TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 9 maggio 2015

Lou Dalfin - Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana



Il 14 maggio uscirà nelle librerie “Lou Dalfin - Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana”, la biografia romanzata del più famoso (e simpatico) gruppo musicale occitano, scritta da Paolo Ferrari edita da Fusta Editore.

Il libro conterrà “Dalfipedia” un disco antologico di 15 pezzi che raccoglie i pezzi più significativi composti dal 1982 a oggi.



La storia de Lou Dalfin inizia in un pomeriggio del 1976, quando nel cortile di una casa della valle Varaita l’anima rock di Sergio Berardo posa lo sguardo su alcuni strumenti musicali tradizionali. Lì il diciassettenne tifoso del Torino residente a Caraglio intraprende un percorso di iniziazione che quattro anni dopo vedrà nascere Lou Dalfin, un gruppo inizialmente folk ma destinato a diventare ben altro: una band di primo piano della scena  indipendente internazionale, destinata a vincere la Targa Tenco, a conquistare grandi festival e centri sociali di sentimento metropolitano; e al tempo la formazione di maggior fama della musica e della cultura occitane in Europa.

È la magia della musica ribelle, dei suoni che non si arrendono alla logica di genere, alla dicotomia tra tradizione e innovazione. È il segreto del ballo / canzone, un genere nuovo, in cui chiunque può scegliere se seguire semplicemente il ritmo della giga, del rigodon, della farandola, della scottish e delle altre danze tradizionali, da ballare in modo liturgico o alla meglio, oppure farsi sedurre dalle storie scure e di festa, dalla poetica ormai universalmente riconosciuta di Berardo. Tutto al suono di chitarre elettriche e cornamuse, ghironda, flauti, violino e batteria. Con due capitani di lungo corso, Dino Tron e Riccardo Serra, alla guida di formazioni di volta in volta adatte al sound del gruppo.

Con oltre 1.300 concerti e 11 album, Lou Dalfin hanno conquistato i festival e le piazze rock e folk di tutta Europa e i principali club italiani. Sulle rotte del contrabbando di musica occitana si respira l’atmosfera degli spartani studi di registrazione, delle risse epiche ai concerti, della gioventù delle valli che balla la giga e si rotola in terra ascoltando i Ramones.

La prefazione del celebre scrittore, giornalista e ricercatore Alessandro Perissinotto introduce una biografia romanzata, in cui la musica diventa il veicolo di un messaggio di resistenza. Tra messaggi di pace e risse sanguigne, polemiche e approfondimenti culturali. Una storia che appassionerà non solo la galassia occitana, una nazione di 13 milioni di persone che non si è mai fatta Stato e ha per inno una canzone d’amore, ma tutti coloro che seguono con interesse il circuito alternativo.





martedì 5 maggio 2015

Simondo, situazionista controcorrente



In occasione del trentennale del Liceo Artistico Statale di Imperia, la Biblioteca Civica “Leonardo Lagorio” ospita la mostra “Simondo, situazionista controcorrente”, a cura di Daniela Lauria e Alfonso Sista.

La rassegna ricostruisce il percorso dell’artista (che a Imperia ha compiuto i suoi studi secondari), attraverso una trentina di lavori, dagli esordi, nei primi anni ’50, al presente.

Protagonista, con Asger Jorn e Pinot Gallizio, della vicenda del Laboratorio sperimentale del Bauhaus Immaginista e tra i fondatori dell’Internazionale situazionista, Simondo ha svolto nel corso degli anni un’attività sperimentale controcorrente, sia attraverso l’elaborazione di tecniche pittoriche che inducessero la materia alla produzione di un’“immagine imprevista”, come recita il titolo della raccolta di scritti pubblicata nel 2011 dall’editrice Il Canneto, sia operando per un esercizio dell’arte aperto, con la fondazione del gruppo cooperativo C.I.R.A. e la didattica sviluppata nei Laboratori d’arte della Facoltà di Magistero di Torino.

