TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 febbraio 2017

Henri Cartier-Bresson Fotografo


Da non perdere: Fabio Biale, Senza peso/Tour



Fabio Biale
Senza peso/Tour

11 marzo 2017

Chapeau
Via Famagosta 12r
Savona
ore 21.00-23.00


Dopo la lunga militanza con Zibba e Almalibre e le avventure folk con i Luf, i Liguriani e i Birkin tree, il violinista cantante torna in studio da solo per una nuova raccolta di canzoni originali. Nelle dodici tracce lo swing gitano, il valzer, il canto narrativo ed il rock si incrociano per raccontare storie la cui gravità insegue il segreto della leggerezza: eroi, innamorati, assassini, mendicanti; i disillusi e gli inarrestabili.

“Italo Calvino sottolinea che dal sangue della Medusa, che trasformava chiunque la osservasse in pietra, era nato il cavallo alato Pegaso. La pesantezza può essere rovesciata nel suo contrario” racconta Fabio a proposito dello spirito del nuovo album. “Così nello stesso disco convivono protagonisti della Resistenza e maniaci di provincia, chi si lascia andare allo sconforto e chi non smette mai di credere che domani sarà migliore. Tutti fanno parte dell’amara commedia della vita che solo una leggerezza pensosa può alleviare”.



Così parlò Fabio Biale


Le canzoni della leggerezza le faccio partire da Savona.
Ho preparato il minestrone e gli ingredienti sono bio: swing zingaro alla Django Reinhardt, indie rock e Lezioni Americane di Italo Calvino. 
Con tre amici e supermusicisti, Ivano Vigo (chitarre), Davide Medicina (basso) e Lorenzo Ottonello (batteria) le ho elettrificate, sbollentate, salate e pepate. Il piatto mi pare saporito ma leggerissimo.
Venite affamati!

E così si presenta

Fabio Biale: Musician/Band
Violinista, polistrumentista. Non cantautore ma cantastorie. Logorroico con timidezza. Malato di musica. Sicuramente calvo.

Un appuntamento da non perdere

Sovranismo e democrazia: perchè serve rileggere Mosse.



Torna lo spettro di Weimar: la crisi prolungata genera il populismo e i miti dell'uomo forte e della nazione minacciata.Contro il sovranismo è ancora utile l'opera di George L. Mosse. *


Benedetta Tobagi

Queste nostre democrazie fragili

Trump cavalca il risentimento di una middle class convinta di poter tornare a passati splendori a suon di protezionismo e discriminazione. Marine Le Pen incendia le folle ben oltre i confini francesi rilanciando parole d’ordine come «padroni a casa nostra» e un mitico «risveglio dei popoli». In Italia la destra cerca di ricompattarsi sotto l’ombrello “sovranista” (il neologismo per chi vuole smontare l’euro e l’Ue in nome del feticcio della sovranità nazionale). Lo scorso sabato, i fantasmi del luglio ’60 hanno scosso Genova in occasione del convegno “Per l’Europa delle patrie”, organizzato da Forza Nuova, ospiti d’onore alcuni leader dell’estrema destra europea neonazista e negazionista.

In L’umanità in tempi bui Hannah Arendt raccomandava di farsi «pescatori di perle», le perle di pensiero di chi ha penetrato con sguardo acuto i tempi oscuri. Di fronte ai rigurgiti del peggior Novecento, mentre gli intellettuali statunitensi si rimettono umilmente a studiare i prodromi del fascismo italiano, a noi può tornare utile rileggere uno dei più grandi e influenti storici del Novecento, George L. Mosse.

Nato nel 1918 e morto nel ’99, ebreo tedesco (rampollo di un’illustre famiglia di editori, sfuggì al nazismo riparando negli Usa) e omosessuale (fece coming out negli anni Ottanta) fu un outisder da ogni punto di vista: caratteristica che contribuì non poco a formare il suo sguardo libero, originale e provocatorio. Con La nazionalizzazione delle masse (1975) impresse alla storiografia la “svolta culturale” che rivoluzionò gli studi sui fascismi e le masse in politica nel XX secolo. Il suo vasto programma di ricerca, pervaso da un forte afflato etico, ruotò in gran parte attorno a un problema ancora attualissimo: la debolezza delle democrazie parlamentari nei momenti di crisi.

Il tema percorre sia La nazionalizzazione che un’altra grande opera, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste (1980), in particolare la sezione in cui tenta di tracciare una teoria generale del fascismo. Una sintesi del suo pensiero emerge nella lunga Intervista su Aldo Moro, una disamina della crisi della democrazia italiana nel quadro internazionale (riproposta da Rubbettino nel 2015). Correva l’anno 1979, ma le riflessioni di Mosse intorno allo statista Dc assassinato, rilette oggi, offrono una griglia d’analisi pertinente ai problemi che ci assediano. A tratti, sono quasi profetiche.


Premessa: la libertà, politica ed economica, non può sopravvivere senza le strutture del sistema parlamentare, ma la storia ha mostrato che il “meno peggio” tra i sistemi politici è molto fragile, quando si trova sotto pressione. Non serve una guerra mondiale: basta una crisi economica seria e prolungata. Anche se il fascismo non si ripresenterà mai nelle stesse forme degli anni Trenta, i germi di crisi e dissoluzione del sistema permangono.

Il deficit originario che affligge la democrazia parlamentare, spiega Mosse, è l’inefficacia dei suoi meccanismi di partecipazione, limitati essenzialmente al momento del voto, come già avvertiva Rousseau. Questi si sono ancor più ristretti con la crisi dei grandi partiti, tradizionali strumenti di integrazione delle masse. Finché la maggior parte delle persone riesce a vivere dignitosamente, il sistema va avanti per inerzia; quando la scarsità incombe, le tensioni riemergono.

La democrazia parlamentare vive di mediazioni basate sulle facoltà critiche e razionali, ma la cittadinanza, continua Mosse, smette con facilità di avvertirne i benefici quando la qualità della vita peggiora, la classe di governo colleziona fallimenti ed episodi di corruzione, la burocrazia è opprimente, manca una prospettiva per il futuro. In questi frangenti, il “leader forte” che risolve, in cui identificarsi, appare rassicurante, anziché una minaccia: non a caso, secondo recenti sondaggi, in Italia lo auspicano 8 cittadini su 10.

Mosse evidenzia un paradosso ancora attualissimo: per essere statisti di successo nei sistemi parlamentari contemporanei bisogna diventare in certa misura “leader carismatici”, capaci di muovere le passioni più che appellarsi alla ragione — anche se è quest’ultima a essere essenziale in una democrazia sana. L’irrazionale ha una presa molto maggiore su una popolazione alienata, quando il mondo appare pericoloso e incomprensibile.

Per questo oggi il mito della nazione, cioè la più potente idea-guida del XIX e XX secolo, capace di creare coesione, mobilitare passioni e superare le divisioni di classe, profondamente radicata nella cultura occidentale, s’è ridestata con vigore. Ripiegare nella comunità nazionale offre l’allucinazione consolatoria del ritorno a un passato mitizzato, a misura d’uomo, contro un mondo dominato dal potere misterioso del denaro.


La frustrazione, infatti, è incanalata contro “le banche” e “l’Europa”, incarnazioni delle grandi forze spersonalizzanti del capitalismo finanziario, arcinemico individuato già più di un secolo fa (e sopravvissuto allo spettro gemello del marxismo). Il bisogno di rassicurazione è tutt’uno con quello di avere la sensazione di partecipare, di contare qualcosa, anziché essere condannati all’impotenza e all’irrilevanza.

È una delle chiavi del boom del Movimento 5 stelle, unico soggetto parzialmente alternativo alle destre: al rassicurante carisma del capo e a originali riedizioni dei grandi raduni ritualizzati unisce la retorica dell’“uno vale uno” e un ventaglio di strumenti, dai meet up alle consultazioni online, che soddisfano il bisogno di partecipazione, sebbene in modo più apparente che sostanziale. Anche perché molte persone non hanno gli strumenti intellettuali per comprendere la differenza, e questo ci porta all’ultima considerazione. Anche se non mancano della capacità di leggere una realtà sempre più complicata, le persone hanno comunque bisogno di «cogliere la vita nel suo complesso e a capire da sé», scrive Mosse (ne L’uomo e le masse). Per questo, le teorie del complotto e i “falsi” costruiti per compiacere credenze diffuse hanno tanta presa.

Ossessionato dall’interrogativo di Machiavelli, «come può l’uomo virtuoso sopravvivere in un mondo malvagio?», Mosse incitava a non rassegnarsi a un presunto declino della democrazia. Accanto a misure politiche adeguate, le forze progressiste devono elaborare strumenti per soddisfare il bisogno di partecipazione. Un buon suggerimento viene da Barack Obama: nel discorso d’addio ha rievocato il “community organizing” con cui si fece le ossa a Chicago, una tecnica di empowerment della cittadinanza assai efficace, poco nota in Italia (per saperne di più communityorganizing. it).

L’importante è non restare inerti. Mosse e tante altre guide possono aiutarci a ragionare sul passato, che è uno strumento vivo a nostra disposizione, non un presagio di condanna.


La Repubblica – 14 febbraio 2017

*(Le illustrazioni sono di George Grosz)

Bruno Cassaglia, Fluttuazione


Siamo tutti Edipo: riflessioni sul mito fondamentale della psicoanalisi

    Max Ernst, Edipo (1922)

Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura - Genova

SIAMO TUTTI EDIPO:
RIFLESSIONI SUL MITO FONDAMENTALE DELLA PSICOANALISI

1 MARZO 2017, ore 17.45

Sala del Maggior Consiglio

Lectio magistralis
di
MASSIMO RECALCATI

Presiede: NICLA VASSALLO

Per il ciclo “Miti senza tempo”, a cura di Eva Cantarella e Nicla Vassallo, Massimo Recalcati riflette sul mito di Edipo, sostenendo esplicitamente già nel titolo della sua lectio due tesi: 1) tutti gli umani sono Edipo; 2) il mito di Edipo è fondamentale per la psicoanalisi.

