TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 31 gennaio 2011

Nuovo Teatro e Nuova Musica: una coesistenza possibile?




Gli anni '60 e il nuovo teatro italiano
Ciclo di incontri organizzato dalla Provincia di Genova
in collaborazione con la Fondazione Novaro e il Museo dell'Attore

* * * * *
Mercoledì 2 febbraio 2011 - ore 17,00
Nuovo Teatro e Nuova Musica:
una coesistenza possibile?

Intervento di
Paolo Petazzi
Conservatorio G. Verdi di Milano

Sala Govi del Museo Biblioteca dell'Attore
Genova, Via 4 Novembre 3

domenica 30 gennaio 2011

Guido Seborga, Poesie


Accanto al Seborga romanziere e pittore c'è anche un Seborga poeta capace di grandi slanci, di dipingere con pennellate luminose la solitudine di un uomo che in un mondo di automi sognava di farsi portare dal vento, di navigare per mari lontani.

Guido Seborga


DI STIRPE MARINARA

Questo mio oscuro risentimento
di stirpe marinara
nasce da secoli antichi
Da esso cola la mia collera
Si gonfia la vela sulla mezzana
E l'albero maestro cigola
Eccomi febbrile
Ma se tutto va alla malora
M'inchiodo



TRAMONTANA

Mi trascinavo nei carrugi tristi
Genova nervosa in un ammanco di sole
Le pozze d'acqua nel selciato nero
E il vento di tramontana

Una donna puliva una mela
come fosse una scarpa
Un uomo saliva una scala
e guardava in cielo
Un cane randagio abbaiava ai muri
Un gatto su di una colonna rotta
Disgustato che non ci fosse il sole
E il vento di tramontana

Mai ti dissi
che ero a Genova
Per venire
A trovarti a Levante
Ma ero tornato
Sui miei passi
Troppo sentivo
Che ero spezzato
L'animo malato
Il corpo ostacolato
L'accendisogno scattato
Perchè faticare
Meglio badare
A un me stesso

Impossibile
Il mio carattere
Da combattente suicida
Genova s'accende al neon
Le ombre nei vichi fetidi
Il vecchio rigattiere ridacchia
nella piccola bottega

Ripartire dimenticarti per sempre
Imparerai a tue spese cos'è la vita
La mia sete la mia fame la solitudine
E il vento di tramontana


(Da: Guido Seborga, Sangue e cerebrum, 1980)

sabato 29 gennaio 2011

Alberto Burgio, Nonostante Auschwitz


E' ormai del tutto evidente che ci sia una ripresa su larga scala del razzismo in Europa. E ciò accade non solo sul piano politico, ma anche su quello culturale. Il tabù del razzismo può dirsi ormai rimosso: si può ricominciare a dirsi razzisti, senza vergogna, rivendicandolo come una componente costitutiva della propria identità "etnica" o nazionale. E', tanto per restare all'Italia, il caso della Lega. La domanda è dunque: perché ci ritroviamo in questa situazione, a soli settant’anni dai campi di sterminio nazisti? Perché, nonostante Auschwitz, non siamo guariti dal razzismo? La risposta coinvolge inevitabilmente la storia della modernità, la sua genesi, i suoi caratteri costitutivi. Tra razzismo e modernità sussiste un nesso strutturale, al punto che il razzismo deve essere considerato un ingrediente costitutivo della modernità europea. Questa le tesi di fondo del libro di Alberto Burgio di cui pubblichiamo l'introduzione.



Alberto Burgio

Nonostante Auschwitz. Il "ritorno" del razzismo in Europa


Il dato di fatto da cui questo libro muove è che in Europa il razzismo è tornato a occupare la scena ufficiale, dando corpo all’incubo di Primo Levi, sino a qualche anno fa apparso ai più immotivato. Com’è noto, Levi partiva dall’assunto che quanto è avvenuto al tempo del nazismo potrebbe succedere ancora per il fatto stesso di essere accaduto1. Perciò, finché ne ebbe la forza, scrisse e parlò della propria esperienza nel Lager. Fino a qualche tempo fa il suo timore è parso eccessivo. Si comprendeva che potesse nutrirlo chi recava sulle spalle un terribile fardello. Ma lo si considerava, appunto, l’incubo di un superstite, non un timore razionale e fondato. Si tendeva piuttosto a rovesciare la tesi, replicando che proprio perché avevano avuto corso, gli orrori del passato non si sarebbero ripetuti. All’incubo di Levi si contrapponeva l’idea che la tragedia dei Lager avesse semmai immunizzato l’Europa, producendo una barriera di anticorpi sufficiente a prevenire il verificarsi di analoghe vicende.
Quanto è avvenuto negli ultimi vent’anni dimostra che Levi aveva ragione e i suoi critici torto. Dalla fine degli anni Ottanta gli episodi di violenza razzista si sono susseguiti a ritmo incalzante, sino a diventare cronaca quotidiana in tutti i Paesi europei. Si è trattato in parte di fenomeni inediti: immigrati arsi vivi nel sonno da branchi di teppisti, rivolte di quartiere contro gli immigrati accusati di gestire la prostituzione e il traffico di droga, lavoratori immigrati massacrati per avere osato esigere il compenso pattuito per il proprio lavoro. Ma non sono mancate citazioni puntuali del nostro passato peggiore: cimiteri profanati, vetrine infrante, svastiche e croci celtiche, saluti romani e aquile imperiali.

Quando ci si domanda perché ciò sia accaduto e con tale sorprendente rapidità, si suole chiamare in causa i mutamenti che da vent’anni a questa parte – dalla caduta del Muro di Berlino – sconvolgono il panorama mondiale: la cosiddetta globalizzazione neoliberista, l’esplosione dei flussi migratori, le guerre, prima nel Golfo Persico, poi nei Balcani, quindi nuovamente in Medio Oriente.
Indubbiamente queste risposte colgono più di una verità. In conseguenza della globalizzazione vengono travolti diritti e tutele sociali (in particolare nel mondo del lavoro), le società si polarizzano (crescono ineguaglianze e nuove povertà) e si modifica la percezione dei rapporti tra locale e globale (il mondo «ci arriva in casa» con brutale violenza e noi tutti siamo per contro scaraventati in mare aperto, senza ancoraggi e difese).
L’immigrazione, proveniente ora anche dall’Europa dell’est, trasforma in pochi anni la composizione sociale di Paesi che hanno alle spalle esperienze di emigrazione di massa ma sono impreparati alle sfide dell’accoglienza e dell’integrazione. I conflitti tra migranti e «nativi» esplodono anche per la nuova condizione del lavoro, precarizzato ed esposto alla concorrenza dei Paesi «in via di sviluppo». È un’occasione d’oro per gli «imprenditori politici» del razzismo, per la miriade di partiti neofascisti e di movimenti xenofobi che si ergono a custodi di identità minacciate da orde di invasori.
Le guerre balcaniche costringono l’Europa a fare i conti col fatto che anche al suo interno vivono popolazioni con tradizioni e fedi religiose diverse, non più disposte a convivere pacificamente. La prima Guerra del Golfo è un duro impatto col mondo arabo, restituito all’antica fisionomia del barbaro nemico. Sin dai primi anni Novanta – quando al-Qaeda è ancora di là da venire – tornano le immagini del conflitto secolare tra Europa cristiana e Islam, la memoria delle Crociate e della cacciata dei Mori (avvenuta in non casuale sincronia con l’espulsione degli ebrei, altro corpo estraneo nella cattolicissima Spagna). Dieci anni dopo, l’attacco alle Torri di Manhattan compie l’opera. Lo «scontro tra civiltà» trasforma in stereotipi le rappresentazioni semplificate dell’«altro». Le conseguenze di questi fenomeni interagiscono tra loro. L’immigrazione di massa alimenta l’avversione nei confronti dello straniero che cerca scampo dalla guerra e dalla povertà. Ci si sente minacciati da chi parla altre lingue e ha diverse abitudini, e lo si odia perché accetta di lavorare per quattro soldi. Le guerre rafforzano un immaginario popolato da selvaggi, gli stessi – forse – che ci invadono con le loro merci a basso prezzo. È del tutto ragionevole sostenere che questo cortocircuito provochi il big bang del razzismo e, da ultimo, le prime avvisaglie di un nuovo razzismo di massa, incoraggiato dalle leggi e dai politici che esortano a essere «cattivi con i clandestini», invocano rastrellamenti «casa per casa» e istituiscono l’equazione tra immigrati e criminali.
Per parlare di noi, i recenti fatti di Rosarno in Calabria (lo scatenarsi della furia collettiva contro gli immigrati che osano ribellarsi all’umiliazione e alla violenza quotidiana) sono soltanto l’ultimo anello di una catena che annovera svariati episodi di «caccia al negro», incendi ai campi rom, bravate di ronde più o meno legali. In molte città italiane si legge sui cartelli che «non si affitta agli immigrati». Come nella Torino degli anni Cinquanta. Ma allora si trattava di siciliani e pugliesi e non era quindi chiaro che fosse razzismo. Oggi si parla di senegalesi e tunisini, e si è ben consapevoli di quanto si dice e di quel che si fa. Il tabù del razzismo è infranto. Ci si può dire razzisti senza mascherarsi dietro goffe perifrasi. Non è un fatto di poco conto: se una cosa non è più indicibile e non ci si deve più nascondere nel farla, quella cosa ha cambiato natura, valore e significato. Dopodiché si verificherà in forme e dimensioni diverse.

Ma se gli avvenimenti dell’ultimo ventennio spiegano l’esplosione del razzismo, non consentono invece di comprenderne la riemergenza. Per impiegare una metafora abusata, indicano il detonatore, ma non dicono nulla dell’esplosivo. Forse così si spiega l’errore dei critici di Levi, l’illusione che la parabola del razzismo in Europa – «dalle origini all’olocausto», come recita il titolo di un classico della storiografia – si fosse ormai esaurita.
Alla base di tale illusione agisce – più o meno consapevolmente – una lettura ottimistica della modernità, il convincimento che il razzismo di Stato e la sua catena di orrori siano l’eccezione nel quadro di una storia in cui norma sono il rispetto del diverso e l’accoglienza dello straniero. Per questo lo sguardo si fissa sugli avvenimenti più recenti. Rilevanti di certo, e indubbiamente influenti. Ma insufficienti a rendere conto di un «ritorno» del razzismo che è, in realtà, la ripresa di un vecchio discorso, il risveglio di una «bestia» assopitasi per breve tempo.
Se questo è vero (o per lo meno plausibile), allora per capire che cosa sta avvenendo nelle nostre società si impone il rovesciamento della prospettiva. Occorre adottare un’ottica di lungo periodo e puntare l’attenzione su un tema classico – il rapporto tra razzismo e modernità, a partire dal Settecento e in particolare negli ultimi due secoli – prendendo sul serio l’ipotesi che il razzismo non sia soltanto un effetto perverso della globalizzazione (e ancor meno un residuo arcaico destinato a estinguersi), bensì un ingrediente fondamentale della modernità europea: una sua tara congenita, paradossalmente una sua normale patologia.
In questa prospettiva il rapporto tra norma ed eccezione evidentemente si ribalta. Norma è il razzismo che, dopo una lunga incubazione, dilaga negli anni Trenta del Novecento e trionfa nel corso del secondo conflitto mondiale; eccezione, il primo trentennio successivo alla guerra, segnato dallo shock della scoperta dell’orrore inaudito generato dal razzismo fascista. In quest’arco di tempo l’Europa ha vissuto, per così dire, all’ombra di Auschwitz. è stata preservata dalla «cenere d’uomo» prodotta dai forni crematori. La tragedia dello sterminio l’ha protetta, almeno in apparenza, dalle seduzioni della «razza», scomparsa, se non altro, dal discorso pubblico e dal sistema di riferimento dell’azione politica.
Vi era però un veleno in quella protezione. Essa ha creato l’illusione di essere finalmente immuni dal rischio non soltanto di vicende analoghe, ma di qualsiasi ricaduta nella violenza razzista. E ha indotto a ritenere che il razzismo – malattia grave ma di breve durata – sia definitivamente scomparso dal nostro orizzonte. Oggi, quando ormai quell’eredità della guerra (l’unica buona) ha evidentemente esaurito la propria efficacia, dobbiamo sapere abbandonare ogni illusione. Di fronte all’immane tragedia della persecuzione e dello sterminio di milioni di esseri umani, pianificato con burocratica freddezza da uno Stato ed eseguito in tutta Europa (con la zelante collaborazione di altri Paesi, tra cui l’Italia) da centinaia di migliaia di militari e «uomini comuni» nella complice indifferenza dei più, non si può continuare con la favola di un razzismo episodico o periferico, macchia circoscritta sulla candida tela di una storia ispirata al rispetto delle diversità.
Sostenere che il razzismo riemerge dalle viscere della modernità europea – affermarne la perversa normalità – non implica però rassegnarsi alla sua presenza nefasta e operosa. Ragionare sul tempo lungo significa, al contrario, assumere una prospettiva realistica, non episodica né contingente e cogliere il pericolo in tutta la sua portata. Per attrezzarsi a combattere, all’altezza della sfida, una cruciale battaglia di civiltà.




