TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 30 aprile 2020

Ceti medi o moltitudine? Riflessioni sul Primo Maggio




Si pensa che la questione dell'impoverimento delle cosiddette classi medie e della precarietà della vita sia un problema dell'oggi, addirittura determinato dalla particolare situazione che stiamo vivendo. Non è così.
Grandissima parte delle "classi medie" è fatta di lavoratori salariati, in quanto tale assimilabili alla classe operaia. Altri, pensiamo alle partite IVA, sono autonomi solo di fatto. Ma,  nonostante l'uso enfatico che viene fatto del termine "imprenditore", anche chi come il piccolo commerciante o il piccolo artigiano vive del suo lavoro non se la passa meglio. Sembra un dato recente, in realtà è parte integrante da sempre del sistema economico-sociale in cui viviamo, il capitalismo. Edmondo De Amicis, che fu, non dimentichiamolo, uno scrittore socialista, lo scriveva a chiare lettere già all'inizio del secolo scorso. Riprendiamo una pagina del suo opuscolo "La quistione sociale", rivolto esplicitamente ai giovani, che sembra scritta per denunciare la precarietà dell'oggi.
Per questo, non va mai dimenticato che il Primo Maggio non è la festa del lavoro,una sorta di Natale laico, ma una giornata di lotta degli sfruttati, la presa di parola degli "invisibili" che ricordano nelle piazze e nelle strade che in questa società la ricchezza dei pochi si regge sullo sfruttamento del lavoro delle moltitudini, ceti medi compresi.

Edmondo De Amicis

La quistione sociale

Non dovrei ribattere nemmeno coloro che vi consigliano di lasciar da un lato la quistione sociale dicendovi che essa riguarda una classe sola, o certe classi, non la vostra; poichè son certo che voi non siete tanto sdegnati dell'egoismo miserabile di quest'argomento quanto mossi a pietà dell'insensatezza di chi considera come una parte trascurabile della società la parte di lei più importante per il suo numero, più necessaria per la sua funzione, più benemerita per le sue fatiche; quella, senza di cui la nazione non ha fondamento, la patria non ha difesa, e il mondo non ha nè vesti, nè tetto, nè utensili, nè pane. Ma l'argomento, pure intrinsecamente, è falso.

La quistione sociale abbraccia ormai tutte le classi, poichè anche le classi medie, sebbene con minore intensità, per ora, e con effetti meno visibilmente dolorosi, risentono già tutti i danni di cui le inferiori si lagnano.

Vi è già una gran parte della borghesia per cui l'esistenza non è meno minacciosamente precaria che per le classi chiamate con maggior proprietà lavoratrici; vi sono in tutti i campi del commercio e dell'industria le mezze fortune oppresse nella lotta disperata con le grandi; vi è un popolo di possidenti che mendica; v'è una concorrenza di cento paria per ogni stipendio che basti appena alla vita; vi sono migliaia di giovani d'ingegno e di studio a cui non è possibile di guadagnare quanto un bracciante prima dei trent'anni; v'è la vecchiezza pensionata che disputa il posto alla gioventù esordiente, la donna che lo contende all'uomo, l'uomo che lo contrasta al ragazzo; v'è una tal ressa di naufraghi intorno a ogni trave galleggiante, che quando uno per negligenza o per forza lascia andare la sua, non gli resta quasi più speranza d'afferrarne un'altra, e annega le più volte nella miseria.