L’inaugurazione della mostra verrà preceduta, in sala convegni, da un intervento sulla vicenda artistica di Piero Simondo ad opera di Sandro Ricaldone, autore del testo riportato nel quaderno che accompagna la mostra, realizzato e prodotto da Studio Rolla Srl – Torino. In concomitanza con la mostra, mercoledì 13 maggio gli allievi del Liceo Artistico terranno una performance pittorica (dalle ore 10.00 alle 17.00) nel porticato esterno della Biblioteca Lagorio. Le “reinterpretazioni” delle opere di Simondo realizzate dagli studenti troveranno collocazione nei medesimi spazi dell’esposizione, per essere mostrate al pubblico. Si ringrazia per la collaborazione e il supporto organizzativo ArtGallery La Luna di Franco Carena e Alessandro Capato e l’Archivio Simondo di Torino.



Piero Simondo nasce a Cosio d’Arroscia (Imperia) nel 1928. Compie gli studi secondari a Imperia e tra il 1945 e il 1946 si diploma sia all’istituto magistrale che al liceo classico. Il suo obiettivo è di iscriversi contemporaneamente sia alla facoltà di Chimica che all’Accademia Albertina di Torino, dove è allievo di Felice Casorati e Filippo Scroppo. Nel 1948 abbandona tali propositi e si iscrive alla facoltà di Filosofia, presso la quale si laurea con una tesi in filosofia della matematica su Henri Poincaré. I primi lavori sono ceramiche astratte che espone nel ‘52 ad Alba, dove si trasferisce, ospitato da Pinot Gallizio, che Simondo introduce alla pittura. Una mostra ad Albisola (estate ‘55) segna l’incontro con Asger Jorn e porta alla creazione, ad Alba, del Laboratorio Sperimentale del MIBI e alla pubblicazione del Bollettino del movimento, “Eristica”. 

Nell’estate 1956 organizza, sempre ad Alba, con Jorn, Gallizio ed Elena Verrone (che sposa l’anno seguente), il primo Congresso mondiale degli artisti liberi sul tema “Le arti libere e le attività industriali”. Nel luglio 1957 nella sua casa di Cosio d’Arroscia ha luogo la fusione del M.I.B.I. e della Internationale lettriste nell’Internazionale Situazionista, organizzazione da cui si stacca dopo pochi mesi, in polemica con Guy Debord. Trasferitosi a Torino, fonda il CIRA - Centro Cooperativo per un Istituto Internazionale di Ricerche Artistiche (1962-1967) con un gruppo di operai e intellettuali, con i quali elabora progetti di installazioni sull’alienazione e i media.


Nel 1972 entra all'Università di Torino per occuparsi dei laboratori di “attività sperimentali” presso l’Istituto di Pedagogia. Qui insegna poi Metodologia e didattica degli audiovisivi. La sua attività artistica inizia negli anni ’50 con i “Monotipi”, cui fanno seguito, all’inizio del decennio successivo, le “Topologie”. Nel 1968 inaugura il ciclo dei “Quadri-manifesto” cui fanno seguito, nel tempo, le “Ipo-pitture”, i “Nitro-raschiati” e altri cicli pittorici improntati alla sperimentazione di nuove tecniche e materiali. 

Negli anni ‘90, quando con l’età “l’angoscia dell’avanguardia si è attenuata”, Simondo torna ad usare i pennelli e i pastelli, producendo alcuni grandi polittici. Nel’ultimo decennio si dedica in prevalenza a lavori su carta nei quali rivisita i procedimenti già utilizzati cinquant’anni prima.


La strage della galleria Valloria - 8 maggio 1945- 2015



L'8 maggio 1945, a pochi giorni dalla Liberazione e dalla fine della guerra, una terribile esplosione distrusse la galleria Valloria - tra Savona e  Albissola - causando la morte di circa 74 persone.

L'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea, il Comitato Provinciale dell'ANPI, l'Amministrazione Comunale di Savona, in occasione del 70° anniversario del tragico evento, hanno organizzato una manifestazione pubblica, articolata in due momenti:

"LA GUERRA E' FINITA MA LE ARMI COLPISCONO ANCORA"

Venerdì' 8 maggio 

ore 15,30 - Sala Rossa del Comune di Savona

CONFERENZA di:
Giorgio AMICO,   "riflessioni sulla guerra e sulla pace"
Maurizio CALVO,  "ore 10,30 esplode la galleria valloria"
Paolo GROSSO. "vittime civili del dopoguerra"

ore 18,00 - Lungomare Matteotti- 
Cerimonia presso la Lapide che ricorda le vittime dell'esplosione



venerdì 1 maggio 2015

Roberto Massari, Complicanze spettacolari. A proposito del giovane Debord



Pubblicato il volume “Debord e il Situazionismo revisited. Punto della Situazione n. 1”, a cura di Antonio Saccoccio, con testi di Scuro, Saccoccio, Ricaldone, Peccolo, Nobile, Massari, Marchi, Bertelli, Bandini, Balice, Amico (Bolsena 2015, 224 pp.). Riprendiamo l'intervento di Roberto Massari. Le foto relative al Convegno di Sesta Godano sono di Pino Bertelli.

