TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 marzo 2013

Buona Pasqua con le antiche ricette di Langa




Nel mondo contadino almeno fino agli anni Sessanta le grandi feste (Natale e Pasqua) erano l'occasione per riunire la famiglia (figli, nuore, nipoti) attorno ai “vecchi” in grandi tavolate che almeno in quelle occasioni rompevano la povertà e la monotonia della cucina di ogni giorno. In quelle ricorrenze non si doveva risparmiare e la festa continuava nei giorni successivi nell'accorto e fantasioso riutilizzo degli avanzi.
E dunque Buona Pasqua a tutte le amiche e gli amici di Vento largo con le antiche ricette di Langa di Guido Araldo.


Guido Araldo

Antiche ricette dell’Alta Terra Langasca*


Mnesctra cur pònce d’urtye = minestra con le punte d’ortica

Far bollire per circa mezz’ora patate, cipolla e carote tagliate in piccoli pezzi, con l’aggiunta di punte di ortiche (circa 250 grammi); quindi frollare.
La minestra andrebbe servita su crostini di pane, con l’aggiunta di prezzemolo e borraggine tritati; impreziosita con buon olio. L’eventuale inserimento del parmigiano grattugiato è facoltativo.

a pucciâ…

Un piatto unico e antico.
In passato l’avanzo, tagliato a fette il giorno dopo, veniva fatto soffriggere sulla stufa.
Mettere in ammollo nell’acqua salata per almeno 12 ore ‘r fasciuréle (i fagioli bianchi), circa mezzo chilo; quindi far soffriggere del lardo in una capiente padella con l’aggiunta di patate in cubetti e una cipolla tagliuzzata.
Irrorare il tutto abbondantemente con del buon brodo, aggiungere i fagioli e cuocere per circa un’ora. Proseguire la bollitura per altri 40 minuti, dopo aver fatto cade a pioggia ‘na branchâ (una manciata) di farina ecologica.
Mescolare accuratamente con ‘n cucjär 'd bosch (un cucchiaio di legno), allo scopo di evitare la formazione di grumi. 5 minuti prima che termini la cottura, aggiungere le foglie di cavolo spezzettate…



r vité tunâ = il vitello tonnato

Mettere a marinare il girello di vitello in un litro di vino possibilmente bianco, ottimo il Pigato, con due cucchiai d’aceto, ‘n pugn (un pugno) di bacche ‘d zneivr = di ginepro, foglie di alloro, chiodi di garofano, mezza costa di sedano affettato e pepe nero macinato, con l’accortezza di girare di tanto in tanto la carne, allo scopo di farla marinare per benino.
Il giorno dopo versare il girello con la marinatura in una casseruola, ricoprendo il tutto con abbondante acqua, salare e far cuocere lentamente.
Lavare a parte con l’aceto tre acciughe sotto sale, sminuzzarle e aggiungerle nella casseruola.
Il tempo della cottura deve corrispondere a circa un’ora.
Togliere quindi il girello, lasciarlo raffreddare, tagliarlo in fette sottili e porre le fette su un piatto di portata, avendo cura di non sovrapporle.
Filtrare il fondo di cottura e passare al setaccio un po’ di tonno sott’olio, 2 o 3 uova sode, ‘na splenziâ (un pizzico) di capperi finemente tritati, con l’aggiunta di un cucchiaio di aceto di vino, ‘na-poncia (una punta) di succo di limone, olio di oliva e mischiare il tutto con cura. Eventualmente allungare questa salsa con ‘na-miseria (un po’) di brodo. Versare infine la salsa sulle fette di vitello e lasciarlo insaporire per almeno un’ora, prima di servirlo.

a turta verda cur surcùre = la torta verde con i germogli di papavero

Bollire il riso (circa 400 grammi) in buon brodo per circa un quarto d’ora (se riso integrale biologico almeno un’ora) e prestare attenzione, poiché il riso dev’essere scolato ancora “al dente”.
Tritare d‘ra panzëta (pancetta) oppure d‘er lärd (del lardo), circa 200 grammi, con ‘n tziùlot e d’er rusmaren (un cipollotto e del rosmarino) e soffriggerli in una padella capiente, aggiungendo abbondanti läcrime ‘d läcc (lacrime di latte) durante la cottura.
A questo punto tritare finemente ‘r surcùre (i germogli del papavero) e unirli al soffritto.
Sbattere 4 uova ecologiche con pepe macinato e 4 cucchiai di parmigiano grattugiato: unire al soffritto e “far saltare” il riso nel soffritto.

Raviòre ar plen = ravioli con il pizzicotto

Anzitutto l’unciüra = il ripieno!
Cuocere bene dell’ottima carne (un po’ polpa di manzo e anche carne di maiale, evitare se possibile la pasta di salsiccia) in un tegame cun höri, bitir e äy (con olio, burro e aglio): tritare la carne con ‘a capizòira (la mezzaluna) finemente e porla in una terrina con le verdure di stagione lessate, tritate e passate nel burro, con l’aggiunta di almeno 2 uova ecologiche, sale, pepe, pangrattato e noce moscata.
La verdura classica è la borraggine con scarola e maggiorana. Anche un po’ di spinaci e-fan pa brüta figüra (non stonano). E’importante che le verdure sovrastino nettamente il resto degli ingredienti. Occorre amalgamare bene tutti gli ingredienti, per ottenere una buona unciüra!
Altrettanto importante la preparazione della pasta!
Farina possibilmente ecologica (un chilo) con l’aggiunta, al centro, di 6 o 7 tuorli d’uovo, con mezzo bicchiere di olio e ‘na splenziâ ‘d sâ = una presa di sale. Lavorare l’impasto per renderlo omogeneo, eventualmente porlo in frigorifero per almeno mezzora (unica concessione moderna) allo scopo di lasciarlo riposare avvolto in una pellicola trasparente. Stendere l’impasto fino a ottenere una sfoglia sottile, con l’accortezza di non lasciarla asciugare (meglio se ricoperta con una tovaglia o canovacci).
A questo punto porre sulla pasta stesa piccole quantità di ripieno, grandi quanto ‘na baela nizòra (una bella nocciola), in fila, a una distanza di circa 3 cm una dall’altra. Ripiegare la pasta ricoprendo il ripieno e ritagliare lateralmente le raviòre con la rotella dentata, pigiare quindi con le dita tra i mucchietti allo scopo di far aderire bene la pasta e infine pizzicarle (‘r plen) alla sommità di ogni mucchietto: il tocco d’artista delle nostre massaie.
Lessare le raviòre in acqua salata e servirle: cur ven = in scodelle con il vino Dolcetto, oppure condite al ragù o con burro e salvia; eventualmente, a piacimento, con l’aggiunta di parmigiano grattugiato.



I tajarigni o tajaren

La preparazione della pasta è identica a quella delle raviòre, che però deve essere arrotolata ancora morbida; quindi con un coltello affilato tagliare i tajaren larghi non più di 2 millimetri, da far asciugare sul “tavolo a libro” infarinati. Se la pasta è tagliata con una larghezza di 4 – 5 cm. allora si hanno ‘r lasägne, da non confondere con le lasagne “italiane” della pasta al forno, che sono dei “fogli” di pasta. I tajarigni o ‘r lasägne vanno serviti, dopo breve bollitura, con ragù e parmigiano oppure con sugo di funghi.

I macherugni = i maccheroni

Ricetta portata probabilmente in Val Bormida dai Garibaldini che rincasarono dopo la “Spedizione dei Mille”: un tempo costituiva il piatto tipico natalizio, ‘r prim “il primo”, che precedeva ‘r capòn (il cappone arrosto).
Avvolgere la pasta dei tajarigni attorno a un ferro da calza n. 3 e tagliare la pasta a una lunghezza di circa 15 cm; lasciandola asciugare in luogo idoneo. Bollire i maccheroni e servirli con ragù e parmigiano o sugo di funghi.

r tire

Avvolgere della salsiccia casereccia con la pasta delle raviòre o dei tajarigni, avendo l’accortezza di lasciarla piuttosto spessa. Se possibile, usare della salsiccia “piccola”: grande quanto un mignolo, della lunghezza di circa 20 cm. Chiudere accuratamente anche le estremità e introdurre le tire nel forno a legna per circa un quarto d’ora, finché la pasta non sia ben indorata e anche un po’ abbrustolita.