Alberto Burgio
Nonostante Auschwitz
Il «ritorno» del razzismo in Europa
DeriveApprodi, 2010
€17

Alberto Burgio (1955) insegna Storia della filosofia all’Università di Bologna. Tra i primi in Italia a occuparsi di razzismo, nel 1995 ha fondato il «Seminario permanente per la storia del razzismo in Italia». Su questo argomento ha pubblicato Studi sul razzismo italiano (Clueb 1996, in collaborazione con Luciano Casali), L’invenzione delle razze (manifestolibri 1998) e La guerra delle razze (manifestolibri 2000). Tra i suoi libri ricordiamo, tra i più recenti, Per Gramsci (2007) e Senza democrazia. Un’analisi della crisi (2009).

venerdì 28 gennaio 2011

Enzo Traverso, Auschwitz e la modernità



Fenomeno storico radicalmente nuovo, figlio della modernità tecnologica e della cultura del XX secolo, Auschwitz non smette di interrogarci sulle potenzialità distruttive della civiltà e del mondo in cui viviamo.

Enzo Traverso

Auschwitz e la modernità

Le ricerche più recenti sul sistema concentrazionario nazista e sul genocidio ebraico sottolineano le radici profonde di Auschwitz nell'ambito della società del XX secolo, per trovarvi una dimostrazione delle possibilità occulte della società moderna. Secondo Zygmunt Bauman, Auschwitz “fu pensato e realizzato nel quadro della nostra civiltà, all'apogeo del suo sviluppo culturale ed umano, è per questo che si tratta di uno problema di questa società, di questa civiltà e di questa cultura”. La modernità di Auschwitz non si riferisce esclusivamente alle fabbriche della morte, ma anche al suo retroterra culturale, plasmato tramite una razionalità burocratica che postula una gestione amministrativa senza alcuna interferenza d'ordine etico. Al monopolio statale e alla razionalizzazione della violenza si aggiunge una produzione adeguata di indifferenza morale, quella, per fare un esempio, dei funzionari che gestivano meticolosamente l'organizzazione dei collegamenti ferroviari del Reich senza mai chiedersi ciò che trasportassero i treni diretti a Auschwitz, Treblinka e Sobibor, né quale fosse la sorte dei loro passeggeri.

Questo giudizio è stato ripreso da Wolfgang Sofsky: “Il campo di concentramento si iscrive nella storia della società moderna. Sui campi di battaglia delle guerre di massa, si è sperimentata la potenza di distruzione della tecnica moderna; nei mattatoi dei campi di concentramento, il potere distruttivo dell'organizzazione moderna.”
Secondo Ernest Mandel, che ha iscritto la sua analisi del genocidio ebraico in una interpretazione globale della seconda guerra mondiale, “affermare che il germe dell'olocausto si trova nel razzismo estremo del colonialismo e dell'imperialismo non significa che questi dovesse produrre inevitabilmente ed automaticamente la malattia nella sua forma peggiore. Per che ciò accadesse, l' odio razziale doveva combinarsi alla razionalità parziale e assassina del sistema industriale moderno”.

La singolarità storica del genocidio ebraico non risiede dunque nel sistema concentrazionario ma piuttosto nello streminio razziale, una vera rottura di civiltà che ha lacerato un tessuto di solidarietà umana elementare sulla quale si fondava fino al presente l'esistenza dell'umanità su questo pianeta.

Auschwitz fu generato dalla fusione della biologia razziale con la tecnica e le forze di distruzione a disposizione delle moderne società industriali. Questo genocidio storicamente unico - unicum nel percorso di una civiltà già contaminata da massacri e violenze, fino a veri genocidi (dagli Aztechi al Ruanda) - è nato dall'incontro fatale dell'antisemitismo moderno con il fascismo, due poli oscuri e sinistri della modernità che trovarono una sintesi in Germania ma che, presi separatamente, erano già largamente diffusi nell'Europa degli anni tra le due guerre mondiali. In questo senso, molto più di una specificità tedesca, Auschwitz costituisce uno tragedia le cui radici affondano nella situazione dell'Europa del xx secolo.

L'antisemitismo ha spesso assunto la forma di una reazione conservatrice contro la società moderna, come fu il caso nella Russia degli zar ed anche, per molti aspetti, nella Germania di Hitler, la cui Weltanschauung mirava apertamente a cancellare almeno un aspetto del mondo moderno uscito dalla Rivoluzione francese: l'eredità dei Lumi e del razionalismo umanistico. Ma questa battaglia veniva condotta in nome e con i mezzi della più avanzata modernità tecnologica ed industriale. Il nazionalsocialismo aveva ricevuto in eredità dalla “Rivoluzione conservatrice” una miscela sui generis di arcaismo e modernità, di mitologie teutoniche e di culto della tecnica, alla quale aveva aggiunto un razzismo di natura biologica che attingeva le sue radici alla tradizione del socialdarwinismo e che si richiamava alla scienza. Auschwitz stato spesso interpretato come una ricaduta della società nella barbarie, a partire da una visione ingenua e positiva, se non positivista, della storia, dominata da due secoli dall'idea di Progresso. Ora, una tale visione si rivela incapace di coglierere la dimensione moderna di questa forma di barbarie, prodotta dallo sviluppo della scienza e della tecnica come strumenti di morte. I campi di sterminio non rappresentano una regressione della società verso la barbarie del passato, ma un fenomeno storico radicalmente nuovo. Non lo sbocco naturale ed inevitabile della modernità, ma certamente una delle sue uscite possibili nel quadro delle relazioni sociali attuali.

Se il genocidio ebraico deve essere percepito, sul piano storico, come la conclusione di una lunga catena di persecuzioni, sarebbe tuttavia troppo semplicistico interpretarlo come lo sbocco inevitabile e naturale di una eterna giudeofobia. Da un lato, l'antisemitismo moderno segnava una svolta qualitativa in relazione alla tradizionale ostilità cristiana verso gli ebrei e, dall'altro, la soluzione finale rappresentava un salto qualitativo ed una rottura nella storia dello stesso antisemitismo. Quest'ultimo svolgeva una funzione bene precisa facendo degli ebrei il capro espiatorio delle tensioni e dei conflitti sociali. Per giocare questo ruolo, gli ebrei dovevano esistere. I campi di sterminio, in compenso, rompevano con ogni forma di razionalità sociale o economica, segnavano un iato antropologico in relazione alla percezione antisemita tradizionale degli ebrei come minoranza straniera, pericolosa ed ostile. Essi esprimevano un'altra forma di “razionalità”: Auschwitz appariva come la concretizzazione di ciò che Horkheimer ed Adorno hanno definito, nella scia di Max Weber, “ragione strumentale” del capitalismo moderno, una rationalità calcolatrice, dimentica dell'Uomo ed esclusivamente finalizzata al dominio.

Auschwitz non deve rappresentare soltanto l'occasione di ricordare un lutto del passato, che lo scorrere di un tempo “omogeneo e vuoto” (Walter Benjamin) inghiottirà e che l'umanità classificherà nei suoi archivi e forse, un giorno, dimenticherà. Auschwitz deve costituire un'interrogazione permanente sulla nostra civiltà e sul mondo nel quale viviamo, gli stessi che hanno generato l'orrore delle camere a gas. “Mai più Auschwitz”: ecco, nello spirito di Adorno, l' imperativo categorico al quale dovrebbero costringersi le generazioni del dopoguerra. Tradotto nell'azione concreta, questo imperativo significa oggi mai più Molln, mai più Sarajevo, mai più Kigali.

(Da: Enzo Traverso, Auschwitz, Marx et le XX siècle, in Pour une critique de la barbarie moderne. Ecrits sur l'histoire des Juifs et de l'antisémitisme, Éditions Page deux, 1997)


Nato a Gavi (AL) nel 1957. Dal 1985 vive in Francia dove attualmente insegna presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università di Piccardia di Amiens e presso l'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. É autore di numerose opere fra cui Gli ebrei e la Germania. Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca (1994), Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio (1995), Il totalitarismo. Storia di un dibattito (2002), La violenza nazista. Una genealogia (2002), Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra (2004),Cosmopoli. Figure dell'esilio ebraico-tedesco (2004), Il passato: istruzioni per l'uso. Storia, memoria, politica (2006), A ferro e fuoco. La guerra civile europea, 1914-1945 (2007)

giovedì 27 gennaio 2011

Al Grande Fratello non piace la storia


Oggi è il giorno della memoria. Ma mantenere la memoria degli orrori del XX secolo, perchè questi non debbano ripetersi, significa prima di tutto aiutare i giovani a formarsi una coscienza critica e questo non è opera da svolgersi in un giorno, ma compito fondamentale dell'intero processo formativo dalla scuola primaria all'università. Per questo noi oggi parleremo di scuola, pubblicando due interventi in merito ad un aspetto poco conosciuto della “Riforma” Gelmini, la rimozione delle discipline umanistiche. Non nascondiamo che l'intervento del Prof. Odifreddi ci ha colpito non poco negativamente, non tanto per la rozzezza dei toni (tipica del personaggio), quanto soprattutto per le argomentazioni che ci ricordano la logica produttivistica di Marchionne, la filosofia (di cui il berlusconismo rappresenta solo la più estrema e farsesca rappresentazione) del mercato come regolatore di tutto, legge suprema a cui tutto va subordinato. I numeri (poco importa che si tratti di statistiche sulla produttività, sondaggi elettorali o dati relativi alle iscrizioni scolastiche) come una specie di “Vox Dei” davanti a cui genuflettersi reverenti.
Non siamo nostalgici dell'immagine (mitizzata) dell'intellettuale rinascimentale, del genio capace di spaziare in tutti i campi del sapere, ma l'idea di uno scienziato che non sia anche un umanista, di un genetista indifferente all’etica non può non spaventarci. Pensare che la scienza possa prescindere dall’etica conduce alla selezione eugenetica di hitleriana memoria o alla guerra vissuta come un wargame asettico fatto di quei droni che ogni giorno nei villaggi afghani uccidono donne e bambini inermi.
Affermare il carattere fondamentale delle discipline umanistiche nei percorsi formativi, il loro carattere fondante di un pensiero che voglia essere critico del presente e insieme aperto al futuro e alla speranza, ( e dunque la loro insostituibile valenza educativa) non significa certo difendere grammatica e sintassi di lingue più o meno morte, ma mantenersi costantemente legati al pensiero di uomini che erano filosofi e scrivevano versi meravigliosi , erano poeti e indagavano il concetto del limite umano, erano religiosi eppure confessavano la profondità irredimibile delle passioni.
Uomini del passato e dunque inutili, per i cultori alla Odifreddi di una “modernità” senza radici, di una cultura da spot pubblicitario dove il “nuovo” è sempre e comunque superiore al “vecchio”.
Voci vive, per noi, ancora in grado di suggerirci percorsi audaci e affascinanti di comprensione della realtà, ancora capaci di aiutarci a ri/trovare il senso profondo della vita.