Si tratta di tesi  che presentano sfida non da poco, con cui Recalcati dovrà confrontarsi nella sua lectio, poiché per le “ragazze” in psicoanalisi non si parla del complesso di Edipo, bensì del complesso di Elettra, complesso quest’ultimo che rimane comunque una sorta di analogo femminile del complesso di Edipo; inoltre, alcune ricerche etnoantropologiche non hanno riscontrato sul “campo”, in alcune società non occidentali, in base alla loro specifica strutturazione della famiglia, evidenze del complesso di Edipo e/o di Elettra. In secondo luogo, occorre mostrare che il mito di Edipo costituisce davvero il mito fondamentale della psicoanalisi, e non semplicemente uno dei miti a cui essa ha fatto e fa ricorso per spiegare un certo complesso.


lunedì 27 febbraio 2017

Obiettori in ospedale abortisti in clinica, con la benedizione dei vescovi. Come si rifiuta un diritto alle donne



Altri tempi quando i moderatissimi liberali (ce ne fossero ancora) sapevano controbattere senza timore alle ingerenze della Chiesa nella vita politica italiana. Oggi anche a sinistra è tutto un cantare le lodi del papa e nessuno ha più il coraggio di ricordare alla Chiesa che la religione è un fatto privato. L'iter ormai ventennale della legge sull'aborto, nonostante un referendum popolare vinto, lo dimostra. Negli ospedali pubblici un diritto di legge non viene rispettato, mentre si moltiplicano gli aborti clandestini. Una domanda sorge spontanea: se la quasi totalità dei medici obietta, chi pratica gli aborti clandestini?

Bia Sarasini

Aborto. Il dramma è delle donne, i diritti sono dei medici


Sono tutti contro. Cei, Ordine dei medici, la stessa ministra della Salute Beatrice Lorenzin. Tutti contro il bando di concorso indetto dalla Regione Lazio nel 2015 per assumere a tempo indeterminato due dirigenti medici della «disciplina Ostetricia e Ginecologia». Medici «da destinare al settore Day Hospital e day Surgey per l’applicazione della Legge 194/1978». Tutti difendono il diritto dei medici di scegliere l’obiezione di coscienza, nessuno si preoccupa delle condizioni necessarie a garantire la libertà delle donne di praticare l’interruzione di gravidanza nelle strutture pubbliche. È una specie di riflesso primordiale. Si parla di aborto e i diritti da garantire sono quelli dei medici. Non quelli delle donne.

A testimonianza di una lotta che non si ferma mai, di una libertà conquistata che va difesa e rinnovata sempre. Perché la libertà d’aborto rimane un punto controverso, fonte costante di tensione, basta vedere i provvedimenti del presidente Usa Donald Trump, che tagliano i fondi alle organizzazioni pro choice. E qui è il conflitto. Contro quella scelta che spetta solo alla donna. Una scelta difficile, dolorosa, ma che non può essere affidata e neppure condivisa, in ultima istanza, con nessuno.

Questo dice la legge 194, che affida all’”autodeterminazione” il fondamento della libertà di scelta di ciascuna, oltre consulenti e anche oltre partner, coniugi, famiglia. La legge, come è noto, fu il risultato di un compromesso, di un incontro-scontro e raggiunta mediazione tra diverse culture politiche. Non solo quella cattolica e comunista, come fu per esempio per il diritto di famiglia, approvato qualche anno prima ma anche quella femminista. È dal femminismo che proviene quella parola, l’affermazione del principio “autodeterminazione”, che nel tempo è risultato impossibile da stravolgere e rovesciare.

L’obiezione di coscienza fu parte di quella mediazione. Quello che rese possibile l’approvazione della legge. E proprio l’obiezione è diventata il grimaldello per rendere l’aborto impraticabile, in molte regioni italiane. E non per autentiche convinzioni, ma per più prosaici motivi di carriera. Di fatto, chi pratica aborti, negli ospedali finisce in un circuito di serie B, da cui rischia di non uscire più. In alcune regioni, soprattutto al Sud, gli obiettori superano l’80 per cento dei medici, rendendo di fatto la legge inapplicabile.



È da questi problemi che il Lazio, e il presidente Zingaretti, hanno scelto una via d’uscita. In una regione dove in 10 strutture pubbliche su 31 non è possibile l’Ivg, proprio perché i medici sono tutti obiettori. Il bando lanciato richiede medici destinati ad applicare la legge 194. È incostituzionale, come si è azzardato a sostenere un presidente emerito della Consulta? L’obiezione di coscienza è un diritto, come dice la Cei? Basterebbe non presentarsi, come dice il buonsenso. È una necessità delle strutture pubbliche, e in primo luogo del governo, considerando che la legge 194 è una legge dello Stato, applicare le leggi e garantire i diritti di tutti. Dalla ministra Lorenzini ci si aspetterebbero azioni per l’applicazione in tutta Italia della legge, non il contrario.

Si grida allo scandalo perché il dispositivo rende possibile il licenziamento, almeno nei primi sei mesi, se i medici assunti si rivelassero obiettori. Ma principio per principio: perché un obiettore dovrebbe farsi assumere, nascondendo le sue scelte? Come fa un ente pubblico a garantire la libertà di scelta delle cittadine? È una domanda semplice, come lo è la risposta. È la libertà che si vuole negare. La libertà delle donne.”


il manifesto – 24 febbraio 2017

La persecuzione del dissenso nella Germania occidentale


Dopo il nostro post su Giordano Bruno un amico ci ha ricordato che anche oggi i dissidenti vengono messi a tacere con le buone o con le cattive. Si, è così, come dimostra questa storia dimenticata ma accaduta non molti anni fa nella democraticissima Europa.

Jacopo Rosatelli

Divieto di accesso ai pubblici uffici per i “nemici dello stato”

In Germania è ormai patrimonio comune che il riconoscimento della responsabilità per il genocidio degli ebrei europei e per le altre persecuzioni di massa, ai danni di rom, portatori di handicap, omosessuali e oppositori politici, sia un tratto identificativo della Repubblica federale. Il dovere della memoria riaffermato ogni 27 gennaio è considerato quintessenza della cittadinanza costituzionale tedesca. A contestare questo «consenso repubblicano» è, non a caso, la destra xenofoba di Alternative für Deutschland, che vorrebbe invece liberare il Paese dal «senso di colpa» per i crimini nazisti, riabilitando un senso di «orgoglio nazionale» a lungo mortificato. Il passato è presente, dunque. È materiale immediatamente politico, su cui si discute e lotta: vale per tutti i Paesi, ma vale in particolare per la Germania, dove per indicare l’elaborazione del passato esiste una parola specifica del vocabolario, Vergangenheitsbewältigung.

Il 28 gennaio

Uno scherzo del calendario fa sì che nel giorno successivo a quello dedicato alla memoria della Shoah cada una «ricorrenza» che invece la Germania istituzionale sembra voler dimenticare: il 28 gennaio di 45 anni fa venne approvato il cosiddetto Berufsverbot, cioè il divieto di lavorare come dipendenti dello stato applicato a tutte le persone considerate «nemiche dell’ordinamento costituzionale liberal-democratico».

Frutto di un accordo fra tutti i Länder e il governo dell’allora Germania ovest, guidato dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, non si trattò di una vera e propria legge, ma di una misura amministrativa adottata dai ministri degli interni degli stati-regione con il beneplacito dell’esecutivo federale di Bonn: nome ufficiale, «Ordinanza circolare sull’impiego di persone di destra e sinistra radicale nella pubblica amministrazione».

Nome bugiardo, perché in realtà riguardò solo l’estrema sinistra. L’ideologia di stato giustificava la «difesa dell’ordine liberal-democratico» con il precedente della Repubblica di Weimar, ma nella realtà si trattava di reprimere il dissenso scoppiato con i moti studenteschi. La propaganda più becera rullava i tamburi: «Non vogliamo l’indottrinamento marxista per i nostri figli».



I licenziamenti

Per finire nel mirino era sufficiente essere iscritto a uno dei partiti dell’opposizione extraparlamentare (come la Dkp, Deutsche Kommunistische Partei, o il maoista Kbw, Kommunistischer Bund Westdeutchlands), o comunque militare in movimenti riconducibili alla matrice sessantottina. Il risultato fu che da quel 1972 circa duemila tedeschi si videro negare il posto di lavoro a cui aspiravano, in particolare quello di insegnante, e oltre duecento vennero licenziati. Senza contare il numero impossibile da quantificare di tutti coloro che, alla luce di questa normativa, rinunciarono in partenza a fare domanda d’impiego nelle scuole, nei comuni, nei ministeri.

Una vicenda certamente meno drammatica di stermini e persecuzioni, ma non per questo meritevole di oblio. Una ferita ancora aperta nella vita di molti, ma anche una ferita nella coscienza democratica tedesca. La rielaborazione critica del Berufsverbot, non più in vigore – in quella forma – dal 1991, è ancora lungi dall’essere compiuta. Solo alcuni Länder hanno, negli ultimi anni, dato vita a commissioni per la riabilitazione degli ex «nemici dello stato» cui negli anni Settanta e Ottanta venne impedito di fare il lavoro che desideravano.