I turtlòti = fagottini di ceci

I ceci devono essere tenuti in ammollo in acqua salata per almeno mezza giornata, quindi farli cuocere per circa 4 ore; ultimata la cottura scolarli e lasciarli raffreddare, infine passarli.
Preparare a parte un soffritto con rosmarino e pepe, quindi aggiungere i ceci passati, un paio di uova ecologiche e abbondante parmigiano grattugiato.
Farcire i turtlòti (fagottini) con la stessa pasta dei tajarigni, con l’aggiunta di abbondanti lacrime di latte, un paio di cucchiai d’olio e del sale. Porre i turtlòti nel forno preriscaldato a circa 200 gradi, per non più di 30 minuti, e infine servire.



r’arosct cur nizòre = l’arrosto con le nocciole

Bardire con lardo della carne di vitello legata (preferibilmente sottopaletta, tenerone o fiocco di punta) e farla rosolare nella casseruola con olio, burro, aglio vestito e rosmarino; salare e pepare.
Proseguire la cottura a fuoco basso, avendo cura di “penellare” l’arrosto con del brodo per circa un quarto d’ora.
A questo punto mettere da parte il fondo di cottura, sgrassarlo e versarlo in una padella su fuoco molto leggero: aggiungere le tonde nocciole di Langa tritate, ‘na-friscja (una piccola quantità) di farina, ‘na nusc (una noce) di burro e ‘na-pnelâ (una po’) di Marsala o meglio ancora del Pigato passito. Mescolare a dovere alzando la fiamma, prima di versare la salsa sull’arrosto.
Eventualmente passare la salsa nel frullatore, per ottenere una consistenza cremosa…

r grive

Venivano preparate dopo la macellazione del maiale, solitamente a gennaio o febbraio.
Tritare il fegato del maiale, con un po’ di carne della coscia; aggiungere 2 uova, sale, pepe, due cucchiai di pane grattugiato, ‘na-brancâ (una manciata) di parmigiano grattugiato, noce moscata e soprattutto bacche di ginepro schiacciate in un mortaio.
Con il trito formare polpette di 4-5 etti e avvolgerle nell’omento “rete” di maiale, dopo averlo posto in ammollo nell’acqua, allo scopo di distenderlo. Porre le polpette in una teglia, condirle con olio o burro a discrezione; coprire la teglia con il coperchio e lasciare cuocere a fuoco lento per circa un’ora.

Lapen cui pévrugni = coniglio con i peperoni

Lavare bene il coniglio, asciugarlo e tagliarlo a pezzi. Rosolarlo nell’olio con alloro e rosmarino per circa 10 minuti.
A parte saltare a fuoco lento le verdure (peperone, cipolla rossa, gambo di sedano, carota…) tagliate a tocchetti; quindi unirle al coniglio con l’aggiunta di lardo tritato (circa 30 grammi).
Innaffiare il tutto con del buon Duzët (vino Dolcetto), alzando il fuoco per farlo evaporare.
Aggiungere sale e pepe, lasciando cuocere il coniglio per circa un’ora a fuoco moderato.



a turta ‘d nizore = la torta di nocciola

Far tostare le nocciole (almeno 3 etti) nel forno caldo e sfregarle tra le mani allo scopo di eliminare i resti di pellicina, quindi tritarle.
In una terrina amalgamare una mezza dozzina di tuorli d’uova con 3 etti di zucchero, fino a ottenere un impasto omogeneo; aggiungere ‘na pejsâ (due cucchiai) di farina bianca e‘na pejsâ di latte, un etto di burro, una bustina di lievito; mescolare con cura gli albumi delle uova, montati “a neve ferma” e infine versare le nocciole tritate amalgamandole.
Porre il tutto in una teglia ben imburrata e infornare per circa 40 minuti a temperatura di 180° gradi. N’animëla ‘d bon rhum o cugnàc a-pö ‘n-mâch feye che ben! (L’aggiunta del buon rhum o del cognac, senza eccedere, non può fare che bene all’impasto).

Persci cigni = pesche ripiene

Lavare le pesche, asciugarle, aprirle e togliergli il nocciolo.
Scavarle leggermente per favorirne il riempimento.
Preparare l’impasto con amaretti sbriciolati, un cucchiaio di cacao amaro, un cucchiaio o due di rhum p cognac, un’armellina (la mandorla della pesca) tritata e porre il tutto all’interno della pesca, con l’avvertenza che non sia troppo liquido o consistente.
Adagiare infine su ogni pesca un fiocchetto di burro. Mettere le pesche in una teglia imburrata ponendola nel forno per circa 20 minuti, ad una temperatura di 200° gradi.

* (per quanto riguarda l’olio, s’intende sempre l’extravergine di olive liguri)  

sabato 30 marzo 2013

In morte di un poeta: Enzo Jannacci




E' morto un poeta, un uomo che guardava il mondo con uno sguardo stralunato e triste che veniva da lontano e aveva un solletico dolce nel cuore. Ha cantato la Milano del miracolo economico e delle periferie. La vita piccola di piccola gente. Storie di giovani operai e di balordi in una città nebbiosa e ancora povera circondata dalle fabbriche. Dove la gente si conosceva e aveva ancora un senso vivere.



Vincenzina e la fabbrica

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
come se non c'è altro che fabbrica
e hai sentito anche odor di pulito
e la fatica è dentro là...
Zero a zero anche ieri 'sto Milan qui,
sto Rivera che ormai non mi segna più,
che tristezza, il padrone non c'ha neanche 'sti problemi qua.
Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina vuol bene alla fabbrica,
e non sa che la vita giù in fabbrica
non c'è, se c'è com'è ?




El purtava i scarp de tennis

Che scuse', ma mi vori cuntav
d'un me amis che l'era anda a fa'l bagn
sul stradun, per andare all'idroscalo
l'era li', e l'amore lo colpi'.
El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu
rincorreva gia' da tempo un bel sogno d'amore.
El purtava i scarp de tennis, el g'aveva du occ de bun
l'era il prim a mena via, perche' l'era un barbun.
Un bel di', che l'era dre' a parla'
de per lu, l'aveva vista passa'
bianca e rossa, che pareva il tricolore
ma po lu, l'e' sta bon pu' de parla'.
El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu
rincorreva gia' da tempo un bel sogno d'amore.
El purtava i scarp de tennis, el g'aveva du occ de bun
l'era il prim a mena via, perche' l'era un barbon. 

(parlato)Un bel di a che'l pover diavul che riva na machina, ven giu' vun e domanda: "Ohe'!" "Chi a mi?" "Si', a lu, savaria, savaria no per piasee' la strada per andare all'aeroporto Forlanini?" "No, signore non sono mai stato io all'aeroporto Forlanini,non lo so in due l'e'." "La strada per andare all'Idroscalo, almeno, la conosce?" Si, l'Idroscalo al so in dua l'e', al meni mi all'Idroscalo, vengo su anch'io sulla macchina, e' forte questa, e' forte la macchina. "Lasa sta la machina barbon." "No, signore vengo anch'io sulla macchina, non sono mai stato su una macchina io, Bella questa macchina...Ferma signore, che'l me lasa, che'l me lasa giu chi che sono arrivato,un piasee' che'l se ferma chi.
(cantato) Un piasee', ch'el me lasa gio' chi
che anca mi mi go avu il mio grande amore
roba minima, s'intend, s'intend roba da barbon.
El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu
rincorreva gia' da tempo un bel sogno d'amore.
El purtava i scarp de tennis, el g'aveva du occ de bun
l'era il prim a mena via, perche' l'era un barbon.
L'an trova, sota a un muc de carton
l'an guarda' che'l pareva nisun
l'an tuca che'l pareva che'l durmiva
lasa sta che l'e' roba de barbon.
El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu
el purtava i scarp de tennis, perche' l'era un barbun,
el purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu
el purtava i scarp de tennis, perche' l'era un barbun...



Io e te

Io e te, io e te che ridevamo 
io e te che sapevamo
tutto il mondo era un bidone da far rotolare..
sì perchè, la bellezza dei vent'anni è poter non dare retta
a chi pretende di spiegarti l'avvenire, e poi il lavoro e poi l'amore..
sì ma quì, che l'amore si fa in tre, che lavoro non ce n'è
l'avvenire è un buco nero in fondo al dramma
Sì, ma allora, ma che gioventù che è, ma che primavera è..
e la tristezza è lì a due passi, e ti accarezza e ride, lei
Sì ma quì, che l'amore si fa in tre, che lavoro non ce n'è
l'avvenire è un buco nero in fondo al dramma
Sì, ma allora, ma che gioventù che è, ma che primavera è..
e la tristezza è lì a due passi, e ti accarezza e ride, lei  



L'Armando

Tatta tira tira tira tatta tera tera ta
Era quasi verso sera
se ero dietro, stavo andando
che si è aperta la portiera è caduto giù l'Armando.
Commissario, sa l'Armando era proprio il mio gemello,
però ci volevo bene come fosse mio fratello.
Stessa strada, stessa osteria,
stessa donna, una sola, la mia.
Macché delitto di gelosia,
io c'ho l'alibi a quell'ora sono sempre all'osteria.
Era quasi verso sera, se ero dietro stavo andando
che si è aperta la portiera è caduto giù l'Armando.
Tira ta tira...
Commissario, sa l'Armando mi picchiava col martello,
mi picchiava qui sugli occhi per sembrare lui il più bello.
Per far ridere gli amici, mi buttava giù dal ponte
ma per non bagnarmi tutto
mi buttava dov'è asciutto.
Ma che dice, che l'han trovato
senza scarpe, denudato, già sbarbato?
Ma che dice, che gli han trovato
un coltello con la lama di sei dita nel costato?
Commissario, 'sto coltello non lo nego, è roba mia,
ma ci ho l'alibi a quell'ora sono sempre all'osteria.
Tira ta tira...
Era quasi verso sera
se ero dietro, stavo andando
che si è aperta la portiera
ho cacciato giù... pardon... è caduto giù l'Armando.
Tira ta tira....

venerdì 29 marzo 2013

Pier Aldo Rovatti, Perchè Basaglia è ancora attuale




A metà degli anni '70 come Radio Savona 102, una piccola radio oggi dimenticata, partecipammo al movimento di sostegno alla cosidetta “legge Basaglia”. Lavorammo a un progetto di apertura all'esterno dell'ospedale psichiatrico di Cogoleto. Fu un viaggio all'inferno da cui tornammo cambiati. Davvero vorremmo che quarant'anni dopo i manicomi fossero solo il brutto ricordo di un passato barbarico.