Simonetta Fiori

La rivolta degli umanisti. "Discriminati dal governo"

Solo scienziati e università del Nord nell´agenzia che valuta gli atenei. Le discipline umanistiche? Non esistono per il governo italiano. Non esiste la storia. Non esiste l´italianistica. Non esiste lo studio dell´arte e dell´archeologia. Non esistono la filosofia né l´estetica. Non esiste, in sostanza, quella tradizione di saperi che conserva il patrimonio e la memoria di un paese. Dal consiglio direttivo dell´Anvur (l´agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nominato dal Consiglio dei ministri, sono stati esclusi gli studiosi delle scienze umanistiche. Ed è stato escluso l´intero Mezzogiorno, nel senso che non vi figura nessun rappresentante delle facoltà collocate a Sud di Roma.
All´agenzia spetta un compito fondamentale: giudicare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca. Dalle valutazioni discendono i finanziamenti che premiano i risultati migliori. Per questa ragione l´esclusione dell´area umanistica solleva allarme e preoccupazione nella comunità intellettuale. E diventa anche un caso politico. «Ora che finalmente l´Agenzia viene attivata», ha dichiarato Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, «il governo ricade nella cattiva abitudine di dividere la cultura tra discipline buone e discipline cattive, e le Università tra quelle del Nord e quelle del Sud». Uno squilibrio che non ha turbato i sonni di Giulio Tremonti, secondo alcuni preoccupato solo di analizzare il colore politico dei consiglieri: ma la sua “furibonda” telefonata alla Gelmini è stata smentita dal Miur. Mentre Paola Binetti mugugna per la nomina dell´illustre genetista, del quale non gradisce il genere di ricerche. «Sono uno scienziato, non un agitatore politico», è la replica di Giuseppe Novelli.
Centrale rimane la questione dell´esclusione delle scienze umane e del Mezzogiorno. «Sbalordito» e «deluso» si dice Salvatore Settis, che fa parte del comitato che aveva proposto una rosa di quindici candidature al ministro Gelmini, la quale poi ha selezionato sette nomi rappresentativi delle varie aree disciplinari, ma non delle scienze umane. «Non riesco a comprendere le ragioni dell´esclusione», interviene lo studioso. «Abbiamo lavorato con serietà e rigore, mettendo in gioco la nostra esperienza internazionale e le nostre competenze. E ora vediamo che sono state tagliate fuori le scienze umane e l´intero Mezzogiorno». Nella rosa dei sette nomi approvati, compaiono due economisti (Fiorella Kostoris e Andrea Bonaccorsi), una sociologa (Luisa Ribolzi), un genetista (Novelli), un veterinario (Massimo Castagnaro), un fisico (Stefano Fantoni) e un ingegnere (Sergio Benedetto): in sostanza le scienze sociali (in larga rappresentanza), le scienze biomediche e le scienze fisiche. «È evidente la sproporzione», continua Settis, che nel suo comitato era l´unico rappresentante delle discipline escluse. In una lettera alla Gelmini ha chiesto che al più presto sia posto rimedio allo squilibrio.
Identiche perplessità provengono da Enrico Decleva, storico dell´età contemporanea e presidente della Conferenza dei Rettori. «Colpisce l´assenza delle discipline umanistiche. E colpisce anche la mancanza delle università del Mezzogiorno. Ma confido nel fatto che il governo provveda ad ampliare il consiglio direttivo».
In fermento è la comunità degli studiosi che operano nelle Facoltà di Lettere e Filosofia, le più penalizzare dalla scelta del ministro. «Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico», interviene Amedeo Quondam, presidente degli italianisti. In un documento firmato dalle diverse associazioni – oltre gli italianisti, gli slavisti, i latinisti, gli storici dell´arte, i filosofi, gli studiosi di estetica, gli anglisti, gli storici dell´età medievale, moderna e contemporanea, la conferenza dei presidi di Lettere e Filosofia – si chiede che nel consiglio direttivo dell´Anvur «ci sia una rappresentanza qualificata dell´area umanistica» tenendo conto del fatto «che questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue». Valutarlo secondo criteri sbagliati, in sostanza, porterebbe danno alla memoria e al patrimonio di un paese già in forte crisi di identità

(Da: La Repubblica 25.01.11)

Piergiorgio Odifreddi

Umanesimo in via d’estinzione?

Il Consiglio dei Ministri ha nominato i sette membri dell’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca. La scelta è stata fatta sulla base di una rosa di quindici candidati, proposti da un comitato consultivo, e ha selezionato due economisti, una sociologa, un genetista, un veterinario, un fisico e un ingegnere, tutti settentrionali. Immediate le critiche, dai due fronti meridionalista e umanista, per l’esclusione di loro rappresentanti.
Amedeo Quondam, presidente degli italianisti, ha dichiarato: “Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico”. Un documento firmato dalle diverse associazioni (italianisti, slavisti, anglisti, latinisti, filosofi, storici dell’arte, storici medievali, moderni e contemporanei) e dalla conferenza dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia, afferma che “questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue”.
Questo arroccamento in difesa puzza di corporativismo e di mantenimento di privilegi. Forse è invece tempo che anche alle facoltà umanistiche vengano applicati i criteri di valutazione e di produttività da sempre in vigore nelle facoltà scientifiche. In fondo, i risultati della ricerca vengono dovunque chiamati “produzione scientifica”, e non si vede perchè si dovrebbero continuare a usare due pesi e due misure solo per preservare l’esistente, che gli umanisti chiamano status quo.
A proposito del latino, la tendenza a considerare alcune discipline umanistiche come un anacronismo è sottolineata, in maniera complementare e dal basso, dai dati che stanno arrivando a proposito delle preiscrizioni alle superiori, da parte degli studenti delle medie. Sembra che ci sia una grossa crescita dell’opzione a favore del liceo scientifico con indirizzo di scienze applicate: quello appunto senza il latino, per intenderci.
Anche questa tendenza provoca un’ovvia reazione da parte degli umanisti, che continuano a predicare l’insostituibile ruolo formativo delle lingue morte nel mondo vivo. Essi erano riusciti a mantenere nella riforma Gelmini l’opzione del liceo scientifico “classico”, col latino. Il bisticcio di aggettivi sottolinea però come il vecchio liceo scientifico fosse in realtà un ibrido che non aveva ragion d’essere, e che poteva mantenersi in piedi solo grazie a un aumento del numero di ore di insegnamento che permettesse di coprire dignitosamente le discipline scientifiche.
Nel momento in cui la riforma livellava a 27 ore settimanali il carico didattico degli studenti, la sopravvivenza del latino finiva per penalizzare le scienze, a scapito dell’intero indirizzo. La salomonica scelta ibrida, di proporne due versioni con o senza il latino, e dunque con meno o più scienze, non era altro che una concessione allo strapotere della lobby umanistica nella scuola. E’ quella stessa lobby che ora è stata ridimensionata nell’Anvur e sta combattendo per la propria sopravvivenza, timorosa che ormai non solo il governo, ma anche gli studenti abbiano capito che essa sta per finire inesorabilmente nel “cestino dei rifiuti della storia”.

(http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2011/01/25/umanesimo-in-via-destinzione/)

mercoledì 26 gennaio 2011

Da leggere: Marino Magliani, La spiaggia dei cani romantici


E' da pochi giorni in libreria l'ultimo libro di Marino Magliani. Ne pubblichiamo l'incipit.


Marino Magliani

La spiaggia dei cani romantici


Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero. Per me era semplicemente negrita e la cominciai a chiamare così prima ancora di impalmarla. Questa parola che sentirete parecchio da qui in avanti non significa mica sposarla, da noi si impalma quando a una donna le si conosce il cuoio, e si scende al presepe.
Non credo che la negra se la prendesse per come la chiamavano, forse perché a Lincoln, come dappertutto, non c’è niente di peggio che incazzarsi se ti danno un nome. E quando lo capisci è tardi.
Quell’anno avevo deciso che sarei andato in Europa. Tolti i dieci mesi trascorsi tra caserma, guerra e ospedale militare, il resto della mia vita era marcato pampa, aveva l’odore delle sgommate e della benzina bruciata sul Falcon del vecchio, per le strade larghe di avenida Rivadavia, a dar di retromarcia contro i pali della luce per vedere se se ne muoveva uno, o quello di borotalco delle carte, le sere passate al club a farmi spellare, e l’odore della negra, quando ho smesso di andare a manuela.
Ventidue anni così, e ogni estate, durante il periodo della raccolta, una settimana di vacanza all’estancia, a centoventi chilometri da casa, tra Lincoln e Chacabuco, dove abbiamo i campi; così il vecchio poteva tenere d’occhio gli asalariados che non ci rubassero il raccolto. Eppure siamo una delle migliori famiglie di Lincoln e la gente come noi d’estate se ne va un mese a Mar del Plata. Ma noi siamo i Dronero, siamo dei pidocchiosi. E lo sanno tutti. Dietro casa il nonno piantava la verdura e papà ha mantenuto l’usanza. A Lincoln non glielo perdonano, per la gente se pianti i pomodori sei un tirchione che non vuol dar vita al verdurero…
E questa è Lincoln.
Dicevo che la negra non si è mai incazzata ma il nome non gliel’hanno tolto lo stesso. Come a me che da bambino mi chiamavano Almeja, ostrica, perché avevo poco collo, poi il collo m’è cresciuto e mi hanno continuato a chiamare Almeja.
In Europa mi chiameranno matado o colgado, che significano entrambi morto di fame, ma ora in Europa devo ancora andarci.
Impalmerò un mucchio di donne in Europa, ucciderò militari inglesi, venderò dragoni ai soldati americani, e molto altro. Così dicono. Sarà vero?
Non ho cominciato dalla soledad di Lincoln per parlarvi di questa storia e della fine dell’estate, ma solo perché quando muore l’estate in Sudamerica ne comincia una in Europa. E poi anche da voi, certamente, i posti più tristi non sono mica quelli turistici, i litorali pieni di gelaterie e spiagge che a un certo punto restano deserti, ma i posti come Lincoln dove tutto finisce, anche l’estate, senza mai iniziare.
Eppure a Lincoln, credete a me che non ci torno da mille anni, e non so neanche più se ci sia ancora qualcosa che si chiama così, avvengono lo stesso delle cose speciali che fanno dire addio all’estate. Non parlo dei bambini che un giorno rivanno a scuola, o del primo vento tra gli alberi del parque o della chiusura della piscina pubblica, ma dei chicos piola, la banda di perdigiorno nata e cresciuta in queste strade che alla fine di febbraio, regolarmente, ogni anno, riattraversa la pozzanghera ed emigra in Europa.
Un giorno questo me l’ha detto anche mio padre, con quel tono severo e misurato che usa quando crede d’inventare qualcosa di importante per l’economia argentina: «L’estate, Almeja» mi chiama così anche lui, «a Lincoln termina quando spariscono dalle strade i chicos piola».
Dovete sapere che questa dei chicos piola (significa «i ragazzi all’occhio» e sono una decina in tutto) è una cosa nata solo qualche anno fa: e da allora, quando i chicos piola tolgono le tende, la gente vive la loro partenza come un cambio climatico.
Rumbo Europa. Fanno Baires-Madrid-Las Palmas. Si fermano marzo e aprile a Playa del Inglés, Gran Canaria, o a Tenerife, o a Lanzarote, e a maggio si trasferiscono a Lloret de Mar, sulla Costa Brava.
Vivono praticamente di notte e d’estate, pare, e si mantengono lavorando nelle discoteche.
Cosa facciano in realtà lo scoprirò fra poco.
Una cosa è certa: ce li ritroviamo ciclicamente a Lincoln a novembre, con il primo caldo australe, e allora siamo tutti lì che ci facciamo dire com’è andata, quante ne hanno impalmate, gli scoli che hanno preso.
E chiediamo loro di farci registrare la musica nuova e mostrarci come si balla quest’anno in Europa.

Gennaio 1983, l’altr’anno ci sono stati i mondiali, persi da stupidi, e quest’estate, oltre alla musica e alla collezione di camicie colorate da putos e alle pastiglie che fanno ridere e vedere i dragoni, i chicos piola si sono portati a Lincoln Gregorio, un italiano, un tano, come vi chiamiamo noi in Argentina, che a Lloret de Mar lavora con loro.
Diciamo pure che per non contraddirsi i chicos piola dal l’Europa non potevano che portarsi dietro un apparato del genere, uno per cui il mondo ha la forma della fica e il resto si esaurisce in erba da fumare.
Una sera i chicos piola e il tano Gregorio sono venuti a mangiare la pizza dove vado anch’io, da Romero Morsa. Il tano, con la sua camicia variopinta, i pantaloni di pelle, la faccia pesta e le labbra gonfie che si aprono storte, passa dal mio tavolo e mi saluta militarmente. Forse qualcuno gli ha detto che sono stato alle Malvinas. Gli faccio un gesto di interrogazione, lui alza le spalle. Vengo a sapere poi dal cameriere che i milicos l’hanno menato per farsi dire chi vende l’erba e se c’è davvero qualcuno, come gira voce, che intende portarsi in Spagna qualche etto di coca rosada boliviana.
Il tano non sapeva nulla e così hanno insistito, poi l’hanno dovuto rilasciare perché della faccenda se ne sono occupati il padre e lo zio di Julio Pantelic, un ragazzo amico dei piola, gente mezzo mischiata con la junta.
Quando i chicos piola vanno in pizzeria o nei bar, paga sempre la gorda Raja, una bestiona di Lincoln che gira con loro, studentessa in farmacia, i genitori grandi proprietari terrieri, forse ancora più dei miei. La gorda la impalma un piola, il Gatto Luque, tipo alto e secco che in Europa gira voce svuoti i portafogli delle donne.
Il Gatto Luque se ne sta abbracciato alla gorda, circondato dai chicos piola, aspettano la pizza e bevono caraffe di vino mendocino. Anch’io da Romero Morsa bevo mendocino, lo mischio a gaseosa o Coca-Cola, una moda giunta dalla Spagna.
Ogni tanto il tano Gregorio si alza, mi passa accanto, mi saluta militarmente e rientra nel cesso a guardarsi la faccia gonfia allo specchio.
Il tano si sta impalmando un’amica della gorda Raja, la Carmen Botti, figlia del fabbro che vende lotteria illegale.
Ma del tano gira voce che non scende al presepe e la Carmen di questa cosa ne ha parlato alla gorda Raja, come fanno le donne, sapete, e questa alle amiche. Ora lo sa tutta Lincoln: il tano Gregorio al presepe non ci scende.
Così son tutti che gli danno addosso, specie i chicos piola, che hanno un’immagine da difendere: «Tano» gli dicono, «vergüenza, alle argentine se non ci scendi al presepe le lasci zoppe!» La voce è arrivata fino al fabbro Botti, e gli hanno chiesto se sua figlia era zoppa. Sono dovuti intervenire i milicos…
È la peggior pizzeria della pampa questa di Romero Morsa, un vino pessimo, e quella della moda europea di tagliarlo con Coca-Cola o gaseosa è una buona scusa per farlo scendere.
Non so perché ci vengo. Perché ci sono i chicos piola immagino, sono loro l’attrazione.
Sono entrati attirando subito gli sguardi, con le loro camicie e le loro battute in inglese, e Romero Morsa, che è stato anche lui a Lloret de Mar una stagione – poi il padre, per farlo rimanere a Lincoln, gli ha aperto la pizzeria.





Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".


Marino Magliani
La spiaggia dei cani romantici
Instar Libri, 2011
€ 14,00

martedì 25 gennaio 2011

Da vedere: Séraphine di Martin Provost


Chi era Séraphine? Una donna come tante, di cui non a caso non si ricorda mai il cognome. Per tutti solo Séraphine, la sguattera. Una figura straordinaria per tanti versi simile a quella di Antonio Ligabue, di cui ora un film bellissimo, vincitore di 7 César del cinema francese (tra cui film, sceneggiatura e regia) e un libro affascinante ricostruiscono la storia. Un'artista finora quasi sconosciuta in Italia, capace, come ha scritto su "Repubblica" Natalia Aspesi di "immergersi nella natura come in un suo privato regno segreto".



Séraphine

Senlis, Piccardia. Francia. Non troppo lontana da Parigi, ma distante secoli dalla luce accecante della Ville Lumiere. Lì, in una sontuosa tenuta di campagna, lavora Seraphine Louise. Una sguattera, completamente priva di educazione e dai modi un po’ bizzarri. Di giorno fatica, di notte dà spazio al suo estro. Cantando una litania religiosa, in quella mansarda buia e inospitale, si rifugia nel suo mondo. Sembra non importarle di altro. Anche l’ultima goccia di sudore è impiegata per guadagnare quei pochi spiccioli che le permettono di comprare la vernice per poter dipingere.
Arthur Schopenauer disse “il genio e la follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri”. Questo è Seraphine ed è tutto nello sguardo spiritato di Yolande Moreau, a ragione l’attrice più apprezzata e in voga di Francia. Il film si regge sulla sua straordinaria interpretazione. Evanescente, ingenua, caparbia, vive in una realtà che sembra esistere solo nella sua testa. La capacità di arrangiarsi, di perseverare, perché l’unico modo di sentirsi viva, di dare un senso alla sua esistenza, è tutto racchiuso nella pittura. In quei colori creati dal nulla, dal fango di una pozzanghera, dal sangue di una gallina sgozzata, dalla cera sciolta di una candela in chiesa.
Forse, volutamente, la maggior parte dei personaggi e dei rapporti interpersonali sono poco caratterizzati, quasi fosse volontà del regista concentrarsi su altro. Ad eccezione della relazione d’amore platonico fra la protagonista e l’amico/mecenate Wilhelm Uhde (un ottimo Ulrich Tukur), comunque sempre velata e mai eccessivamente calcata. Martin Provost gioca piuttosto sull’emozione che scaturisce dall’ideazione e successivamente dal parto di un dipinto, il brivido della creatività. Un viaggio attraverso gli occhi di Seraphine, lassù, arrampicati sul ramo di quell’albero, assieme a lei.
Eppure il film è, a lunghi tratti, un po’ freddo. A partire dalla scelta cromatica di colori spesso autunnali. A far da contraltare, quasi il mondo fosse una figura sbiadita al di fuori della testa di Seraphine, le esplosioni visive dei quadri. “Siete proprio sicura che la vostra mano è guidata dal vostro angelo custode?” chiede la madre superiora.
Sì, perché quei dipinti raffiguranti vegetazioni che a tratti sembrano esotiche, spesso paiono rappresentare la flora di un inferno di follia. Persino attraverso il grande schermo non si può fare a meno di esserne rapiti, di rimanere scioccati. Persi nell’immagine, trascinati dentro.
Non è tanto il ritratto di una donna emancipata e forte, in un’epoca in cui il genere femminile era ancora assai lontano dall’avere pari diritti. Bensì il coraggio di essere libera da schemi mentali, da status sociali. Probabilmente senza volerlo, per naturale predisposizione. Perché non c’è scuola o insegnante che possa dar lezioni di talento. Ci si nasce, lo si coltiva, lo si asseconda. È il massimo che si può fare, anche a rischio di perdere la propria sanità mentale.


(Da: www.sentieriselvaggi.it )




Fabrizia Centola

Storia di una pittrice dimenticata


Come epitaffio avrebbe voluto: “Qui riposa Séraphine Louis, che non ha rivali, aspettando la sua felice Resurrezione”. E’ stata invece seppellita in una fossa comune, dopo aver passato gli ultimi anni della sua vita, affamata e dimenticata, nell’orrore del manicomio; vittima, tra le vittime dell’occupazione nazista. Pittrice istintiva, appartenente al gruppo detto dei Primitivi Moderni, Sèraphine Louis nasce nel 1864 ad Arsy e muore nel manicomio di Clermont-de-l’Oise, nell’inverno del 1942, dopo una reclusione di dieci anni.
Ultima figlia di genitori anziani, rimasta orfana ancora piccola, a dieci anni è mandata a servizio. Sèraphine non conosce il conforto della famiglia, né di una propria casa. Dopo vent’anni passati nell’ombra protetta di un convento (di cui, negli anni del manicomio, denuncerà non creduta la violenza e i soprusi), nel 1906 si trasferisce a Senlis, città di pietra grigia e d’antico splendore (dimora dei re di Francia), ricca di giardini nascosti.
Profondamente religiosa, inizia a dipingere perché così le è stato comandato dagli angeli. Ispirata dalla Vergine Maria canta salmi mentre di notte fabbrica i suoi colori e dipinge su tavole di legno. Conduce una vita doppia: i “lavori neri” di giorno, per guadagnarsi da vivere, e i “lavori colorati” di notte. Sono fiammeggianti piume che si animano di colore. Intrichi di fiori, foglie e frutti: una natura esplosiva che ha in sé il potenziale della decomposizione. Sono trionfi di lussureggianti glorie al cielo, ma anche inquietanti immagini riflesse di un tormento che la tela trattiene dall’abisso. Massiccia e sgraziata, sola ed emarginata, nasconde un meraviglioso che emerge dalle sue tele, via via sempre più grandi. I colori sono brillanti e hanno la lucidità delle pitture del rinascimento, frutto di segrete misture di succhi vegetali, argille e sangue di macelleria, mescolati all’olio sottratto ai lumini della chiesa.

Poi, nell’autunno del 1912, arriva a Senlis Wilhelm Uhde, critico e mercante d’arte scopritore di Picasso e Braque, e Séraphine è incaricata di servirlo, di cerare i suoi pavimenti e di lavargli la biancheria. E’ un incontro che segnerà la vita di entrambi: alla serva darà la dignità della pittrice e al critico l’ispirazione per una nuova collezione. Uhde, tedesco e omosessuale, da quel momento entrerà e uscirà dalla sua vita, contribuendo, involontariamente, all’alterazione di un precario equilibrio e all’amplificazione di un male trattenuto nell’ombra da una pittura visionaria. Séraphine, divenuta ossessivamente tutt’uno con le sue creazioni, si perde a poco a poco mentre diventa pittrice riconosciuta, alterata da aspettative di fama e affetta da manie di grandezza, conseguenza anche di una repentina uscita da uno stato di profonda indigenza. La crisi economica del ‘29, che si riflette presto anche in Europa, metterà in difficoltà Uhde che, non più in grado di far fronte ai suoi debiti, le chiederà una maggiore parsimonia e le annuncerà la necessità di rinviare la sua prima personale. E’ un duro colpo, Sèraphine dipinge sempre meno. Si isola sempre più e si perde nelle forme deliranti di una psicosi. Ossessionata da voci interiori, vaga per il paese inquietando una comunità che non è in grado di capire, di ascoltare e di accudire, fino all’internamento in manicomio nel febbraio del 1932.

Il libro di Françoise Cloarec, psicanalista e pittrice, restituisce la storia di Séraphine non secondo un modello narrativo ma con lo stile frammentario di una ricerca. Documenti e versioni, anche in contraddizione, contribuiscono alla creazione della trama di una vita di solitudine, di genio e di follia. Dal lavoro sporco, umile, all’espressione alta dell’artista. Un mondo interiore che contrasta e sopperisce ad un concreto e drammatico digiuno di affetti e di sicurezza; un equilibrio di forme e colori, che con il loro potenziale espressivo trattengono e ritardano l’esplosione del male. Se Martin Provost, nel suo film, si ferma al momento dell’internamento, cercando di rendere più lieve la rappresentazione della fine, François Cloarec prosegue, addentrandosi nell’orrore degli anni del manicomio. Ai documenti ufficiali intreccia gli scritti di Séraphine che, abbandonata la pittura,“ Sono troppo vecchia…non si fa arte in questi posti…”, fa fronte alla necessità di espressione scrivendo. Una scrittura povera e imprecisa che documenta però gli ultimi anni di una pittrice istintiva e visionaria, di una donna infelice che ha saputo creare un mondo di colori capace di farle vivere una vita parallela di grande intensità.

La storia di una pittrice dimenticata; il ritratto di una donna che ha contrastato col colore i mostri che le crescevano dentro.

http://www.nonsolocinema.com/La-vita-sognata-di-Seraphine-de_21387.html




Françoise Cloarec
La vita sognata di Séraphine di Senlis
Archinto 2010
€ 12,00

lunedì 24 gennaio 2011

Storia di Saliceto II



Guido Araldo

Storia di Saliceto II


La faccenda dei diritti concessi da Filiberto d'Orleans si risolse il 16 novembre 1482, con un arbitrato notarile: la sentenza fu eletta nell'antica chiesa di Santa Maria (de Gudega?) di fronte ai capi famiglia di Saliceto (il più antico documento storico presente nell'archivio del municipio): al marchese di Finale, nuovo signore del vasto feudo, all'epoca Galeotto II Del Carretto, fu riconosciuta legittima la richiesta di ripristinare gli antichi diritti feudali, con la revoca delle concessioni rilasciate dal rappresentante del re di Francia, troppo magnanimo per opportunismo.

Va ricordato che Filiberto d'Orleans governò i feudi di Saliceto e Paroldo per una dozzina di anni, alla fine della guerra del Finale. Sempre lo storico Filelfo, fonte preziosissima, ricorda che l'audace capitano francese, il cui controllo si estendeva anche alla Pietra della Marina (Pietra Ligure), effettuava azioni di pirateria nel tratto di mare di fronte alla Pietra, dopo aver armato due galee. Non soltanto si permetteva di saccheggiare i navigli genovesi, ma ne prendeva in ostaggio i capitani e le personalità più insigni che trovava a bordo per poi trasferirli in una torre di Saliceto, prigionieri, in attesa del riscatto. Le vibranti proteste del potente Banco di san Giorgio riuscirono alfine a raggiungere il re di Francia che richiamò in patria l'intraprendente suo rappresentante sulle Langhe. A Filiberto d'Orleans subentrarono due suoi luogotenenti: uomini d'arme, che di fretta si sbarazzarono dei feudi di Saliceto e Paroldo, offrendoli al miglior offerente e il miglior offerente chi poteva essere? Il marchese di Finale!

In tal modo Saliceto fu annesso al Marchesato di Finale con Paroldo. Subito dopo, nei primi anni del 1500, fu coinvolto in un intenso rinnovamento edilizio, che raggiunse l'apice con la costruzione della nuova parrocchiale di San Lorenzo, monumento nazionale per la straordinaria architettura rinascimentale, pari se non superiore allo stesso duomo di Torino, edificata sul luogo dell'antica pieve di Santa Maria. Un'opera d'impronta bramantesca voluta dal marchese – cardinale Carlo Domenico Del Carretto, sicuramente il più notevole rappresentante della casata finalese, amico tanto del papa Giulio II quando del re di Francia Luigi XII e, probabilmente, di Leonardo da Vinci durante i suoi soggiorni presso la corte francese. Era anche fratello maggiore di Fabrizio Del Carretto, in quegli anni gran maestro dei Cavalieri di Rodi. La facciata della chiesa, mirabilmente scolpita, presenta molteplici e raffinate figurazioni decorative a bassorilievo, dove spiccano sirene dal seno scoperte, salamandre (ritenute un animale ignifugo), l'araba fenice, il pellicano che nutre i propri piccoli con il proprio sangue e, soprattutto, bassorilievi emblematici e misteriosi come un enigmatico "Bafometto" (l'idolo che i Templari erano accusati di adorare) esattamente come descritto da Guglielmo da Nogaret, gran cancelliere del re di Francia e loro massimo accusatore: enormi baffi e zampe da caprone. È collocato alla sommità della lesena all'estrema destra della facciata. Da evidenziare, inoltre, un probabile Ermete Trismegisto, unico in tutta Europa, su entrambe le "colonne" ai lati della porta d'ingresso (simili raffigurazioni, rarissime, si trovano soltanto nei portali di case private quattrocentesche, come nel caso del portale del "Trionfo Doria" in Via Chiossone 1 nel centro storico di Genova. Attualmente la facciata in pietra arenaria risulta gravemente vilipesa al fluire inesorabile delle stagioni e si riscontrano notevoli difficoltà nella sua conservazione. L'interno della chiesa è inoltre totalmente affrescato... Altra scultura, probabilmente unica in tutta Europa, è una pietra in arenaria recentemente rinvenuta sull'architrave di una casa del centro storico dov'è scolpito lo stemma dei marchesi del Carretto sormontato da un triangolo simile ad un manico, con due martelli ai lati: la più antica testimonianza dei Francs-Maçons costruttori di cattedrali?



