesaggio sacro di Stonehenge – grazie al lavoro degli archeologi di Birmingham e Bradford e dei loro colleghi del «Ludwig Boltzmann Institute» dell’Università di Vienna trasformeranno ulteriormente le conoscenze sulle origini, sulla storia e sul significato del famosissimo monumento.

Traduzione di Carla Reschia

(Da: La Stampa del 3 dicembre 2011)

martedì 20 dicembre 2011

Dino Campana, Genova



Città sfuggente e misteriosa, fatta di pietra e vento, Genova attirò a se Dino Campana con un abbraccio che sapeva di mare. E lui la cantò nei "Canti orfici" come si canta un'amata a lungo cercata.

Dino Campana

Genova




Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande: Come le cateratte del Niagara Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare: Genova canta il tuo canto!

Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: .....»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.

Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.



They were all torn
and cover'd with
the boy's
blood

lunedì 19 dicembre 2011

Luciano Bianciardi quarant'anni dopo


Sul «Messaggero» di qualche giorno fa, Matteo Nucci celebra con questo articolo il quarantennale dalla morte di Luciano Bianciardi, intellettuale per tutta la vita all’opposizione, traduttore di grandi classici e autore di un testo cruciale nel nostro Novecento letterario che è «La vita agra», dove l’aspra critica all’establishment culturale, a cui peraltro Bianciardi apparteneva, si mescola al racconto di un Italia stravolta e snaturata dal boom economico.

Matteo Nucci

Luciano Bianciardi

Pare che l’autenticità la riconoscesse dalla voce. I finti intellettuali come i finti amici li scansava immediatamente, semmai li prendeva in giro e ne faceva oggetto di un sarcasmo a volte feroce. Perché era in lotta contro la grettezza e la meschinità e cercava l’abbraccio vero, onesto, la bevuta e la mangiata con braccianti e intellettuali, basta che fossero uomini, come lui. Eppure morì solo. Quasi solo. Quarant’anni fa, dopo quasi tre settimane di agonia in una stanza del San Carlo di Milano. Negli anni che seguirono, Luciano Bianciardi, grossetano classe 1922, fu dimenticato. Ne coltivarono il ricordo gli amici, gli artisti di strada, i pittori e i fotografi con cui aveva condiviso il pane e il vino. Pochissimi continuarono a leggerne i libri. Poi arrivò Pino Corrias a dare alle stampe nel 1993 una biografia che viene oggi ripubblicata (Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Feltrinelli). Poi arrivarono Massimo Coppola e Alberto Piccinini autori di un film straordinario (Bianciardi!) e curatori assieme a Luciana Bianciardi, la figlia, dell’intera opera (il cofanetto con il film e i due “antimeridiani” è stato ripubblicato ora in un’edizione speciale: Luciano Bianciardi, Opera completa, ISBN, 2 voll. + DVD).

E così oggi, finalmente, nessuno storce più il naso se si nomina Bianciardi fra i principali scrittori del Novecento italiano e il suo capolavoro, La vita agra, fra le opere decisive. Del resto, in quel libro c’è tutto il suo autore e il suo dolore, c’è tutta l’Italia di quegli anni e tutto il dolore che provoca, in qualsiasi tempo, la perdita delle radici e il rimpianto dell’Eden di un mondo fatto di relazioni chiare e parole dirette. Quel mondo Bianciardi lo abbandonò presto. Era la Maremma che girava assieme all’amico Cassola su un bibliobus di sua invenzione per portare i libri nelle campagne. Era la casa natia, le osterie, la gente che si conosceva per nome, la moglie e due figli. Lasciò tutto per rincorrere una “solenne incazzatura”. Quell’incazzatura raccontata ne La vita agra: i 43 minatori morti nell’esplosione della miniera di Ribolla. Era il 1954. Il protagonista del romanzo, alter ego dello scrittore, prese un treno per Milano dove, da bravo anarchico, progettava di far esplodere i palazzoni dei padroni. Ma l’utopia anarchica si sarebbe spenta in fretta. Quel che restava, oltre al freddo, i cieli grigi e l’indifferenza della metropoli, era il cosiddetto miracolo economico. “I miracoli veri” scrisse “sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest’altro miracolo balordo. (…) Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici (…). A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo”.

