TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 30 aprile 2013

Proverbi e modi di dire dell’Alta Terra Langasca a riguardo di aprile


Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.


Così scriveva Eliot. E di aprile ci parla anche il folklore langarolo. Ce lo ricorda Guido Araldo.

Guido Araldo

Proverbi e modi di dire dell’Alta Terra Langasca a riguardo di aprile

Quandi u-canta ‘r cüch, a ra maten bagnâ e a ra sejra süch = quando canta il cuculo, al mattino la terra è bagnata e alla sera asciutta.

Avrì, bael drimì = aprile, dolce dormire (frase tipica): è piacevole dormire di aprile.


Tranta dì ad avrj e, su n’aveisa tranten, un-faria ma a gnen = trenta giorni ad aprile e, se ne avesse trentuno, non farebbe male a nessuno.

Avrì ciuvùs, utun graziùs = aprile piovoso, autunno grazioso, per i frutti che saranno abbondanti.

L’invern u-r’è pa finì, figna a la léna d’avrì = l’inverno non è finito, fino alla luna di aprile, poiché fino a quella data non sono da escludersi nevicate anche abbondanti, seppure caduche, e devastanti gelate mattutine. E, si badi bene: alla luna di aprile, non al mese di aprile!

’A léna rusa d’avrì a-porta ‘r sciù a-mirì = la luna rossa d’aprile porta le gemme a morire. Il solito terrore contadino verso le gelate primaverili, micidiali per gli alberi da frutta.

Avrì bagnâ e mäg süch, fescta per tüch = aprile bagnato e maggio asciutto, festa per tutti, poiché ci sarnno raccolti abbondanti.

Ër prim d’avrì u-märca ‘r temp per onz dì = il primo di aprile condiziona il tempo per undici giorni

Ër sciù d’avrì es-tenu per ‘n fì = i fiori d’aprile si tengono per un filo (sono caduchi)

Per ‘n bon fì, vanta scmejnè ‘a cànua ‘d avrì = per un buon filo, bisogna seminare la canapa ad aprile

Ad avrì ra scpì, a mäg ‘r läch e a zügn ‘r gran ‘n ter pügn = ad aprile la spiga, a maggio il latte (i primi chicchi, se schiacciati, emettono un liquido lattiginoso), a giugno il gvrano nel pugno (del mietitore)

Se ‘r cüc u canta nent ai primi d’avrì, o u-l’è mort o u-l’è frì! = se il cuculo non canta nei primi giorni di aprile, o è morto o è ferito

Mort o frì, ad avrì ‘r cüc u-döv vnì = morto o ferito, ad aprile il cuculo deve arrivare

‘na béla spì, su ciöv tant ad avrì = una bella spiga (avrà il grano), se piove molto ad aprile

Avrì sckür e ciuvus u-fâ l’än gräs e grazius = aprile scuro e piovoso rende l’anno grasso e grazioso

Avrì, duz drimì = aprile dolce dormire

Ad avrì u-ciöv per i-homi e a mäg per ‘r besctye = ad aprile piove per gli uomini (per il grano) e a maggio per le bestie (per il foraggio)

Senza tzocre ad avrì, ‘d frëg us-pô mirì = senza zoccoli ad aprile, di freddo si può morire (ad aprile fa ancora freddo)

Ad avrì, manch ‘n fì = ad aprile, neppure un filo (non c’è ancora nulla da raccogliere in prati e nei campi)

‘A rusâ ‘d mäg e la ciövja d’avrì, e-fan ben a tüte ‘r scpì = la rugiada di maggio e la pioggia di aprile fanno bene a tutte le spighe

Ad avrì ‘r gran u-fâ ‘a scpì e ‘a turtùra a-fâ ‘r nì = ad aprile il grano fa la spiga e la tortora fa il nido

Chi u-i’ha visct tre bei avrì, u-i’agreva pa ‘d mirì = chi a visto (nell’arco della sjua vita) tre bei mesi di aprile (rarissimi), non gli dispiace di morire (poiché è molto vecchio)

Avrì ui n’ha tranta, su ciuvisa trantén un-faria mä a nén = aprile ha trenta giorni, se piovesse per trentuno non farebbe male a nessuno

Avrì bagnâ, pan per tüta l’anâ = aprile bagnato, pane per tutto l’anno

L’invern u-r’è pa finì, prima d’la léna d’avrì = l’inverno non è finito prima della luna d’aprile


Opere di Carla Rossi in mostra a Clavesana























Carla Rossi, cara amica dai tempi della rivoluzione portoghese e di altre inezie movimentiste degli anni '70, rappresenta una delle poche voci vive nel campo asfittico e manierista dell'arte savonese. Partecipare ad una sua iniziativa è come respirare una boccata d'aria fresca perchè, lo diceva Asgern Jorn e noi lo sottoscriviamo cento e una volte, nell'epoca del capitale trionfante (e dunque della separazione e della tecnica) l'arte può essere concepita solo come comunicazione diretta, espressione dei bisogni e dei desideri umani. In una parola, sempre il solito vecchio dilemma: produrre merci più o meno "artistiche" o fare della vita di ogni giorno una opera d'arte. Carla Rossi ha saputo scegliere da che parte stare. Per questo ci piace quello che fa.



Carla Rossi, Senza titolo























L’Associazione Culturale Angelo Ruga con sede nei Comuni di Clavesana e Albissola Marina, continua la propria attività di programmazione di eventi culturali, con la prima mostra espositiva dell’anno 2013, che si inaugurerà 

Sabato 4 maggio p.v. alle ore 16.30, 
Piazza Vittorio Emanuele II 
Clavesana (CN)

Per l’occasione, verrà presentata una personale dell’artista savonese Carla Rossi, a cura di Mauro Baracco,
accompagnata da un servizio dedicato a lei e alle sue preziose ceramiche sul n° 78 del mese di aprile 2013 del Periodico di Scienza Arti e Cultura “Porti di Magnin”.




I sotterranei di Mosca. Gli archivi segreti di Stalin




Come tutte le grandi chiese, anche il comunismo sovietico aveva i suoi archivi segreti. Oggi la fine di quella esperienza riaccende le curiosità di chi si attende la rivelazione di segreti tali da far riscrivere la storia. Lo pensava anche Napoleone quando occupata Roma mise all'opera i suoi ricercatori negli archivi vaticani. Il risultato fu deludente: emerse solo la miseria burocratica di inquisitori, funzionari e cardinali.

Giancarlo Bocchi

Tra gli scaffali e le barricate. L’archivio delle Rivoluzioni


Il Palazzo dei segreti è un edificio imponente, in pietra grigia, sulla Stolešnikov, una delle vie più alla moda del centro di Mosca. Ha un nome ufficiale, Rgaspi, Archivio della Storia politica e sociale, ma tra i moscoviti c’è chi lo chiama ancora Archivio del Comintern. Probabilmente è il solo luogo al mondo che per vastità di materiale e ricchezza di possibili interpretazioni si potrebbe paragonare alla Biblioteca infinita immaginata da Borges. Nell’invenzione letteraria dello scrittore argentino, il visitatore cerca il libro che contiene la Verità. Lo trova, ma scopre che ne esistono innumerevoli altri con altre verità, talvolta opposte. Nel Palazzo dei segreti sono i documenti storici a mostrare tante verità, talvolta l’una alle altre opposte. Dal primo piano un grande bassorilievo in bronzo di Lenin osserva severo le boutique di Vuitton, Fendi, Prada e il via vai delle macchine di lusso.

Per varcare l’ingresso dell’edificio, più esteso dell’atrio di una stazione ferroviaria, bisogna passare tra agenti con giubbotto antiproiettile e superare una statua di Lenin che guarda perplesso i poveri fiori di plastica lasciati ai suoi piedi da qualche estimatore. All’interno quattro piani di casseforti e armadi blindati gonfi di cartelle protetti da serrature elettroniche e piccole telecamere. Due milioni di fascicoli contenenti ciascuno una media di duecento documenti. I corridoi e gli uffici hanno un odore particolare. Non è quello acre delle carte ammuffite, semmai il profumo di documenti ben tenuti. Quello del Comintern è il più grande archivio della storia politica al mondo. Decine di milioni di fogli, su cui è scritta, e in parte è ancora da scrivere, la storia delle rivoluzioni e della politica dalla fine del Settecento a tutto il Novecento. Oltre ai documenti dei cento partiti comunisti aderenti all’Internazionale, oltre alle risoluzioni del Politburo sovietico, agli atti e alle comunicazioni dell’Nkvd, la polizia segreta staliniana, i carteggi sulla lotta fratricida tra anarchici e comunisti nella guerra di Spagna, le carte private dei maggiori dirigenti del comunismo, l’Archivio contiene materiali di tutte le trame clandestine, di tutte le insurrezioni e le rivoluzioni dall’Europa all’Asia, dall’Africa all’America latina. Carte molto invidiate dai cinesi, che ne vanno a caccia pagando fino a quindicimila euro a foglio.