Nel 1583 Saliceto e Paroldo, con metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio, facevano ancora parte del Marchesato di Finale, ormai prossimo alla fine. Una lapide, murata nella cupola all'interno della chiesa, riporta la data 1583 e il nome del penultimo marchese Alexander Del Carretto, abbas Bonacombae (abate di Buonacomba, marchese tra il 1583 e il 1596), abbinato al fratello Fabbritius Del Carretto eques Hierosolymitanus Comendator Mediolanensis. Seguì una breve occupazione spagnola, per il coinvolgimento nella congiura del conte di Millesimo Ottaviano Del Carretto e del marchese Tethe Del Carretto di Gorzegno complici nel tentativo di costituire un libero "cantone" sulle Langhe, simile ad una "nuova Ginevra", ad imitazione della città sul lago di Lemano che si era affrancata dall'autorità sabauda proprio in quegli anni (documenti rinvenuti nell'archivio storico del castello di Simancas nella Vecchia Castiglia da Don Scaglione). E proprio questa occupazione fu determinante per sgretolare il marchesato di Finale, facendogli perdere ogni controllo sui paesi langhetti.

Dall'inizio del XVII secolo le illegittime pretese dei duchi sabaudi, tesi ad inglobare nei loro domini i feudi imperiali delle Langhe, si fecero sempre più insistenti ed invadenti. Ancora nel 1621, l'8 novembre, il feudo di Saliceto veniva investito al re di Spagna Filippo II dall'imperatore Ferdinando II, con tutte le antiche possessioni del marchesato di Finale, ed esattamente Finale con il Castel Borgo e il Castel Franco, Busile, Calizzano, Murialdo, Massimino, Osiglia, Bormida, Paroldo, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio. All'epoca Finale era diventato il "porto delle Fiandre" e vi transitavano le truppe inviate a reprimere la ribellione dei Paesi Bassi, giacché la strada che portava a Milano attraversava i feudi imperiali delle Langhe senza interessare la Repubblica di Genova e i domini Sabaudi e costituiva un autentico corridoio verso la Lombardia. Ma in quegli anni, con un autentico scippo, Saliceto era stato sottratto illegalmente al Sacro Romano Impero e così, quando nel 1639 gli Spagnoli vennero a conquistare il forte di Cengio, il territorio di Saliceto risultava presidiato da una compagnia piemontese al comando del capitano Buttino di Ceva. Fu allora che accadde il fatto d'arme più famoso, allorché un cecchino dotato di un archibugio da uccellatore fulminò con un colpo magistrale, sparato da grande distanza, il comandante dell'armata spagnola: Don Martino d'Aragona. Gli storici riferirono che per questo gran colpo di moschetto fu raso al suolo, fino alle fondamenta, il castello, come rappresaglia. A subire questa sorte fu sicuramente il Castelvecchio sulla collina della Rosa, giacché il castello nel fondovalle, dotato di quattro grandi torrioni agli angoli e inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte, oltre alle strutture gotiche e agli affreschi trecenteschi attribuiti a Taddeo di Bartolo, e altri forse duecenteschi, presenta pregevoli architetture rinascimentali, come l'elegante scalone a loggiato che unisce la corte interna al piano superiore.
Risale al 1666 il primo catasto, strumento sabaudo per imporre le tasse di proprietà, tuttora custodito nel municipio; ma Saliceto, territorio imperiale, non è mai stato infeudato ai duchi di Savoia!



Ancora il 31 agosto 1577, mentre l'intera Val Padana era terrorizzata dal dilagare della peste, l'imperatore Rodolfo II d'Asburgo infeudava il marchese Alfonso II Del Carretto del borgo e del castello di Saliceto, con tutti le altre pertinenze del finalese a cominciare dal Castel Borgo e dal Castel Franco, e con le sue dirette dipendenze di Paroldo, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio. In seguito, essendo entrato in crisi il marchesato di Finale per motivi dinastici ed essendo prossimo ad essere "acquisto" dalla Spagna, il duca di Savoia Carlo Emanuele s'impossessava illegalmente dei territori langhetti di questo stato e, addirittura, addiveniva ad uno scambio con Scipione Del Carretto, figlio di Filiberto I dei Marchesi Del Carretto di Finale. Subito dopo, con un autentico atto di pirateria politica, in data 6 aprile 1588 cedeva Saliceto e Murialdo, sui quali non vantava diritti, a Scipione Del Carretto, in cambio di Zuccarello, Erli, Castelvecchio (di Rocca Barbena) e Castelbianco. Per rendere più equo lo scambio a Saliceto e Murialdo il duca aggiungeva Bagnasco in Val Tanaro, con l'enorme somma di 60.000 Scudi d'oro per il versamento dei quali il procuratore di Scipione rilasciò regolare ricevuta. La corruzione del marchese Scipione, i cui stessi diritti su Zuccarello, Erli, Castelbianco e Castelvecchio erano illegittimi, coinvolse anche le sue due figlie, alle quali il duca sabaudo elargì 1.000 Scudi d'oro ciascuna come dote; poi a ciascun parente di Scipione Del Carretto che non si fosse opposto ad una simile truffa assicurò altri 1.000 d'oro. Al fratello di Scipione di nome Prospero, complice in questa illecita transazione, fu riconosciuta una pensione, per tutta la durata della sua vita, di 400 Scudi d'oro! All'epoca i duchi sabaudi erano propensi a qualsiasi temerarietà, anche a vendersi l'anima al diavolo, pur di avvicinarsi al mare nella Riviera Ligure di Ponente: ambivano ad uno sbocco in quel mare meno impervio di Nizza, al di là delle alte Alpi Marittime; impresa che fu loro sempre negata finché ci fu la Repubblica di Genova, anche se alla fine riuscirono ad acquisire l'approdo di Oneglia, ma gli fu impedito di realizzare un corridoio nell'Entroterra che lo collegasse alla Val Tanaro.

Ovviamente sia il procuratore imperiale che la Repubblica di Genova e soprattutto Ottavio Del Carretto, che vantava legittimi diritti su Zuccarello, Erli, Castelbianco e Castelvecchio, si opposero a questa transazione palesemente illegale, che ledeva i loro diritti. Il procuratore dell'imperatore del Sacro Romano Impero evidenziò come tutti i feudi che costituivano l'oggetto dell'illecita transazione, ad eccezione di Bagnasco, appartenessero alla Camera Imperiale, e che lo stesso marchese Scipione Del Carretto non potesse vantare diritti su di essi in quanto condannato per gravi delitti, incluso un omicidio. Precisava, inoltre, che contro di lui era stata emessa sentenza di colpevolezza in contumacia, con la confisca di tutti i suoi beni. Peraltro, quando Scipione Del Carretto giunse a Saliceto, eletto a sua residenza privilegiata, dimostrò tutta la sua protervia con la pretesa di ripristinare, nudi e crudi, gli antichi privilegi feudali, stemperati, mitigati, addolciti da un secolo di dominio dei marchesi di Finale, soprattutto per la magnanimità del marchese – cardinale Carlo Domenico Del Carretto, che durante tutta la sua vita riservò un peculiare riguardo per Saliceto: atteggiamento finora rimasto senza spiegazioni. Di fronte a simili pretese si rischiò una rivolta popolare,poiché i Salicetesi non erano disposti a rinunciare ai privilegi faticosamente acquisiti, e fu necessario l’intervento di un cancelliere del duca sabaudo, dotato di pieni poteri, per stemperare la tensione ed indurre il nuovo marchese arrogante, noto capitano di ventura con propria compagnia di mercenari, a miti consigli.

La diatriba continuò per 35 anni, finché nell'anno 1623 si giunse allo scontro armato tra il Duca sabaudo e la Repubblica di Genova, che vedeva minacciata la città di Albenga, prossima a Zuccarello, per le mire espansionistiche dei signori di Torino. Nel frattempo il marchese Scipione Del Carretto, condannato per omicidio, privato dei suoi beni, era stato promosso dall'ineffabile duca Carlo Emanuele I a governatore di Mondovì, e suo figlio Filiberto II, succedutogli illegittimamente come marchese di Saliceto, Bagnasco e Murialdo, fu nominato Gran Ciambellano dal solito duca Carlo Emanuele, Maresciallo di Campo Generale e inviato ambasciatore a Vienna; nel 1628 fu nominato governatore di Trino e nel 1631 venne insignito dal duca Amedeo I, succeduto a Carlo Emanuele, dell'Ordine Supremo del Collare della SS. Annunziata. Infine, l'anno successivo, fu promosso nientedimeno che governatore della Città di Nizza e del suo contado!

Saliceto fu occupato dalle truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte dopo che l'11 aprile 1796 l'armata rivoluzionaria sfondò il fronte nei boschi di Montenotte, in prossimità del Colle di Cadibona. Lo stesso Napoleone dormì a Saliceto, in casa Roddolo, le notti del 16 e 17 aprile, dopo la sanguinosa conquista del castello diroccato di Cosseria, che costò ai francesi il sacrificio di 2.000 soldati e tre generali. Da qui, finalmente divise le armate austriaca e piemontese, il giovane generale, all'epoca ventisettenne, diramò gli ordini che portarono allo sfondamento definitivo del sistema difensivo allestito dall'esercito piemontese nel Monregalese, per giungere rapidamente alla pace di Cherasco e permettere l'avanzata in Lombardia delle truppe vittoriose.


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 23 gennaio 2011

Antonio Gramsci e lo stalinismo


Il 22 gennaio 1891 nasceva Antonio Gramsci. Lo ricordiamo con questo scritto apparso originalmente in francese nel 1999 sui Cahiers du mouvement ouvrier.

Giorgio Amico

Antonio Gramsci e lo stalinismo

Ancora nel 1958, due anni dopo il XX Congresso, Togliatti non aveva esitazioni a presentare l'immagine di un Gramsci in carcere convinto stalinista; in realtà sono numerose le fonti che testimoniano prima di un radicale dissenso di Gramsci rispetto alla politica della "svolta" con argomentazioni sostanzialmente simili alle tesi della Nuova Opposizione Italiana e poi di una totale ripulsa dello stalinismo come sistema di governo.

Scrive Ercole Piacentini, operaio meccanico, compagno di Gramsci a Turi: "Gramsci batteva particolarmente sul fatto che nel partito non si doveva guardare all'uomo ma alle direttive del CC. Parlava di Stalin come di un despota e diceva di conoscere il testamento di Lenin, dove si sosteneva che Stalin era indatto a diventare il segretario del partito bolscevico. Ci parlava di Rykov, di Kamenev, di Radek e soprattutto di Bucharin, per il quale aveva un'ammirazione particolare. Una volta ci parlò della Rivoluzione francese (...) E a proposito di ciò, accennò anche a un 'termidoro' sovietico".