Roberto Massari

Complicanze spettacolari

Produrre ancor oggi qualcosa di originale su ciò che Debord ha scritto o fatto, è un'impresa molto ardua. Apparentemente tutto su di lui è stato detto, tutto di lui è stato letto e visto, mentre il suo nome si conferma sempre più come un contrassegno simbolico di un'epoca: gli anni delle avanguardie e del ribellismo presessantottesco.

Il nome di Debord è oggi più noto di quanto non lo fosse vent'anni fa e spesso, nella cronaca giornalistica, rimpiazza ingiustamente il nome del movimento di cui egli fu controverso alfiere: il Situazionismo. Resta il fatto, però, che il ritmo storicamente sempre più vorace con cui si consumano mode e riti letterari, ha reso impossibile un'assimilazione reale dei contenuti della sua battaglia. Quasi nulla del suo messaggio affiora nel mondo della politica istituzionale (anche della più radicale, contestatrice o alternativista), ma nulla o quasi anche nel mondo che viene ipocritamente definito «dell'antipolitica», benché sarebbe più corretto parlare di mondo dell'antiparlamentarismo e dell'antipartitocrazia.

La verità è che ben poco è stato assimilato persino negli ambienti che operano con buone intenzioni anticapitalistiche o antisistemiche, travolti ingenuamente dal crollo delle ideologie tradizionali e ancora incapaci di elaborare il lutto.

Attende Debord un destino simile a quello di altre icone eversive novecentesche: la società dello spettacolo (quella reale e non quella letteraria) si sta impadronendo della sua opera, della sua vita e del suo messaggio - peraltro così «spettacolarmente» conclusi col suicidio del 1994. In lingue e traduzioni varie fioriscono libri su libri, articoli su articoli, via via ingarbugliando intuizioni che sarebbero invece fondamentali per una comprensione critica della nostra epoca.



A leggere o rileggere il suo capolavoro del 1967 (la SdS)1, si può verificare agevolmente che quelle intuizioni erano relativamente semplici nella loro essenzialità e nella loro formulazione apodittica (cioè autoevidente, ma per questo anche indiscutibile); mentre complicata era e tale rimane la cornice complessiva all'interno della quale erano inserite. Non c'è dubbio che si fatica a seguire il filo del discorso, come ho potuto verificare di nuovo e concretamente alcuni anni fa quando, con scarso successo, feci dei corsi sulla SdS e i Commentari per dei giovani.

Forse un po' meglio è andato il mio tentativo di rendere comprensibili (quindi sintetizzabili, trasmissibili e linguisticamente semplificabili) le idee portanti della critica debordiana alla società spettacolare, come ho fatto nel breve saggio/compendio che redassi per un convegno su Debord (L'Aquila, 2008 - qui in appendice). Confesso che, accingendomi a quel lavoro, mi chiedevo se la sintesi mi sarebbe riuscita, ammesso che fosse possibile.

La complicanza principale è rappresentata dal fatto che la costruzione concettuale della SdS è fortemente asistematica. I temi si accavallano; abbondano i salti logici; il gusto dell'aforisma sostituisce il dovere della dimostrazione e la formulazione assiomatica l'indagine deduttiva; continuo è il ricorso a calembour, assonanze linguistiche e in genere a giochi di parole che lasciano interdetto il lettore, oscurando il processo formativo di concetti peraltro veri, affascinanti, futuribili.

Non ci si lasci ingannare dalla struttura per Tesi: espediente procedurale tradizionale in campo filosofico, che qui denota una parentela diretta con lo stile di Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus del 1918-22. Nonostante il titolo, anche questo rappresenta una sfida letteraria alla coerenza logica, tanto da prestarsi a seconda degli autori a letture epistemologiche, gnoseologiche, estetiche, etiche, di filosofia del linguaggio e perfino mistiche.