In queste stanze silenziose, lungo i corridoi che i funzionari percorrono con rispetto, quasi in punta di piedi, sempre parlando sottovoce, si aggira anche un fantasma benevolo. Ha un nome che tra gli archivisti russi incute rispetto e ammirazione, quello di David Borisovic Rjazanov, l’uomo che nel 1921 fondò l’Archivio chiamandolo Istituto Marx-Engels. Eccentrico, coltissimo, dotato di una memoria eccezionale e di una capacità illimitata di lavoro, passò gran parte della giovinezza in esilio e in prigione. Già negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’ottobre, criticò la linea bolscevica di soppressione dell’opposizione e della libera stampa («Le discussioni non danneggiano il partito, lo rafforzano! ») e denunciò le posizioni autoritarie di Lenin e di Trotskij, sfidando infine anche il monolitismo degli anni bui del terrore staliniano. Inizialmente il suo Archivio fu aperto al mondo e alle testimonianze.

Rjazanov creò una rete internazionale unica, quasi un suo personale “servizio segreto culturale” di corrispondenti autorizzati a scovare e acquistare libri rari e manoscritti dei grandi rivoluzionari nelle maggiori città europee, tanto che negli Anni Trenta l’Istituto divenne la Mecca per gli studiosi di tutto il mondo: Kautsky, Béla Kun, Maksim Gorkij. Quando l’Urss non aveva fondi per comprare in Occidente neppure un trattore, partivano dalle capitali europee decine di vagoni ferroviari pieni di carteggi che i segugi di Rjazanov erano riusciti ad acquistare dagli antiquari e nelle aste. Quando nel ’27 Stalin visitò l’Istituto e vide i ritratti di Marx, Engels e Lenin gli chiese: «Dov’è il mio?» lui rispose: «Marx e Engels sono stati i miei maestri, Lenin un mio compagno. Tu chi sei per me?». Un’altra volta lo irrise pubblicamente, interrompendolo mentre dissertava di questioni ideologiche durante un congresso: «Smettila, lo sanno tutti che la teoria scientifica non è esattamente il tuo campo!». Fu inviato in esilio, nel luglio del ’37 arrestato e l’anno successivo fucilato.

David Riazanov























Nessuno osò però distruggere il suo lavoro. Così, da allora, i preziosi scritti di Marx e Engels sono ancora conservati dentro il caveau sotterraneo fortificato, chiuso non solo al pubblico ma sovente anche agli studiosi e in cui vengo eccezionalmente accompagnato. Superare le sue enormi porte blindate, che sembrano uscite dalla fantasia di Jules Verne, è come accedere alla macchina del tempo. Nell’immenso caveau spettrali corridoi, rivestiti di piastrelle, portano a numerose porte blindate che proteggono grandi locali stipati di austeri armadietti grigi e anch’essi blindati. Il responsabile del settore è Valerij Fomichev, un sessantenne che ha trascorso molta parte della sua vita qui dentro. Ogni giorno, come facevano una volta i tre decrittatori ufficiali degli scritti di Marx, sfoglia pagine e pagine seguendone la scrittura minuta e le annotazioni veloci in cui saltava tutte le vocali, per svelarne poi l’ultimo segreto. Con aria divertita osserva dei documenti sul figlio che Marx ebbe dalla domestica Helene e che il padre del comunismo non volle mai riconoscere, e estrae poi un foglietto dove Stalin ha scritto: «È una cazzata. Lasciate sepolto questo materiale per sempre». Qui è custodito persino il fiocco rosso che Marx era solito indossare: «Era ricavato dalla stoffa di una bandiera dell’ultima barricata della Comune di Parigi», ci racconta con appena un filo d’emozione.

Negli uffici dei piani superiori è conservata in perfetto ordine anche una preziosa collezione di manoscritti che spaziano dal ’700 al ’900 e che riguardano tutta l’Europa. Atti della Rivoluzione francese, lettere di Voltaire e di Rousseau, l’originale della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, lettere di Garibaldi e di Mazzini. «Ma il più grande segreto di tutti i segreti del Novecento sono i carteggi dell’Nkvd, la polizia segreta sovietica… » racconta il vice direttore dell’Archivio, Valerji Šciepeliov. Attraverso le carte del Politburo è possibile ricostruire molte trame ancora sconosciute, e per esempio si può scoprire che molti dei membri della dirigenza sovietica erano tenuti all’oscuro delle strategie di Stalin. «Non era affatto matto, giocava sempre d’anticipo…» commenta Šciepeliov, che conosce bene quelle carte. Con un semplice ma efficace sistema di numerazione dei dossier, ad esempio, Molotov veniva informato di un fatto che invece Zdanov non doveva sapere.

Anche il caveau di Lenin è uno dei grandi segreti custoditi in questo edificio. Sta sottoterra ma nella parte opposta dell’edificio, protetto da una serranda corazzata e, di nuovo, da enormi porte blindate fabbricate appositamente dai tedeschi della Krupp negli anni ’30: uno scudo d’acciaio in grado di resistere a una bomba di 500 chili. All’interno casseforti a tenuta stagna per permettere in caso d’incendio il completo allagamento dei locali. La mastodontica impresa letteraria di Lenin è fatta di trattati, tesi, proclami, risoluzioni, saggi di storia, filosofia, economia. «Come avrà trovato il tempo di scrivere tutto questo… » sfugge detto a Svetlana Kotova, l’esperta del reparto nonché curatrice dei due musei smantellati negli anni Novanta per far posto ai club della nuova aristocrazia russa, il Museo della Rivoluzione e il Museo di Marx e Engels.

Un vero cruccio per gli archivisti, espertissimi e necessariamente poliglotti, è quello di non essere riusciti a fare passi avanti con la decifrazione dei codici segreti che il Comintern usava nei messaggi più riservati. L’allora Kgb, ora Ffb, non ha mai dato la chiave di decodificazione: «Segreto di Stato». Ma anche il processo di desecretazione di molti altri documenti essenziali a comprendere la storia del Novecento è stato avviato solo in minima parte. L’archivio online, finanziato negli anni Novanta anche da istituzioni straniere, è solo una goccia nell’oceano delle carte dell’archivio reale. Ma del resto non è neppure questo il problema più impellente. Oggi questi custodi dei grandi segreti del Novecento guardano sconsolati dalle finestre l’assedio al loro fortilizio. Invece di essere tutelato dall’Unesco, come meriterebbe, è circondato dalle grandi firme della moda che puntano a questo grande spazio come all’ultima casella che ancora manca loro per poter aggiungere un’altra vetrina di lusso per lo shopping dei ricchi del post comunismo. Nella notte moscovita il rigido volto di Lenin, sulla facciata di pietra grigia del Palazzo, è un’ombra che pian piano scompare tra le insegne multicolori.

(Da: La Repubblica del 29 aprile 2013)



lunedì 29 aprile 2013

Da leggere: Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani




Ritorneremo ancora su questo libro davvero notevole, ricchissimo di informazioni e di stimoli alla riflessione.

Storia degli ebrei italiani


La storia bimillenaria delle comunità ebraiche in Italia è la straordinaria avventura, tanto tormentata quanto poco nota, di una minoranza (poche decine di migliaia di persone) che ha saputo radicarsi capillarmente in tutto il territorio del nostro paese, dalle Alpi alla Sicilia, dal Friuli alla Sardegna. E che, malgrado le umiliazioni e le vessazioni subite da parte delle autorità politiche ed ecclesiastiche locali, è riuscita a salvaguardare sempre le proprie tradizioni e la propria identità culturale senza isolarsi e rinchiudersi in se stessa, ma anzi partecipando attivamente alla vita sociale ed economica dei luoghi in cui si è insediata.

Di questa singolare vicenda, che rappresenta un caso unico nel panorama europeo, Riccardo Calimani ricostruisce qui una prima ampia parte: dalla libera alleanza degli ebrei con la Roma repubblicana e dai secoli dell'esilio, dopo la distruzione di Gerusalemme (70 e.v.) voluta dall'imperatore romano Tito, sino al rimescolamento delle varie comunità ebraiche del Vecchio Continente provocato dalla loro espulsione dalla Penisola iberica alla fine del XV secolo. Il vero punto di svolta di questo complesso itinerario è costituito dall'editto di Costantino (313), che, legittimando la cristianità, inaugura la lunga stagione dell'incontro- scontro tra giudaismo della diaspora e Chiesa di Roma. Un rapporto ambivalente che si riflette nella costante oscillazione nel trattamento da essa riservato per tutto il Medioevo (e oltre) agli ebrei, condannati come popolo maledetto per non aver riconosciuto in Cristo il messia, e nel contempo protetti in quanto testimoni della verità del Vecchio Testamento, secondo la lettura teologica agostiniana.