Pier Aldo Rovatti

Perché Basaglia è ancora attuale

Di solito, per tranquillizzare la nostra coscienza, pensiamo che l’epoca dei manicomi sia ormai conclusa. Come se fosse uno ieri molto lontano, ricordiamo pionieri come Franco Basaglia il quale abbandonò le stanze universitarie per andare a dirigere il manicomio di Gorizia: scoperchiò un sottosuolo infernale e i suoi resoconti sono depositati in scritti e immagini che hanno fatto il giro del mondo, fino al documento-racconto che la televisione pubblica ha diffuso in prima serata pochi anni fa. Tuttavia, nella testa della gente, i manicomi sono ormai un capitolo finito e Basaglia, con la “sua” legge del 1978, dopo quasi un decennio di battaglie anti-istituzionali a Trieste, ne avrebbe sancito la definitiva estinzione. Certo non veniva chiuso il capitolo della salute mentale (anzi lo si apriva clamorosamente), ma i manicomi diventavano qualcosa come un brutto ricordo.

Non è così. Non solo perché nel mondo la realtà manicomiale continua a esistere, ma anche perché nel nostro stesso Paese essa mantiene, nonostante tutto, laceranti sopravvivenze. Faccio solo l’esempio dei cosiddetti “manicomi giudiziari” (Opg): come si sa, dovevano sparire entro questo mese, ma è già stata decisa una proroga e ormai si dubita molto sulla loro conversione in “comunità protette”. La scadenza — non osservata — ha comunque richiamato l’attenzione sul tema della grande informazione: su questo stesso giornale è apparso un reportage di Adriano Sofri che si è calato nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), parlando con gli internati ed evocando di nuovo l’immagine dell’“inferno”.

Sono così riaffiorati alcuni aspetti cruciali, ferite istituzionali e culturali lontane dall’essere rimarginate: la connessione tra l’idea di “pericolosità sociale” e quella di disturbo mentale, un nodo terribile e persistente, evidente sopravvivenza di una questione mai sciolta nella sua barbarie sociale e civile. Occorre però vedere come lì si è perpetuata la carriera dell’internato: nella prigione- manicomio si entra anche per episodi minori (un furto, una lite violenta) e poi ci si rimane sine die, e magari lì si muore (o si decide di farla finita) attraverso una sequela di conferme di persistente pericolosità. Perché è accaduto questo? Molto è dipeso dall’incapacità di adeguarsi allo stato di detenzione (e contenzione) e all’obbligatorietà di un regime farmacologico assai pesante e somministrato a semplice scopo sedativo. Di cura vera e propria non c’è ombra, quindi niente riabilitazione né terapeutica né sociale. Nulla che assomigli a una “guarigione”. Dato che ti ribelli, convinto di essere oggetto di un’ingiustizia spaventosa, la tua ribellione diventa la prova che sei ancora “socialmente pericoloso”, e così, di due anni in due anni, la tua condizione di internato viene confermata.

Si dirà: per fortuna questi infernali manicomi giudiziari ce li stiamo lasciando alle spalle. In proposito, tuttavia, corrono parecchi e motivati dubbi. Nessuno sa ancora bene che cosa debba essere una struttura protetta, dove tali strutture sorgeranno, come vi si articoleranno il regime psichiatrico e quello giudiziario, chi vi verrà “accolto” oltre ai superstiti dei manicomi giudiziari. Se si può prevedere che in esse la psichiatria (ma quale?) avrà un ruolo prioritario, niente ci autorizza a pensare che l’elemento manicomiale, e in sostanza il problema della pericolosità, scompaia magicamente. È più facile sospettare il contrario, e cioè che la cultura manicomiale possa trovare qui un ulteriore terreno per diffondersi, unificandosi a una quantità di altri segnali che provengono dalla “normale” gestione della pratica psichiatrica, nei reparti ospedalieri dei “Diagnosi e cura” e nella disseminazione già esistente di comunità di contenimento del disturbo mentale.

Credo che l’attenzione agli Opg abbia comunque lanciato un allarme che potrebbe propagarsi dentro l’intera istituzione psichiatrica. Questo allarme si traduce in una drastica domanda: «Ma si può guarire, e come?». E soprattutto: «Dove?». Forse “guarire” è una parola che, nella sua evidente esplicitezza, potrebbe portarci fuori strada bloccandoci nella coppia malattia-salute, quando invece qui guarire non significa solo trovare la giusta diagnosi del disturbo e una soddisfacente risposta farmacologica. Ma vuol dire soprattutto riemergere da una condizione di non-soggettività a una condizione di soggetti, liberi e dotati di diritti sociali. Una condizione di risveglio pratico della nostra soggettività che sarebbe l’unico vero antidoto alla cultura manicomiale ancora diffusa.

Mentre questa cultura è pur sempre incline a difendere la società dal disturbo mentale segregando i cosiddetti folli, la cultura del risveglio soggettivo va nella direzione opposta: vorrebbe eliminare ogni forma di contenzione e isolamento protettivo e restituire un corredo di soggettività a chi ne è privo o ne è stato privato. Non è forse proprio questa l’eredità che ci ha lasciato Basaglia? E cioè, che non basta chiudere i manicomi per farla finita con la cultura manicomiale? Se è così, come credo, allora dobbiamo constatare che il messaggio è stato ascoltato molto parzialmente e solo localmente, e che adesso occorrerebbe una decisa volontà politica per compiere il grosso del lavoro.

Ho trovato molti e utili spunti in un libro appena pubblicato (Guarire si può. Persone e disturbo mentale di Izabel Marin e Silva Bon, introduzione di Roberto Mezzina, edizioni Alpha Beta Verlag di Merano), in cui si dà conto con testimonianze e riflessioni di una ricerca condotta a Trieste sulla recovery (che possiamo tradurre con “ripresa” o “riemersione” del soggetto). Questo libro è apparso in una collana nella quale era anche stata pubblicata la sceneggiatura del film televisivo di Marco Turco che ho ricordato all’inizio, C’era una volta la città dei matti.

(Da: La Repubblica del 29 marzo 2013)

Pesach (Pasqua), la festa della libertà


La Pasqua (Pesach) ricorda la fuga del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e per questo è chiamata anche la Festa della Libertà. Un aspetto che viene enfatizzato nei rituali e nelle preghiere: l'esodo che conduce dalla schiavitù alla libertà simboleggia la redenzione spirituale e fisica, e l'aspirazione dell'uomo ad essere libero. Non a caso Pesach si festeggia in primavera, quando rinasce la natura dopo la pausa invernale. Perchè senza libertà non c'è vita. 

Hag Pesach sameach a tutti.

Pesach, la festa delle azzime

Pesach, la pasqua, è la prima delle tre grandi ricorrenze liete della tradizione ebraica. La festa commemora la liberazione dalla schiavitù d'Egitto, evento che diede origine alla vita indipendente del popolo d'Israele e che fu il primo passo verso la promulgazione della Legge divina.

Inizia il 15 del mese ebraico di Nissàn, nella stagione nella quale, in terra d'Israele, maturano i primi cereali; segna quindi l'inizio del raccolto dei principali prodotti agricoli. è anche nota col nome Hag hamatzot, festa delle azzime.

In terra d'Israele Pesach dura sette giorni dei quali il primo e l'ultimo di festa solenne, gli altri di mezza festa. Fuori d'Israele - nella Diaspora - la durata di Pesach è di otto giorni, dei quali i primi e gli ultimi due sono di festa solenne. In ricordo del fatto che quando furono liberati dalla schiavitù gli Ebrei lasciarono l'Egitto tanto in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane, per tutta la durata della ricorrenza è assolutamente vietato cibarsi di qualsiasi alimento lievitato o anche solo di possederlo. Si deve invece far uso di matzà, il pane azzimo, un pane non lievitato e scondito, che è anche un simbolo della durezza della schiavitù.

I giorni precedenti la festa di Pesach sono dedicati a una scrupolosa e radicale pulizia di ogni più riposto angolo della casa per eliminare anche i piccoli residui di sostanze lievitate. Usanza mutuata anche dalla lingua italiana nella quale ricorre spesso l'espressione "pulizie di Pasqua" - sinonimo anche delle "pulizie di primavera".

La prima sera viene celebrato il Seder, in ebraico "ordine", suggestiva cena nel corso della quale vengono rievocate e discusse secondo un ordine prestabilito le fasi dell'Esodo, rileggendo l'antico testo della Haggadah. Si consumano vino, azzime ed erba amara in ricordo dei dolori e delle gioie degli Ebrei liberati dalla schiavitù. Si inizia con l'invito ai bisognosi ad entrare e a partecipare alla cena e si prosegue con le tradizionali domande rivolte al padre di famiglia dal più piccolo dei commensali; la prima di queste è volta a sapere "in che cosa si distingue questa notte dalle altre?". Tali quesiti consentono a tutti i presenti di spiegare, commentare, analizzare i significati dell'esodo e della miracolosa liberazione dall'Egitto, le implicazioni di ogni schiavitù e di ogni redenzione.

I simboli della festa, la scrupolosa pulizia che la precede, il pane azzimo vale a dire il "misero pane che i nostri padri mangiarono" - il Seder, la lettura della Haggadah, fanno sì che ben pochi bambini arrivino all'adolescenza senza conoscere la storia dell'uscita dell'Egitto e senza avvertire che questa è una parte essenziale della loro storia.