In alcune parti non matematiche (per es. 1.1-2.023, 2.04-2.14) o quando affronta il rapporto tra linguaggio e realtà, ci si ritrova davanti alla procedura per aforismi e assiomi tipica della SdS, a parte i diversi termini di riferimento: uguale è l'intenzione apodittica, comune il tono «oscuro» delle connessioni (il disordinato intreccio di tematiche), esplicita l'ambizione (presunzione?) di creare un sistema «superiore» di analisi del rapporto linguaggi/pensiero. È stata colta anche una possibile affinità tra i due:

«La ricognizione wittgensteiniana dello spazio linguistico basata sulla pratica esplorativa dei giochi di linguaggio non sembra lontana nella sostanza dal tentativo debordiano di ripensare lo spazio urbano attraverso modalità inconsuete di esperirlo. In questo senso, la sperimentazione di Wittgenstein sul linguaggio si configura come una sorta di deriva…»2.



Senza voler sminuirne il ruolo, va detto che se la SdS ha fornito un contributo imperituro alla storia del pensiero, lo ha fatto soprattutto con le sue grandi e lungimiranti intuizioni, in assenza pressoché totale di dimostrazioni - concettuali, logiche o storiche - e senza una «bibliografia» ragionata di corredo. Si capisce che il campo di letture propedeutiche debordiane è immenso, con predilezione per autori marxisti, anarchici o comunque del movimento operaio. A parte la mole di riferimenti a Marx, seguìto da Bakunin e Hegel, compaiono più o meno fugaci accenni al pensiero di Erodoto, Machiavelli, Novalis, Bossuet, Feuerbach, Stirner, Engels, Hilferding, Ebert, Bernstein, Luxemburg, Lenin, Parvus, Trotsky, Eastman, Lukács, Korsch, Rizzi, Ciliga, Lyssenko, Freud, Kierkegaard, Burckhart, Cohn, Mumford, Gabel, Boorstin.

Con l'eccezione di Joseph Gabel (1912-2004) - autore de La fausse conscience: essai sur la réification, del 1962, e di altri scritti sull'alienazione, da Marx alle moderne concezioni della schizofrenia - l'unico di questi autori che abbia attinenza diretta con la materia trattata da Debord è il Daniel Joseph Boorstin (1914-2004) di The Image: A Guide to Pseudo-events in America, del 1962. Per il resto, silenzio assordante su tutti coloro che hanno affrontato in epoca moderna (novecentesca) le tematiche della spettacolarizzazione sociale, dell'invasione consumistica, della massificazione nella comunicazione con la nascita dei suoi nuovi media, della rappresentazione immaginifica eteroindotta e sostitutiva della realtà, dell'inflazione pubblicitaria, della falsa rappresentazione (tele)visiva ecc.

Tralasciando il contributo di studiosi ipernoti e funzionali per l'apologia del sistema (valga per tutti Marshall McLuhan), resta il fatto che Debord tace su almeno due studiosi radicali francesi che furoreggiavano in campo filosofico e sociologico negli anni della sua maturazione teorica: autori che conosceva bene e che avevano già elaborato importanti contributi proprio sui temi essenziali della futura SdS. Si tratta ovviamente di Henri Lefebvre (1901-1991) e di Edgar Morin (n. 1921).

Al momento della stesura della SdS, del primo erano usciti due volumi della trilogia Critique de la vie quotidienne (1947, 1961, 1981). E qui importa rilevare l'ampiezza di tematiche del secondo volume pertinenti per il discorso debordiano, come la distinzione tra bisogno e desiderio, la nuova configurazione del consumatore di massa, la «colonizzazione della vita quotidiana» (espressione che Lefebvre riprende dall'Internationale Situationiste n. 6/1961, citando esplicitamente Debord) e molto altro. Lefebvre era stato membro dell'IS e vi aveva esercitato una notevole influenza. Poi il litigio e la separazione: ragion per cui Debord non volle riconoscere il debito teorico gigantesco che aveva contratto con lui.