Nell'ambito di questo paradosso trovano spazio l'aperta discriminazione, sancita dal IV Concilio Lateranense (1215) con l'imposizione della rotella come segno distintivo, e le ricorrenti persecuzioni, di volta in volta fomentate dalle infamanti accuse di avvelenare i pozzi per seminare la pestilenza, o da quelle di praticare l'infanticidio rituale o dalla forsennata propaganda antigiudaica dei frati predicatori. Ma anche atteggiamenti di benevola tolleranza che hanno consentito agli ebrei, benché esclusi dalle corporazioni gravati da pesanti tributi e da uno status giuridico penalizzante, di raggiungere l'eccellenza nell¿arte medica e di svolgere una funzione finanziaria (il prestito su pegno) decisiva sia per l'economia locale sia per le dissestate finanze dei diversi sovrani.

In questa monumentale opera di ricomposizione delle tracce disperse della presenza ebraica in ogni città, paese e borgo d'Italia, che ha come sfondo tutti i più grandiosi e drammatici scenari (le crociate, l'Inquisizione, la nascita e il crollo degli imperi) della storia dell'Occidente, Calimani individua nella ricchezza della tradizione giudaica la forza che non solo ha preservato lidentità minacciata degli esuli, ma ha alimentato un dialogo reciprocamente fecondo con la cultura italiana ed europea.

Riccardo Calimani
Storia degli ebrei italiani. Dalle origini al XV secolo
Mondadori, 2013
28 euro

Riccardo Calimani (Venezia, 1946), si è laureato in ingegneria elettrotecnica all'università di Padova e in filosofia della scienza all'università di Venezia. Fra le sue opere principali: Storia del ghetto di Venezia (1995), I destini e le avventure dell'intellettuale ebreo (1996), Gesù ebreo (1998), Paolo (1999), Ebrei e pregiudizio (2000), Storia dell'ebreo errante (2002), L'Inquisizione a Venezia (2002), Non è facile essere ebreo (2004), Ebrei eterni inquieti (2007), Il mercante di Venezia (2009). Dal 2008 è presidente del MEIS, il Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah, di Ferrara.

Artisti e non più artigiani. Filippo Brunelleschi




L'autunno del medioevo segna la fine del mondo tradizionale, organico e corporativo. I segni più evidenti di questo trapasso (che fu lento e contraddittorio) si videro nell'arte delle costruzioni. Il Maestro muratore si trasforma nel moderno architetto, l'artigiano diventa intellettuale, l'estetica si sostituisce alla teologia.

Francesca Bonazzoli

Creatori e non più artigiani

Il 20 agosto 1434 Filippo Brunelleschi, genio di pessimo carattere e ribelle alle leggi con cui la città di Firenze regolava la vita dei propri cittadini, fu gettato in prigione. Si era rifiutato di pagare i tributi all'Arte dei maestri di pietra e legname, la corporazione cui appartenevano tutti i lavoratori edili (architetti e scultori stavano insieme a tagliapietre e muratori) e alla quale bisognava essere iscritti per poter esercitare la professione. La prigionia durò poco perché l'Opera del Duomo, capito che, per quanto dispettoso e ostile, Brunelleschi era l'unico capace di portare a termine il progetto della cupola più grande mai costruita, lo fece liberare. Ma lo strappo era ormai avvenuto. Con quella clamorosa ribellione era cominciata, proprio lì a Firenze, l'inizio della lunga marcia d'emancipazione dell'artista da artigiano a creatore, uno dei segni che più hanno connotato il passaggio dal Medio Evo al Rinascimento.

Dai tempi della Grecia del IV secolo a. C. era la prima volta che l'attitudine verso gli artisti tornava a cambiare. In greco arte, che si dice téchne, era l'esecuzione ben condotta secondo le norme e i canoni del mestiere, una pratica artigianale in cui ci si applicava ripetendo certe regole. Tuttavia, quando alcuni artisti, come Teodoro di Samo o Policleto, cominciarono a scrivere trattati sulle proporzioni del corpo, l'aritmetica o la geometria, si cominciò a nobilitare l'arte come una professione intellettuale e non più solo uno sporco lavoro manuale, come quello che spettava agli schiavi. Zeusi, diventato ormai ricco e famoso, regalava le sue pitture per dimostrare che non era costretto a guadagnarsi la vita col lavoro delle mani. E da parte sua Parrasio, che si firmava «Uno che visse nel lusso», indossava una veste di porpora, sandali con lacci d'oro e cantava durante il lavoro come a dire che la pratica dell'arte non era faticosa.

Tuttavia il pregiudizio verso l'attività fisica degli artisti era duro a morire e anche in Grecia le arti visive rimasero sempre escluse dalle arti liberali. Lo stesso avvenne nella Roma antica e per tutto il Medio Evo la maggioranza degli artisti si accontentò di far parte della propria corporazione, o della fabbrica di una cattedrale, come un membro anonimo operante a maggior gloria di Dio. Certo c'erano state le eccezioni come Rainaldo, che si autoelogia nella cattedrale pisana, o Lanfranco in quella di Modena. Ma persino Boccaccio, pur stimando Giotto, se ne burla descrivendolo come uno straccione e nel Decameron i pittori sono soprattutto furbi autori di scherzi, gente crassa.



Il moto di orgoglio e insubordinazione del Brunelleschi affermava dunque la consapevolezza dell'originalità del proprio intelletto creativo, un'attitudine completamente diversa dall'appagamento della perfezione tecnica del proprio lavoro. L'artista passava così dal rango di lavoratore manuale a quello di intellettuale e si impegnava nella scrittura di trattati e persino, come fecero Cennino Cennini e l'Alberti, a dare regole di vita elegante e morigerata nel mangiare, nel bere e nel vestire. Gli artisti toscani, insomma, si stavano trasformando in gentiluomini.

Certo Brunelleschi, come Leonardo, partiva da un livello sociale diverso perché entrambi erano figli di notai, mentre la gran parte proveniva ancora dai ceti popolari. I Ghiberti si tramandavano il lavoro di orafi nella bottega di famiglia; Paolo Uccello era figlio di un barbiere; Pollaiuolo di un pollivendolo; Andrea del Castagno di un contadino; Donatello di un cardatore di lana; Filippo Lippi di un macellaio. Ma Brunelleschi indicava la strada della consapevolezza di sé a tutti gli ex ragazzini che avevano trascorso molti anni uguali — si cominciava a dodici — nelle botteghe a macinare colori, dorare le cornici, copiare i disegni, preparare il fondo delle tavole, inchiodare cassoni nuziali. Il lavoro nelle botteghe era organizzato in modo rigidamente gerarchico nei ruoli e nelle modalità di apprendimento. La ribellione alle corporazioni era l'insofferenza verso questo vecchio mondo. Leonardo diventerà il primo a trasformare il suo studio da bottega ad atelier dove gli allievi erano compagni, come farà poi Raffaello.

La strada era tracciata, ma ancora molto lunga. Un secolo dopo il gesto di Brunelleschi, Vasari, un altro fiorentino, continuò nell'impresa di nobilitare gli artisti scrivendone le vite come si faceva per le biografie dei condottieri. Ma ancora all'inizio del Seicento Annibale Carracci cadeva in depressione, fino a morirne, perché lo spezzante cardinal Farnese gli pagò una miseria, quasi come a un imbianchino, il capolavoro affrescato nella volta del suo palazzo.

(Da: Il Corriere della sera del 28 aprile 2013)





domenica 28 aprile 2013

Contro venti e maree: Victor Serge




Giorgio Amico

Contro venti e maree. Victor Serge

Agli inizi del 1936, Victor Serge, espulso dall'URSS, trova rifugio in Belgio. Un giornale sindacale, La Wallonie, che esce a Liegi, gli permette di scrivere, mentre in Francia, la stampa di sinistra, espressione del Fronte Popolare, dominata dagli stalinisti, non solo rifiuta la sua collaborazione, ma lo dipinge come un calunniatore prezzolato dell'URSS e un provocatore trotskista. Qualcuno, riprendendo la sua antica condanna a cinque anni di carcere nel processo alla Banda Bonnot, lo definisce sprezzantemente “bandito anarchico”.

In una nota che esce ogni settimana Victor Serge racconta i grandi temi dell'attualità poltica internazionale di quattro anni di fuoco (1936-40): l'avanzata del fascismo, la degenerazione criminale dello stato sovietico, la rivoluzione spagnola. Una cronaca politica attenta ai particolari e mai ideologica, anche se Serge si considera orgogliosamente uomo di parte schierato senza pentimenti o remore dalla parte degli oppressi, che si condensa in 203 articoli, 93 dei quali raccolti in un volume intitolato Ritorno all'Ovest, pubblicato dalle edizioni Agone di Marsiglia.

“Scrittore militante”, come lui stesso si definisce nel suo primo articolo, Retour à l'Occident, del 12 giugno 1936, Victor Serge continua una battaglia iniziata molti anni prima proprio in Belgio e proseguita poi in Francia, Spagna, Russia, Austria, Germania e poi ancora in Russia, prima da anarchico individualista, poi da militante bolscevico e infine da comunista critico e libertario.
























Una battaglia combattuta con la penna e la parola, totalmente inserita nelle battaglie politiche e sociali del suo tempo, da grande giornalista militante capace di disegnare in poche frasi ritratti indimenticabili di uomini e di fatti. Una voce libera, nemica giurata di ogni forma di totalitarismo, che la repressione staliniana prima durante il suo soggiorno in URSS e la calunnia poi al tempo del ritorno in Occidente non riusciranno a zittire.