La matzà, il duro alimento che sostituisce il morbido e saporito pane di tutti i giorni, sta anche ad indicare il contrasto tra l'opulenza dell'antico Egitto, l'oppressore, e le miserie di chi, schiavo, si accinge a ritrovare appieno la propria identità.

Può anche ricordare che la libertà è un duro pane, così come l'eliminazione dei lieviti può rappresentare la necessità di liberarsi dalla corruzione della vita servile e anche dalle passioni che covano nell'intimo dell'animo umano.

(Dal sito dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. http://www.ucei.it/)

giovedì 28 marzo 2013

Giacomo Checcucci, Contro Enzo Tortora



In Occidente dopo l'Ottobre non ci sono più state rivoluzioni, ma controrivoluzioni preventive si. E' quello che è accaduto in Italia per l'intera durata della Prima Repubblica. Una guerra segreta a bassa intensità per impedire l'andata al governo delle sinistre e la trasformazione democratica del paese. Giacomo Checcucci, caro amico di Vento largo, ci racconta una pagina poco conosciuta della storia di quegli anni.
Giacomo Checcucci

Contro Enzo Tortora.


Spesso in Italia si usa la pancia al posto del cervello e le emozioni come metro di giudizio. I personaggi e gli eventi troppo sovente non vengono analizzati cercando di stabilire, per approssimazione, la verità dei fatti ma secondo il loro lascito sentimentale. La storia di Enzo Tortora non fa eccezione. Il noto conduttore TV viene ricordato oggi tendenzialmente per due ragioni: la splendida carriera televisiva e il triste caso giudiziario. Tortora è presente nell’immaginario collettivo mentre balla divertito con Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Corrado nelle immagini in bianco e nero, quando cerca di far parlare il pappagallo a Portobello e nel momento in cui viene portato via in manette dalla polizia. Poi il fotogramma più melanconico, quello del ritorno in video, poco dopo il proscioglimento definitivo e poco prima della sua scomparsa: “Dunque, dove eravamo rimasti?” è la frase simbolo.

Sicuramente Tortora è stato uno dei padri fondatori della tv italiana e una vittima innocente di una persecuzione giudiziaria. Ma la storia di Enzo è in verità più complessa e il suo impegno politico nasce prima della militanza radicale, conseguente alla falsa accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico. Il santino di Tortora ad oggi splende intatto sulle ceneri delle calunnie dei pentiti. Cerchiamo di rivedere la sua figura, senza smettere di accordare rispetto alla sua disavventura umana.

Il successo in TV di Enzo Tortora

Dopo aver lavorato in radio, approda alla Tv nel 1956 e ottiene popolarità nazionale con la trasmissione Campanile sera. Viene però presto allontanato dalla RAI per la prima volta nel 1962 a causa di un’imitazione, non gradita alla DC, di Alighiero Noschese nei panni di Amiltore Fanfani. Si rifugia quindi momentaneamente alla tv Svizzera. Nel 1965 torna alla tv pubblica come conduttore della Domenica Sportiva, diventando uno dei presentatori più importanti del panorama italiano. Ma nel 1969, al culmine della sua fama televisiva, in un’intervista giornalistica definisce la RAI “un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy scout che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne”. A seguito di tale incauta esternazione viene licenziato in tronco. A quel punto Tortora avvia la sua carriera da giornalista della carta stampata, iniziando una collaborazione con La Nazione. Intanto approda nuovamente alla tv svizzera e alla televisione privata, Telebiella. La tv locale piemontese è la prima emittente via cavo a contrastare il monopolio RAI e con esso il monocolore DC, proponendo una libera concorrenza anche nel settore televisivo. In quegli anni matura anche una coscienza politica che lo fa avvicinare ai Comitati di Resistenza Democratica di Edgardo Sogno, il conte e diplomatico, partigiano e golpista per il quale offre la sua penna alla rivista Resistenza Democratica.

Edgardo e il sogno del colpo di Stato

Edgardo Sogno, dopo aver svolto un’ottima carriera militare sotto il fascismo e dopo aver combattuto la guerra di Spagna dalla parte dei franchisti, ha ricoperto un ruolo, senza dubbio rilevante, nella Resistenza, che lo porterà a guadagnarsi una Medaglia d'oro al valor militare. Ma già nell’ultimo periodo della lotta antifascista tenta di contattare elementi della X Mas, e tra questi Junio Valerio Borghese, in funzione anti-titina, nel tentativo di avviare una collaborazione con i vinti per arginare un’eventuale rivoluzione. Animato da un’ideologia liberale, conservatrice e monarchica si iscrive al Partito Liberale Italiano, che rappresenta sia nel CLNAI e che nella Costituente, e difende a spada tratta la Corona durante il referendum Monarchia o Repubblica. Sconfitto nella sua prima causa nell’Italia liberata, in disaccordo con la linea, a suo giudizio eccessivamente moderata, del PLI, avvia il giornale anticomunista “Pace e Libertà” e il movimento politico omonimo, in contatto e sotto finanziamento di Cia e Nato. I suoi militanti, i cosiddetti “pretoriani” rappresentano una sorta di “Gladio bis” e concentrano le proprie forze nel progetto di aiuto e sostegno della dissidenza ungherese, a seguito dell’invasione sovietica del 1956. Successivamente, deluso dalla scena italiana e convinto della necessità di un piglio più deciso nel mettere all’angolo il PCI, intraprende una proficua carriera diplomatica che lo porta in giro per il mondo. Rientra in Italia nel 1970 per un imperativo categorico morale frutto di una preoccupata riflessione sul ’68 italiano e sulla primavera di Praga cecoslovacca. Il timore dell’avanzata comunista lo spinge, l’anno seguente, a contattare vecchi commilitoni e a creare, con Enrico Martini Mauri, ex antifascista monarchico piemontese, i Comitati di Resistenza Democratica, ovvero una riedizione del tutto personale del partigianato, non dimentica però delle squadracce mussoliniane dei primi anni ’20, che Sogno sempre ha apprezzato.



La carriera giornalistica di Enzo Tortora

Torniamo però alla storia di Enzo Tortora. A seguito dell’esplosione della bomba di Piazza Fontana è tra i giornalisti che con maggior convinzione sposano, fin dalle prime ore, la pista anarchica, senza dubbi o riserve. E’ esplicitamente spronato in tal senso dall’editore de La Nazione, il conservatore Attilio Monti di cui difendeva gli interessi e comunicava le veline. Il “soldatino”, così veniva amichevolmente chiamato nel mondo giornalistico per il suo ligio adempimento agli ordini del direttore, non si sottraeva alle stilettate al vetriolo. L’inviato Tortora aveva un secondo soprannome: “commosso viaggiatore”. La sua propensione alla polemica veniva infatti bilanciata da una passione per la melassa, fatta di una retorica pluviale e di un patetismo commuovente che caratterizzano anche la sua produzione televisiva. Nel caso dell’esplosione alla banca dell’agricoltura non si lascia però andare ai buoni sentimenti. Il compito assegnato è quello di difendere la teoria precostituita della pista anarchica, nel tentativo di favorire il governo e una sua possibile svolta autoritaria. E fu così che il Tortora, giustizialista e carnefice, massacrò letteralmente la figura di Pietro Valpreda. Il ballerino anarchico che risulterà, come in futuro lo stesso Tortora, completamente innocente, sperimenta, prima del conduttore, una giustizia fatta di illazioni e una gogna mediatica. Tortora, prima complice che vittima di processi spettacolarizzati, sbatte il mostro in copertina, non aspettando né la sentenza né l’inizio stesso del processo. Il garantismo radicale maturerà solo quando subirà tale trattamento sulla sua pelle.

Resistenza Democratica

Nel 1972 Tortora esordisce sul giornale di Edgardo Sogno, Resistenza Democratica, con un articolo sulle “follie del dittatore-attore Fidel Castro”: nello stesso numero compaiono testi che esaltano i nazionalisti ucraini ispirati dal nazista Jaroslav Stetzko. L’anno successivo si verifica il colpo di stato di Pinochet e l’uccisione di Allende e Edgardo Sogno commenta: "Nel caso del Cile è ingiusto e disonesto accusare i militari di aver ucciso la democrazia". E’ naturalmente lecito essere liberali e legittimo essere anticomunisti, ma quando il liberalismo e l’anticomunismo si esprimono militando in un gruppo eversivo e golpista, che, vagheggiando una nuova repubblica, intende ridurre di fatto la rappresentatività democratica e stipulare alleanze con estremisti di destra, allora la questione si fa differente. E i Comitati di Resistenza Democratica sono tutto tranne che realmente liberali e autenticamente democratici. Nello stesso anno involontariamente Tortora salva il membro delle BR Mauro Moretti dall’arresto, in una delle prime retate al movimento terroristico. Viene infatti riconosciuto dal sovversivo, grazie alla notorietà del suo volto, mentre è appoggiato alla 500 del brigatista di fronte al covo del gruppo, in via Boiardo a Milano. Moretti capisce che la presenza dell’inviato Tortora nei pressi della loro abitazione non promette nulla di buono e si allontana da latitante. Quel giorno la polizia troverà armi e documenti, arresterà Marco Pisetta, e determinerà l’inizio di una nuova fase per il movimento terroristico, come tutti sappiamo, fatta di clandestinità e di offensiva allo Stato.