Non accennare a Morin in un libro sulla spettacolarizzazione sociale è come non citare Umberto Eco in un libro di antisemiotica. Anche in questo caso, all'origine vi erano stati dissapori per le critiche che Morin, come direttore della rivistaArguments (1957-1962), aveva rivolto dapprima al gruppo di Socialisme ou Barbarie e poi agli eredi raccolti nell'IS.

Da notare che l'autore de L'esprit du temps (Grasset, 1962) all'epoca era già considerato il padre nobile della sociologia delle comunicazioni di massa, e comunque il principale studioso delle culture di massa: un terreno - come oggetto di studio dell'antropologia della società industriale - nel quale Debord affonda le mani, estraendone quei frutti eversivi e antisistemici che erano invece mancati nell'elaborazione moriniana. Il debito, comunque, restava e le affinità tra i due sono state messe in rilievo più volte. Per es. da studiosi come Christopher Lasch (1935-1994)3 o Anselm Jappe (n. 1962)4.



Del resto è lo stesso Debord che nel suo film Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps, del 1959, aveva preso a prestito da Morin5 linguaggio e concetti nella pubblicità detournée di un sapone in cui era fatta apparire Anna Karina (futura celebre attrice e poi moglie di Jean-Luc Godard) per esemplificare il discorso situazionista sul fenomeno delle star (lo star system)6.

Altra complicanza è data dall'assenza nella SdS di una polemica frontale (esplicita) con la forma-partito. Non si parla del suo ruolo essenziale nella formazione delle caste statali o variamente istituzionali, distinte dalle caste burocratico-manageriali che produce lo sviluppo economico del capitalismo. Eppure sono le caste partitiche che incarnano più di chiunque altro la spettacolarità sociale, traendone il massimo vantaggio.

Ciò non è più vero unicamente per i regimi totalitari (lo stalinismo è ricordato da Debord), ma investe globalmente i paesi industrialmente avanzati (Italia in primis). Tra le feconde intuizioni debordiane è assente il rapporto che lega la spettacolarizzazione della vita sociale alla statalizzazione degli apparati (burocratici, sindacali, partitici, culturali ecc.).

Più promettente a tale riguardo è il discorso di Vaneigem quando definisce il processo di specializzazione politica come «forma» d'integrazione nella logica del sistema:

«Quando un politicante si esprime in modo tonto, meschino o ingannevole in un discorso pubblico… questa Forma, questa maniera d'essere e di reagire non provengono unicamente da lui stesso, ma gli sono imposte dall'esterno»7.

1 Così citerò d'ora in avanti l'edizione de La società dello spettacolo che pubblicai come Massari editore nel 2002 (a cura di Pasquale Stanziale) e della quale è in circolazione la terza ristampa (del 2008).
2 Luca Lupo, Filosofia della Serendipity, Guida, Napoli 2012, p. 30.
3 The Minimal Self: Psychic Survival in Troubled Times, del 1984 [L'io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti, Feltrinelli, 2004, p. 185].
4 Guy Debord. Essai (édition revue et corrigée par l'auteur), Éditions Denoël, Paris 2001, pp. 93-7 [manifestolibri, 2013].
5 Edgar Morin, Les stars, Seuil, 1957, p. 111.
6 Guy Debord, Œuvres, Gallimard, Paris 2006, p. 482-3. Cit. da Gabriel Ferreira Zacarias, «La vedette, "représentation spectaculaire de l'homme vivant"», Revue Ad Hoc, n. 1, luglio 2012.
7 Raoul Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle nuove generazioni, a cura di P. Stanziale, Massari editore, Bolsena 2004, p. 113.





Primo Maggio a Savona



Ricordiamo il Primo Maggio con l'incipit (bellissimo) de Gli Innocenti, il romanzo della Savona operaia in cui Guido Seborga ricostruisce la grande lotta popolare contro la minacciata chiusura dell'Ilva, l'industria siderurgica cuore produttivo della città, che diventerà poi Italsider. E' passato più di mezzo secolo, ma identica resta la durezza e la precarietà del lavoro. Inedita, invece, è la mancanza di una presenza politica che dia voce e visibilità a chi di salario vive. Per questo, le pagine di questo romanzo restano tanto attuali. Ancora una volta ringraziamo Laura Hess per la preziosa collaborazione.