Ricorda Bruno Tosin, stalinista convinto, dal dicembre 1930 a Turi che Gramsci "si dimostrava molto impensierito per la ripercussione che la lotta all'interno del partito bolscevico aveva avuto nell'Internazionale, la cui opera di direzione collegiale, secondo il suo parere, era paralizzata o indebolita in conseguenza di tali lotte. In questa occasione deplorò anche il fatto che Stalin nel passato non avesse mai avuto occasioni di svolgere una certa vita internazionale, a differenza di altri capi bolscevichi, e ciò restringeva la sua visione del processo generale del movimento mondiale" Tesi ribadita all'ex deputato comunista Ezio Riboldi nella primavera del 1931, una volta appresi con irritazione gli esiti del IV Congresso del PCd'I a Colonia: "Bisogna tener presente che l' habitus mentale di Stalin è ben diverso da quello di Lenin (...) Stalin è rimasto sempre in Russia, conservando la mentalità nazionalista che si esprime nel culto dei Grandi Russi. Anche nell'Internazionale, Stalin è prima russo e poi comunista: bisogna stare attenti". (1)



Ma la testimonianza principale è dello stesso Gramsci: il 13 luglio 1931 questi scrive a Tatiana: "Mi pare che ogni giorno si spezzi un nuovo filo dei miei legami col mondo del passato e che sia sempre più difficile riannodare tanti fili strappati". (2) La lettera non verrà pubblicata nell'edizione Platone-Togliatti del 1947 delle Lettere dal carcere, così come verrà censurata un'analoga considerazione presente nella lettera a Tatiana del 3 agosto dello stesso anno: "Non essendoci da parte mia mutamento di terreno culturale, si tratta di sentirsi isolato nello stesso terreno che di per sé dovrebbe suscitare legami affettivi". (3) Il messaggio è trasparente: Gramsci si considera ancora un comunista, ma non si identifica più nel movimento comunista, così come si è andato via via definendo a seguito dell'affermarsi dello stalinismo. (4)

Ma cosa Gramsci, seppellito da anni in un carcere fascista, è in grado di conoscere di quanto accade fuori, che ragionevole fondamento hanno i suoi giudizi che, come si è visto, sono netti ? A questo proposito illuminante è il seguente passo di una lettera a Tania del 1933: "Sebbene viva in carcere, isolato da ogni fonte di comunicazione, diretta e indiretta, non devi pensare che non mi arrivino ugualmente elementi di giudizio e di riflessione. Arrivano disorganicamente, saltuariamente, a lunghi intervalli, come non può non accadere, dai discorsi ingenui di quelli che sento parlare o faccio parlare e che di tanto in tanto portano l'eco di altri ambienti, di altre voci, di altri giudizi ecc. Non ho ancora perdute tutte le qualità di critica 'filologica': so sceverare, distinguere, smorzare le esagerazioni volute, integrare ecc. Qualche errore nel complesso ci deve essere, sono pronto ad ammetterlo, ma non decisivo, non tale da dare una diversa direzione al corso dei pensieri". (5)

Gramsci, dunque, non solo conosce a grandi linee gli avvenimenti sovietici, ma ci tiene a farlo sapere, quasi fosse preoccupato di controbattere eventuali obiezioni fondate sul suo status di prigioniero. Ad una lettura attenta anche i Quaderni, nella più recente edizione critica, riservano più di una sorpresa rispetto alla tradizionale versione di un Gramsci convinto stalinista che non perderebbe occasione per stigmatizzare dal carcere le colpe di un Trotsky divenuto "puttana del fascismo". (6) "Sta di fatto - scrive Vacca - che, al di là della polemica con Trotsky del 1924-1926, che è il solo tema per cui Stalin viene nominato, di lui nei Quaderni Gramsci non parla se non indirettamente accennando all'URSS in modi critici. Né si può sottovalutare il fatto che tutte le critiche di Gramsci all'URSS staliniana convergano nel sottolineare le conseguenze politiche e statali della rottura dell'alleanza fra operai e contadini". (7)



D'altronde, se Gramsci pare mantenere un costante atteggiamento critico verso le posizioni di Trotsky, come non pensare che nel pieno della politica di industrializzazione forzata e dopo la "svolta" avventurista del '29, questo non cambi di segno e non vada a colpire direttamente quello stesso Stalin che per Gramsci subordina, lo abbiamo appena visto, la rivoluzione mondiale agli interessi nazionali russi. (8) Netta è nei Quaderni, anche se espressa con le cautele dovuta alla particolare situazione della prigione, la messa in guardia nei confronti di una possibile involuzione bonapartista dell'URSS a causa di un'industrializzazione fondata sulla mera coercizione invece che sul consenso. Scrive Gramsci nel Quaderno 22 proprio in riferimento ai pericoli di un industrialismo fine a se stesso: "Il suo contenuto essenziale (...) consisteva nella 'troppo risoluta (quindi non razionalizzata) volontà di dare la supremazia, nella vita nazionale, all'industria e ai metodi industriali, di accelerare, con metodi coercitivi esteriori, la disciplina e l'ordine nella produzione, di adeguare i costumi alle necessità del lavoro. Data l'impostazione generale di tutti i problemi connessi alla tendenza, questa doveva sboccare necessariamente in una forma di bonapartismo..." . (9)

Come già al tempo della polemica antibordighiana del 1924-1926 sono gli interessi del movimento proletario internazionale a fungere da criterio di giudizio. L'abbandono di Stalin della politica leninista di alleanza degli operai e contadini quale base del potere proletario agevola la rivoluzione mondiale ? E l'uso generalizzato di metodi polizieschi dentro e fuori il partito come deve essere valutato dai marxisti senza cadere in un democraticismo fine a se stesso ? L' uso della violenza da parte di un partito politico, anche espressione "di gruppi subalterni", cioè detto in chiaro di un partito comunista al potere, ha carattere comunque reazionario o può avere valenza positiva ? La risposta di Gramsci è netta e coerentemente marxista: "La funzione di polizia di un partito può dunque essere progressiva o regressiva: è progressiva quando essa tende a tenere nell'orbita della legalità le forze reazionarie spodestate e a sollevare al livello della nuova legalità le masse arretrate. E' regressiva quando tende a comprimere le forze vive della storia e a mantenere una legalità sorpassata, antistorica, divenuta estrinseca. Del resto, il funzionamento del partito dato fornisce criteri discriminanti: quando il partito è progressivo esso funziona 'democraticamente' (nel senso di uncentralismo democratico), quando il partito è regressivo esso funziona 'burocraticamente' (nel senso di un centralismo burocratico). Il partito in questo secondo caso è puro esecutore, non deliberante: esso allora è tecnicamente un organo di polizia e il suo nome di 'partito politico' è una pura metafora di carattere mitologico". (10)


Il carcere di Turi

Concetto ripreso, a sostanziare ulteriormente la sua analisi della degenerazione burocratica e autoritaria del modello sovietico, nel Quaderno 15: "Dato che anche nello stesso gruppo esiste la divisione fra governanti e governati, occorre fissare alcuni principi inderogabili, ed è anzi su questo terreno che avvengono gli 'errori' più gravi, che cioè si manifestano le incapacità più criminali, ma più difficili a raddirizzare. Se crede che essendo posto il principio dello stesso gruppo, l'obbedienza debba essere auttomatica, debba avvenire senza bisogno di una dimostrazione di 'necessità' e razionalità non solo, ma sia indiscutibile (qualcuno pensa, e ciò che è peggio, opera secondo questo pensiero, che l'obbedienza 'verrà' senza essere domandata, senza che la via da seguire sia indicata). Così è difficile estirpare dai dirigenti il 'cadornismo', cioè la persuasione che una cosa sarà fatta perchè il dirigente ritiene giusto e razionale che sia fatta: se non viene fatta, 'la colpa' viene riversata su chi 'avrebbe dovuto', ecc. Così è difficile estirpare l'abitudine criminale di trascurare di evitare i sacrifizi inutili. Eppure, il senso comune mostra che la maggior parte dei disastri collettivi (politici) avvengono perchè non si è cercato di evitare il sacrificio inutile, o si è mostrato di non tener conto del sacrifizio altrui e si è giocato con la pelle altrui". (11)

E' una condanna senza attenuanti di un modello di sviluppo, industrialistico e statalista, fondato sul più assoluto disprezzo dei costi umani e della volontà delle masse, sull'obbedienza automatica, sul culto del capo ("cadornismo") che non solo ha da tempo perso ogni residua connotazione progressiva, ma che rappresenta il principale ostacolo sulla via della ripresa rivoluzionaria. Posto di fronte alla necessità di "apprendere troppe e troppo tremende cose" (12), messo al bando dal partito, dal profondo del carcere Antonio Gramsci non cessa di combattere con le uniche armi a sua disposizione, la sua mente e la sua penna, contro la controrivoluzione, fiducioso come tutti i grandi rivoluzionari, in un "futuro limpido e luminoso dell'umanità". (13)

NOTE

(1) Ibidem, p. 48.
(2) A. Gramsci, Lettere dal carcere, vol. 1°, Roma 1988, p. 299.
(3) A. Gramsci, Lettere dal carcere, vol. 2°, Roma 1988, p. 18.
(4) Sull'isolamento di Gramsci in carcere cfr. le ricerche di Spriano (Gramsci in carcere e il partito, Roma 1977) e di Fiori ( Gramsci Togliatti Stalin, cit.). E' opportuno comunque ricordare la testimonianza terribile di Terracini relativa alla morte di Gramsci. "Per i compagni detenuti o confinati, Antonio ormai era estraneo al partito. Perciò la notizia della sua morte passò come tante altre, fu accolta senza dolore, non suscitò emozioni" (Terracini, Quando diventammo comunisti, cit., p. 115).
(5) A. Gramsci, Lettere dal carcere, vol. 2°, cit., p. 191.
(6) La citazione, falsa, è dovuta alla penna di uno fra i più raffinati esponenti di quell'area di intellettuali passati tranquillamente dal fascismo al "partito nuovo" di Togliatti (L. Lombardo Radice, Fascismo e anticomunismo, Torino 1947, p. 56). Nel volume vengono a piene mani diffuse calunnie su Bordiga e "la provocazione di tipo trotzkista al soldo dell'Ovra". (ibidem, p. 57).
(7) G. Vacca, L'URSS staliniana nell'analisi dei Quaderni dal carcere, in Gorbacev e la sinistra europea, Roma 1989, p. 75.
(8) Tesi peraltro già avanzata sul finire degli anni Sessanta da Silverio Corvisieri (Trotskij e il comunismo italiano, cit., pp. 95-96).
(9) A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino 1975, p. 2164.
(10) Ibidem, p. 1691.
(11) Ibidem, p. 1752.
(12) La frase, rivolta al giovane Gramsci, è di Bordiga. (A. Bordiga, Il rancido problema del Sud italiano, cit., p. 97).
(13) E' un passo della deposizione di Trotsky davanti alla Commissione Dewey nell'aprile 1937 che rappresenta il suo testamento politico e ben si addice a un marxista indomabile e generoso come fu Antonio Gramsci. "L'esperienza della mia vita - scrive Trotsky - in cui non sono mancati successi e fallimenti, non soltanto non ha distrutto la mia fede in un futuro limpido e luminoso dell'umanità, ma anzi l'ha temprata e resa incrollabile. Questa fede nella ragione, nella verità, nella solidarietà umana, che a diciotto anni portai con me nei quartieri operai (...), l'ho conservata piena e intatta. E' diventata più matura, ma non meno ardente...". (Cfr. I. Deutscher, Il profeta esiliato, Milano 1965, p. 483).

(Da: Cahiers du mouvement ouvrier, CERMTRI, Paris, n° 6 Juin 1999)

sabato 22 gennaio 2011

Ricordo di Guido Seborga


Ancora un ricordo di Guido Seborga, questa volta dell'artista ponentino Sergio "Ciacio" Biancheri.


Sergio "Ciacio" Biancheri


Ricordo di Guido Seborga



Le mie visite negli ultimi anni avvenivano nella tarda mattinata, fra le undici e mezzogiorno. In quelle ore era solo. Allora lo spronavo a parlarmi del dramma dell’uomo. Volevo sentire le sue parole sul destino e sulla morte. “Credimi – mi diceva – la morte è tutto un mistero come la vita”. E fuggiva subito verso pensieri di sogno, ricordando, ricordando per esempio la bella svedese che visse con lui alcuni mesi a Ventimiglia e che gli aveva anche tradotto un libro. Al ricordo i suoi occhi si illuminavano. Io lo assecondavo in questa réverie perché mi piaceva sentirlo parlare e avvertirlo ancora vivo. La sua salute era gratificante per noi, come la sua gioia e il suo sorriso.

Un giorno però, a sorpresa mi parlò di Cristo, una figura che lo affascinava. Quest’uomo – mi diceva – con le sue idee ha rivoluzionato il mondo, la vita!” Ne ammirava il coraggio, la libertà. Aveva dato la libertà, introdotto la parità fra l’uomo e la donna. Il suo insegnamento lo riteneva ancora attualissimo. Le lotte per la libertà che sono dei nostri giorni, il Cristo le aveva combattute da solo. La forza dimostrata da quell’uomo di pace aveva per Guido un valore straordinario in quanto egli ha sempre subito il fascino degli uomini che si battono per la libertà. Spartaco, per lui, ne era un esempio significativo: l’uomo che muore per la libertà, l’uomo straordinario, la forza, il coraggio. Cristo però, per Seborga, si presentava nudo di fronte alla forza. Egli non combatteva con le armi. Nel dire queste cose, gli occhi di Guido si riempivano di ammirazione incredula. “Sei fortunato – gli dicevo - , la Madre divina ti protegge”. Mi rispondeva, ridendo, che era proprio vero. Non osava darmi una risposta sbagliata. Mi guardava ed era contento.