Grande autore ritratti, dicevamo. Ritratti di personaggi ancora oggi celebri o dimenticati, vittime della controrivoluzione staliniana e fascista: il sindacalista spagnolo Angel Pestana, l'anarchico italiano Francesco Ghezzi deportato da Stalin, l'antifascista Carlo Rosselli rifugiato in Francia e assassinato dall'estrema destra, lo scrittore russo Boris Pilniak, Edouard Berth, amico di Georges Sorel, Antonio Gramsci o ancora Léon Sedov, figlio di Trotsky, morto in condizioni mai chiarite a Parigi probabilmente per mano di agenti della GPU.

Ritratti che si mescolano alla denuncia sprezzante dei carnefici e all'amara constatazione del cedimento e del tradimento di chi, come Gorki, pure aveva saputo un tempo stare dalla parte giusta.

Pagine che raccontano l'eroismo e la dignità dei comunisti antistaliniani incarcerati nel gulag siberiano e in via di liquidazione fisica, o degli operai e contadini anarchici spagnoli che a mani quasi nude combattono contro le truppe di Franco sostenute e armate nell'indifferenza dell'Occidente democratico, dall'Italia di Mussolini e dalla Germania di Hitler.

Una voce libera che grida in un campo di rovine e che non si tacerà neppure con lo scoppio della guerra e l'invasione del Belgio da parte delle armate tedesche. Di nuovo esule, Victor Serge passerà in Francia, a Marsiglia e poi in Messico, minato nel fisico (è gravemente malato di cuore), ma non nel morale perchè «nessun pericolo, nessuna amarezza giustificano la disperazione – perché la vita continua ed essa avrà l'ultima parola.»

Victor Serge
Retour à l'Ouest
Agone, 2010
23 euro

Christopher Isherwood, Addio a Berlino




La Berlino alla vigilia di Hitler ritratta in un grande romanzo che per tanti versi rimanda ad un presente incerto.

Giorgio Montefoschi

Nel music hall della Storia


Com'è Berlino nell'autunno del 1930, quando, in cerca di ispirazione e spunti per i romanzi che vorrebbe scrivere, vi approda dall'Inghilterra il giovane protagonista di Addio a Berlino, vale a dire il narratore stesso: Christopher Isherwood, alla vigilia della presa del potere da parte di Hitler e del nazismo? Cuore pulsante della Repubblica di Weimar stremata dalla crisi economica e morente, la città circondata dalla pianura prussiana con i suoi laghi e le sue foreste, conserva i segni imperiali nel grande viale fiancheggiato dagli austeri edifici storici in pietra grigia che conduce alla Porta di Brandeburgo, e quelli di una ricchezza ormai sempre più elitaria nei vecchi palazzi che hanno portoni tanto pesanti da dover essere spinti con due mani, o nelle ville dei quartieri residenziali, o in quelle sfarzose e spesso non eleganti sulle rive del Wannsee (nei cui campi da tennis Vladimir Nabokov dava lezioni in pantaloni leggeri di flanella). Ma ha anche quartieri miseri e sordidi, nei quali vive la borghesia che sta andando in rovina, il proletariato affamato che vuole riscossa e vendetta dalle umiliazioni, e guarda al comunismo, o si fa incantare dalle folli idee dell'uomo che da lì a quindici anni trascinerà la Germania nel baratro.

Il giovane aspirante scrittore vive, dando lezioni di inglese, in uno di questi quartieri squallidi. Egli ha una mente «visiva»: è come «una macchina fotografica con l'obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa». Alloggia in una stanza in affitto presso la signora Schroeder insieme a una ex cantante di music hall, una donna di facili costumi che riceve i suoi clienti in camera e lo smunto Bobby, un ragazzo che fa il barman al Troika, un locale frequentato da prostitute, papponi, stranieri in cerca di avventura, gigolò.

La vita nell'appartamento-pensione dotato di un solo bagno, fra litigi, spiate e addirittura dei furti, è soffocante. Finché un giorno, a rischiararla, piombata da chissà dove, arriva Sally Bowles. In realtà, viene dall'Inghilterra ed è figlia di una famiglia aristocratica — almeno così lei dice. È a Berlino perché vorrebbe fare l'attrice. Nell'attesa — finora ha fatto solo la comparsa in un film — canta in un locale, il Lady Windermere e quasi ogni notte, in cambio di una cena, di un regalo o di denaro, va a letto con uomo diverso — innamorandosi anche, talvolta. Parente prossima di un'altra attricetta sventata, la Holly Golightly di Colazione da Tiffany (ma lì siamo a New York, nel 1958), Sally ha un viso lungo e magro, quasi sempre coperto di cipria bianca, incorniciato da capelli scuri, grandi occhi marroni, le dita sporche di nicotina. Una sera, Christopher e Fritz Wendel — l'amico che gliel'ha presentata ed è pazzo di lei — vanno ad ascoltarla. Sally ha una voce sorprendentemente profonda e roca; canta male, «senza espressione, le mani penzoloni lungo i fianchi», eppure, proprio per questa sua aria noncurante, il sorriso provocatorio di chi se ne infischia di quello che pensa la gente, lo spettacolo ha un grande successo. Sally e Christopher diventano molto amici, ma non di più: lei va a letto con gli uomini, tutti (meglio se ricchi, se le promettono Hollywood); lui, tra non molto, andrà a trascorrere una estate sul Baltico insieme a due ragazzi.

Intanto, a volte litigano e poi si rappacificano; bevono tè e caffè dopo le sbronze e divorano sontuose colazioni consistenti in un uovo all'ostrica; decidono addirittura di vivere nella stessa casa; sognano il successo: che per Sally consiste nella ricchezza, nella fama, in ricchi contratti cinematografici; per Christopher, in un romanzo che venderà un numero spropositato di copie. «Mi sa» — lei gli dice un pomeriggio, fumando raggomitolata sul divano — «che deve essere favoloso, fare il romanziere. Un sognatore, un idealista privo di senso pratico. La gente crede di poterti fregare quando vuole, senonché poi ti metti a scrivere un libro su di loro, dimostrando che razza di porci sono, e hai un successo pazzesco e fai soldi a palate…». Cauto, il futuro scrittore le risponde: «Ho idea che il mio problema sia di non essere abbastanza sognatore…». Sally è come se non avesse sentito. Esclama: «Ah, se solo potessi diventare l'amante di un uomo ricco sfondato! Farei qualsiasi cosa, ora come ora, per diventare ricca».

C. Isherwood  (1904-1986)


















Fuori, però, la situazione è diversa: le banche chiudono e, nonostante le rassicurazioni del Reich sui depositi, la gente è sgomenta e ha paura; sui giornali appaiono titoli allarmistici; nelle strade si aggirano le torve squadracce delle SA; di fronte ai negozi degli ebrei i giovani nazisti avvertono chi entra: «Questo è un negozio di ebrei»; la collera aumenta; gli ebrei vengono individuati e picchiati per strada senza che nessuno o quasi protesti; nelle ville in riva al lago di ricchi uomini d'affari ebrei (come i Landauer, proprietari degli enormi Magazzini Landauer) si danno ancora feste, a un passo dalla tragedia, con camerieri perfetti, caviale e champagne; nelle cantine comuniste arrivano i feriti negli scontri e non si aspetta altro che la guerra civile, perché allora arriveranno i russi e metteranno tutto a posto; la signora Novak (nuova padrona di casa di Christopher), una povera donna tisica moglie di un facchino ubriaco, madre di Otto, un ragazzaccio ombroso che si fa mantenere dagli uomini, e di Lothar che è diventato nazista, dice, in un momento di esasperazione: «Forse Lothar ha ragione. Quando Hitler sarà al potere, ci penserà lui a dare una lezione a questi ebreacci»; in un caffè si svolge il seguente dialogo fra un ragazzo nazista e una ragazza: «Sì, lo so che vinceremo» dice il ragazzo ubriaco «ma non mi basta: deve scorrere il sangue» — lei gli carezza un braccio per rassicurarlo e gli dice: «Ma certo, caro, il sangue scorrerà eccome. Il capo l'ha promesso, è nel nostro programma»; nei locali si continua a ballare; gli uomini si travestono; la situazione si fa sempre più grave; il sofisticato omosessuale comproprietario dei Magazzini Landauer, collezionista di antiche statuette orientali, amante della musica dei Meistersinger, muore misteriosamente — come molti altri ebrei cominciano a morire misteriosamente — per «arresto cardiaco»…

Addio a Berlino, pubblicato nel 1939, prima che accadesse il finimondo, è uno dei romanzi più inquietanti del Novecento. Racconta la terribile incoscienza della Storia. In che modo gli esseri umani vanno incontro alle catastrofi della Storia. Ne fecero un music hall. E, dal music hall, Bob Fosse trasse un film di grande successo, Cabaret, interpretato da Liza Minelli: un film brioso, se è possibile dirlo, divertente. Nel 1987, in un grosso teatro dalle parti dell'hotel Kempinsky davano il music hall nella versione tedesca. Non aveva nessun brio — lo ricordo benissimo —, era pesante e se vogliamo volgare. Sembrava un vestito vecchio, fuori moda, indossato male. Ma, quell'autunno, Berlino volava. C'erano due grandi mostre. Una, intitolata Berlin, Berlin che celebrava i 750 anni della fondazione della città, e un'altra intitolata Il viaggio per Berlino, che raccontava come nei secoli si arrivava a Berlino. Due mostre belle, importanti. Preparavano la caduta del Muro. E la collocazione di Berlino al centro dell'Europa. E il pensiero era là.