Guido Seborga

Gli innocenti

“Matteo per ore chiuso nella fabbrica era straziato dal lavoro; e non poteva permettersi la minima disattenzione. Doveva curare con sveltezza e abilità che i lunghi e infuocati fili di metallo incandescente che uscivano dal forno si deponessero sugli schermi dopo aver paurosamente volteggiato in aria. I suo gesti precisi costringe- vano il filo al suo posto; la sua fronte era madida di sudore; il suo volto dai tratti salienti come arrossato dal fuoco. 

I compagni di lavoro, Milano, Flico, Giovanni, non perdevano mai una battuta, e armonizzavano nel lavoro i loro movimenti funzionali, che li stancavano. La porta del forno aperta sembrava un braciere ardente, ed emanava un caldo insopportabile. Le loro bluse azzurre e nere di grasso, logore, davano ai loro corpi uniformità; ma i volti erano diversi, gli occhi esprimevano la loro personalità, come affilata dal pericolo: se un filo sfuggiva alla presa di uno poteva avvolgere bruciare mutilare la carne loro. Due inservienti entrarono nel reparto, Carlo che mancava di un braccio, Mario che zoppicava; entrambi erano stati mutilati in giorni diversi, ma sempre verso la fine del turno, quando un attimo di disattenzione, dovuta alla fatica, può essere fatale all’operaio. Si misero a pulire un forno che era spento. 

Carrette piene di rottami di ferro giungevano nel reparto, e il forno acceso inghiottiva tutto il materiale; si era in piena lavorazione, gli uomini si prodigavano senza un attimo di pausa.
La fabbrica sorgeva tra i vecchi fortilizi di Savona, in riva al mare, dalla parte opposta di un ampio cortile c’erano gli uffici che confinavano con la banchina del porto, e il terreno era attraversato da rotaie per i vagoni che giungevano dalla stazione, e c’erano ponti e gru per scaricare ferro dalle navi o dai vagoni ferroviari. Un alto muro impediva ogni visione, verso terra, di fronte il mare aperto.

Quest’ubicazione dava agli uomini il senso d’essere come interrati; solo sopra il cielo azzurro era visibile



Era una lucente mattina invernale, il mare blu scuro, l’aria fredda. Gli operai non s’accorgevano che esistesse un mondo esteriore. Matteo soprattutto aveva perfezionato se stesso rendendo i suoi gesti sempre più sintetici e necessari: era diventato il migliore operaio del forno. 

Ne faceva interamente parte, la sua vita era lì, ciminiere, altiforni, gasometri, rottami, sacchi di coke, montagne di carbone, acciaio effervescente, rigòla di ghisa liquida, il forno durante la colata.

Ogni giorno la vita ricominciava per tutti tra quelle mura, dura e difficile, senza possibile evasione.
Solo quando il turno era finito potevano andare sullo spiazzo e guardare il cielo; sedersi su qualche rottame di ferro, aprire la valigetta che conteneva il cibo; bere golate di vino, refrigerio per le gole arse e assetate. A poco a poco le loro membra si distendevano; cominciavano a pronunciare qualche parola.


Il più loquace era Flico, giovane di ventidue anni; il più invariabilmente taciturno era Matteo, alto e magro, uomo sui trentacinque anni; Milano e Giovanni si adattavano facilmente al silenzio o ai discorsi dei compagni. Ma tutti erano accomunati dal sacrificio, un battaglia quotidiana che non aveva mai termine, che durava quanto la loro vita; da anni mesi ore minuti, sempre così, ineluttabilmente.”


martedì 28 aprile 2015

Nepal: memoria e futuro sotto le macerie di Durbar Square?



Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Giuliano Arnaldi di TribaleGlobale a proposito dell'immane catastrofe nepalese. Tribaleglobale mantiene da anni una presenza culturale in Nepal.


Giuliano Arnaldi

Nepal: memoria e futuro sotto le macerie di Durbar Square?

Le notizie che arrivano dal Nepal sono devastanti sotto molti punti di vista. La tragedia più grande è l'immane perdita  di vite umane: i paese più poveri pagano sempre il prezzo più alto anche davanti alle catastrofi naturali, e forse ciò accade perché  i diversi capitalismi che condizionano l'intero pianeta non esportano valori ma schemi di vita dove il maggior profitto si deve ottenere con la minima spesa. Le città crescono senza controlli,  sono costruite senza alcun ritegno, con materiali scadenti e senza alcuna attenzione a ciò che accadrà dopo che il costruttore avrà incassato il suo danaro.