Discriminazioni

Una palese violazione della stessa Costituzione tedesca del 1949, che vieta le discriminazioni sulla base delle idee politiche (articolo 3), protegge la libertà di pensiero (articolo 5), e garantisce la libera scelta della propria professione (articolo 12). Se ne rese conto, più tardi, lo stesso ex cancelliere Brandt, che definì quell’ordinanza il più grave errore politico della sua carriera. Ma in quei turbolenti anni Settanta la classe dirigente della Germania ovest, Brandt compreso, non mostrò incertezze: ogni mezzo era consentito per arginare il contagio comunista. C’era la guerra fredda, malgrado la politica di distensione condotta dal governo socialdemocratico-liberale (la Ostpolitik), e aveva fatto il suo clamoroso ingresso in scena la lotta armata della Raf di Ulrike Meinhof e Andreas Baader.

Le biografie di chi allora si ergeva a difensore della democrazia dal pericolo rosso aiutano a capire come il Berufsverbot sia stato possibile. Uno dei suoi principali fautori fu Hans Filbinger, governatore democristiano del Baden-Württemberg tra il 1966 e il 1978: prima di rifarsi una verginità nella Cdu fu membro del Partito nazista e giovane giudice militare negli ultimi due anni di guerra, responsabile di diverse condanne a morte.

E a stabilire che la circolare anti-estremisti fosse legittima fu una sentenza della Corte costituzionale redatta da Willi Geiger, anch’egli con un significativo passato: con la tessera del partito di Hitler in tasca, nel 1941 dedicò la sua tesi di dottorato al Berufsverbot che escluse gli ebrei dalla professione di giornalista («Il provvedimento ha di colpo eliminato l’influsso, potente e dannoso per la nazione, che la razza ebraica aveva sulla stampa»). Per difendere la legittimità della norma antisemita, l’allora giovane giurista nazista assimilò il mestiere di giornalista a quello di funzionario pubblico, affermando che in entrambi i casi fosse diritto dello stato pretendere fedeltà. La stessa logica che applicò nella sentenza che scrisse trentaquattro anni dopo, divenuto nel frattempo un «difensore della Costituzione».

Le vittime della caccia alle streghe non rimasero ovviamente a guardare. La lotta contro il divieto di diventare dipendenti pubblici, di fatto la proibizione di diventare insegnanti, animò la sinistra extraparlamentare tedesco-occidentale ed ebbe vasta eco anche fuori dai confini: in Francia, ad esempio, levò la propria voce contro il Berufsverbot anche il futuro presidente socialista François Mitterrand, irritando non poco il gruppo dirigente della Spd. Si dovette però attendere la caduta del Muro perché l’ordinanza non avesse più validità.



Heidelberg

Le discriminazioni, tuttavia, non cessarono del tutto: alcuni Länder mantennero regolamenti più blandi, ma che di fatto continuavano a porre ostacoli nei confronti di attivisti sgraditi al potere. Ancora nel 2004 un militante dell’area autonoma di Heidelberg, Michael Csaszkóczy, si vide negare un posto da docente in una scuola pubblica. Ne nacque una controversia legale che terminò tre anni dopo con la vittoria dell’aspirante professore, e con la fine, forse, della pratica del Berufsverbot per i «nemici dello stato».

Ma se non può più escludere un comunista dal pubblico impiego, la Germania di oggi non sembra disposta a rinunciare del tutto alla prussiana «lealtà di corpo» da parte dei propri funzionari: incredibile ma vero, le leggi tedesche negano a chi è di ruolo nella pubblica amministrazione, insegnanti compresi, il diritto di sciopero. E a tanti, troppi, sembra assolutamente normale.


Il manifesto/Alias – 18 febbraio 2017

Massimo Cacciari. Giordano Bruno, il rogo in cui iniziò il tramonto dell'Europa


Riparliamo di Giordano Bruno proponendo un bell'articolo di Massimo Cacciari. Il 17 febbraio 1600 il filosofo fu arso a Roma mentre in Europa infuriavano le guerre civili. Per Cacciari Bruno è la vittima di un declino politico e morale che somiglia al tempo di oggi.


Massimo Cacciari

Giordano Bruno, Il rogo in cui iniziò il tramonto dell'Europa

Quando Giordano Bruno è condotto al rogo e getta in faccia ai suoi carnefici le parole: «forse avete più paura voi nell’infliggermi questa condanna, che io nel subirla», e Tommaso Campanella, torturato crudelmente a Castel Nuovo, simula la pazzia per salvarsi la vita, l’Europa è nel vortice di quelle guerre civili e tra Stati, guerre “totali”, politiche e religiose, economiche e ideali, che solo dopo mezzo secolo troveranno una “pace”, gravida di tutti i futuri e ancor più tremendi conflitti.

Queste lotte segnavano per Bruno la decadenza d’Europa, il suo declino politico e morale. In lui e in Campanella soffia lo spirito dei grandi riformatori. Per entrambi è vuota qualsiasi filosofia che non liberi l’uomo alla ricerca della propria felicità. Qualsiasi atto è lecito per perseguirla, poiché la nostra natura la esige come proprio fine. Ma per conquistarla è necessario sconfiggere, e in noi stessi anzitutto, i dèmoni della superstizione, della paura, dell’invidia, dell’egoismo, dell’ingiustizia.

Occorre dar loro lo spaccio, preparando l’attesa di nuovi eroi fondatori, novelli Perseo, liberatori di Andromeda- Europa prigioniera dei mostri. Vengono Bruno e Campanella dall’esperienza diretta delle sciagurate condizioni dei popoli del Mezzogiorno, scorre nelle loro vene l’antico sangue dei nomoteti pitagorici di Magna Grecia, e anche quello della profezia medievale dell’abate di San Giovanni in Fiore.

Tale era anche il significato autentico della tradizione civile, repubblicana del nostro Umanesimo. Non resuscitare l’Antico, ma suscitare i moderni ad esserne all’altezza, a emularne la virtù, cioè la potenza della mente e delle arti, la loro potenza costruttiva. E come attingere a questa altezza senza furore? Nulla di vagamente “estatico” nel termine, nulla di immaginosamente “romantico” o irrazionale. Una grande riforma politica e religiosa, tale da coinvolgere in sé tutte le dimensioni della vita, neppure sarebbe concepibile senza che ad essa tendessero tutte le nostre facoltà, tutta la mente e tutto il cuore, e il corpo stesso.

Sì, questo corpo, le sue mani, strumento divino, i suoi nervi, sono infinitamente più che res extensa. Materia non è inopia, non è egestas, ma “cosa divina,e ottima parente”. Tutto è animato; non un atomo di materia è “inorganico”. Vibra in questo genus italicum del pensiero europeo l’idea di physis, Natura naturans, fonte inesauribile, delle prime filosofie, di Democrito, di Empedocle, ma anche della Venus lucreziana.

Per Bruno, la Natura è infinita esplicazione attraverso infiniti effetti dell’Infinita Causa. Effetti finiti, certo, res singulares, finite vestigia o ombre di quella Causa, ma formanti un Tutto infinito. La Causa è ad essi immanente. L’”ottuso senso” coglie soltanto enti divisi, separati gli uni dagli altri, o connessioni parziali. Ma la mente, che mi dota “le spalle di ali”, riconosce la Armonia di anima e materia, e riconoscendo l’Infinità della Causa sa pure infinita la finitezza delle sue esplicazioni.
Infinitas finita. È questa la stessa infinità della nostra intelligenza, che tutto indaga, che di ogni ente finito vuole scoprire l’essenza, eppure “mai s’appaga”. Nella Causa o in Dio essere e potere coincidono in atto. E tuttavia anche per noi la coincidenza vale, anche noi siamo per ciò che possiamo; la perfezione del nostro essere si commisura alla sua potenza.



Quanto più comprendiamo l’armonia tra Infinita Causa e infinità dei suoi effetti, tanto più la nostra mente si rivelerà perfetta esplicazione della stessa Causa. E se questo è il fine che la sua natura le impone, se in sé e in tutta la Natura nulla vede che possa essere costretto in rigidi, predeterminati confini, nessuna Legge che possa prevedere le forme in cui potrebbe esplicarsi l’Infinita Causa, allora l’intero cosmo le apparirà immagine di libertà.

Con le ali della mente ogni “fittizio carcere” viene trasgredito. «Non sono fini, termini, margini, muraglie che ne defrodino e suttragano la infinita copia de le cose». Come inchiodare l’intelligenza a singole apparenze? Come murarla, se essa è vestigio, orma, ombra dell’Infinito? Prima o poi è inevitabile si risvegli. Ma non v’è nel discorso del Nolano alcuna retorica dell’”oltrepassamento”, del “sempre oltre”.

La fecondità della Natura, cui la mente partecipa in quanto ne costituisce la parte osservante- interpretante, non si risolve in un mero “gettar fuori” membra disperse, quasi relitti di una risacca. La Natura crea e armonizza, creando connette e compone; i suoi elementi, pur restando sempre distinti, senza confondersi mai, dialogano gli uni con gli altri, anche a infinita distanza, si “ricordano” l’uno dell’altro anche dopo tempi infiniti. Un divino colloquio appare, in fondo, la stessa Causa. È di questo colloquio che la filosofia è chiamata a farsi immagine.

Il filosofo studia l’amicizia tra gli essenti, le forme della loro connessione. È magia buona, che “sposa” gli elementi. La guerra che ci separa fino a negarci non è allora soltanto un regresso allo stato dell’uomo lupo all’uomo, non è soltanto pazzia opposta a quel furore, di cui si è detto, ma pretenderebbe negare il supremo, ontologico vincolo di amore che regge l’universo nell’infinità dei suoi mondi.

Ogni muraglia che qui si voglia innalzare tradisce, allora, non semplicemente questa o quella idea, o è ingiusta nei confronti di questo o quell’uomo, ma pretende di ribellarsi all’eterno creare della Natura stessa, di cui la libertà della mente è esplicazione e immagine.