L’ho seguito fin quasi alla fine. L’ho salutato accompagnandolo alla macchina, sulla via Romana di fronte alla sua casa di Bordighera. La macchina era carica di bagagli. Alba, sua moglie si era messa alla guida. E’ stato il mio ultimo saluto a Guido e Alba. E’ strano, ma il giorno del suo funerale non sono andato a Torino. Ho preferito meditare nel nostro spazio consueto sugli scogli di Cap Martin, di fronte al mare.

Si era molto preoccupata Alba, negli ultimi anni per lo stato di salute del marito, tant’è che morì prima di lui. Per Guido, per cui era normale averla vicina piena di premure, fu un duro colpo. Da allora sua figlia Laura Hess ritorna a Bordighera con la sua famiglia. Ho suonato alla villa qualche volta per portare dei cataloghi di mostre, ma non essendoci più Guido mi trattengo poco e in giardino. Un giorno Laura mi telefona per ricordarmi il decennale della morte del padre. Ne parlo con Seila Covezzi della Biblioteca Civica Internazionale ed informo l’amico Giorgio Loreti. Giorgio ne parla con Enzo Maiolino che avverte Luigi Betocchi e il gioco è fatto. Tutto si compie in nome di Guido Seborga. Viene allestita una mostra dei suoi quadri alla Biblioteca, con documenti, libri, foto, articoli di giornali. Sia alla mostra, sia alla conferenza ho rincontrato tutti gli amici di Guido: Marzio Pinottini, Angela Calice e il marito musicista. Laura l’ho vista felice.

Con Giorgio Loreti al Centro Culturale della Chiesa Anglicana ho conosciuto Massimo Novelli. Ha in mano un manoscritto su Guido Seborga che spera di pubblicare. Alla conferenza parlerà di queste sue difficili ricerche su Guido e delle notizie ottenute con molta fatica. Non si spiegava i molti silenzi di tanti uomini di cultura su Seborga. I critici avevano dimenticato Guido perché uno scrittore scomodo. Laura ha consegnato a Novelli, giornalista di “Repubblica”, il materiale in suo possesso. Ora Laura raccoglie e cataloga l’opera completa del padre. Domenico Astengo imposta la sua conferenza sul romanzo Gli innocenti, la cui storia si svolge tra Savona e Vado Ligure, una realtà che Domenico conosce benissimo. Elogia Seborga per la verità storica e si augura che il libro venga ripubblicato, anche perché interessante per la conoscenza delle trasformazioni avvenute nella città.

Da Laura ricevo l’invito a recarmi a Torino il 13 maggio 2000 per una conferenza su Seborga, a cura di Nico Orengo e Marzio Pinottini, al Centro Studi e Ricerche “Mario Pannunzio”. Non mi sarà possibile essere presente all’appuntamento. Un anno dopo circa – il 20 aprile – presenzio a Torino a una mostra di Eugenio Comencini e in quest’occasione conosco il dott. Lisa, che era stato
amico di Guido in gioventù. Erano nella stessa scuola. Lo ricordava felicissimo alla fine della guerra. Gridava: “Libertà, finalmente libertà”. Scendeva da Moncalieri in bicicletta. Il dott. Lisa lo aveva intervistato per la Rai per una serie di servizi culturali. Con Guido aveva intervistato anche il pittore Paolucci. Spero di ritrovare questo nastro e di consegnarlo alla figlia.

(Da: "Paize Autu", periodico dell'Associazione "U Risveiu Burdigotu", n.12, dicembre 2009)



Sergio "Ciacio" Biancheri nasce a Bordighera nel 1934 dove tuttora vive. Ha studiato pittura e scultura con Roman Bilinsky e Giuseppe Balbo. Nel 1960 è stato insignito del Premio San Fedele di Milano per la giovane pittura italiana. Ha studiato nudo all’Accademia di Brera e all’Ecole des Arts Plastiques de Monaco e litografia a La Spirale di Milano. Dal 1970 si dedica anche alla scultura e dal 1993 alla ceramica. Sue opere figurano in collezioni pubbliche e private sia in Italia che all’estero.

venerdì 21 gennaio 2011

Flavia Steno (1877-1946), scrittrice e giornalista




Il giorno 24 gennaio 2011, alle ore 17,
nella Sala dei Chierici della Biblioteca Berio di Genova, Pino Boero e Franco Contorbia (Università di Genova), Ombretta Freschi (giornalista), insieme alla curatrice Carla Ida Salviati, presentano il quaderno della “Riviera Ligure” (n. 61/62) dedicato a Flavia Steno, scrittrice e giornalista.
Letture a cura di Maria Comerci e Stefano Stefanacci

* * *
Nata a Lugano nel 1877 da famiglia italiana, Flavia Steno si trasferisce ventenne a Genova, che diviene la sua città di adozione.
Nel quaderno a lei dedicato sono approfonditi alcuni risvolti della sua biografia e indagati certi suoi interessi meno noti, ad esempio il côté cinematografico. Degna di attenzione appare senza dubbio la campionatura che la pubblicazione offre della sua scrittura, così da verificare l’abilità della giornalista e la finezza della narratrice, la non superficiale conoscenza della cultura europea del tempo, l’attenzione per i temi femminili, sempre inseriti in un preciso contesto sociale.
Il quaderno contiene anche una bibliografia dei romanzi pubblicati dalla Steno (oltre settanta). Un’impresa riepilogativa tutt’altro che facile per la vastità della sua produzione, le infinite ristampe, la scarsa considerazione che la cultura accademica ha mostrato nei confronti di una narrativa ingiustamente valutata come “marginale”.
Per altro, la Steno era già apparsa sulle pagine della «Riviera Ligure» (n. 16/1995), “messa in scena” da un commediografo d’eccezione, Vico Faggi, che appunto “rievocava” il primo, ormai famoso, incontro della giovane aspirante giornalista con Luigi Arnaldo Vassallo (“Gandolin”), allora direttore del «Secolo XIX».



Volti a visitare le eredità intellettuali di Liguria, i quaderni quadrimestrali della «Riviera Ligure» vengono realizzati dalla Fondazione Mario Novaro quale occasione di incontro e di sollecitazione per quanti, a diverso titolo, sono interessati alla cultura novecentesca. Costituiscono un veicolo di partecipazione alle attività dell’Ente e pure uno strumento di analisi e di intervento, caratterizzato dalla forma monografica dei fascicoli, così da diffondere, di volta in volta, le tematiche e le figure intorno alle quali si articola il lavoro di ricerca dell’istituzione.

giovedì 20 gennaio 2011

21 gennaio 2011 il PCI avrebbe compiuto novant'anni


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lunga e approfondita riflessione di Franco Astengo sulla storia di quello che nel secondo dopoguerra è stato il principale partito della sinistra. Crediamo tuttavia che l'aver basato l'analisi su ciò che il PCI "diceva"- e non solo per motivi di mera propaganda - di essere (la cosidetta "anomalia" comunista), tralasciando di analizzare il peso determinante dell'ideologia staliniana e del culto dell'URSS nella cultura comunista e il ruolo di "partito russo" di fatto svolto dal partito fino a quasi il suo scioglimento, costituisca un limite grave e impedisca una reale comprensione e dunque anche un bilancio della storia di questo partito che neppure nell'ultimo periodo (quello berlingueriano, che ci pare anche in questa occasione mitizzato) riuscì di fatto ad uscire dal togliattismo, forma italiana dello stalinismo. Mancanza di bilancio che sta poi, su di un piano più complessivo, alla base del sostanziale fallimento dell'esperienza di Rifondazione comunista.


Franco Astengo

21 gennaio 2011 il PCI avrebbe compiuto novant'anni

21 gennaio 2011 il PCI avrebbe compiuto novant'anni se, vent'anni fa (più o meno nello stesso periodo dell'anno) una improvvida decisione non ne avesse spezzato l'esistenza dando vita a due formazioni politiche, PDS e Rifondazione Comunista, rivelatesi fragili e inadeguate al compito storico di rappresentare i ceti popolari del nostro Paese. Saranno molte, probabilmente, le rievocazioni e le ricostruzioni (tanto più che, proprio nell'ultimo periodo molti dirigenti del defunto Partito si sono impegnati in pubblicazioni di alto livello culturale per rievocare quell'evento e i passaggi storici che lo determinarono: da Reichlin a Magri a Macaluso).

Pur tuttavia abbiamo pensato di sviluppare qui alcuni interrogativi che, a distanza di tanti anni, ci appaiono ancora come inevasi. Sistema di valori? Identità politica? Senso di appartenenza ad una grande comunità solidale? Quale il lascito del PCI, nella realtà quotidiana vissuta da coloro che sono stati militanti di quel partito, a distanza di vent'anni dal suo scioglimento (uno "scioglimento negato", mai formalizzato ma mascherato da "trasformazione", ma in realtà reso reale ed evidente dal rifiuto di centinaia di migliaia di compagne e di compagni a proseguire il proprio impegno politico in un diverso contesto)? Questo l'interrogativo cui cercheremo di fornire una parzialissima risposta attraverso questo intervento.

La premessa di carattere generale può essere così riassunta: nei sistemi contemporanei difficile immaginare che vi possa essere attività politica senza (o al di fuori) dei partiti. Probabilmente esperienze particolari sono costituite da società tradizionali governate da famiglie con relazioni di potere di tipo patrimoniale e personale oppure da sistemi che hanno messo al bando le organizzazioni politiche (regimi militari o autoritari). Tuttavia, le moderne democrazie sono democrazie partitiche, ed un sistema rappresentativo post partitico sembra ancora lontano dall'orizzonte della politica democratica.

L'analisi politologica contemporanea abbonda di termini quali "tramonto", "crisi", "declino" dei partiti e affolla le proprie indagini di metafore quali "destrutturazione", "deallineamento" o "terremoto" dei sistemi partitici, ma l'osservazione delle dinamiche politiche reali indica come i partiti politici, benchè abbiano molti critici, molti antagonisti ed un numero crescente di competitori, sembrano avere ben poche alternative concrete e attraenti.

Il PCI, cui intendiamo riferirci in questa occasione, agiva in un quadro politico italiano contraddistinto, per un lungo periodo, da partiti dal forte radicamento di massa, prevalenti per un lungo periodo (almeno fino alla fine degli anni '70 del XX secolo) sulla societcivile, che agivano all'interno di un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su un sistema elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento, derivante dal conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio. Il nostro riferimento sarà rivolto al "partito nuovo" di Togliatti che nacque, all'indomani della Liberazione, con la decisione di abbandonare la concezione del "partito di quadri" e trasformare il PCI in un partito di massa, largamente radicato, come già si faceva cenno, nella società.

Il Partito cercò elettori ed iscritti in quasi tutti i gruppi ed i ceti sociali: dagli agricoltori, ai fittavoli, ai braccianti, agli operai dell'industria, ai nuovi ceti medi ed ai piccoli e medi industriali. Malgrado gli sforzi dei dirigenti questa presenza sociale del PCI, fino a buona parte degli anni'60, si limitò essenzialmente alla classe operaia del Nord ed ai vecchi "ceti medi" al Centro e in misura minore al Sud. La massiccia emigrazione interna, la crescente urbanizzazione, la laicizzazione diffusa attenuarono tuttavia i vincoli determinati dalla antica tradizione culturale. Di conseguenza, di fronte all'aggravarsi della crisi sociale ed economica, aumentò sempre più il numero delle persone che si sentivano attratte da quelle forze politiche che propugnavano un superamento della crisi, un ammodernamento dello Stato e della Società oltre che una maggiore giustizia sociale. Il PCI guadagnò così in misura più che proporzionale, ed in modo spettacolare, con le elezioni del 1975 e del 1976, un gran numero di voti fra le donne, i cattolici praticanti e i ceti urbani occupati nel settore dei servizi ed in quello dell'istruzione. In quella fase il PCI riuscì anche a compiere notevoli puntate in quelle zone precedentemente dominate dalla DC, grazie soprattutto alla sua forte caratterizzazione cattolica come nel Veneto, nel Mezzogiorno, nelle Isole.

L'espansione della presenza nella Società che dal punto di vista della struttura dell'elettorato fece apparire il PCI come un "partito popolare di sinistra", in verità portò solo ad una in una minima misura ad una modificazione nella composizione di massa dei suoi iscritti. Gli operai continuarono a costituirne il nerbo (circa il 50% nel 1977). Se si calcolano i pensionati e le casalinghe, il potenziale classico del Partito salì in quel periodo al 79%. Quei gruppi sociali che, negli anni '70, contribuirono fortemente ai successi elettorali del PCI, ossia l'intellighenzia scientifica e tecnica, liberi professionisti e gli addetti ai settori dei pubblici servizi, furono invece chiaramente sottorappresentati nelle fila del Partito.

La composizione sociale dei quadri intermedi rivela invece, una tendenza opposta. Infatti, mentre nel 1975 gli operai costituivano oltre il 50% dei segretari di sezione, rappresentavano soltanto il 36% dei delegati al XV congresso e scendevano al 24,9% nei componenti dei Comitati Federali. Il PCI ebbe così sostanzialmente i caratteri di un Partito con una strategia radical-socialista rivolto alle riforme. In questo modo il PCI divenne il principale antagonista e concorrente della DC.