Edgardo Sogno e il golpe bianco

Intanto Sogno continua ad elaborare i suoi piani sovversivi con lo scopo di mettere fuori legge le ali estreme e i partiti che si rifanno alle ideologie radicali. Pur prefiggendosi di sopprimere sia il PCI che l’MSI, non esclude, almeno nel bienno 73-74, la collaborazione con i fascisti stessi, come d’altronde insegna Carlo Fumagalli del Movimento d’azione rivoluzionaria, gruppo eversivo di destra atlantista ma aperto all’appoggio di militanti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Proprio in quegli anni ON viene messo fuori legge da Taviani e i neofascisti, che fino ad allora erano stati utilizzati nella prima fase della strategia della tensione, ora incominciano ad essere incolpati apertamente degli attentati del treno Italicus e di Piazza della Loggia. I fascisti, scaricati dai cospiratori in giacca e cravatta, vengono visti da Sogno e dai suoi colleghi come il male minore rispetto al pericolo rosso e risultano utili per possibili alleanze. Allo stesso tempo il conte giudica il profilo di Taviani, della DC e della FIVL come eccessivamente cauto e attendista e sostanzialmente inefficace. Nel 1974 viene accusato dal magistrato Luciano Violante di aver progettato un colpo di stato, con l’ex repubblicano Randolfo Pacciardi e l’ex comunista Luigi Cavallo.

Il cosiddetto “Golpe bianco”, per il quale Sogno aveva approntato un organigramma dettagliato, si distingueva dagli altri tentativi analoghi, connessi alla figura di Junio Valerio Borghese e alle organizzazioni di estrema destra, per essere di natura liberal-conservatore e non fascista, e si prefiggeva, con metodi che non escludevano la violenza, una riforma radicale delle istituzioni italiane in senso presidenzialista, gollista e anticomunista. Oltre alle collaborazioni con i servizi segreti italiani e americani, Sogno risulterà nell’elenco degli iscritti alla P2, numero di tessera 786, manifestando sempre, nei suoi scritti e proclami, molti punti di convergenza con il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli.



Enzo Tortora intervista Edgardo Sogno

Il golpe, «un'operazione largamente rappresentativa sul piano politico e della massima efficienza sul piano militare», si avvale di una determinante mobilitazione di esponenti delle forze armate, di un accalorato sostegno nell’ambiente del partigianato monarchico e di un tacito assenso di protagonisti della vita parlamentare. Nonostante questo Giulio Andreotti rimuove i vertici in divisa coinvolti nell’impresa e Paolo Emilio Taviani espelle Sogno dalla FIVL, l’associazione partigiana di cui il conte è fino a quel momento vicepresidente. Naturalmente nell’ostacolare il golpe la DC concede agli americani garanzie e certezze che rendano inutile un provvedimento drastico come un’azione armata. Le forze governative dimostrano ai servizi segreti americani e ai poteri forti d’oltreoceano una sufficiente fermezza nel mantenere l’ordine sociale e nel gestire con ferrei metodi l’avanzare delle sinistre parlamentari ed extraparlamentari.

Sogno che fin dall’epoca dei Pretoriani di Pace e libertà degli anni ’50, aveva capeggiato una seconda fila di gladiatori, spesso in contrasto con quella originale, viene quindi sacrificato sull’altare della patria. Ma in clandestinità riesce a comunicare le proprie ragioni in un intervento video a Telebiella. E’ proprio Enzo Tortora, l’amico fidato, ad intervistarlo in quello che venne definito uno “scoop giornalistico” ma che in realtà era un colloquio concordato tra “compagni” di lotta. Tortora si rivolge al golpista e latitante chiamandolo per tutta l’intervista “ambasciatore”, in una rubrica che sostiene essere dedicata a “personaggi scomodi” che hanno il coraggio di raccontare come “realmente stanno le cose”. Durante il dialogo tra i due “resistenti democratici” si rivolgono anatemi alla televisione di Stato, che non concede la parola a chi la pensa diversamente, e atti di accusa alla classe politica, incapace di gestire la difficile fase storica. Bisogna ricordare che non si arrivò mai ad una condanna definitiva in sede giudiziaria per Edgardo Sogno e i suoi collaboratori ma occorre rammentare come il conte, poco prima di morire, confermerà tutto il piano sovversivo in un libro-intervista ad Aldo Cazzullo.

Ai complottisti l’ardua sentenza

Lasciamo ai complottisti, sempre pronti alle dietrologie, stabilire arditi legami tra la sua attività politica e l’ingiusto trattamento subito. Va sempre ricordata la sua estraneità ai fatti e la sua totale innocenza rispetto all’accusa di vicinanza alla camorra e spaccio di droga ma di certo le sue prese di posizione e le sue cattive frequentazioni non vanno per questo taciute. Se le accuse imputategli sono risultate, fuori da ogni dubbio, false e prive di fondamento, rimane altrettanto evidente la sua disinvoltura nel militare in un organismo eversivo e golpista come Resistenza Democratica. Non ci è dato sapere se le menzogne e gli errori siano stati o meno casuali. Ma, data per assioma l’assoluzione in formula piena, sarebbe ingiusto non ammettere che in quell’ambiente pericoloso tali ritorsioni fossero comportamenti da escludere aprioristicamente. Basti pensare che il principale collaboratore di Edgardo Sogno, Enrico Martini Mauri, partigiano monarchico e membro di Resistenza Democratica, dopo l’inchiesta sul golpe bianco cadde con l’aereo, insieme alla sua famiglia, nei cieli della Turchia, con dinamiche e modalità non troppo dissimili da quelle del caso Mattei. Basti ricordare che l’altro personaggio dello spettacolo vicino all’area liberal-conservatrice insieme a Tortora, l’imitatore Alighiero Noschese, iscritto alla loggia massonica segreta P2, tessera num. 1778, è morto per un colpo di pistola in circostanze misteriose. Con tutto il rispetto per una sorte così ingiusta sembra infine assurdo considerare Tortora il simbolo del mondo liberale degli ultimi decenni. A meno che non si voglia concedere al pensiero di Einaudi e Croce un minimo di coerenza interna.

I misteri di Saliceto. Una Rennes-le-Chateau italiana?




Seconda parte dello studio di Guido Araldo sul Piemonte misterioso. Questa volta si tratta degli enigmi irrisolti di Saliceto, un piccolo borgo al confine fra Piemonte e Liguria. Qualcuno pensa che possa essere la Rennes-le-Chateau italiana.

Guido Araldo

I misteri di Saliceto. Una Rennes-le-Chateau italiana?


Un altro paese in provincia di Cuneo, dotato di ben quattro monumenti nazionali di notevole interesse storico e artistico (il castello dei marchesi Del Carretto e le chiese di San Lorenzo, San Martino e Sant’Agostino), che soltanto in questi ultimi anni sta emergendo dal limbo in cui è stato confinato per secoli, è Saliceto, in valle Bormida sul confine con la Liguria.

Qui, oltre ad un sotterraneo templare che la tradizione popolare vuole collegasse il Castelvecchio sulla collina della Rosa con il castello marchionale nel borgo del fondovalle, vi sono misteriosi sotterranei sulle colline circostanti, di cui uno lungo ben 75 metri, percorribile senza doversi chinare e terminante in una piccola misteriosa stanza. Un altro sotterraneo, in località Catoj, è salito alla ribalta della cronaca dopo che la trasmissione televisiva “Mistero” ne ha fatto oggetto di un interessante documentario, alludendo ad un mitico tesoro saraceno costituito da una barca tutta d’oro, mausoleo del principe arabo Abdul Amin, che sarebbe sepolto su quelle colline, come descritto dallo studioso torinese Alberto Fenoglio nel suo libro:“Storia e leggende dei tesori nascosti nei castelli piemontesi”, edizioni Piemonte in Bancarella.

Ancora più intriganti e misteriose le grandi cripte sotto la parrocchiale di San Lorenzo: la più bella chiesa rinascimentale piemontese di “scuola toscana”. La chiesa dalle “pietre parlanti” nella facciata mirabilmente scolpita, dove sono raffigurati percorsi templari: il Bafometto nel capitello dell’estrema lesena di destra la rosa e la spina ripetute nel portale centrale, il teosinte ovvero il mais degli Aztechi e dei Maya, che non dovrebbe esserci in una facciata antecedente la conquista del Messico… Percorsi alchemici: le salamandre (il fuoco o sulphor) e il rospo alato (l’acqua o mercurius) nel portale di destra; il basilisco, il serpente che si trasforma in uccello, alludente all’opera al nero, la nigredo, nel portale centrale; il pellicano che nutre i propri piccini con il suo sangue, simbolo dell’eucarestia ma anche dell’opera al bianco, l’albedo, nel timpano del portale di destra, e l’Araba Fenice che risorge dalle proprie ceneri, simbolo della resurrezione ma anche dell’opera al rosso, la rubedo, nel timpano del portale di sinistra… Percorsi zodiacali, con i simboli dei solstizi (Giano bifronte con le corna del Capricorno sottostante raffinatissimi delfini) e (le chele del granchio con le armi appese, nei capitelli delle lesene); quindi i simboli degli equinozi come gli arieti negli architravi laterali)… Percorsi magici nell’estrema lesena di sinistra con la mandragola e il fiore del silfio… e soprattutto un dettagliato percorso esoterico – iniziatico, simile al coevo intarsio marmoreo attribuito al Pinturicchio, nel pavimento del duomo di Siena.