(Da: Il Corriere della sera del 28 aprile 2013)

Christopher Isherwood
Addio a Berlino
Adelphi, 2013
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Moni Ovadia, Sinistra crepuscolare e il pugile suonato

 
Dopo il naufragio assistiamo a sinistra a un proliferare di proposte di nuovi soggetti politici, rifondazioni e costituenti unitarie varie. Il chiacchiericcio è assordante e anche un pò irritante per la pochezza degli argomenti e la mancanza di contenuti. Ma la politica non è il campionato di calcio e la sinistra il Bar Sport. Senza una elaborazione teorica che permetta di comprendere il presente non c'è possibilità di ripresa. Non ci sono scorciatoie.
 
Moni Ovadia

Sinistra crepuscolare e il pugile suonato

Il periodo che stiamo vivendo in Italia è, dal mio punto di osservazione, il peggiore che io ricordi da che ho l'età della ragione. Non il più drammatico, il nostro Paese ha conosciuto gli anni delle stragi di Stato, le guerre scatenate dalle mafie, la stagione del terrorismo, ma il peggiore si! Peggiore per la regressione antropologica, per la perdita di un orizzonte morale condiviso, per il disfacimento del senso stesso del fare politica.

Siamo sopraffatti dalla sensazione che il vero governo delle cose, sia nelle mani di speculatori, evasori, mafiosi, finanzieri senza scrupoli mentre la politica strictu sensu, sia prevalentemente il gioco di autoconservazione di una casta impotente e proterva. Lo sconcio spettacolo visto in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica, ha avuto un esito prevedibilmente desolante. Il Paese, verosimilmente, sta per essere riconsegnato nelle mani del suo vero dominus, Silvio Berlusconi, primo e principale responsabile dello sfascio in cui ci troviamo. La forza che prometteva di rompere il suo ventennale monopolio e avviare risanamento e sviluppo, il Pd, è uscito dalla contesa elettorale come un pugile suonato, unico responsabile della sua disfatta e ha cominciato a prendersi a cazzotti da solo. Il vecchio presidente della Repubblica richiamato disperatamente in servizio, ha pronunciato un vibrante e nobile discorso per richiamare la politica alle sue gravi responsabilità. Peccato però che a discorso ultimato, la soluzione proposta è quella di affidare il Paese a quei politici che lo hanno portato al punto in cui si trova.

Napolitano per «blindare» quella che ritiene essere l’unica soluzione possibile, ha chiesto a stampa e opposizione di non intralciare il cammino del governo di «larghe intese» prossimo venturo, il vecchio che avanza. La stampa, in una democrazia dovrebbe rispondere alla pubblica opinione e dovrebbe essere la coscienza costantemente critica di qualsiasi governo, anche del migliore. Quanto all’opposizione, opporsi è il suo mestiere e dovere costituzionale. Il Movimento Cinque Stelle nella fattispecie, se ottemperasse alla sollecitazione del Presidente, siglerebbe il proprio immediato declino. Quanto a Sel, mazziato e cornuto, sarebbe ridotto a una malinconica insignificanza più di quanto non sia oggi.

La sinistra italiana ha subito una vera disfatta. Quella europea non sta tanto meglio come spiega in una recente intervista a Le Monde Daniel Cohn-Bendith. La sinistra è vittima dei propri errori, fra i quali l’incapacità di innovarsi nella sostanza e nel linguaggio, la perdita degli orizzonti etici e ideali, l’abbandono dell’elaborazione teorica che crea originalità di pensiero per mettersi alla testa delle trasformazioni invece che inseguirle con la lingua a penzoloni. Se vuole rinascere, furbizie e scorciatoie non sono contemplate.



(Da: L'Unità del 27 aprile 2013)

sabato 27 aprile 2013

San Giorgio


A. Giustiniani, S. Giorgio sullo sfondo della costa ligure (1537)























Un santo (e una leggenda) particolarmente caro ai liguri del medioevo.

Guido Araldo

San Giorgio

La festa di San Giorgio ricorre al 23 aprile, ed è inequivocabilmente un “santo della vecchia guardia” ovvero tra i più antichi venerati dalla Chiesa, da tutte le chiese e persino dagli islamici. Malgrado tanta fama, non ci sono notizie certe sulla vita ed è dubbio che sia esistito veramente. Le più antiche citazioni sul suo conto pervengono da un’opera apocrifa nota come Passio Georgii: la passione di Giorgio, palesemente fantasiosa. Ma perché tanta fama? Prima di rispondere alla domanda, vale la pena ripercorrere la leggenda della sua vita.

Veniva dalla Cappadocia, come san Sebastiano, e la tradizione vuole che fosse seguace di Cristo fin dalla nascita. In seguito reclutato come cavaliere nell’esercito dell’imperatore Diocleziano, raggiunse il grado importante di guardia pretoriana, subisci il martirio. A questo punto la storia si complica: la leggenda vuole che san Giorgio abbia patito sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre resurrezioni. Fu lacerato per due volte con la ruota chiodata, mori e risorse, per convertire addirittura il comandante dei suoi aguzzini: il magister militum Anatolio. Tra una morte e l’altra san Giorgio riuscì persino ad entrare in un tempio pagano per abbattere gli idoli di pietra, gli antichi Dei, con un semplice soffio. La leggenda della Passio Georgii riferisce che San Giorgio riuscì persino a convertire l'imperatrice Alessandra, inducendola addirittura a subire il martirio: un'autentica progressione di effetti speciali dell’epoca. La fine, come da consolidata tradizione, avvenne per decapitazione: lo staccamento della testa dal corpo, poiché altrimenti non poteva morire, come gli zombi dei peggiori incubi. Ma la leggenda imperitura di san Giorgio è la sua lotta con il drago!

“Nella città libica di Salem c’era un grande stagno dove viveva un ferocissimo drago che inceneriva con l’alito gli infelici che lo incrociavano. Tale era il terrore degli abitanti di quella città, che ogni giorno gli offrivano in pasto due pecore. Ma, a forza di sacrificarle, le pecore cominciarono a scarseggiare e, un giorno, gli fu offerta una pecora e una giovane, ovviamente vergine che, guarda caso, era una principessa, figlia del re di Silene. Il re, per salvarla, offrì metà del suo regno a chiunque fosse riuscito a salvarla: ed ecco arrivare il cavaliere san Giorgio che affrontò coraggiosamente il drago mentre emergeva dalle acque, sprizzando fuoco e fumo dalle narici: dopo furioso combattimento riuscì a ferirlo e lo rese prigioniero della principessa con una specie di collare, trasformandolo in una specie di cagnolino. In tal modo il drago ammansito fu condotto in città, mentre Giorgio urlava fanatico «Dio mi ha mandato presso di voi per liberarvi dal drago e, se abbraccerete la fede in Cristo, io ucciderò il mostro».. E così accadde: non soltanto la città ma tutta la regione si convertì alla nuova fede e san Giorgio, implacabile, mantenne la parola e uccise spietato il drago ridottosi a scodinzolante cagnolino!”

Perché tanta inutile crudeltà se il drago era stato sconfitto e addirittura addomesticato? La risposta è semplice, già abbozzata su queste pagine: il drago, ovvero il paganesimo, doveva morire! Ma il paganesimo, per quanto sconfitto non morì, non fu debellato alla radice, e lo stesso culto di san Giorgio ne è una testimonianza.

Per la verità, pare che questa leggenda sia alquanto tarda, risalente al tempo delle Crociate quando il drago era identificato nell’Islam. Più esattamente, sembra che traesse origine da una statua di Costantino, a Costantinopoli, dove l’imperatore schiacciava con il piede un drago, simbolo inequivocabile del paganesimo da lui sconfitto. Peraltro a quei tempi a san Giorgio era abbinato san Demetrio, presente soprattutto in icone bizantine: san Giorgio su un cavallo bianco e san Demetrio su un cavallo nero; l’uno intento a trafiggere il drago, l’altro un saraceno! Il matamoros, identificato a Occidente in san Giacomo.

Fu allora che importati paesi europei cominciarono a privilegiare san Giorgio come loro santo patrono, tra questi l’Inghilterra e la repubblica di Genova, e al tempo stesso molti ordini cavallereschi lo elessero a loro tutore come l’Ordine Teutonico, il prestigioso ordine della Giarrettiera e l’ordine di Calatrava che in Castiglia aggregò presso di sé i Templari durante la persecuzione che li annientò.