I Comunisti Italiani, se furono soddisfatti dalla tendenza dell'elettorato tradizionale di centro-sinistra a scivolare verso il loro partito furono, invece, contrari, ad una mera identità con il PSI e ad una polarizzazione del sistema partitico italiano. La creazione di un "grande partito della Sinistra" di cui si parlò subito dopo il 1945 e più tardi nel 1964/65 non risultòpraticamente attuabile. Il PCI non riuscì in sostanza, a sciogliere il nodo decisivo di una pratica dell'opposizione, attraverso il modello dualistico tra un Partito cristiano-conservatore ed un grande raggruppamento socialista, o un tentativo di sostituire la DC come partito egemonico accelerando da una posizione di preminenza, la sperimentazione della "via italiana al socialismo". Un dilemma non risolto che fu alla base della mancata realizzazione del "compromesso storico", di cui fu testimonianza parziale il tentativo della "solidarietà nazionale" (1976-1979) il cui fallimento aprì la via ad un declino lento, ma inarrestabile.

La linea del PCI fu orientata, nel corso dei decenni centrali del secolo scorso e fino alla vigilia della liquidazione del Partito, da almeno quattro grandi coordinate strategiche, che possono essere così riassunte:
1. Il rapporto tra la teoria e la prassi.
Questo elemento ha rappresentato un punto decisivo nell'identitàdel PCI, legato all'idea dello sviluppo delle forze progressive, di una scienza in grado di produrre una tecnica sulla quale basare una linea di sviluppo "naturalmente" progressista. In questo ambito avveniva la rivalutazione del cosiddetto "intellettuale organico" (nella definizione gramsciana) cui Togliatti aveva affidato la concretizzazione della linea politica;
2. L'intreccio tra politica e cultura
Un intreccio molto stretto, al limite dell'indissolubilità quello tra politica e cultura, con una concezione della cultura di tipo "classico", di studi robusti e solidi, riservando alla base sociale il livello "nazional-popolare". Fu attraverso il rapporto stretto tra politica e cultura che, in particolare nella strategia togliattiana, avvenne la selezione dei quadri dirigenti: mentre per la classe operaia questa stretta relazione tra politica e cultura, risultalla base della ricerca del riscatto sociale.
3. la relazione tra ideologia e razionalità politica.
La continua ricerca della trasformazione in linea politica dell'ideologia può far definire il PCI come un partito "neo-illuminista", fortemente impregnato di positivismo e contrario all'idealismo. In realtà il PCI presentava al suo interno una molteplicità di modelli culturali (si pensi alle diverse case editrici, da Einaudi a Feltrinelli, cui il partito faceva capo, al di là delle "ufficiali" Rinascita e, successivamente, Editori Riuniti) che, appunto, l'applicazione della linea politica concreta permetteva di far convivere fruttuosamente, attraverso un meccanismo definibile davvero come "neo-illuminista".



4. Il peso del filtro della concezione di classe nell'agire politico.
Questo fattore stato sicuramente presente in una dimensione massiccia, sulla realtà operativa del Partito fino agli anni '70 inoltrati. La concezione di classe sull'agire politico ebbe grande importanza, oltre che nel definire il rapporto tra trasformazione e gestione nell'iniziativa quotidiana del Partito, nello stabilire la relazione tra moralismo e rigore politico, che stava alla base della concezione berlingueriana, prima del "compromesso storico" e poi dell'alternativa, basata, appunto per iniziativa del segretario Enrico Berlinguer, sulla "questione morale" intesa come piena "questione politica".

Dall'inizio degli anni'80 l'emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, coscome nell'elaborazione e nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento raccoglievano i più facili consensi. In pochi anni, anche in un paese come l'Italia considerato paradigmatico di un "caso" proprio perchè vi si trovava presente il più grande Partito Comunista d'Occidente, l'offensiva "neocons" (definita sbrigativamente reaganian-techteriana) modificò in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell'area della opinione pubblica progressista, compresa buona parte della sinistra di opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici.

In primo luogo comincia raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di "socialismo reale" dell'Europa dell'Est, sia nelle forme programmatiche delle politiche keynesiane e dello esperienze di stato sociale, sviluppatesi ad Ovest e nel Nord Europa, principalmente per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell'impraticabilitdi serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto "libero mercato", dell'individualismo consumistico.

In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni '80, l'insistente campagna sulla "crisi" e sulla "morte" delle ideologie. Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di gran parte dell'opinione pubblica. E' quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui ad esserci, alla base della tesi della "crisi" e della "morte" delle ideologie. Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l'essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica ai "partiti ideologici" ma anche come demistificazione dell'idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell'azione politica. Si assumeva così una inedita categoria di contraddizione, quella del cosiddetto "nuovismo" inteso come criterio di commisurazione della validitdell'iniziativa politica.

In terzo luogo va ricordato, ancora, il fatto che la critica alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente comunista, un mutamento di segno. Si era passati, infatti, da una domanda di "rinnovamento della politica", così come era stata formulata da Berlinguer, ad una proposta di mutamento del solo "sistema politico" (inteso in senso stretto) attraverso il cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali. Si spalancò così in quel modo, la porta alla deriva decisionista, in particolare all'idea che bastasse "sbloccare" il sistema politico per realizzare l'alternanza e mettere cosfine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno. Per "sbloccare" il sistema politico il PCI avrebbe dovuto, così mettere in discussione se stesso, ponendo fine al "partito diverso" omogeneizzandosi agli altri partiti. Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del Partito Comunista Italiano.



Tutto questo avvenuto mentre la crisi della democrazia italiana era giunta, verso la fine degli anni'80, a un punto di estrema gravità. Lo scioglimento del Partito, compiuto con la svolta del 1989, non è dunque avvenuto nell'affermazione di una necessità di innovazione radicale, che segnasse nelle forme più risolute possibili il netto distacco da quel sistema sociale e politico, che stava franando in Unione Sovietica e negli altri Paesi dell'Est. Lo scioglimento del PCI è avvenuto, invece, senza approfondire e sviluppare quegli aspetti peculiari dell'elaborazione e della politica dei comunisti italiani che erano sostanzialmente alternativi al modello sovietico ma, al contrario, ponendo in atto una generica rottura con la tradizione comunista. La liquidazione del PCI fu compiuta, a questo modo, oscurando anche ciò che aveva rappresentato la specificità e l'originalità dell'esperienza del PCI.

Ma le vere ragioni di quella scelta furono, probabilmente, ancora più profonde: stavano nella crescente subalternità ideale e culturale, e di conseguenza anche politica che già negli anni precedenti era venuta caratterizzando le posizioni del gruppo dirigente comunista. E' stato come se, conclusa la fase convulsa del "compromesso storico" e dell'affermazione della "diversità berlingueriana fondata sulla "questione morale", fossero andate, poco a poco, inaridite le stesse fonti della identità peculiare del PCI.

La preoccupazione fondamentale, per larga parte del gruppo dirigente comunista, sembrava essere quella di trovare un decoroso approdo nella grande famiglia dei partiti socialdemocratici ci europei e di riuscire, finalmente, ad infrangere in Italia la "conventio ad excludendum". In questa prospettiva fu sottovalutata la crisi complessiva del sistema politico italiano, già prossimo a franare su se stesso per ben diversi motivi da quello della mancata alternanza, ossia a causa del montare dell'onda di Tangentopoli, della crescita oltre ogni previsione della protesta leghista, dell'esplodere del deficit pubblico al di là di ogni ragionevole livello di guardia.



Mentre il PCI si scioglieva l'Italia si apprestava ad essere dominata da una politica fondata sulla personalizzazione, sull'uso spregiudicato dei mass-media, sul liberismo più aggressivo intrecciato ad un populismo di basso profilo: proprio nel momento in cui la "diversità" dei comunisti italiani avrebbe potuto rappresentare un argine a questo dilagare di mediocrità culturale e politica, questa veniva dismessa aprendo la strada alla più completa omologazione "governista" della sinistra storica italiana.

La grave debolezza del punto di partenza rappresentato dalla svolta del 1989 non fu affatto colmata (proprio per la radicalità dell'errore politico iniziale) nel corso del dibattito che, portò prima al XIX congresso del PCI che, nel marzo del 1990 ratifica maggioranza la "svolta" e poi al XX congresso che si tenne a Rimini nel febbraio del 1991 e che fu anche il congresso costitutivo del Partito democratico della Sinistra, con la scissione però di una parte dell'opposizione interna che diede vita prima al movimento, e successivamente al partito della Rifondazione Comunista.
Il dibattito che si sviluppò in quel periodo e i processi che l'accompagnarono misero, anzi, in evidenza il deficit ideale, culturale, di proposta politica e programmatica che segnava l'intera operazione. Si parlò molto della novità della formazione politica cui si intendeva dar vita: dei nuovi interlocutori (i circoli, i club, la "società civile") insieme ai quali realizzarla: dei "nuovi processi" da avviare nella società italiana. Ma non bastarono le affermazioni sul "nuovo che stava avanzando" per produrre un effettivo rinnovamento. Gli interlocutori esterni si rivelarono troppo scarsi o troppo poco rappresentativi perchè si potesse parlare di un effettivo processo costituente di una più ampia sinistra; la nuova formazione politica (la "Cosa") fu in realtà modellata, al di là delle ambizioni, secondo le strutture della tradizionale "forma partito" con un riconoscimento di principio del pluralismo interno, ma con una forte preminenza del centralismo e della gerarchia piramidale; la carta di fondazione del nuovo partito rimase assai povera di connotazioni tanto culturali come programmatiche; cosicchè il Partito Democratico della Sinistra finì con l'essere comunemente definito più per quello che aveva cessato di essere, che per quello che era diventato: ossia come un partito postcomunista. Anzi i partiti postcomunisti che dopo il congresso di Rimini del '91 sorsero dal vecchio tronco del PCI furono due, cioè il PDS e Rifondazione Comunista.

Il PDS riprese una parte consistente dell'insediamento sociale, amministrativo ed elettorale del PCI (anche se la prima prova fu disastrosa: il 16% alle elezioni politiche del 1992), ma non la ricchezza complessiva di quella esperienza politica. Si era fortemente indebolita quella che Togliatti aveva definito come capacità di operare costantemente una sintesi fra preminenza del ruolo di responsabilità nazionale e guida effettiva di forti lotte e di grandi movimenti di massa impegnati per obiettivi di riforma, di libertà di rinnovamento. Emerse da subito un fenomeno, via, via accentuatosi fino alla formazione del PD: quello di un appiattimento verso il centro, verso posizioni tendenzialmente moderate.

La posizione attuale del PD, a di là delle valutazioni circa "l'amalgama non riuscita" e la "fusione a freddo",è quella di una acquisizione pressochè completa di tendenze centriste e moderate. D'altro canto Rifondazione Comunista (la cui esperienza sta vistosamente declinando, mentre emerge una parte di sinistra che appare completamente legata, ormai, al modello della personalizzazione e della cosiddetta "americanizzazione" della politica al di là dei contenuti enunciati) ha espresso nel corso di questi anni, una certa cultura di radicalismo sociale.



Rifondazione Comunista ha dato voce alla protesta, subendo un certo tipo di subalternità ai movimenti come nel caso del movimento "no-global", non riuscendo ad affrontare proprio quel dato di sintesi politica cui si accennava poc'anzi: così può essere valutato il fallimento dell'esperienza di governo tra il 2006 ed il 2008, mentre il processo di personalizzazione e di autonomizzazione del gruppo dirigente cresceva all'interno del partito, e la sostanziale incapacità, nelle situazioni di governo locale, di esprimere una propria capacità di impostazione programmatica e di conseguente iniziativa politica.

Entrambe le formazioni, il PDS-DS-PD e Rifondazione Comunista, anche nelle attuali versioni FdS, da un lato, e SeL dall'altro, hanno completamente abdicato ad alcuni decisivi insegnamenti metodologici che discendono dalla riflessione di Gramsci: per esempio le considerazioni sulla "rivoluzione passiva", la critica all'economicismo e al politicismo, l'insistenza sulla complessità dei rapporti tra struttura e sovrastruttura nella costruzione dell'egemonia, che pure avrebbero potuto servire più di tante analisi della sociologia e della politologia correnti.

Per concludere ciò che mancato in questi vent'anni di post PCI e dubitiamo fortemente possa essere, anche parzialmente recuperato, è stato in ultima analisi di porre alla base di un impegno per la costruzione di una sinistra radicalmente rinnovata, all'altezza dei problemi della nostra epoca, una capacità di espressione di una critica della realtdi porre le basi per la ricerca di nuovi livelli di compromesso politico e insieme di visione della società del futuro: si direbbe, mancano, nello stesso tempo progetto e programma.



Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.