L’opposizione milanese di Bianciardi fu però un’altra donna, una famiglia parallela, e una vita faticosissima pur di sbarcare il lunario. L’impiego in Feltrinelli (da cui fu licenziato perché “strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile”), l’odio per le “segretariette secche” che usano a sproposito il loro piccolo potere, il lavoro di traduttore in casa (inarrivabili le versioni di Miller) dal mattino alla sera, con l’incubo dei conti da pagare e il terrore dei ‘tafanatori’, rappresentanti pronti a tutto pur di vendere. Tra i paradossi della città (il traffico, la solitudine, i morti in strada, il perenne frastuono – “ma la gente non protesta per il fragore dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi”), solo il rifugio dell’amore e dell’amicizia. Ossia, a casa, la vicinanza della donna amata e il sesso. Fuori, invece, gli amici del bar Giamaica di Brera, dove elaborare un futuro: un “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, un mondo non schiacciato dal delirio della produttività e fondato su una graduale rinuncia del non necessario.

Il progetto non sarebbe mai andato in porto e Bianciardi lo sapeva bene. Il suo libro invece ebbe successo. Forse anche troppo. Lo ammirarono addirittura coloro di cui si faceva beffe. Lui fu invitato ovunque. La sua ribellione venne assorbita nello scintillio di aperitivi intellettuali, nella disonestà da cui quella ribellione era nata. Forse fu qui che cominciò la crisi finale? Difendersi dalla povertà e dall’anonimato è dura. Dai soldi e dal successo può diventare durissima. Bianciardi tentò con tutte le sue forze. Indro Montanelli gli propose una collaborazione al Corriere. Lui rifiutò. Preferì scrivere per Il Guerin Sportivo e commentò in una lettera: “Anziché mandarmi via a calci in culo, mi invitano a casa loro”. Abbandonò Milano per Sant’Anna di Rapallo dove immaginò un ritorno a Grosseto. Ma ogni Eden non può che restare solo un sogno. Quella fu l’ultima definitiva delusione. Il Céline italiano, il Miller della Maremma, lo scrittore così poco e così tanto italiano, aveva deciso, ormai. A Giovanni Arpino, pochi giorni prima del ricovero, confessò: “Sto crepando, ma ci metto troppo. Morire è difficilissimo”.

domenica 18 dicembre 2011

Guido Araldo, Il serpente corallo


Come c'è finito un serpente corallo nella bicicletta di un ingegnere di Cuneo? E a chi era diretto un simile regalo: a lui o alla sua amante? Un'indagine del "Commissario" (il protagonista dei noir di Guido Araldo) incalzante e strana da scoprire puntata dopo puntata ogni domenica su Vento largo.


Guido Araldo

Il serpente corallo

Sera calda di agosto, dopo una domenica afosa. E’ giorno di festa e la città appare deserta.
Temporali lontani, sulle montagne, con vaghi bagliori.
Che idea balzana: una pizza tra vecchi amici!
E’ stato Armando a organizzarla: desidera festeggiare la casa nuova, finalmente finita, con la bandiera dell’Occitania sul tetto.
Tutti allegri, attorno alla tavola imbandita nella pizzeria affollata: Gino lo psicologo, Gianni il capo stazione, Santino l’architetto, Giacomo il professore e il commissario; come ai bei tempi, trent’anni fa!
E come trent’anni fa, c’è stata una grande indecisione sulla scelta del locale: dapprima all’osteria del “Cavallo Bianco”, ma senza prenotazione non c’erano posti liberi; poi dai “Giapponesi”, ma il commissario, il capo stazione e l’architetto non sembravano fanatici di cibi esotici, soprattutto se crudi: e così tutti alla pizzeria “Amalfi”, dove si è ordinato di tutto, meno che la pizza.
Gli spaghetti allo scoglio sono ottimi, tanto più se irrorati con dell’ottimo “Donnafugata”. Si sta decidendo per il dolce: macedonia con il gelato per tutti quando il telefonino del commissario squilla insistente, addirittura impertinente.
Ecco, lo sapevo: dovevo spegnerlo! – bofonchia contrariato il commissario.
E tiene a precisare:
Non sono neppure reperibile!
Per un attimo sospetta che sia il figlio a chiamarlo: è andato pure lui in pizzeria con gli amici; invece l voce melodiosa dell’ispettrice Mariangela annuncia telegrafica:
Urge tua presenza!
La festosa cena tra amici è irrimediabilmente finita anzitempo!
Che è successo di tanto grave? – s’informa il commissario.
C’è un morto in Via San Gottardo nel giardino interno del palazzo d’epoca, all’angolo con Corso Carlo Alberto.
Poi una precisazione laconica:
Si tratta di un omicidio eccentrico!
Nient’altro!
Il commissario saluta frettolosamente gli amici che gl’impediscono di pagare alla cassa; poi, di fretta, si dirige in auto verso il palazzo indicatogli dall’ispettrice.
Strada facendo s’interroga:
Che diavolo significa un omicidio eccentrico? Mariangela non deve fare l’enigmatica con me!