Le grandi cripte di questa chiesa, forse antichissime, poiché sono documentate nello stesso luogo chiese antecedenti, una romanica e un’altra paleocristiana, furono murate nel 1958 quando sul pavimento rinascimentale, con tanto di labirinto, fu posato un nuovo pavimento marmoreo.

Queste cripte potrebbero palesare reperti straordinari, considerate anche le eccezionali e misteriose similitudini con Rennes-le-Chateau (la N rovesciata di INRI alludente a qualcosa di nascosto nel XIII quadro della Via Crucis) e con Rennes-les-Bains (identico quadro seicentesco di una pietà con la Maddalena in primo piano) ... E i grandi quadri con la Maddalena a Saliceto sono addirittura tre, due di scuola caravaggesca: l’ultima cena e la lavanda dei piedi; con il fiore di nardo, allusione al suo famoso unguento, scolpito in bella evidenza tra i molti simboli nella facciata.   


mercoledì 27 marzo 2013

Marzo 1943: quando gli operai dissero no al fascismo




Gli scioperi del marzo 1943 furono il segnale chiaro che il paese non reggeva più la guerra e che il regime era finito. In quell'occasione la classe operaia si dimostrò all'altezza del ruolo storico che il pensiero socialista le attribuiva. Fu l'apertura di una fase rivoluzionaria destinata a concludersi con la restaurazione dell'ordine e il riciclaggio repubblicano e "costituzionale" del vecchio apparato statale fascista e monarchico. Cambiava la forma, ma non la sostanza delle cose e quegli stessi operai tornarono a essere plebe, da spedire nei reparti confino o far manganellare dalla Celere se solo osavano alzare la testa. In nome della ricostruzione tornò tutta la vecchia merda a partire dal Concordato che Togliatti volle nella Costituzione e fu la fine del sogno.

Oreste Pivetta

Sciopero libera tutti
Marzo 1943: gli operai incrociarono le braccia e cominciò la Resistenza

C’era chi, tra i più giovani, ignorava persino il significato di quella parola: sciopero. Eppure quel giorno, la mattina del 5 marzo 1943, incrociarono le braccia, riconquistando quella libertà e quella dignità che il fascismo aveva negato loro per anni e anni, un «ventennio» alla fine. Cominciarono a Torino, alla Fiat, a Mirafiori, la grande fabbrica, la fabbrica moderna, che quando venne inaugurata, solo quattro anni prima, era stata presa a simbolo dell’edizione più aggiornata del taylorismo, della razionalizzazione estrema dei processi produttivi (e dello sfruttamento, calcolato mossa per mossa, minuto per minuto), del grande balzo industriale dell’Italia fascista.

Si presentò Mussolini stesso nel maggio 1939 ad aprire le porte di quell’enorme stabilimento, dove nel giro di pochi mesi avrebbero trovato posto ventimila operai. Mussolini fu accolto con freddezza, con ostilità celata. Il senatore Agnelli, il padrone di casa, ci rimase male. Mussolini se ne andò, mormorando: «Porca Torino». Si era reso conto che non avrebbe mai conquistato sino in fondo quella città, s’era confermato nell’idea di una città antifascista malgrado tutto. Come si dimostrerà nel giro di pochi anni, dopo l’ingresso in guerra, dopo i primi bombardamenti, dopo la prima fame, quando si scoprì sotto le bombe che il pane mancava e che il piano di razionamento congegnato dai gerarchi in camicia nera non dava da mangiare, quando si sopravviveva di borsa nera, le officine erano state militarizzate, le ore lavorative erano diventate dodici al giorno.

Cominciarono le proteste nel gennaio e nel febbraio, le prime negli stabilimenti di Fiat Acciaierie e di Fiat Diatto. A quel punto la parola d’ordine tra i comunisti in clandestinità, Leo Lanfranco, Umberto Massola, Ermes Bazzanini, Amerigo Clocchiatti, fu: sciopero generale. Organizzare uno sciopero generale, quando il diritto allo sciopero era negato, quando esprimere le proprie idee non era consentito, quando sindacati e partiti erano stati tolti di mezzo. La parola d’ordine doveva essere: «indennità di sfollamento». L’aveva concessa a gennaio il ministero delle Corporazioni, centonovantadue ore di salario (una mensilità) a tutti i capifamiglia in grado di dimostrare di essere sfollati. Mai pagata. Era una parola d’ordine che, senza pretendere nulla di più di quanto promesso da quello stesso regime, dava conto della condizione di miseria del paese, della sofferenza dei lavoratori, diceva quanto la guerra opprimesse anche chi stava a casa, operai famiglie bambini, quanto si volesse cambiare strada.

Si votò lo sciopero. Alle dieci in punto, al suono come ogni giorno della sirena d’allarme, si sarebbe dovuto sospendere i lavoro. La direzione della fabbrica, a Mirafiori, il cuore della protesta, avvertita, decise che quella mattina la sirena avrebbe taciuto. Ma le dieci dello sciopero rimasero: nel suo reparto Leonardo «Leo» Lanfranco, manutentore specializzato, reduce dal confino a Ponza con Terracini e Secchia, assunto nonostante la sua fama di comunista perché sapeva dominare il ferro, poi capo partigiano, trucidato dai fascisti nel febbraio 1945, chiamò i suoi. Tutti insieme improvvisarono un corteo dentro la fabbrica. Leo Lanfranco venne arrestato pochi giorni dopo insieme con un centinaio di compagni. Vennero liberati, qualche mese dopo, il 26 luglio, dopo una protesta di lavoratori sotto le Nuove. Quello sciopero fu l’inizio. Non fu un successo. Qualcuno usò addirittura la parola fallimento. Ma l’organizzazione comunista, perfettamente «radicata», come si direbbe oggi, nel sistema industriale torinese, ebbe la capacità di diffondere la «notizia che conta»: lo sciopero c’era stato, gli operai avevano fatto sentire la loro voce. I lavoratori di altre fabbriche seguirono l’esempio.

Tra il 9 e il 10 marzo entrarono in sciopero le Officine Savigliano, la Pimet, la Fast Rivoli, l’11 marzo la Riv, la Michelin, la Lancia, il 12 marzo toccò al Lingotto, il 15 si fermarono la Snia Viscosa, il cotonificio Valle Susa, il Gruppo Finanziario Tessile. Ne ricordiamo solo alcune. La protesta dilagò. In un crescendo che fece impazzire questura e partito fascista. Un rapporto dei carabinieri restituisce il calore di quelle giornate. Siamo alla Riv di Villar Perosa: «Alcuni operai sono uditi reclamare la pace separata e la fine della guerra. Altri, come avevano già fatto durante la notte, intonano Bandiera rossa, mentre c’è chi usa violenza ai colleghi che vogliono persuadere alla ripresa del lavoro... Energica l’azione delle donne, che dopo aver incitato i compagni, passano furiosamente alle vie di fatto contro i pochi elementi contrari che tentano di far fallire lo sciopero...».

Umberto Massola avrebbe ricordato molti anni dopo di incontri avvenuti per discutere l’esito di quegli scioperi. Se ne considerò subito il senso politico, il senso di una rivolta. Avrebbe ricordato ancora che il 14 marzo s’era recato nella tipografia clandestina, vicino a Milano, dove si stampava l’Unità. «Quando i compagni addetti alla tipografia – scrisse Umberto Massola videro il grande titolo da porre in prima pagina: ‘Sciopero di centomila operai torinesi! In tutto il paese si segua il loro esempio per conquistare il pane, la pace e la libertà’, saltarono di gioia e lavorarono di gran lena anche durante la notte per assicurare l’uscita del giornale l’indomani». Storie nostre.



L’indomani fu sciopero ancora e via via in tante altre fabbriche verso Milano. Il 23 scescero in sciopero gli operai della Falck, che cacciarono un manipolo di fascisti che avevano tentato di entrare in fabbrica. Il giorno successivo sarà la volta della Pirelli e poi della Caproni, della Bianchi, della Brown Boveri, dell’Alfa Romeo. Poi verso il Veneto, verso Porto Marghera, verso l’Emilia, verso la Toscana. La protesta diventò un fiume. Un moto che il regime non riuscì a frenare, il primo moto della lotta di liberazione: «Cominciava la guerra partigiana – scrisse Giancarlo Pajetta sull’Unità – là si gettava il seme della Repubblica italiana fondata sul lavoro».

Che la rivendicazione di un’indennità di sfollamento, delle 192 ore, potesse condurre a tanto, forse non era facilmente immaginabile. Neppure la fame, le condizioni penose di vita, le bombe e la paura, avrebbero potuto tanto se, malgrado tutto, malgrado tutti gli sforzi del regime, l’ostilità al fascismo, l’estraneità operaia alla retorica fascista, la distanza da una cultura totalitaria non avessero trasformato la sfiducia, la diffidenza, lo scetticismo della prima ora in un consapevole sentimento d’opposizione. Consapevole anche della durezza, dei rischi, del pericolo mortale di una lotta democratica in un paese senza democrazia.

La repressione non mancò. Non subito, perché le richieste vennero accolte (fu Valletta a intercedere perché le rivendicazioni dei suoi operai venissero almeno in parte soddisfatte). Nelle settimane successive circa duemila operai vennero fermati, molti arrestati, molti spediti davanti al tribunale speciale.