L’Europa che si sprofonda nella sua caverna egoica, che sta portando a esiti estremi quel declino morale e politico, già tragicamente illuminato il 17 febbraio del 1600 dal rogo di Campo dei Fiori, questa Europa di mura, fittizie carceri e impotenti potenze, sarà eruttata via dalla potenza della stessa Natura, se si ostinerà a non ascoltare la voce dei suoi grandi, lo spietato realismo delle loro profezie, le loro dolorose verità. Memoria attiva, immaginativa, memoria di forze che possono essere genesi del nostro futuro. Memoria che questa Europa sembra impegnata solo a dimenticare.


La Repubblica – 17 febbraio 2017

domenica 26 febbraio 2017

Lia Giribone Crocco. A pesare la neve hai mai pensato?


Ieri sera a Savona nei locali dell'Associazione Labirinto  si è tenuto un affollatissimo reading di poesie di Lia Giribone Crocco. Ne riprendiamo due che ci hanno particolarmente emozionato e che ben testimoniano del personalissimo percorso creativo dell'autrice.


PESARE LA NEVE

A pesare la neve hai mai pensato
mentre si posa a terra con lentezza
con la lievità di una gelida carezza sulla pelle
che il freddo ha già arrossato?

A pesare la neve hai mai giocato
mentre sfugge nell'aria silenziosa
si distende sul capo come un velo di sposa
un diadema di fine ghiaccio ricamato?

A pesare la neve hai mai provato
mentre sul palmo si scioglie
al calore del sangue lasciando un fragile sentore
di freschezza e candore ritrovato?

A pesare la neve hai mai pensato?  


IL SACCHETTO DI PLASTICA VUOTO

Vola danzando
un sacchetto di plastica vuoto.
Muta forma
plasmato da una mano invisibile.
Ancora non sa
quando toccherà terra.

Respira nel vento
dilata i confini
del suo corpo mutevole
ancora non sa
se è caldo il terreno
o bagnato
o irto di pietre taglienti.

Resta lì
sospeso in un gelido istante
fluttuante tra le morse del tempo
ignaro e felice.

Capipopolo senza popolo. La nascita di DP


Prima il ritorno di D'Alema, poi la sceneggiata di Emiliano e la discesa in campo del prode Orlando, infine la scissione preventiva di Scotto e ora la nascita di DP. La sinistra abbonda di rifondatori, ma difetta del senso del ridicolo. Insomma, tanti mezzi omini, ominicchi e quaraquaqua, intenti a giocare ai generali, ma senza truppe e soprattutto senza strategia.



Alfonso Gianni

Un rinnovato popolo della sinistra

Qualcuno sembra trarre un respiro di sollievo alla notizia che i sondaggi danno sempre come primo il Partito Democratico, attestato, secondo Swg, sul 28% in declino nel giro di una settimana di tre punti. Anche il M5Stelle perde, ma meno, dal 26,2 al 25,3% Questo dato in particolare consolerebbe i renziani. Difficile condividere un simile irresponsabile ottimismo. Non solo perché si devono ancora diradare le nebbie e depositare le polveri perché il normale cittadino possa orientarsi nel nuovo confuso quadro dell’offerta politica. Per questo è certamente prematuro inseguire i sondaggi, che registrano peraltro un alta percentuale di non risposte. Ma soprattutto perché non è questo il metro di misura per giudicare quello che succede. In realtà siamo di fronte alla crisi definitiva di un progetto politico. Quello iniziato con Veltroni che voleva fare del Pd un partito a vocazione maggioritaria autosufficiente, ponendo così nel discorso del Lingotto del 2007 le basi per la caduta del secondo governo Prodi.

Ora il Partito di Renzi è andato a sbattere contro il voto popolare del 4 dicembre. Un voto denso di motivazioni democratiche e sociali. Non a caso i giovani e il Mezzogiorno sono stati i due artefici della sconfitta della controriforma costituzionale. Gli stessi contro cui si abbatte il conclamato fallimento del Jobs act, certificato dai dati Inps che ci raccontano che nel 2016 il numero dei nuovi contratti «stabili» è crollato del 91% rispetto all’anno prima. Diminuiti gli incentivi sono spariti i posti di lavoro. Il rapporto di lavoro precario torna a farla da padrone. Con i suoi tassi di sfruttamento bestiale, come è stato evidenziato nel caso tragico di Paola Clemente morta di fatica nelle campagne pugliesi. Reclutata da un’agenzia interinale, forma moderna dell’antico sempre persistente caporalato. Si comprende bene perché il governo tema il referendum sui voucher e sui subappalti e nicchi rispetto all’obbligo che la legge gli impone di fissare la data per l’effettuazione.

Di fronte a questo dramma le tempeste in atto nel quadro politico restano confinate in un bicchiere d’acqua. Che si determini una vera e propria scissione, o che nel Pd sia in atto un’implosione a scoppio ritardato o una lunga diaspora, ha importanza relativa – se non per i singoli protagonisti. Così come dove effettivamente si accasino quelli se ne sono andati via da Sinistra Italiana a congresso aperto, dal momento che non lo sanno neppure loro. Il nuovo condottiero, Giuliano Pisapia, può forse drenare voti in uscita dal Pd e da Sel, ma non resuscitare il cadavere del centrosinistra. Del resto anche chi decide di abbandonare Renzi – non sto parlando delle continue giravolte di Emiliano – lo fa senza esprimere una leggibile passione ideale e politica, così da rimanere senza popolo. È incredibile che qualcuno pensi che ci si possa appassionare, appena varcata la soglia dei locali riservati agli addetti ai lavori, alla data del congresso o alle modalità delle primarie, quando le questioni della vita quotidiana ruotano attorno ai grandi temi del lavoro, in particolare per i giovani (già ci siamo dimenticati della sconvolgente lettera di Michele, morto suicida a trent’anni), della mancanza di reddito, della povertà, del disastro della scuola, come della sanità, dell’assoluta incertezza nel futuro.

Un tempo ci si aggrappava alla celebre citazione di Mao «Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente». Non era sempre così neppure allora, ma oggi di vero è rimasta solo la prima parte. Confusione tanta, ma situazione pessima.

Eppure una via d’uscita c’è sempre. Anche in questo difficile caso. La vittoria del No è stato il frutto di una insorgenza democratica, ove le idee di società legate al dettato costituzionale hanno fatto momentanea egemonia anche sulle destre che brandivano il referendum per scopi puramente politicisti. In quello scontro è tornato a manifestarsi, legando assieme i temi costituzionali con quelli sociali, un popolo di sinistra, con una forte incidenza giovanile. Si sono creati centinaia di comitati popolari sul territorio che non hanno alcuna intenzione di sciogliersi e reclamano una legge elettorale proporzionale per dare vita a un parlamento legittimo costituzionalmente. L’operazione da fare è quindi capovolgere il punto di partenza. Neppure una lista elettorale, per quanto necessaria, ci salverà.

Bisogna partire dalla capacità di relazione con un rinnovato popolo di sinistra – nel quale è così qualitativamente rilevante il protagonismo femminile – prima che dalla costruzione di un nuovo soggetto della sinistra di cui pure abbiamo estremo bisogno. Perché quest’ultimo senza il primo è privo di fondamenta, esposto ai venti più flebili.

Il Manifesto – 26 febbraio 2017

Rivolta e rivoluzione nel pensiero di Camus


L'ultimo numero di Micromega contiene un lungo articolo di Cristina Cecchi sul concetto di rivolta in Camus e Holloway. Ne riprendiamo la prima parte, relativa al Camus libertario, cantore (attualissimo) dell'uomo in rivolta. 

Cristina Cecchi

Rivolta o rivoluzione? Da Camus a Holloway



Primavere arabe, Occupy ovunque, banlieu in fiamme e vittoriosi referendum antiausterity: non passa anno senza che gli ottimisti salutino La rivoluzione è vicina, il Capitale è spacciato. Anno dopo anno, i non immemori sanno: Neppure questo è il tempo della rivoluzione. Il mondo critico si divide in: 

- chi ancora spera e si adopera per trasformare la speranza in realtà 
- chi caparbiamente lotta per mantenere integra almeno la propria dignità 

(I disperati votano Trump e i furbi lavorano in una banca d’affari, ma qui non interessano.) 

Nessuna delle due posture è nuova. Ed è bene così, perché l’esperienza consente di evitare l’eterno ritorno dell’errore. Quando il materialismo storico si è materializzato nella storia non conosceva la sconfitta; quando si è fatto rivoluzione e la rivoluzione si è fatta Stato e lo Stato si è fatto di nuovo tirannia, la sconfitta si è impadronita di chi padroni non ne voleva, di chi da allora non ha smesso di dire No soltanto tra sé e sé. A voce e testa alta, ma tra sé e sé. 

Celebre l’incipit dell’Uomo in rivolta di Albert Camus (1951): «Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi». La rivolta è una negazione che afferma. È un No che libera da per rendere liberi di. È destruens e construens in un unico movimento. Il No può essere pronunciato silenziosamente oppure ad alta voce; in ogni caso, il primo destinatario di questo messaggio è l’individuo stesso che lo emette.



Il No consegue a una subitanea presa di coscienza e stabilisce il limite che l’individuo non può tollerare venga oltrepassato senza che i suoi propri diritti siano violati. Perciò è negazione e insieme affermazione: «Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere “il diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione».

La rivolta è il moto che nasce dalla ripulsa provata al cospetto di una condizione ritenuta ingiusta e che si sviluppa per opporre ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Fondamentale, per Camus, è precisare che si insorge non solo per rivendicare una condizione migliore per se stessi: la rivolta, benché nasca in quanto c’è di più strettamente individuale nell’umano, è superamento dell’individuo in un bene ormai comune, perché affermazione di un diritto che trascende il singolo; l’insorto agisce, anche a costo della sua stessa vita, in nome di un valore (relativo, ovviamente) che sente di condividere con tutti gli umani.