Il palazzo d’epoca, in stile liberty, racchiude un ameno giardino: un’eccezione in città, dove squallide autorimesse hanno sostituito antichi cortili e colorati giardini. Un giardino ampio quanto un campo di calcio: ben curato, dove sembra si siano dati convegno tutti i Poliziotti in servizio città e, anche, i Vigili del Fuoco.
Lo stupore del commissario è totale.
Il giardino è illuminato a giorno da potenti fari e tutti gli inquilini assistono all’insolito spettacolo affacciati su terrazze e balconi.
L’ispettrice accoglie sorridente il commissario e lo esorta:
Ti prego di seguirmi!
Ma si preoccupata:
E bada bene dove metti i piedi!
In che senso?
Invece di rispondergli, l’ispettrice indica una bicicletta da donna, con un cestello sopra la ruota anteriore, appoggiata sotto un balcone:
L’ingegner Oljvieri è sceso come tutte le sere con il suo cagnolino, un bastardino, per i bisognini della notte. Lo porta sempre in Corso Carlo Alberto, dopo cena; ma questa sera aveva dimenticato il guinzaglio nel cestello della bicicletta. Nel pomeriggio, infatti, era andato con la sua compagna in bici nel parco, portando il cagnolino nel cestello; poi, al ritorno, il guinzaglio è rimasto nel cestello. Aveva la pettorina, ma mancava il guinzaglio! Così è sceso nel cortile, a prenderlo: ha infilato la mano nel cestello è qualcosa lo ha morso.
Il commissario sobbalza. Ha intuito che si tratta di qualcosa di molto velenoso.
L’ispettrice non gli concede il tempo di formulare la domanda e si affretta a spiegare:
Il piccolo serpente gli è rimasto attaccato al dito prima di cadere per terra, nell’erba, allorché l’ingegnere ha scrollato con violenza la mano. Poi si è dileguato in un cespuglio.
Ecco spiegato l’affollamento nel giardino!
Un serpente velenoso? – s’informa pleonastico il commissario.
Velenosissimo! L’ingegnere ha lanciato un urlo lacerante e si è subito preoccupato di quanto gli era successo. Ha abbandonato il cane nel giardino; ha supplicato un inquilino, che si era affacciato al suo urlo, di prendersene cura e si è precipitato in garage con l’intenzione di raggiungere in auto il pronto soccorso.
Si hanno sue notizie?
Vieni a vedere tu stesso!
Intanto grida improvvise esplodono al primo piano del palazzo: un’inquilina sta soggiacendo a una crisi isterica! Pretende di abbandonare il palazzo: teme che il misterioso serpente possa arrampicarsi sui muri e raggiungere il suo alloggio.
All’ingegner Oljvieri è mancato il tempo di salire in auto: è crollato sulla porta dell’autorimessa, fulminato dal veleno!
L’ispettrice indica il telefonino accanto alla vittima:
L’ingegnere stava affannosamente cercando di spiegare cosa gli era successo alla compagna, quando gli sono mancate le forze. E’ stata un’agonia rapida!
In cortile è arrivato un Carlin, vecchio cacciatore di vipere che batte le pietraie di montagna. Le cattura per conto di un’industria farmaceutica: ne preleva il veleno e poi le lascia libere. Un esperto che subito precisa:
Miga a l’è staita ‘na vipera! Nessuna vipera a-mäza (ammazza) così in fretta un cristiano! Chissà che asident u l’è! (Chissà che accidente è!)
E’ armato di un lungo bastone biforcuto e ricurvo, mentre nell’altra mano regge un sacco di tela pesante.