Nel 1969, dopo il Concilio Vaticano, san Giorgio parve davvero troppo fantasioso per figurare ancora tra i martiri cristiani e fu semplicemente accantonato; ma come poteva un simile campione della cristianità essere messo in disparte? E così, nel 1996 papa Giovanni Paolo II lo reintegrò a pieno titolo tra i santi da venerare, elevandolo a “protettore delle guardie giurate”. Come non ricordare in ultimo che la sua croce rossa in campo bianco, del tutto identica a quella dell’Agnus Dei, è simbolo da secoli delle città di Genova, Bologna, Milano e persino di Mosca; ma soprattutto dell’Inghilterra, del Portogallo e della Lituania erede dei Teutonici?

Nella Valle Padana Inferiore da almeno un millennio la gente identifica le devastanti alluvioni del Po nel drago che soltanto san Giorgio può debellare. A Siena, che da sempre ravvisa Firenze in un drago malefico, dopo la felice battaglia di Montaperti si celebrarono per generazioni i Giochi di san Giorgio, finché il tallone mediceo non soffocò la libertà cittadine anche in quella città, l’ultima paladina delle libere città toscane.

A questo punto resta ancora senza risposta la domanda originaria: perché tanta fama? Ma la risposta è semplice: se da un lato san Giorgio trionfante sul drago allude al cristianesimo vincente sul paganesimo, dall’altro il cavaliere in arme e vittorioso è sintesi di eroi indimenticabili come Teseo e Perseo, profondamente radicati nell’archetipo greco romano.

In particolar modo san Giorgio e la riedizione cristiana di Perseo che uccise un altro drago: la mitica Gorgone Medusa, e salvò da un mostruoso mostro marino un’altra principessa, Andromeda. Un eroe emblematico e centrale nei miti micenei, i veri forgiatori dell’antichità classica: Perseo fu re di Tirinto, rinunciò al trono di Argo e fondò Micene…Nulla di nuovo sotto il sole; anzi, sotto le stelle!

E nel cielo notturno, grazie a Dio, non c’è la costellazione di san Giorgio, ma c’è quella del drago e ci sono soprattutto le costellazioni di Perseo, Cefeo, Cassiopea, tutte legate a quel mito, e addirittura la galassia gemella della Via Lattea prende il nome dalla principessa Andromeda, salvata all’ultimo minuto, come in un film di Hollywood, dalle fauci di un drago marino!


Gli occhi dell'Uomo vitruviano di Leonardo nascondono il coraggio invincibile del futuro




Una doppia figura umana iscritta in un quadrato e in un cerchio, una rappresentazione simbolica del cosmo che sostanzia una visione positiva del mondo. Il problema è se in un universo senza più centro come l'attuale questa visione conservi un senso o non ci parli invece il linguaggio della nostalgia di un sogno rimasto tale.

Melania Mazzucco

Gli occhi dell' Uomo vitruviano di Leonardo nascondono il coraggio invincibile del futuro

Torniamo a Roma, alla corte di papa Leone X - l' amico degli scrittori, il protettore di Raffaello, il mecenate prodigo, il cacciatore miope. Tra i pittori che ospita in Vaticano, dal 1513, c' è anche Leonardo da Vinci. Al servizio di Giuliano de' Medici, alloggia in un appartamento al Belvedere. Lo accompagna la fama di genio universale, ma la sua creatività declina. Inquieto, malaticcio, non più giovane, a disagio in una città estranea, Leonardo non conclude neanche un' opera. Prosegue i suoi studi sul movimento, sull' anatomia, sull' idraulica (progetta di risanare le paludi pontine); disegna alluvioni, addomestica lucertole e fabbrica "palloncini" con le budella di montone. Quando il papa gli commissiona finalmente un quadro, Leonardo risponde che comincerà a distillare oli ed erbe per preparare la vernice. Comprendendo che mai lo realizzerà, Leone X esclama: «ohimè, costui non è per far nulla, da che comincia a pensare alla fine innanzi il principio dell' opera!».

La molteplicità degli interessi di Leonardo, che è la prova del suo genio, è anche il suo limite. Sa troppe cose e cerca di sapere quelle che ignora. Tutto lo interessa, lo assorbe, lo appassiona: il cuore di un bue e il cadavere di un centenario, il feto nell' utero e il sorriso ineffabile di Giovanni Battista, le macchine, le maree, i colori. È dispersivo, disordinato, inconcludente; sembra mancare di una dote necessaria: la sintesi. Da vecchio, lui che ha studiato e sperimentato ogni cosa, giungerà a concludere di aver sprecato il suo tempo (!). Ma è vero che realizza solo un' infima parte di ciò che potrebbe. Gli appunti che dissemina sui fogli non diventano libri. Scoperte e intuizioni annotate in caratteri sinistrorsi restano private. Eppure, nella sua affascinante produzione grafica, c' è un disegno che è l' esempio più perfetto della sintesi. Di arte e scienza. Di pensiero e immagine. Di spirito e materia, linea e parola. È chiamato "l' Uomo vitruviano", perché sul foglio Leonardo ricorda Vitruvio e si propone di rappresentare visivamente il canone delle proporzioni ideali del corpo umano che lo stesso Vitruvio, vissuto nel II secolo d. C., aveva elaborato nel libro III del suo De Architectura.

Che il corpo umano, inscrivibile nel cerchio e nel quadrato, sia figura geometrica per eccellenzaè per Vitruvio una verità funzionale: il complesso calcolo di proporzioni e misure delle parti del corpo gli serve come paradigma per la creazione di un' architettura armonica. Quel libro, Leonardo forse non l' aveva neppure letto. "Omo sanza lettere", non conosceva il latino: cominciò a studiarlo solo a quarant' anni. Del trattato parlavano tutti, comunque, da quando era stato citato da Leon Battista Alberti, pubblicato da Sulpicio di Veroli e studiato dal frate matematico Luca Pacioli. E l' architetto Francesco di Giorgio Martini ci si era appena confrontato quando nel 1490a Pavia Leonardo ebbe a che fare con lui e quando forse realizzò questo disegno. Non sappiamo se quel passo lo interessò come architetto, come pittore, o solo come essere umano.

L' immagine la conoscete tutti. È un' icona della civiltà occidentale. È riprodotta sul recto delle monete italiane da un euro. Sulle divise degli astronauti della NASA, che la portano nel cosmo durante i loro viaggi. Su cartoline, magliette, francobolli. Il foglio originale è custodito dal 1822 alle Gallerie dell' Accademia di Venezia- protetto dalla luce e dagli sbalzi atmosferici. La carta è fragile: viene esposto periodicamente. L' immagine, a penna e inchiostro - assediata dalla microscopica scrittura leonardesca - raffigura un uomo nudo, inscritto contemporaneamente (è la geniale trovata di Leonardo) nel cerchio e nel quadrato. Le figure geometriche che Platone riteneva le più perfette, e che nel Rinascimento simbolizzavano lo spirito e la materia. Però dire "un uomo" è in un certo senso un' imprecisione. Infatti, pur avendo una sola testa e un solo membro, l' uomo ha quattro gambe, e quattro braccia. È come se lo vedessimo in movimento, o su due fotogrammi sovrapposti: a gambe divaricate con le braccia aperte sopra le spalle; a gambe chiuse (la sinistra ruotata) con le braccia a croce perpendicolari al busto. L' ombelico rappresenta il centro dell' uomo inscritto nel cerchio (l' origine della sua parte spirituale); i genitali il centro dell' uomo inscritto nel quadrato (l' origine della parte fisica). Il microcosmo del corpo umano è riflesso del cosmo, è la misura di tutte le cose.

Vi risparmio i calcoli e le proporzioni di Vitruvio. Che Leonardo riporta, con qualche variante, nella parte destra del foglio. Con una minuziosità delirante e quasi poetica, indica quale deve essere la giusta distanza fra capelli e mento, mammelle e testa, gomito e spalle, piede e ginocchio, e via dicendo. Non so se davvero queste misure potessero servire a costruire templi, o se qualche essere umano corrisponda a un simile ideale matematico di perfezione. Mi ricordo che una volta da ragazzina, col decametro, mi misurai l' ampiezza delle braccia distese, dalla punta dell' indice destro a quello sinistro. Poiché corrispondeva alla mia altezza - come prescrive Leonardo - mi illusi che sarei diventata un esemplare perfetto, speranza che purtroppo presto si rivelò illusoria.

Comunque l' elemento più affascinante dell' Uomo vitruviano per me non è la teoria filosofica, cosmologica e umanistica che sottintende, né il corpo dell' uomo, per quanto statuario: è il viso. Non astratto, anzi, individualizzato come un ritratto. Duro e virile benché adorno di capelli medusei, quasi femminei. Non giovane, già segnato da rughe d' espressione. E soprattutto gli occhi: fissi davanti a sé eppure non rivolti allo spettatore, ma al di sopra di lui - verso l' orizzonte, lo spazio, la posterità. Occhi penetranti, intelligenti, indagatori. Non sono gli occhi sognanti dei personaggi di Leonardo, né di Leonardo stesso - almeno, non quelli che si è dato negli autoritratti o che aveva ricevuto dalla natura: soffriva di disturbi alla vista, e li proteggeva con vezzosi occhiali dalle lenti azzurre. Ma sono i suoi occhi interiori: quelli con cui guardava il mondo. L' Uomo vitruviano, nudo e disarmato, trasmette qualcosa di invincibile: il coraggio del futuro.