La rivolta sottrae l’individuo alla solitudine e all’assurdo, allo straniamento dato dal nonsenso dell’esistenza, e ne fa un essere solidale e partecipe della comunità: la sofferenza individuale diviene peste collettiva. Dunque ci si rivolta non per sé, ma per tutti; prova ne è che «la rivolta non nasce soltanto e necessariamente nell’oppresso, ma può nascere anche dallo spettacolo dell’oppressione di cui è vittima un altro», e non solo per empatia, ma soprattutto per la percezione che un diritto ritenuto universale è stato violato. In definitiva, per Camus la rivolta è «Lotta per l’integrità di una parte del proprio essere». Di più: dato che l’umano non è se non in relazione agli altri umani, e dato che «La solidarietà degli uomini si fonda sul movimento di rivolta», la rivolta è una qualità distintiva metafisica, dello stesso ordine del cogito cartesiano: «Mi rivolto, dunque siamo».

Ma il pensiero informato alla rivolta non sempre consegue in atti fedeli alla sua primigenia nobiltà: talvolta, «per stanchezza e pazzia», se ne scorda, «in un’ebbrezza di tirannia o di servitù». «Al principio, l’uomo in rivolta voleva soltanto conquistare il proprio essere e mantenerlo in faccia a Dio. Ma perde la memoria delle proprie origini e […] eccolo in marcia per l’impero del mondo attraverso uccisioni moltiplicate all’infinito.»

Quando lo spirito di rivolta metafisica entra nella storia e raggiunge il movimento rivoluzionario («la rivoluzione non è altro che il logico sviluppo della rivolta metafisica»), lo spirito rivoluzionario prende la difesa di quella parte dell’uomo che non vuole inchinarsi e tenta di dargli un suo regno nel tempo. Così Camus enuncia la distinzione tra rivolta e rivoluzione: «[La rivoluzione] è l’inserzione dell’idea nell’esperienza storica mentre la rivolta è soltanto il moto che porta dall’esperienza individuale all’idea»; la rivolta è una protesta oscura che non coinvolge il sistema, mentre la rivoluzione è un tentativo di modellare l’atto sull’idea, di foggiare il mondo entro un’inquadratura teorica.

Se però l’umano cede alla supremazia dei mezzi sul fine, la rivoluzione prende le armi e si assume la colpevolezza totale, cioè l’omicidio e la violenza: «La rivoluzione, anche e soprattutto quella materialista, non è nient’altro che una crociata metafisica smisurata». Con la tecnica della conquista del potere per la realizzazione dei fini ultimi, poi, la rivoluzione diventa impero, una nuova tirannia che si sovrappone all’antica sotto le false insegne della speranza; ma Camus denuncia: non esiste alcuna differenza sostanziale tra la tirannia reazionaria e la tirannia progressista.


Terribili e definitive come una pietra tombale sono le parole che spende per la Rivoluzione russa, «la più grande rivoluzione che la storia abbia conosciuta» – parole che gli valsero la rottura con Sartre e l’isolamento in cui restò fino alla morte –: rivoluzione totalitaria, socialismo militare, giacobinismo russo, terrorismo di Stato, rivoluzione tradita, ingiustizia trionfante nella storia. Lenin cercò di attuare l’eguaglianza umana mediante la conquista dei poteri dello Stato, spingendosi ben oltre quella provvisoria dittatura operaia già contraddittoriamente prevista da Marx: «Dal regno della massa, dal concetto di rivoluzione proletaria, si passa dapprima all’idea di una rivoluzione fatta e diretta da agenti professionisti», sicché il proletariato si identifica con i suoi capi, per poi annunciare che non si può prevedere il termine di tale stato provvisorio e che per giunta nessuno s’era mai sognato di promettere che avrebbe avuto fine. Così la rivoluzione è «condannata, per durare, a negare la propria vocazione universale», «vive su princìpi falsi», e il rivoluzionario «non è più Prometeo, è Cesare».

Un decimo dell’umanità esercita un’autorità illimitata sugli altri nove decimi; questi perdono la loro personalità e divengono un gregge costretto all’obbedienza dei nuovi signori e padroni, alla servitù delle nuove élite che hanno sostituito le precedenti. Ma quando la rivoluzione diventa schiavitù, la rivolta è morta. La più rigorosa formulazione teorica di Camus dell’idea di rivoluzione si conclude quindi nell’amarezza: «Teoricamente, la rivoluzione è un cambiamento delle istituzioni politiche ed economiche atto ad affermare più libertà e più giustizia nel mondo», ma empiricamente questa utopia assoluta si è sempre autodistrutta, muovendosi secondo le leggi del potere e del dominio e dunque non distinguendosi in alcun modo dal potere e dal dominio che ambiva a cancellare.

«La parola rivoluzione serba il senso che ha in astronomia. È un movimento che chiude l’orbita, che passa da un governo all’altro dopo una traslazione completa. […] Ma per le stesse ragioni, si può dire che non c’è ancora stata rivoluzione definitiva. Il movimento che sembra concludere l’orbita già ne inizia un’altra all’atto stesso della costituzione di un nuovo governo. Gli anarchici, Varlet in testa, hanno visto bene che governo e rivoluzione sono propriamente incompatibili.»

Nessun governo può essere rivoluzionario: è una contraddizione in termini. Dato che non si è ancora trovata una via a una rivoluzione che non diventi la negazione di se stessa, una via alla rivoluzione definitiva, e che tutte le occasioni storiche in tal senso sono andate sprecate, la conclusione è una: «Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo almeno a vivere il tempo della rivolta. Saper dire no, sforzarsi, ciascuno nel posto che occupa, di creare quei valori vitali senza i quali non potrà esserci alcun rinnovamento, conservare ciò che vale dell’essere, preparare quanto merita di esistere […] ecco alcune buone ragioni di rinnovamento e di speranza». Una postura metafisica e politica valida a metà xx secolo tanto quanto a inizio xxi.



http://temi.repubblica.it/micromega-online/rivolta-o-rivoluzione-da-camus-a-holloway/

Volontarismo e politica. Gli scritti di Gramsci sulla rivoluzione russa



Raccolti in volume gli scritti di Gramsci sulla rivoluzione russa. Ne emerge il tentativo vivo di uscire da un marxismo ossificato e deterministico, anche se in questi scritti Gramsci ci pare ancora segnato da un volontarismo di matrice più mussoliniana che bergsoniana. Ci riferiamo al ruolo, spesso sottovalutato, che la rivista Utopia ebbe nella formazione dei futuri fondatori del Pcd'I, compreso Bordiga che non a caso riprese (senza aggiungervi la firma) uno scritto di Mussolini nella sua Storia della sinistra comunista.

Fabio Frosini

Quando la politica prende di petto la storia

L’agile raccolta di testi gramsciani degli anni 1917- 1918 curata da Guido Liguori (Antonio Gramsci, Come alla volontà piace. Scritti sulla Rivoluzione russa, Roma, Castelvecchi, pp. 144, euro 16,50) giunge per varie ragioni benvenuta. Nell’anno da poco iniziato, caratterizzato dalla doppia ricorrenza dell’ottantesimo della morte di Gramsci e del centenario della rivoluzione, essa ci permette infatti di rivisitare i primissimi momenti di un incontro che segnò in modo definitivo la personalità di un sardo sbarcato a Torino qualche anno prima per studiare filologia moderna, e diventato invece un rivoluzionario. Siamo così messi in diretto contatto con la concitazione di quei mesi compresi tra il marzo e il novembre 1917, concitazione dovuta non solamente alle notizie che venivano dalla Russia, ma ai drammatici avvenimenti italiani, dai moti per il pane a Torino alla rotta di Caporetto. Assistiamo al quotidiano tentativo di decifrare lo svolgersi degli avvenimenti russi e di combattere contro i detrattori di destra e di sinistra del bolscevico «forzare la “via”».

Bisogna dire che Gramsci fu tra i pochi – in Occidente – a sforzarsi di dare una lettura della Rivoluzione che partisse da essa, invece di costringerla dentro qualche schema già pronto. Di qui le incertezze e gli andirivieni disseminati nei suoi interventi; ma al contempo una serie di temi chiave che tornano, si affinano e approfondiscono a diretto contatto con questo singolare esercizio di ermeneutica rivoluzionaria.

Questi temi marcano altrettanti aspetti profondi del pensiero di Gramsci. Prendiamo la volontà, che ricorre con frequenza negli scritti torinesi precedenti «L’Ordine Nuovo». Nel giustamente celebre La rivoluzione contro «Il Capitale» (1° dicembre 1917) questa è posta alla base della storia.



In contrapposizione al «marxismo» che decretava la fatale necessità che tutti i Paesi passassero attraverso l’inferno della rivoluzione industriale, Gramsci afferma che il vero pensiero «immanente, vivificatore» consegnato a Il Capitale «pone come massimo fattore di storia non i fatti economici bruti, ma l’uomo, ma le società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace». Qui l’opposizione non è solamente tra una spiegazione della storia a partire da entità metafisiche, poste come assolute, e la coppia società-volontà, ma anche tra questa coppia e l’attività dei singoli (in altri articoli Gramsci articola questa opposizione qualificando come «arbitraria» l’azione individuale, «necessaria» quella sociale).

In definitiva, e nonostante il tono enfatico, qui di «soggettivistico» c’è ben poco. Piuttosto c’è molto Bergson nell’idea di un tempo storico che in Russia si ritrova spaventosamente contratto: «Ma in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all’unisono molto rapidamente». Il bergsonismo è però del tutto stravolto, perché spostato in una prospettiva direttamente politica, per cui alla fine dinnanzi all’Europa la Russia assume il ruolo assegnato alla Germania nella marxiana Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel: un anacronismo, allo stesso tempo arretrato e avanzato rispetto al ritmo dominante della storia del capitalismo.