Ma intanto qualcosa era accaduto. Dopo la battaglia di Stalingrado, a un passo dal crollo del regime. Molti di quegli operai che avevano scioperato scelsero di continuare la loro lotta in montagna nelle formazioni partigiane, accanto ai militari sbandati che avevano ripreso le armi. A Torino, a Milano, in tanti altri luoghi era stato il lavoro, in quegli scioperi per il pane e per la pace, a dettare la fine del fascismo, nell’avversione alle logiche della guerra, nella riaffermazione della irriducibilità sociale del conflitto di classe, nella rivendicazione dei diritti fondamentali, scrivendo le prime parole della futura Costituzione repubblicana.

(Da: L'Unità del 26 marzo 2013)


martedì 26 marzo 2013

Guido Araldo, Piemonte misterioso. I sotterranei di Cuneo




Un'altra bella pagina di Guido Araldo su un Piemonte misterioso e sconosciuto. Davvero una regione tutta da scoprire.

Guido Araldo

Sotterranei e cripte a Cuneo 

Poco si conosce del mondo sotterraneo che ci circonda! Eppure è un mondo che potrebbe riservare notevoli sorprese. Molte nostre città in epoca medioevale e anche rinascimentale e barocca si dotarono di sotterranei, cunicoli, magazzini dove stipare provviste e armi; in secoli recenti anche la polvere da sparo, cercando di proteggerla massimamente da improvvise e devastanti deflagrazioni. L’unica tra queste città ad aver valorizzato questo patrimonio è di Torino, dov’è stato allestito un tour turistico noto come “Torino sotterranea”, peraltro collegato al noto episodio di Pietro Micca.

Mi sia concesso, a riguardo, segnalare due località che presentano un notevole patrimonio sotterraneo, ancora tutto da esplorare. La prima di queste località è Cuneo, famosa per i suoi sette assedi, e per questo motivo ricca di sotterranei.

Da tempo la sezione locale d’Italia Nostra, tramite il presidente prof. Mario Gallarato, auspica un recupero di questo patrimonio dimenticato, che potrebbe costituire una risorsa aggiuntiva per questa bella città, solitamente snobbata dai flussi turistici. La sua principale attrattiva turistica sembra infatti costituita dall’importante mercato settimanale del martedì, quando il suo elegante centro cittadino si trasforma in un’affollata isola pedonale.

A proposito desidero rievocare la “leggenda metropolitana” di un sotterraneo templare che collegherebbe il centro storico, più precisamente “Contrada Mondovì”, forse l’antica chiesa di San Sebastiano, con la Torre dei Frati in prossimità della Spinetta, passando sotto l’alveo del fiume Gesso.

La presenza templare a Cuneo fu evidenziata dal cavalier Luigi Ferrero Ponsiglione nel “Saggio storico intorno ai Tempieri del Piemonte e degli altri Stati di Sua Maestà il re di Sardegna” stampato a Torino nel 1791, di cui esiste una riedizione genovese del 1844; la cui unica copia superstite, a me nota, è reperibile presso la Biblioteca dell’Accademia delle Scienze di Torino.

Dal mio libro “Il Mistero di Saliceto – i Templari e la loro presenza in Piemonte, Liguria, Savoia, Nizzardo”:

In questo popoloso e strategico borgo, ertosi a “villa-nova” di Asti alla vigilia di San Giovanni d’estate nell’anno 1198, la presenza templare è documentata in un atto del 1200, indizione terza, giorno 12 di maggio: esattamente cinque mesi prima che questa villa-nuova firmasse il suo primo atto di libero comune con il marchese di Saluzzo nei prati di Karanta, al di là della Stura, l’11 novembre, giorno di San Martino.

In questo atto del 12 maggio è registrata l’alienazione di beni immobili da parte di Ugone, abate del monastero di San Dalmazzo al Borgo, nei confronti di un certo “messer Ursio”, per l’importo di 200 Lire Astensi. Tali beni confinavano su un lato con una “via comunis”, per due lati con beni appartenuti all’abbazia e per il quarto lato con la “domus fratrum de Templo de Cuneo” (la casa dei frati del Tempio di Cuneo). Come se tutto questo non bastasse a Cuneo, similmente ad Alessandria, c’è la località Spinetta al di là del Gesso (1), e nella stessa zona sorge l’antica “Torre dei Frati”.

Cuneo: Contrada Mondovì

















Da una descrizione medioevale dello storico Rebaccini è così descritta: 

“Tutto il suo perimetro, di forma quadrata, era cinto da un muro assai alto con quattro torrette ai lati. In mezzo a tutta la costruzione s’innalzava un’imponente torre quadrata, molto alta e visibile da ogni parte, e c’era un ponte levatoio con intorno un profondo fossato” Un’autentica fortezza. “Dentro vi era un salone bellissimo e grazioso, con vicino una cucina e con altre sale e vani adattissimi a una dimora signorile. Vi erano poi granai, cantine, depositi per attrezzi e comode stalle per i cavalli. In mezzo al cortile si trovava un elegante pozzo con abbondante acqua di sorgente. Nella parte alta della torre erano collocate le stanze adatte a svariate usi e locali disposti in modo adatto per difendersi e offendere. C’erano inoltre un forno, un edificio per produrre e conservare i formaggi. Infine su un lato vi si trovava uno stupendo giardino. E così, come abbiamo detto, nulla mancava per una vita beata”. 

Descrizione che rimanda alla torre del Tempio a Parigi, al centro del vasto quartiere templare all’interno di quella città, sulla riva destra della Senna, delimitato ancora oggi da strade che prendono nome dai Templari (Rue du Temple, Rue Vieille du Temple, Boulevard du Temple e Rue des Blancs Manteaux). Peraltro la torre dei frati cuneesi includeva una vasta proprietà superiore a 1.100 giornate piemontesi, circa 420 ettari, sulla sponda destra del Gesso, di fronte a Cuneo. Fu abbattuta quando ne entrarono in possesso i monaci della Certosa alla Chiusa del Pesio dopo lunga lite, anche violenta, con un certo Giorgino Dal Pozzo, un borghigiano che l’occupava, conclusasi con l’intervento dello stesso re di Francia Luigi XI presso il duca sabaudo. Personalmente non reputo che quella torre abbia preso il nome di Torre dei Frati dai monaci che l’hanno fatta abbattere, ma dai monaci guerrieri che la costruirono più di duecento anni prima.

I Templari erano ossessionati dal dualismo simbolico: due cavalieri su un unico cavallo, il bianco e il nero sullo stendardo Bousant, i due Giovanni dei solstizi, e ovviamente la “rosa”, come la collina della Rosa a Saliceto, e “la spina”, ovvero la Spinetta di Cuneo, di Cosseria, di Alessandria...

“La rosa” simboleggiava la “casa”, la “domus”, il castello, la “mansione”, a volte un ospedale in città. “La spina” allude invece a una torre esterna, una vasta proprietà corrispondente alla “commenda fuori le mura”. La tradizione vuole che nove grange (fattorie), quante i primi cavalieri, dipendessero dalla “Spina”.

A Cuneo una leggenda, ormai dimenticata, vuole che un sotterraneo unisse la “Rosa” nel borgo alla “Spina” della Torre dei Frati, scavato sotto il torrente Gesso: un sotterraneo che esisterebbe ancora!

Sempre a Cuneo sono noti due “ospedali” antichissimi: l’hospitale della Santa Croce (ancora oggi l’ospedale di Cuneo, tra i più importanti in Piemonte, porta questo nome), appartenuto ai Templari, e l’hospitale di San Giovanni Battista, che era gestito dagli Ospedalieri, noti anche come i Cavalieri di San Giovanni.

1) Secondo gli storici francesi, principalmente Louis Charpentier, i toponimi con la rosa o la spina, come Epinay, Epine, Epinal, Epinac, Pinay sono di probabile derivazione templare

Il figlio dell'altra. Un film di soglie e di confini




Scoprire per caso il "nemico" e trovarlo simile a sé, addirittura fratello. Questo il senso profondo  di questo bel film che è anche un sogno, ingenuo ma coinvolgente, di pace.

Marzia Gandolfi

Un film di soglie e di confini, che riflette sulla stratificazione complessa dei rancori accumulati dalla Storia

Joseph Silberg è un ragazzo israeliano che vive spensierato i suoi pochi anni e il suo sogno di scrivere canzoni, da cui lo separa il servizio di leva obbligatoria nell'esercito. Figlio di un ufficiale e di una dottoressa che lo amano incondizionatamente, scopre durante la visita militare che il suo gruppo sanguigno non è compatibile con quello dei genitori. Scambiato diciotto anni prima con Yacine Al Bezaaz, palestinese dei territori occupati della Cisgiordania, Joseph è sconvolto e confuso. La rivelazione getta nel caos le rispettive famiglie che provano a incontrarsi e accorciare le distanze culturali. Ma le 'questioni politiche' hanno la meglio sul buon senso e sui padri, che finiscono per rinfacciarsi in salotto il dolore dei rispettivi popoli. Rifugiatisi in giardino, Joseph e Yacine provano a interrogarsi sulla loro identità e sul loro destino. I loro incontri si faranno sempre più frequenti, fino a quando non decideranno di entrare l'uno nella famiglia dell'altro, frequentando la vita che avrebbero dovuto vivere e rientrando in quella che gli è capitato di vivere.