L’agente Somenzi si sta grattando la nuca davanti alla griglia di un tombino per le acque di scarico e si rivolge verso il commissario:
Brutto guaio se la serpe è finita qua dentro - commenta perplesso.
Continua a grattarsi la nuca e conclude:
Sarà un problema scovarla!
L’agente Dadone rincara la dose:
Bisognerà informare la cittadinanza!
Grazie a Dio il problema non sussiste.
Qualcuno urla esagitato all’angolo opposto del giardino:
Eccolo! Eccolo! Sta qui! –
Qualcun’altro urla:
Non ammazzarlo! Non ammazzarlo! C’è Carlin: provvede lui a catturarlo!
Il comandante dei Vigili del Fuoco tiene a precisare:
Sarà inviato immediatamente al Centro Recupero di Marina di Massa Carrara.
Il commissario si guarda attorno; scruta le finestre dell’elegante palazzo in stile liberty e si pone la prima di tante domande:
Com’è finito nel cestello di una bicicletta un simile serpente?
L’ispettrice ricorda:
L’anno scorso, in una località rivierasca, fu rinvenuto per strada, accanto alle scuole, un pericolosissimo serpente che in quel posto proprio non sarebbe dovuto esserci. Il proprietario non è mai stato identificato.
Dall’estremità opposta del giardino, dove il commissario non desidera curiosare, la voce di Carlin giunge nitida:
Cribbio, è un serpente corallo: tanto bello quanto velenoso! Una bestiaccia peggiore di un cobra e di un serpente a sonagli messi insieme! Lo dicevo che non poteva essere una vipera casereccia!
Alle spalle del commissario si leva una voce nota: l’avvocato Ricosoli.
Cazzo! Che fine del cazzo!
E’ giunto il giudice, per la rimozione della salma. L’avvocato, infatti, è amico del giudice e, sovente, prendono il caffè in compagnia. Il giudice sospira rinfrancato:
Ah, bene! E’ già qui signor commissario!
Il commissario osserva i balconi sopra la bicicletta dell’ingegnere e s’interroga:
Il serpentello non potrebbe essere caduto “dal cielo”?
L’ispettrice dissente e si sente in dovere di fare osservare:
La bicicletta era sotto il balcone del pianterreno…
Ma il giudice ha capito: sta tutta in questa domanda la differenza tra un bizzarro incidente e un eccentrico omicidio. Infatti, non ha dubbi:
Autorizzo immediatamente i necessari controlli!
Ci sono agenti in quantità sufficiente per effettuare i controlli rapidamente, in tutti gli appartamenti dello stabile.
Lo squillo del telefonino dell’ispettrice ricorda la colonna sonora del film western “il buono, il brutto, il cattivo”. E’ il questore, che s’informa:
Ho appreso la novità di un pericolose serpente e di un morto. Chi c’è sul posto?
Ottenuta la risposta, il questore esclama:
Ah, bene! Gli riferisca che l’indagine è sua.
“Proprio un bel regalo!” medita il commissario, sempre più convinto che si tratti di un delitto che non sarà facile dipanare.
L’ispettrice, solerte come sempre, ha già trovato informazioni scientifiche sul serpente corallo: il micrurus fulvius, chiamato corallo per la sua colorazione straordinaria, molto vistosa, nella quale spiccano il giallo, il rosso e il nero distribuiti in anelli di spessore variabile in tutto il corpo: dalla testa all’estremità della coda. Lungo non più di un metro, è noto per l’elevata tossicità del suo veleno.


Continua


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".