La tensione tra il ricorso a Bergson e il suo stravolgimento politico appare chiaramente nel più tardo Utopia (25 luglio 1918), dove Gramsci riassume nella formula «slancio vitale della nuova storia russa» un condensato lucidissimo del suo materialismo storico (che tanto deve ad Antonio Labriola): l’idea che «non la struttura economica determina direttamente l’azione politica, ma l’interpretazione che si dà di essa e delle così dette leggi che ne governano lo svolgimento»; le leggi economiche come effetti di conformismo a livello di massa; l’apparenza di automatismo e passività data dalla disgregazione reale delle «grandi masse»; il carattere «individuo» di «ogni fenomeno storico»; l’opposizione non di ordine a disordine, ma di due ordini alternativi (altra idea bergsoniana); l’intuizione – che sarà alla base de «L’Ordine Nuovo» – del soviet come principio aggregatore che dal «caos» popolare fa scaturire la forma spontanea, perché autonoma, dell’ordine proletario.

A dimostrazione della persistenza di certe rappresentazioni, quest’ultima immagine era presente già nel primo articolo di Gramsci sulla rivoluzione di marzo, Morgari in Russia: «i socialisti russi (…) sono ora la calamita che muta la disposizione caotica delle molecole umane, e chiarifica gli aggregati». Sono tutti temi che Gramsci porrà nei Quaderni del carcere alla base della «filosofia della praxis», ma dopo aver compiuto un passo ulteriore, decisivo: lì infatti non si tratterà più di riutilizzare le categorie della filosofia contemporanea, trasferendole sul terreno politico, ma di criticare quelle categorie come trasferimento sul piano teorico di una prassi politica, che ne risultava così al contempo giustificata e neutralizzata. Uno spostamento piccolo, ma decisivo.


Il manifesto – 18 febbraio 2017

sabato 25 febbraio 2017

SS italiane, la ferocia degli stranieri in patria



Ossessionati dal “tradimento” degli italiani, scelsero di restare al fianco dei tedeschi. Impiegati all’inizio contro gli alleati, furono presto dirottati nella guerra contro i partigiani dove si distinsero per la loro crudeltà.


Amedeo Osti Guerrazzi

SS italiane, la ferocia degli stranieri in patria


Nelle pubblicazioni dei reduci di Salò, l’adesione alla Repubblica di Mussolini viene sempre giustificata con la volontà di difendere l’onore della Patria tradita dalla Monarchia e da Badoglio, e con la necessità di rendere meno dura la vendetta dei nazisti, continuando a combattere al loro fianco. Ma non tutti coloro che rifiutarono di accettare l’armistizio giurarono fedeltà a Mussolini.
Ventimila volontari

Circa ventimila italiani scelsero non di combattere «a fianco» dei tedeschi, ma «con», i tedeschi, arruolandosi direttamente nelle Waffen SS. Questi italiani, disgustati dal comportamento del re e del governo, umiliati per lo sfaldamento dell’esercito subito dopo l’armistizio, decisero di combattere nelle armate di Himmler per dimostrare al mondo che non tutti gli italiani erano dei «traditori». Chi si arruolò nel «Corpo nero» giurò fedeltà ad Hitler e di seguire i dettami dell’ideologia nazista. Insomma chi entrò nelle SS decise di far parte di un corpo fortemente politicizzato che aveva come scopo la costruzione di un «Nuovo Ordine Europeo», ovvero un’Europa dominata dalla Germania nazista, con una precisa gerarchia politica e razziale.

Gli arruolamenti di italiani nelle SS cominciarono immediatamente dopo l’armistizio. Mussolini aveva proposto ad Hitler la creazione di un corpo di SS italiane nei giorni successivi alla sua liberazione, nei colloqui avvenuti a Rastenburg il 13 settembre. All’inizio di ottobre il comandante supremo delle SS Himmler diede il via all’operazione. Alcune migliaia di internati militari, i soldati del Regio esercito rastrellati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’otto settembre e deportati in campi di prigionia in Germania ed in Polonia, si presentarono spontaneamente, ed andarono a costituire i primi battaglioni.

Altri gruppi, invece, si arruolarono in blocco. Si trattava di piccole unità di camicie nere che, sorprese nei Balcani o nell’Europa dell’Est dagli avvenimenti di settembre, avevano deciso di rifiutare l’armistizio e di continuare la loro guerra a fianco dei tedeschi. Furono questi gruppi che si dimostrarono i più decisi e violenti nei mesi successivi. Ai primi di novembre 1943 i primi reparti tornarono in Italia e, agli ordini di ufficiali tedeschi, furono immediatamente utilizzati nei rastrellamenti contro i partigiani, specialmente in Piemonte.


L’esordio a Vinadio

La prima operazione di una certa importanza nella quale fu impiegato un reparto di SS italiane fu il rastrellamento di Vinadio, una cittadina in provincia di Cuneo che era caduta nelle mani dei partigiani. Il 9 dicembre 1943 i nazi-fascisti riconquistarono Vinadio e lo misero a ferro e fuoco. Secondo il racconto del comandante partigiano Nuto Revelli furono gli italiani a chiedere «l’alto onore» di fucilare i partigiani catturati, anche quelli feriti. «Hanno trascinato i feriti come bestie fuori dall’Ospedale Santa Croce. – scrisse Revelli - Li hanno buttati su un camion. Al poligono di tiro un ferito non si reggeva in piedi, le sue ferite aperte perdevano sangue. I fascisti lo hanno legato a una sedia per fucilarlo meglio».

Non fu un caso isolato: anche nelle operazioni successive le SS italiane si distinsero per la brutalità nei confronti di prigionieri e civili. Nel marzo 1944, durante un rastrellamento nei pressi del paese di Balangero, un ufficiale italiano delle SS insistette per fucilare dei civili presi come ostaggi, anche contro la volontà del suo superiore tedesco, tale Kreuser. «Il Kreuser non aveva fatto nulla, mentre T., italiano, volle e spietatamente volle», si legge nella sentenza che condannò l’ufficiale italiano nel dopoguerra.

Poche settimane dopo, un reparto delle SS italiana fu attaccato nel paese di Cumiana, a nord di Pinerolo. Lo scontro fu rapido e le SS furono costrette ad arrendersi, lasciando nelle mani dei partigiani 32 soldati e due sottufficiali tedeschi. Il primo aprile giunse a Cumiana un altro reparto delle SS italiane che come prima cosa diede fuoco al paese, raccogliendo poi circa 200 ostaggi tra la popolazione civile. Nonostante i tentativi di trovare un accordo, lo scambio tra prigionieri ed ostaggi non si poté effettuare e le SS fucilarono 51 ostaggi, distruggendo poi il paese.

Impiccagioni

Nel 1945 alcuni reparti furono impiegati in Lombardia, dove operarono sempre con gli stessi metodi. Secondo le memorie di un ex SS italiana, pubblicate nel 2007: «Con i partigiani […] applicammo la legge marziale: quando ne catturavamo qualcuno, lo impiccavamo. D’altra parte, ogni volta che loro mettevano le mani su un legionario SS, non avevano alcuna remora a passarlo per le armi.»

L’ultima strage compiuta dai «legionari SS» avvenne a Rodengo-Saiano, in provincia di Brescia, il 29 aprile 1945, quando il maggiore Thaler decise la fucilazione di sei partigiani fatti prigionieri.

Non è facile capire le motivazioni di una tale violenza. Sicuramente le caratteristiche della guerra civile e della guerra anti partigiana portarono alla brutalizzazione dei reparti, tuttavia le SS italiane si distinsero per la loro spietatezza soprattutto nei confronti dei civili. L’adesione ad un corpo scelto e fortemente ideologizzato, li convinse di essere parte di quella élite guerriera che avrebbe governato l’Europa nel dopoguerra, così descritta dalla rivista ufficiale del corpo, Avanguardia: «Camerati tedeschi, uomini tagliati da una scure divina in un blocco di diamante, gente stretta da una solidarietà più unica che rara, spiriti indomiti e invincibili, mirabile esempio di disciplina, correttezza e lealtà […]. Il mondo cieco e malvagio vi odia perché vi sentite forti, migliori e decisi a vedere la morte del vostro nemico […]. Con voi ci sono gli uomini di Mussolini, le creature che non tradirono».


Spietati

Per fare parte di questa élite, per dimostrare di non appartenere ad un popolo di «traditori», era necessario dimostrarsi più duri e spietati degli stessi tedeschi. L’aver prestato giuramento ad un corpo straniero, inoltre, aumentò l’isolamento dei militi, che si sentirono «stranieri in Patria», e combatterono come se fossero parte di un esercito di occupazione in territorio nemico, cosa che in realtà erano. Soltanto tenendo ben presenti questi elementi si spiega l’estrema violenza dimostrata dalle SS italiane nei confronti dei civili italiani, e la decisione con la quale eseguirono gli ordini dei loro superiori tedeschi. Molti di essi, disgustati dalle stragi, disertarono, ma coloro che scelsero di rimanere nei ranghi fino alla fine si dimostrarono perfettamente all’altezza della fama delle SS tedesche.


La Stampa – 18 febbraio 2016

Giordano Bruno, né dogmi né padroni



Il 17 febbraio a Campo de’ Fiori una cerimonia e un convegno hanno ricordato il grande filosofo bruciato vivo nel 1600 per ordine del tribunale della Santa Inquisizione. Presentiamo qui la relazione di Maria Mantello sull'attualità della filosofia dell’emancipazione individuale e sociale di Bruno.

Maria Mantello

Giordano Bruno, né dogmi né padroni

Giordano Bruno, 417 anni fa, dopo lunghi anni di carcere e sofferenze (fu sottoposto anche a tortura almeno due volte: a maggio del 1597 e a settembre del 1599), a piedi scalzi e con la lingua stretta nella mordacchia, veniva condotto dal carcere del Sant’Uffizio a Piazza Campo dei Fiori per essere bruciato vivo. Era l’alba del 17 febbraio del 1600, e la Chiesa cattolica, che aveva voluto quella morte atroce, celebrava in quell’anno il suo Giubileo.