(Da: La Repubblica del 7 aprile 2013)

venerdì 26 aprile 2013

Rosso sbiadito. PD, un partito che si rottama da solo



Lo proponiamo senza commenti. Non crediamo ce ne sia bisogno.

Salvatore Cannavò

Rosso sbiadito
Pd, la storia sinistra di un partito che si rottama da solo


In principio li divideva solo un trattino. Prima che una gestione devastante si mangiasse uno a uno i segretari di un partito sputandone i resti sul piatto. Quel trattino era la naturale congiunzione tra il centro e la sinistra usciti indenni e malconci dagli anni 80. Renderlo stabile o farlo sparire?.

Era stato Achille Occhetto, con la svolta della Bolognina e la fondazione del Pds, a mettere gli ex comunisti a disposizione di una fase nuova. Costruì la “gioiosa macchina da guerra” pensando che la sinistra fosse autosufficiente a sfondare in un panorama desertificato dal crollo di Dc e Psi. Ma i suoi “progressisti” furono sconfitti dalla novità Berlusconi. L’ex segretario aveva mancato l’accordo con il Ppi, il centro, di Mino Martinazzoli e si beccò l'accusa di non aver prestato attenzione al trattino. Massimo D’Alema gliela fece pagare sostituendolo alla segreteria Pds nel ‘94 e Occhetto non si riprenderà più. D’Alema riunisce la “coalizione dei democratici” in cui centro, sinistra e sinistra-sinistra hanno ognuno il proprio spazio. Vincerà, ma vincerà anche l’Ulivo, l’albero della nuova identità democratica. Quel successo spinge le ali degli ulivisti, che il trattino vogliono abbatterlo. Lo scontro si fa duro: da un parte D’Alema e Franco Marini, dal ‘97 segretario dei Popolari, dall’altra, Prodi e Veltroni. Sembra il film dei giorni scorsi anche se è vecchio di 17 anni.

Con Prodi al governo, Massimo D’Alema ingaggia lo scontro con la Cgil di Sergio Cofferati e con il Prc di Bertinotti: “Non volete le larghe intese? Sostenete il governo” dirà al congresso Pds del 1996. Ma le larghe intese hanno il volto della Bicamerale, la “madre di tutti gli inciuci” che riconosce a Silvio Berlusconi un ruolo da statista improbabile (e che, infatti, non avrà). Quell’intesa indebolirà il governo e Prodi cade nel ‘98. Dietro la mano di Bertinotti si intravede il “complotto” di D’Alema e Marini, il quale lo riconoscerà qualche anno dopo. Tocca al “lider maximo”, da Palazzo Chigi, ripristinare un robusto trattino tra un centro che si è allargato a Francesco Cossiga e Clemente Mastella e una sinistra da collocare stabilmente nel socialismo europeo, in quel momento rapito dalle sirene di Tony Blair. Il Pds si trasforma in Ds e la Rosa socialista prende il posto della falce e martello. Ma è una costruzione fredda e con poco slancio. Alle elezioni del 1999 resta ferma al 17,2%. “Competition is competition” dichiara beffardo Prodi quando alle stesse elezioni gli contrappone i Democratici (7%), dimostrando di non dimenticare nulla. Alla segreteria dei Ds, intanto, passa Walter Veltroni che si concentra nell’elezione di Ciampi alla Presidenza della Repubblica per far dispetto a Marini e D’Alema. Il quale, dopo la sconfitta alle Regionali 2000, sarà costretto a dimettersi. “I sondaggi ci danno vincenti” aveva dichiarato il giorno prima del voto trasformandolo in una conta sul proprio futuro. Perderà. E i segretari caduti sul campo diventano due.



Lo scontro si riproduce quando si tratta di scegliere il candidato premier del 2001. La conta è tra Giuliano Amato e Francesco Rutelli: il primo, socialista, ha sostituito D’Alema al governo. Il secondo, ex di tutto, sembra ulivista. Amato farà un passo indietro e Rutelli potrà lanciare la sua sfida, perdente, al Berlusconi più forte di sempre. I Ds, con Veltroni che si rifugia al Comune di Roma, dove vince di slancio, vivono un vuoto di potere. A coordinare la segreteria c’è Pietro Folena, che poi approderà a Rifondazione comunista mentre si prepara la segreteria di Piero Fassino. L’ulivismo di Rutelli si sbriciola subito perché la sua candidatura viene utilizzata per creare la Margherita, fusione tra gli ex popolari, i Democratici e Di Pietro. Il nuovo simbolo supera di slancio il 14% mentre i Ds si fermano al 16,5. Ancora una volta, competition is competition. Prodi, nel frattempo, è stato inviato alla Commissione europea dove resterà fino al 2005. Il centro-sinistra, con trattino o senza, sembra cotto. “Con questi dirigenti non vinceremo mai” urla Nanni Moretti dal palco di Piazza Navona nel febbraio 2002. Ma c’è la stagione dei “movimenti”, quella dei girotondi, dei “no global”, del movimento per la pace. Quei dirigenti prendono fischi nei cortei, ma la piazza costituirà la base per una rimonta.

È di nuovo Romano Prodi, nel 2003, a proporre una lista comune, “Uniti nell'Ulivo”, alle europee del 2004. Al ritmo di Una vita da mediano cantata da Ligabue, Prodi viene osannato da una grande Convention che gli restituisce l’onore. Chiede le primarie e ottiene la partecipazione di 4,3 milioni di persone. Fassino e Rutelli si convincono e creano la “Federazione ulivi-sta”. Ma, ancora una volta, lo fanno a metà. Alle elezioni del 2006, quelle dell’Unione, la lista dell’Ulivo è presentata alla Camera mentre al Senato Ds e Margherita restano divisi. La prima ottiene il 31% mentre le due liste si fermano al 27. Sono i voti che mancheranno per avere la stabilità al Senato.

Il governo, con due voti di scarto, è già azzoppato. Rifondazione lo sosterrà, ma alla fine del 2007 Bertinotti definisce il professore “il più grande poeta morente”. Per dargli forza, Ds e Margherita si decidono al grande passo: fare il Pd. Farlo sul serio, fondere i due partiti, costruire un unico gruppo dirigente. Ma sarà una fusione fredda, realizzata nel vivo di un governo fallimentare. Per scaldarla si ricorre di nuovo alle primarie. Vi partecipano 3,5 milioni di persone - molte meno di quelle per Prodi, ricorderà sempre quest’ultimo - e Veltroni conquista la segreteria. Alleato del professore nel ‘96-‘98, stavolta lo fa fuori.



Già nell'estate del 2007 circola l’ipotesi di un suo governo. In autunno, invece, debutta da neo-segretario accordandosi sulla legge elettorale con un Berlusconi in crisi. “Voi volete fottere me? E io fotto per primo voi” dirà Mastella a Prodi avendo capito che i piccoli partiti verranno sacrificati. Il governo cade il 24 gennaio 2008. Veltroni però non si cura dell’errore. Dopo la vittoria alle primarie è convinto di avere i sondaggi dalla propria parte, confortato dal quotidiano Repubblica: “Domani si può voltar pagina e aprire un ciclo nuovo”, scrive Eugenio Scalfari alla vigilia del voto. Nessuno vede il clima che monta nel Paese, il successo di libri come “La casta”, la nascita del fenomeno Grillo con il “VaffaDay” dell’8 settembre 2007. La nave è lanciata a tutta corsa verso la disfatta. Il Pd ottiene un buon risultato, il 34%. Ma distrugge gli alleati e favorisce una vittoria schiacciante di Berlusconi. Ancora un segretario sconfitto. Veltroni lascerà la segreteria del Pd nel 2009, dopo la delusione in Sardegna e verrà sostituito da Dario Franceschini. “Siamo un amalgama non riuscito” dirà D’Alema sbagliando per difetto.

Quasi venti anni di scontri, infatti, non hanno mai visto un dibattito leale. Ulivisti e partitisti, liberali e socialisti sono etichette di comodo, non documenti congressuali su cui chiamare gli iscritti alla scelta. Franceschini, della cui segreteria si ricordano i calzini turchesi in solidarietà con il giudice Me-siano, sfiderà alle primarie Pier Luigi Bersani che vince grazie a un dispiegamento micidiale dell’apparato. L’ultima fase la guida lui. Con le frasi e le idee inceppate. Rivince anche contro Matteo Renzi e salva il partito dalla “rottamazione” invocata dal sindaco di Firenze. A rottamare il Pd ci penserà da solo. Assieme a tutti i segretari che l’hanno preceduto.