Purtroppo la natura si sta accanendo contro popoli che  nonostante la  loro povertà sono custodi del bene preziosissimo di un sistema di valori millenario,  ma vivo e vivificato nei fatti quotidiani come nei riti e nei luoghi che ad essi sono destinati.

Quei luoghi, e specialmente il Nepal , sono una riserva di energia vitale per l'intera umanità, per ciascuno di noi: quando racconto ai ragazzi del mio paese cosa c'è dietro ad un semplice oggetto usato per cagliare il burro o quando faccio suonare una campana tibetana vedo accendersi curiosità e attenzione, come se quegli oggetti lontani fossero in grado di risvegliare sentimenti sepolti anche nel profondo nei nostri cuori...ma la  riserva non è inesauribile.

Ecco il pericolo: che sotto i templi di Durbar Square resti una cultura, un  modo di vivere la vita che fino alle 11.56 del 25 aprile era ben vivo nella grande parte del popolo Nepalese, e  testimoniato nei suoi riti. Ho avuto la fortuna di rendermene conto, come tutti coloro che hanno visitato quei luoghi.
Un evento così traumatico può cambiare radicalmente il rapporto tra le generazioni , ovvero il sistema attraverso il quale si tramanda la tradizione.

Può comprensibilmente far venire la voglia di cercare scorciatoie: Il Nepal ha visto tante catastrofi nel suo lunghissimo tempo, ma mai c'è stato alle porte qualcuno pronto ad offrire un aiuto così rapido, efficiente e avvelenato dal prevalere assoluto del profitto. Forse a questo giro non saremo noi occidentali, saranno altri capitalismi...sarà l'India, il Pakistan o più probabilmente la Cina che non a caso era presente con imponenti strutture di soccorso già poche ore dopo la tragedia.

Non credo che i Cinesi saranno disponibili a rispettare una visone del mondo così antitetica rispetto alla loro e a favorirne il mantenimento. La  fortuna del Nepal è stata fino ad oggi la sua neutralità oggettiva, il fatto di non essere appetito come il Tibet, di essere popolato da genti affidabili e dedite al lavoro, di avere un management economico, commerciale  e finanziario giovane ma serio : c'erano in qualche modo le potenzialità per diventare "zona franca" ,  la Svizzera di quella parte del mondo.


Come reggerà l'urto della fame di business (perché purtroppo c'è business anche dentro una tragedia) dei suoi ingombranti vicini? Che fare? In modo istituzionale niente: siamo probabilmente fuori da quegli scenari. In modo personale tanto: mantenere viva l'attenzione, diffondere la conoscenza di quelle culture, condividere piccoli progetti di  piccole realtà e sostenerle: chi ha amici in Nepal li cerchi, si faccia spiegare , cerchi di capire cosa si può fare di concreto oltre il buonismo nel business della solidarietà. A partire da un minuto dopo il terremoto,  dalle 11.57 del 25 aprile. In fondo quella data per noi qualcosa vuol dire.


domenica 26 aprile 2015

Ribelli e Fuorilegge



S.M.S Furnaxi - Savona 

Domenica 26 aprile 2015 ore 18.00

70° anniversario della Liberazione dall'occupazione nazi-fascista.

Presentazione di Ribelli e fuorilegge, parte del progetto LIBERAZIONE 70.

LIBERAZIONE 70 è un percorso di recupero della memoria attraverso un film e un archivio video. Il progetto è promosso da ANPI Comitato Provinciale Savona e prodotto da Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton, Associazione Culturale Geronimo Carbonò, gargagnànfilm e Marinus.

Il film, 'Ribelli e fuorilegge - la cospirazione partigiana 1943 - 1945', raccoglie tre delle oltre venti testimonianze registrate in questi anni, anche grazie alla collaborazione con Alessio Contadini.

L'archivio raccoglie varie testimonianze r...esistenti, provenienti dal territorio ligure e piemontese.
A questo link, oltre al traile del film, è inoltre visibile parte dell'archivio raccolto in questi anni:


https://www.youtube.com/watch?v=g5SeJW3jOLY&list=PL7Dgn_AvzqnDkSmjYXdW1T2_djE9w6XIL