Il Santo tribunale dell’Inquisizione Romana, presieduto personalmente dal papa, l’aveva condannato al rogo perché “eretico, impenitente, pertinace” ed anche i suoi scritti, posti all’indice dei libri proibiti, venivano dati alle fiamme.

Sono gli anni in cui la Chiesa, attraverso la sua macchina inquisitoriale, che si alimentava della delazione e del sospetto indotto, del terrore del rogo e di torture a volte anche più crudeli della morte, sferrava uno dei più pesanti attacchi repressivi contro quanti osassero pensare con la propria testa e rivendicassero il diritto di scegliere visioni del mondo e comportamenti di vita non omogenei e funzionali alle sue opinioni. 

Bruno non può non scontrarsi col potere dominante perché si assume il “fastidio” di pensare. E fastidito si era definito nella sua commedia, Candelaio. Un unico termine, fastidito, che sintetizza benissimo il filosofo. Che diviene il monogramma esistenziale di chi non subisce il mondo, ma vive nel mondo e incide nel mondo. Senza il demone del fastidio contro il conforme e il fideistico, Bruno non avrebbe potuto maturare la sua rivoluzionaria filosofia.

Una filosofia che ha fatto paura e che fa paura ancora a molti per la sua attualità straordinaria. Un pensiero che costringe a fare i conti con le proprie piccolezze e ristrettezze mentali. Perché non ammette zone grigie. Perché è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono - scrive Bruno - il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana» (De immenso et innumerabilibus). 



La sua filosofia fa paura perché è una condanna inappellabile per chi vorrebbe l’umanità eterna minore: “gregge” “asino” “pulcino” “pulledro” (sono i termini che usa Bruno). In uno stato di perenne minorità. Incapace di intendere e di volere. Bisognosa quindi di padrini, padri protettori, padreterni. Tanto più pericolosi quanto più assoluti. Un’umanità in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che nelle simoniache alleanze sguazzano.

Bruno mette a nudo i meccanismi psicologici e consolatori, che riducono gli uomini ad asini obbedienti che si fanno «guidare - scrive - con la lanterna della fede, cattivando (imprigionando) l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addrizza e guida» (Cabala del Cavallo Pegaseo).

«Figlio del Vesuvio e della collina di Cicala, filosofo e poeta italiano, unico spirito veramente libero», lo definisce Cyrano de Bergerac nel suo L’altro mondo, ovvero gli Stati e gli imperi della Luna e del Sole (1657- 1662), ma neppure lui, che pure è filosofo libertino, osa pronunciare ancora il nome di Giordano Bruno.

Il Nolano non è stato sentito fratello neppure da Galilei, che per la sua teoria della relatività primaria attinge a pieni mani alla Cena delle Ceneri di Bruno. …. Contaminato dalla rivoluzionaria filosofia del Nolano è Shakespeare. L’universo bruniano con un cielo infinito e la materia creatrice, è infatti più che un semplice sogno d’amore nel suo Antonio e Cleopatra. E ancora in un’altra sua operetta, Pene d’amore perdute, la concezione dell’autonomia dello Stato dal confessionalismo è chiara ripresa dello Spaccio della bestia trionfante di Giordano Bruno. Ma neppure Shakespeare, che certamente ha conosciuto il Nolano alla corte di Elisabetta, lo nomina. (Per non parlare di oggi, dove si trovano manuali con definizioni del tipo: “Giordano Bruno, filosofo panteista perito in un incendio”).



Giordano Bruno è un intellettuale scomodo perché condanna la menzogna e l’ipocrisia, soprattutto quando vengono dal riverito ‘mondo della cultura’, trasformato dai servili pedanti in accademia di pensiero unico. Bruno polemizza continuamente e pubblicamente con costoro. Li ridicolizza nei suoi dialoghi: «più nun sanno e sono imbibiti (imbevuti) di false informazioni più pensano di sapere», e danno i loro principi «conosciuti, approvati senza demonstrazione».

Giordano Bruno è scomodo, perché alle baronie familiste dei lacchè di regime sbatte in faccia la loro responsabilità per la decadenza politica e morale: «La sapienza e la giustizia iniziarono a lasciare la terra – scrive – dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che ... gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi ...e ai popoli» (De immenso et innumerabilibus).

Pensiamo al disorientamento dei compunti teologi di fronte a questo intellettuale “anomalo” che avrebbe potuto vivere tranquillamente la sua carriera di docente, ma a cui il tomismo andava stretto. La cosa che disturba maggiormente costoro è il suo rifiutare ogni censura, il suo contrapporre alle loro mistificazioni linguistiche il suo parlare chiaro, perché il linguaggio per Bruno non è formalismo, ma strumento di conoscenza. È inebriante ricerca plurilinguistica, capacità di destreggiarsi mirabilmente nella mescolanza dei registri stilistici, negli spregiudicati accostamenti lessicali, propri di chi riesce a fare della parola lo strumento comunicativo di un pensiero nuovo, dirompente. La parola è invenzione e strumento di elaborazione di concetti, perché si pensa con le parole. Si comunica con le parole. E Giordano Bruno inventa lo sperimentalismo linguistico.

Scrive: «è in nostra libertà di nominar come ci piace e limitar le definizioni e nomi a nostra posta» (Cabala del cavallo Pegaséo). E ancora: «Le regole servono a coloro che son più atti ad imitare che ad inventare»; «conchiudi bene che la poesia non nasca de le regole … ma le regole derivano da la poesia» (Eroici furori).



Insomma, ad un’estetica di maniera che fagocita il contenuto nella pedanteria della regola, Giordano Bruno contrappone il “pittore-filosofo”, che espropria all’ombra le cose e le definisce e ridefinisce nella vertigine delle possibilità combinatorie di significato e significante.

La polemica contro i pedanti (chierici, teologi, grammatici… lacchè del potere) è fortissima nel Nolano. Essi sono la follia del mondo, la vanesia negazione del buon senso e della razionalità, con la loro riproposizione asinina dell’accumulo del già definito (magari eterno e rivelato), tanto funzionale al potere dominante a cui si vendono: «vanno a buon mercato come le sardelle – scrive nel De la causa principio e uno - «perché come con poca fatica si creano, si trovano, si pescano, cossì con poco prezzo si comprano». Sono i Frulla, i Poliimnio, i Prudenzio, i Manfurio. Personaggi-maschere degli straordinari capolavori filosofici-letterari di Giordano Bruno. Forti con i deboli e debolissimi con i forti. Alla loro ignavia intellettuale e morale, Bruno contrappone il coraggio di pensare. Il coraggio di dire quello che si pensa. Il coraggio di essere coerenti con le conclusioni del pensiero, trasformandolo in azione. Per liberare gli individui dalla sottomissione intellettuale e sociale. 

Bruno vuole un mondo di individui pensanti e liberi. Per questo ha accolto con entusiasmo la Rivoluzione copernicana, che sviluppa e amplifica nel suo straordinario infinito. In tutta una serie di successive e concentriche rivoluzioni. Eccole in sintesi: - Al principio divino, sostituisce la Natura - Materia - Vita autosufficiente. Quindi perfetta, divina, nella sua infinita autonoma capacità di generare gli infiniti fenomeni. In natura niente si crea e niente si distrugge. E’ l’ABC della scienza! Con buona pace degli astorici sognatori che con la favola del “disegno intelligente” vorrebbero che a scuola invece di Darwin si studiasse il creazionismo. 

- Alla conoscenza prefissata nel modulo dell’anima creata, sostituisce la fisicità della mente corpo funzione biologica. Insomma come dirà Crick, lo scopritore insieme a Watson della catena del DNA: «come la bile è una secrezione del fegato, l’anima è una secrezione della mente».

- Contro il confessionalismo del precetto, rivendica la libertà dell’etica nella sua autonomia ed autodeterminazione per ciascun essere umano. Perché ognuno è proprietario della propria vita. Responsabile del progetto di vita che vuole per sé. Comunque e sempre. Con buona pace dei padroni dell’anima.

- Alla politica del potere di pochi, contrappone quella della cittadinanza per tutti. 

Usciti dalla gabbia del geocentrismo, dove «gli erano mozze l’ali», gli esseri umani possono finalmente spiccare il volo e «liberarse de le chimere» di un cielo superiore e una terra inferiore.

E il Nolano chiama ogni essere umano a spiccare questo volo per sperimentare le infinite possibilità di pensare, conoscere, agire. Per diventare, «possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l’ingegno», «cooperatori dell’operante natura». Penetrando le leggi fisiche della Materia-vita. Dove tutto è corpo animato e infinita trasformazione nel suo particolare caratterizzarsi fenomenico. 

La «Natura Materia Madre, che partorisce dal suo grembo all’infinito le sue forme», non ha bisogno di altro che di se stessa. È autosufficiente nella costanza del suo autonomamente farsi. È perfetta (divina) in se stessa. Non c’è più bisogno di creazionismo, né di provvidenzialismo, né di finalismo. Le teorie di chi pretende di inchiodare l’universo e l’umanità in una soffocante cappa di protettiva minorità. Il Nolano ha squarciato il velo! E la favola delle immaginarie sacralizzate essenze si schianta su questa materia-vita-infinita-totale-universale-essere, di cui ogni essere umano nella sua fisicità fa parte. E proprio nella sua fisicità può conoscere. E in questo si è maghi. Si è dei a se stessi. 



La magia di Bruno è conoscenza. È sviluppo della capacità di indagine e ricerca per analizzare i legami chimici degli elementi naturali, i profondi nessi causali tra tutte le cose: «magia – scrive - è la contemplazione della natura e scoperta dei suoi segreti» (Sigillus sigillorum).