(Da: Il Fatto del 26 aprile 2013)


Che i morti seppelliscano i morti. Soffi ancora il vento di scissione





Cos'è dunque l'unitarismo? Quale malefizio occulto reca questa parola, che determina discordia e scissione maggiore e più vasta, affermando di voler evitare una limitata e ben precisata scissione? Ciò che è, doveva accadere. Se l'unitarismo ha provocato l'attuale sfacelo, la verità è da ricercare nel fatto che lo sfacelo esisteva già: l'unitarismo non ha altra colpa che di avere violentemente strappato una chiusura di cloaca rigurgitante. (…) La vanità italiana faceva sempre affermare che da noi esisteva un Partito socialista tutto particolare, che non poteva e non doveva subire le stesse crisi degli altri partiti socialisti: così è avvenuto che in Italia la crisi sia stata artificialmente ritardata e scoppi proprio nel momento in cui sarebbe stato meglio evitarla e scoppi ancor più violenta e devastatrice proprio per la volontà e la cocciutaggine di coloro che sempre la negarono e che ancor oggi la negano verbalmente (noi siamo unitari, unitari che diamine!).”

Così scriveva Gramsci su l'Ordine Nuovo nel dicembre 1920 a proposito della crisi del Psi. E concludeva: “Gli unitari per mania ciarlatanesca di unità, hanno oggi solo sfasciato un partito:s domani, essi avrebbero determinato la caduta della rivoluzione. Per quanto essi abbiano danneggiato la classe operaia e rafforzato la reazione, il maleficio non è decisivo: gli uomini di buona volontà hanno ancora un campo sterminato da ricoltivare e far rendere fruttuosamente”.

Le stesse parole si potrebbero usare oggi nei confronti di un PD in disgregazione la cui ulteriore esistenza in vita non può che agevolare la riconquista berlusconiana del potere e la definitiva scomparsa della sinistra dalla scena politica italiana. L'elezione farsesca del presidente della Repubblica ha dimostrato con ogni evidenza che la scissione è nelle cose e che quella del Pd come sinistra moderna e riformatrice è (ammesso che sia mai iniziata) una storia finita. Resta un aggregato informe di notabili e di cordate che ricorda la vecchia DC e che con la regia di Napolitano va all'accordo con Berlusconi e dunque al definitivo colpo di spugna sulla corruzione e il malaffare che hanno avvelenato la Repubblica in questi venti anni. In queste condizioni mantenere il feticcio dell'unità ad ogni costo significa spalancare le porte alla peggiore delle scissioni, quella senza progetto e senza futuro dell'abbandono individuale, della disgregazione e del riflusso. Il PD raccoglie ancora una quota importante delle forze organizzate della sinistra a cui va fornita una prospettiva, un progetto e una direzione che non può che essere fuori e oltre questo PD. Lasciamo ai morti il triste compito di seppellire i morti. Di nuovo lo spirito di scissione, così potentemente evocato da Gramsci, può rappresentare l'irruzione della vita reale nel mondo chiuso e asfittico della politica di palazzo, la riapertura di un cammino di speranza.


Gli ultimi giorni di Gobetti




Un convegno a Parigi per ricordare la figura e l'opera di Piero Gobetti, con Gramsci la voce più interessante dell'Italia della prima metà del XX secolo. Documenti e testimonianze inediti ricostruiscono la sua attività negli ultimi mesi di vita.

Massimo Novelli

Gli ultimi giorni di Gobetti


Piero Gobetti morì a Parigi alla Clinique de Paris, al Bois de Boulogne, nella notte fra il 15 e il 16 febbraio del 1926. Una crisi cardiaca sopravvenuta a una bronchite, e alle bastonate inflittegli nel settembre del ’24 dagli squadristi fascisti a Torino, lo uccideva ad appena 25 anni. Morì solo, perché i suoi amici parigini non poterono entrare in ospedale durante quella notte. A sapere per primi del decesso furono Luigi Emery e Federico Nitti, gli italiani che la sera precedente, verso le 23, erano andati alla clinica del Bois de Boulogne per avere notizie. Non avevano potuto vederlo; un custode, però, li aveva rassicurati sulle condizioni di salute. Un’ora dopo, a mezzanotte, non ci fu invece più niente da fare. Emery, i Nitti, come Giuseppe Prezzolini, avevano assistito Gobetti durante il breve soggiorno nella capitale francese, dove l’intellettuale antifascista era andato in esilio partendo da Torino la mattina del 3 febbraio. Toccò a Emery, giornalista e traduttore, il triste compito di avvisare Giacomo Prospero e Olimpia Biacchi, i genitori di Ada, la moglie di Piero. Non ebbe tuttavia il coraggio di annunciare brutalmente la scomparsa dell’autore di La rivoluzione liberale.

Così si spiega il testo del telegramma inviato a Torino, nel pomeriggio del 16 febbraio. Scrisse: «Piero gravissimo. Venite subito. Emery». Ma Piero era già morto.

Il documento, che qui pubblichiamo insieme ad altre carte inedite e poco note, viene presentato il 25 aprile a Parigi nell’ambito di un convegno su Piero e su Ada, promosso dal Centro studi Piero Gobetti di Torino e dalla Maison d’Italie alla Cité internationale universitaire de Paris. Proprio gli ultimi giorni di vita di Piero sono al centro dell’incontro parigino. Grazie al lavoro di Pietro Polito, direttore del Centro Gobetti, e di Pina Impagliazzo, per la prima volta saranno messi assieme e incrociati materiali d’archivio, lettere e testimonianze di allora sui tredici giorni dell’esilio e dell’agonia del giovane studioso di straordinaria e precocissima genialità, che lodava l’opera del conte Camillo Benso di Cavour e non aveva esitato a collaborare con i comunisti dell’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci. Ne verrà fuori un “racconto a due voci”, con cui Polito e Impagliazzo vogliono dare risalto alla “epicità di una storia”, come ricordano, che nella sua asciuttezza tutta piemontese, nell’epilogo tragico, fu quella di Gobetti.

Il telegramma di Emery non è l’unica novità, a livello di documentazione, che caratterizza la giornata di studi del 25 aprile. C’è un altro telegramma inedito: è quello spedito da Giacomo Prospero alla moglie nel pomeriggio del 17 febbraio 1926. Il padre di Ada aveva raggiunto Parigi con Giovanni Battista Gobetti, il papà di Piero, poche ore prima, verosimilmente dopo avere ricevuto il messaggio drammatico di Emery. Nel dolore e nella fretta posticipò la morte di Piero allo stesso 17 febbraio. Scrisse: «Piero spirato stamani. Sono con Battista. Avverti Ada con precauzione. Saluti Giacomo». Ada, a Torino con il figlio Paolo nato il 28 dicembre del ’25, sapeva già che cosa era successo? Lo aveva intuito, perlomeno? È possibile che qualche amico o amica di Parigi l’avesse avvertita? Non è da escludere. In ogni caso il telegramma di suo padre era l’atto ufficiale, per così dire, che sanciva la lacerazione definitiva, per usare le parole di Ada riferite a Piero, della “tua breve esistenza”.

Il convegno sarà anche l’occasione per ripercorrere i mesi che precedettero la partenza di Gobetti per Parigi. Le persecuzioni patite da parte delle autorità fasciste, che nel novembre del ’25 gli inibirono qualsiasi attività pubblicistica ed editoriale, gli fecero cambiare idea rispetto a quanto, a settembre, aveva scritto a Emery. In una lettera del 10 settembre, citata da Ersilia Alessandrone Perona nel volume Piero Gobetti e la Francia (Franco Angeli, 1985), l’editore delle riviste Energie Nove e Il Baretti gli diceva a proposito della sua volontà di fondare una casa editrice in Francia: «Non farò mai della propaganda italiana. Credo che solo da Parigi, solo in francese, solo con la solidarietà dello spirito francese un italiano possa fare con utilità un’opera pratica di intelligenza europea. S’intende senza chauvinisme francese». E, più avanti, aggiungeva: «D’altra parte la nostra azione in Italia diventa sempre più difficile e provvisoria. Hai saputo che il nostro giornale messo su buone basi non si è poi potuto fare». Ciononostante, aggiungeva, «resterò in Italia sino all’ultimo. Sono deciso a non far l’esule. Perciò incomincio a dividermi tra Torino e Parigi». 

Ma le diffide e le ingiunzioni del prefetto e del questore di Torino, fedeli all’ordine di Mussolini del primo giugno del ’24 di «rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo », precipitarono tutto. Come i patrioti del Risorgimento e dei moti liberali piemontesi del 1821, da lui acutamente indagati, Piero, a quel punto, dovette abbandonare l’Italia. In una lettera del dicembre del ’25 a Giustino Fortunato scrisse: «Parto per Parigi, dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è stato interdetto. A Parigi non intendo fare del libellismo e della politica spicciola, come i granduchi spodestati in Russia. Vorrei fare un’opera di cultura nel senso del liberalismo europeo e della rivoluzione moderna». C’è da chiedersi che cosa sarebbero stati la cultura italiana e il liberalismo europeo se Gobetti non fosse morto in quel febbraio del 1926.

(Da: La Repubblica del 23 aprile 2013)