Privilegiando un equilibrio (anche estetico) politicamente corretto, Il figlio dell'altra sceglie la forma del dramma familiare per raccontare la questione israelo-palestinese. Diretto da Lorraine Lévy, francese di origine ebraica, Il figlio dell'altra è un film di soglie e di confini, che riflette sulla stratificazione complessa dei rancori accumulati dalla Storia. Scambiando letteralmente le esistenze di due bambini, la regista produce l'occasione, per occupati e occupanti, di osservare, vedere e magari anche capire l'altro, uscendo dal cul de sac in cui il mondo pare essersi infilato. Ebreo cresciuto da palestinesi Yacine, palestinese cresciuto da israeliani Joseph, i due giovani protagonisti vivono al di là e al di qua di un confine odioso, alimentato dalla paranoia e dai pregiudizi che ogni divisione, muro o recinto porta con sé.

Di quel confine, Il figlio dell'altra dice pure e sinceramente l'inalienabile necessità, raccontando l'intimità, la tradizione, la casa, la terra, la speranza. Il film della Lévy conduce il conflitto e la convivenza tra israeliani e palestinesi, mai privi di lotte e di lutti, a una dimensione quotidiana e privata, provando a cogliere l'essenza e insieme l'universalità dell'infinita vicenda mediorientale. Le idee sono allora veicolate dai personaggi, che interpretano con grande sensibilità la complessità di due punti di vista, le contraddizioni di uno stato di cose, il dolore e la resistenza a immedesimarsi nell'altro.

Se i padri dei giovani protagonisti sembrano irriducibili a qualsiasi apertura, almeno nei loro primi incontri, le madri colgono veramente l'opportunità nello scambio e accolgono il figlio dell'altra (il figlio biologico cresciuto dall'altra), indicando l'amore come possibile via di uscita da una condizione paradossale. In mezzo ci sono due ragazzi che gettano il cuore al di là dell'ostacolo e di una riga tracciata idealmente su una carta geografica. Nella realtà quella linea si traduce in un check point, una barra che interrompe una strada, che separa due popoli, che determina due destini.

Da una parte i territori occupati dall'esercito israeliano, dall'altra Israele, da una parte gli ebrei, dall'altra gli arabi, da una parte un ritorno alla propria terra, dall'altra una conquista della propria terra. Una duplice versione che ha condotto alla tragedia. Tragedia che Joseph e Yacine possono correggere, vivendo al meglio la vita dell'altro.


lunedì 25 marzo 2013

La "Resurrezione di Lazzaro": Giotto fra fede e potere




Una grande rappresentazione sacra e profana allo stesso tempo. Un artista diviso fra fede nell'umanità del Cristo e omaggio al potere di una Chiesa trionfante che non è più capace di piangere per le sofferenze del mondo.

Melania Mazzucco

La “Resurrezione di Lazzaro” è di Giotto ma potrebbe portare la firma di Dante


Tra i personaggi del Vangelo, prediligo Lazzaro. La sua resurrezione viene narrata solo da Giovanni. Giovane di ricca famiglia — alquanto diverso dai pescatori e dagli artigiani di cui si circonda il Maestro — è nel sepolcro già da quattro giorni quando, invocato dalle sorelle Marta e Maddalena, Gesù arriva a Betania. Ha già resuscitato il figlio della vedova di Nain e la figlia di Giairo, ma in privato. Ora richiama Lazzaro alla vita: basta la sua voce. E’ un miracolo del Verbo. Si tratta del miracolo più clamoroso di Gesù: è anche l’ultimo. Benché abbia ispirato innumerevoli pittori — e la versione di Caravaggio è più sconvolgente — quella di Giotto ha qualcosa di definitivo. Essa ci abita. Giotto è all’origine del nostro immaginario.

L’affresco si trova nella cappella degli Scrovegni, a Padova. Il committente è Enrico, impopolare in città ma ricchissimo; l’impresa decorativa deve celebrare il riscatto dell’umanità ed essere realizzata rapidamente (neanche due anni). La semplicità della composizione, l’economia dei segni e dei simboli, la chiarezza delle immagini, l’armonia dei colori, la potenza narrativa, la carica emozionale che deriva dalla verosimiglianza e dall’umanizzazione delle storie sacre fecero, e fanno ancora, un effetto indelebile.

Giotto è semplice, universale e immediato, come il Vangelo; terragno, risentito e mistico come il suo coetaneo Dante. Parla agli illetterati e ai dotti, ai fedeli e ai miscredenti. Ma anche ai pittori, che per secoli impareranno qui il segreto della decorazione muraria — come valorizzare la parete senza negarla, come sviluppare lo spazio senza dare profondità, come individualizzare i personaggi, svolgere la narrazione in modo da intensificare il dramma, scegliere il momento culminante dell’azione, eliminare il superfluo, indurre emozioni tramite le forme e i colori. La Resurrezione di Lazzaro si trova nel secondo registro della parete sinistra della cappella, preceduto dalle Nozze di Cana.

E’ solo un episodio nella storia più vasta della vita di Maria e di Gesù, che Giotto illustra su tre livelli sovrapposti, istituendo fra le scene una rete complessa di echi e risonanze. Tuttavia ogni episodio è anche un capitolo a sé stante, e come tale può essere letto. La metafora è abusata ma necessaria: Giotto volle che sulle pareti delamicizia, la cappella le pitture si leggessero in orizzontale, da sinistra a destra, come un libro appunto. Non solo nel loro insieme, ma anche le singole immagini. Anche la Resurrezione va letta perciò nello stesso modo.
Sulla sinistra Giotto colloca il gruppo degli apostoli con l’aureola, dai quali spicca Gesù — lievemente rialzato rispetto agli altri, la mano levata che si staglia contro il cielo azzurro. Le espressioni dei volti comunicano stupore e attesa. Gesù ha appena gridato: “Lazzaro, vieni fuori”. Prostrate ai suoi piedi, ancora nell’atto di scongiurarlo di riportare Lazzaro alla vita, le sorelle del morto — Marta, vestita di chiaro, in primo piano; dietro di lei, in rosso, Maddalena — sono ignare di quanto accade alle loro spalle, dove un secondo gruppo è agitato da un movimento convulso di sconcerto e meraviglia.

Sul lato destro, speculare alla figura di Gesù, c’è Lazzaro, avvolto in bianche bende, come una mummia. San Pietro gli sta svolgendo le fasce; un apostolo si tura naso e bocca con un lembo dell’abito per non respirare il tanfo di putrefazione che si leva da lui. E così fa alle sue spalle il giudeo barbuto che si scherma con l’abito azzurro. L’affresco è muto e inodore, eppure Giotto attiva tutti i nostri sensi, e ci fa percepire i bisbigli, le parole, la puzza. Il paesaggio è ridotto a una rupe nuda e tre alberi verdi. In basso, a destra, due garzoni trascinano la lastra di marmo della tomba, riprodotta con virtuosismo in tutte le sue venature. L’inclinazione della lastra induce chi guarda a proseguire la lettura, e a passare al capitolo successivo (L’ingresso a Gerusalemme).
Io invece sono ipnotizzata da Lazzaro, che Giotto dipinge con lo stesso crudo realismo con cui Dante descrive nell’Inferno le pene dei dannati (anche quelle del padre del committente di Giotto, Reginaldo Scrovegni, seduto sulla sabbia rovente nel VII cerchio destinato agli usurai e tormentato da una pioggia di fuoco). Cadaverico, ancora rigido, le labbra nere socchiuse, gli occhi revulsi, Lazzaro non si rende conto di essere vivo. Tutti vorrebbero ascoltare le sue parole: cosa c’è, dall’altra parte? Ma il Vangelo tace, e dunque anche il pittore.



Giotto è fedele alla lettera del Vangelo (anche se apocrifo): per volontà del committente, del “suggeritore” (il teologo che forse stese il piano iconografico), o sua. Si permise una sola variante. Apprendendo la notizia della morte di Lazzaro, Gesù piange. Ora nei Vangeli Gesù compie molte azioni: cavalca un asino, traccia segni in terra, tiene discorsi. Ma piange solo due volte: per la sorte di Gerusalemme, e qui. Giovanni lo spiega molto umanamente: Lazzaro era suo amico. Ecco, l’idea che Cristo resusciti il suo amico, e non un morto qualunque, mi è sempre sembrata incredibilmente eversiva. Per lui compie infatti un miracolo davvero rischioso. In pubblico. Non può ordinare di tacere l’accaduto, come nelle altre resurrezioni: la folla propaga la notizia. Ora tutti sanno di cosa è capace l’uomo che presume di essere il figlio di Dio. Si è svelato. Verrà ucciso infatti poco dopo. La resurrezione di Lazzaro è anche il prologo della morte di Gesù: la vita ridata al mortale da Dio chiama la morte data dagli uomini a Dio.

Ma non brilla quella lacrima sulla guancia di Gesù. I suoi occhi, sottolineati da un contorno scuro, sono asciutti. Se non l’ha cancellata il tempo, l’ha omessa Giotto. Per quanto ne so, ha dipinto una sola lacrima nella Cappella degli Scrovegni: nella Strage degli innocenti, sulla guancia di una madre. Forse pensava che una donna può piangere la morte di un figlio, ma un dio non può piangere quella di un amico.

(Da. La Repubblica del 24 marzo 2013)