E il nostro filosofo - quando ancora tutti gli altri non sapevano neppure cosa fossero chimica e farmaceutica scrive: «Approvo quello che si fa fisicamente e procede per apotecàrie (farmaceutiche) ricette... Accetto quello che si fa chimicamente»; «Ottimo e vero è quello che non è sì fisico che non sia anche chimico e matematico». (Spaccio della Bestia trionfante).

Questa è la magia per Giordano Bruno, contro la «magia di disperati» «di chi invoca supposte intelligenze occulte con riti preghiere formule» (De magia). La magia è allora arte della conoscenza, magia di conoscenza, «potenza cogitativa» che sa tessere interrelazioni rappresentative. È memoria ragionata, che sviluppa pensiero problematico. Elabora giudizi fondati. Conquista sempre maggiori aree alla conoscenza addentrandosi in sentieri inesplorati, perché - scrive Bruno – “seleziona”, “applica”, “forma”, “ordina”. E Bruno sottolinea la fisicità di questo processo intellettuale: «la ricerca ragionata dei dati particolari, è il primo accostarsi al cibo, la loro collocazione nei sensi esterni ed interni, è una forma di digestione» per «progredire nelle operazioni dell’intelligenza», per «vedere con gli occhi dell’intelligenza» (Lampas triginta statuarum). 

La memoria dunque, in questo incessante processo di scomposizione e ricomposizione (sinapsi?) di «atomi corporei-mentali» (li chiama proprio così) è «conoscenza del nuovo».
Esercizio di continua trasmigrazione concettuale. Succedersi di cicli conoscitivi conclusi, che si riaprono a sempre nuovi cicli di diversificate acquisizioni (le pitagoriche trasmigrazioni di cui parla). Ma perché questo accada, bisogna superare «l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza» (De immenso…). Di qui la sua potente polemica anticristiana. 

La pedanteria, dice Bruno, è solo l’effetto della fede asinina. Perché ci sono tanti asini? Perché quelli che ancora non lo sono sembra che si prodighino a diventarlo? Si chiede Bruno nella Cabala del cavallo pegaseo. E perché tutti possano comprendere, come in una favola, descrive la metamorfosi di questo inasinamento: «Fermaro i passi, piegaro e dismisero le braccia, chiusero gli occhi, bandiro ogni propria attenzione e studio, riprovaro qualsiasi uman pensiero, riniegaro ogni sentimento naturale, ed infine si tennero asini. E quei che non erano, si trasformaro in questo animale: alzaro, distesero, acuminaro, ingrossaro e magnificorno l’orecchie, e tutte le potenze de l’anima riportorno e uniro nell’udire, con ascoltare e solamente credere». 

È la fede la causa della imbecillità collettiva, della decadenza e della corruzione della società. Bruno lo dice con chiarezza. Essa abitua alla soggezione a credere e obbedire alle “teste unte” e “coronate”. È la fede insomma che fa diventare asini! Che riduce l’umanità nello stato asinino: «Chi son gli chiamati, chi son gli predestinati, chi son gli salvi, -scrive Bruno nella Cabala del cavallo Pegaséo- l’asina l’asinello, gli semplici, gli poveri d’argumento, gli pargoletti, quelli c’han discorso da fanciulli, quelli, quelli entrano nel regno dei cieli, quelli per dispreggio del mondo». 

Bruno, come mai nessuno aveva fatto prima, svela e denuncia il meccanismo della promessa del cielo come potente narcotico per il dominio delle coscienze e mantenimento del potere: «guidano all’al di là e sanciscono il mio e il tuo nell’al di qua». Bisogna allora impegnarsi a “spacciare” (scacciare) via l’ottusità della fede asinina attraverso una radicale renovatio.

Ecco allora che è possibile operare il ribaltamento: da asino fidente a individuo cosciente.
La condizione del non sapere, propedeutica al disvelamento delle falsità degli assoluti, fa sì che il raglio dell’asino possa divenire grido panico che tiene lontani i nemici della conoscenza.
La paziente tenacia dell’asino diviene la forza della ragione che si arrampica nei sentieri impervi, inesplorati della ricerca. Le orecchie asinine, da strumento passivo dell’ascolto catechistico, diventano formidabile mezzo per raccogliere dati, elaborarli e interpretarli. Si aprono allora le infinite possibilità delle individuali singolarità. 


Quelle che ancora oggi l’integralismo cerca di reprimere. Non solo negando l’estensione delle libertà nella reciprocità dei diritti, ma rimettendo in discussione le grandi conquiste civili. È l’integralismo dal volto disumano di chi vorrebbe riportare le donne al fiat sacrificale di eterne fattrici.

È l’integralismo di chi pretenderebbe di fare del fine vita -e contro la volontà del singolo- un letto irto di tubi. È il confessionalismo di potere che considera l’umanità eterna minore, e che per questo vuole riappropriasi del controllo della scuola, della ricerca, della scienza …
E per fare questo pretende finanche di godere di privilegi finanziari ormai intollerabili e incotrollabili.

Contro tutto questo e molto altro ancora, la filosofia di Bruno è la tromba del riscatto perché - come scrive- «la vita vera … sta nelle nostre mani» (Eroici furori). Ognuno ha intelletto e mani, afferma Giordano Bruno, ma è la mano, l’operosità, l’agire che ci rende intelligenti. 

Christian René de Duve, premio Nobel per la medicina (1974) ha scritto: «L’Homo sapiens, quello che possiede conoscenza, deriva dall’Homo habilis, colui che sapeva usare le mani». Un bel riconoscimento per il nostro Giordano Bruno, che a proposito di evoluzionismo secoli prima di Darwin scriveva che senza la mano «l'uomo in luogo di camminare serperebbe, in luogo d'edificarsi palaggio si caverebbe un pertuggio, e non gli converrebbe la stanza, ma la buca». E ancora «dove sarebbero le istituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congragationi de cittadini, le strutture de gl’edificij et altre cose assai, che significano la grandezza et eccellenza umana […]? Tutto questo se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano organo de gl’organi». (Cabala del cavallo Pegaseo) 

Insomma, è l’azione che fa la differenza! Ed è sul primato dell’agire che Bruno prospetta la sua riforma politico-sociale. Invitando a costruire Repubbliche, a rimuovere le ingiustizie, perché il Paradiso – scrive Bruno – bisogna costruirlo in terra, o almeno cercare di far diventare la terra meno inferno. 



Ecco allora, che alla religione del regno dei cieli, Bruno contrappone la religione civile, che è legame politico-sociale. Legame umano per vivere in pace e serenità. Nella civile pacifica convivenza: «dove – sostiene il Nolano – la quiete de la vita sia fortificata e posta in alto […] dove non si dee temer d’altro che d’essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia» (Spaccio) 

Ovvero spogliato della dignità. Dei diritti umani, che garantiscono l’emancipazione individuale e sociale. Che, come aveva ben capito il Nolano, esiste soltanto se è tutelata nel patto sociale.
Patto Costituzionale lo chiamiamo oggi. Vincolo per ciascuno a rispettarlo, perché è la garanzia che la mia libertà inizia contemporaneamente a quella di ciascun altro. Nei diritti e nei doveri. E solo su queste basi di laicità – cultura dell’emancipazione e dell’uguaglianza – si può costruire una società più giusta ed equa, dove ognuno sia tutelato contro il sopruso, il familismo, la prepotenza. 

«La legge – scrive Bruno – faccia che gli potenti per la loro preminenza e forza non sieno sicuri». E aggiunge: «gli potenti sieno più potentemente compressi e vinti» affinché «gli deboli non siano oppressi». (Spaccio) 

Insomma bisogna avere la certezza del diritto e costruire le condizioni del diritto: per l’emancipazione individuale e sociale. Perché a nessuno – scrive Bruno – «non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate». (Spaccio).
Ecco il bene comune! I beni comuni! 

E proprio sulla questione dei diritti sociali e dei beni comuni, passa oggi la riaffermazione della dignità di ciascuno, anche contro l’arroganza di un liberismo selvaggio che assicura la ricchezza a pochi, e a tutti gli altri la certezza di una vita senza più precaria. 

Attenzione, la ricchezza non è un male –sostiene il nostro filosofo- se è risultato del lavoro che consente l’emancipazione a cui tutti devono essere posti nella condizione di accedere. Ma, cara Ricchezza – scrive – sei da spacciare (scacciare) via «quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia […] e non sei quella, che dai fine a’ fastidi e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie». (Spaccio) 

Insomma, poiché il sopruso trova sempre il modo di metabolizzarsi. Ecco allora la necessità di affermare con forza il principio dell’uguaglianza delle opportunità: «non è possibile – afferma il nostro filosofo – che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta» Spaccio, p.196 

Insomma libertà e democrazia nell’accesso ai diritti. E se questo non avviene, – continua Bruno – dipende «dalla inegualità, iniquità ed ingiustizia di voi altri, che non fate tutti equali e che avete gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendete e fate differenze. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inegualità, ogni iniquitade». (Spaccio). 

Gli uomini possono produrre le ingiustizie. Gli uomini possono rimuoverle. Ecco allora in sintesi il programma attualissimo della Riforma di Giordano Bruno: fornire l’istruzione a tutti perché ognuno possa emanciparsi; rimuovere gli ostacoli degli svantaggi individuali, sociali ed economici; togliere i privilegi; deporre i tiranni; costruire le Repubbliche e rafforzarle; scegliere governanti onesti. Perché individui si diventa. Perché l’appartenenza nella cittadinanza è nostra costruzione. È necessario e doveroso: “due son le mani per le quali è potente legare ogni legge, l’una è della giustizia, l’altra della possibilità… niente però è giusto che non sia possibile”. (Spaccio)


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