TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 9 febbraio 2010

Mediterraneo


Costiera Amalfitana, Ravello

La vocazione "mediterranea" di Vento largo è evidente e traspare dalla scelta dei temi e delle immagini, oltre che dal richiamo costante all'opera di Guido Seborga e Francesco Biamonti. Pubblichiamo dunque con grande piacere la prima parte di un intervento del Prof. Luigi Lirosi in merito al progetto "Un altro ponte" incentrato sull'idea di un Mediterraneo luogo di incontro di popoli e culture.

Luigi Lirosi

Mediterraneo


Non sarà certamente il progetto “ Un altro ponte “ che chiuderà i discorsi sul Mediterraneo, ma abbiamo l’ambizione di tracciare una via univoca che sottolinea dei valori e pone delle discriminanti.
Un altro ponte è la costruzione di uno sguardo che vede i valori d’uso che costituiscono il Mediterraneo ed ignora, pur non negandoli, i valori di scambio. Non si pronuncia sulla diatriba “ ponte sì, ponte no “, ma vuole parlare di Scilla e Cariddi.
Un grande catino dai bordi rialzati, pieno d’acqua salata. Un mondo relativamente protetto, dal caldo del Sud, dal freddo del Nord, dal vento dell’Est e dall’umido dell’Ovest; ma anche umido, ventilato, freddo e caldo. Tanti ambienti, climi e popoli; tante storie, ma un’unica civiltà. Le catene montuose proteggono, le vallate dividono, le pianure nutrono, le colline dilettano. Infinite differenze mai esacerbate, infiniti contatti nelle radici, molti estranei che ci dicono che non ci apparteniamo, che siamo diversi, forse un po’ arretrati.
Noi siamo figli di Abramo: la nostra la civiltà è quella che pratica l’ospitalità e la fedeltà alla parola data. Altri valori caratterizzano altre civiltà. La sinfonia della specie umana in qualche modo li armonizza tutti. Ma solo chi riconosce e pratica i valori della civiltà mediterranea appartiene ad uno dei popoli del Mediterraneo. Indipendentemente da dove è nato, da dove viene, da dove va, da dove vive.
La nostra civiltà è alternativa all’idea di progresso quale espansione del fare ( tecne ), il nostro progresso consegue al contrario da una più estesa e più profonda conoscenza ( episteme ) che di per sé è insignificante se non riesce ad esprimersi in un superiore equilibrio ed in una ulteriore faticosamente raggiunta integrazione nella comunità che fa proprie le nuove conoscenze. La nostra civiltà è dinamica, perché è insieme aperta ( accoglie lo straniero ) e fortemente strutturata ( solo chi rispetta la parola ne può far parte ).
Ugualmente non ci opponiamo alla modernità, semplicemente la ignoriamo. Grandi temi quali l’esercizio del potere, l’uso della forza, la sicurezza, i diritti, la libertà dal bisogno, hanno avuto delle parziali risposte dalla modernità, ma si sono sempre rifiutati di confrontarsi con la radice dei problemi: l’irriducibilità delle risposte. La natura dell’uomo e del mondo sono gli apriori da cui partire. Così ad esempio la disputa se la proprietà di un bene debba essere pubblica o privata è certamente gerarchicamente secondaria rispetto alle considerazioni riguardanti la natura di quel bene, i limiti e le possibilità che ne derivano dall’esercizio della proprietà sullo stesso. Tra un diritto di proprietà che ci permette di uteri et abuteri oppure che si debba intendere come un diritto di comodato concessoci in uso temporaneo dai nostri figli forse ci passano molte differenze.
Le “ scaglie di mare “ sono la pura luce, l’oggetto perfettamente astratto e dematerializzato dall’occhio mediterraneo. Gli oggetti che circondano l’uomo mediterraneo appartengono al regno della luce e della contemplazione, non sono oggetti comprabili, vendibili o possedibili. Forse le coccacole pop si possono possedere non certo i limoni di Ghoete o la parola. Quindi non appartengono alla categoria di oggetti che permettono di discutere sulla possibilità, con i conseguenti reciproci vantaggi e svantaggi, di una proprietà pubblica o privata. Se una civiltà non mette nel suo cuore il problema del diritto di proprietà, ma quello dell’uso delle cose, per non parlare della loro conservazione, per non dire del loro miglioramento, non appartiene alla modernità, come si è sviluppata dalla rivoluzione francese, ma neppure alla civiltà classica dell’antica Roma.
E’ appunto quello che abbiamo scoperto grazie alle ricerche di Simone Weil. La civiltà mediterranea è una civiltà libera dalla proprietà, almeno nella sua traduzione in termini di potere. Le classiche contrapposizioni guerra / pace, libertà / uguaglianza, riforme / rivoluzione non sono più non dico risolvibili, ma neppure comprensibili, se si prescinde dal problema della proprietà delle cose. Il potere, la violenza, la giustizia, la ricchezza, ecc. vengono affrontate per quel che sono, non sono mediate dalle cose, ma sono tutti rapporti umani.

In un Mediterraneo pre classico abbiamo un prevalere della natura, un pesce è un pesce, una casa è una casa, ecc., tutto ruota intorno al femminile ed al maschile. Tutto il Mediterraneo nel nome della terra e della pioggia, di Demetra e del Toro. Alla successiva dittatura della forza delle cose, l’impero romano, che comunque unifica la civiltà mediterranea pre romana, subentra la rivolta degli esclusi che creano la civiltà mediterranea. Civiltà di relativamente breve durata, ma fonte inesauribile, causa finale di tutte le confuse aspirazioni a riappropriarsi di valori che per un breve periodo sono stati carne viva.
La lenga ( = la lingua ) di appartenenza, ossia la comunità della parola, che rappresenta idealmente e materialmente la comunità di appartenenza: famiglia, comune, territorio.
Il paratge ( = l’uguaglianza ), una condizione di libertà assoluta derivante dalla libera e volontaria ubbidienza al potere ed alla propria comunità, derivante dal riconoscimento del valore di chi esercita un potere di servizio. Nell’ubbidire non c’è rancore né desiderio di rivalsa. Si ubbidisce senza svilirsi perché in ogni momento si può smettere di ubbidire.
Il pretz ( = il valore ), è il proprio valore derivante dalla fedeltà agli ideali, è il proprio onore derivante dal rispetto per la parola data.
La joie ( = la felicità ) che consiste nella naturale accettazione della vita e la felicità nel proprio stato.
La strada che abbiamo tracciato è molto netta: è un ponte spirituale tra i popoli del Mediterraneo. E’ il passato, sarà il futuro, è dentro di noi, traboccherà fuori.

(...)


Luigi Lirosi, studioso della cività mediterranea, animatore culturale, esponente dell'AIG (Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù), è presidente delle associazioni "Le Alpi del Mare" e "Asso di Cuori".