TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 aprile 2010

Ipazia di Alessandria


Raffaello, Ipazia


Ipazia di Alessandria è una delle poche figure di filosofa dell'antichità. Armida Lavagna ne ha già trattato nella sua recensione del film Agorà. Oggi Guido Araldo ne delinea il ritratto storico.




Guido Araldo

Ipazia di Alessandria


Credo che esempi di dignità eccezionale, tra i popoli antichi, fossero i Romani all’epoca repubblicana e gli Spartani. Ma c’è un esempio fulgido di dignità, senza spazio e senza tempo, purtroppo dimenticato: la vita e la morte di Ipazia.

Hypatia di Alessandria, vissuta tra il 370 e il 415, fu matematica insigne, scienziata e filosofa greca. Di lei, purtroppo, restano solo notizie scarne, scarse e frammentarie. Era figlia di Teone: geometra, filosofo e ultimo direttore della mitica biblioteca d’Alessandria. Nonostante l’emarginazione sempre più profonda che coinvolgeva le donne di quell’epoca, Ipazia studiò astronomia, matematica e filosofia, e fu seguace di Platone giungendo a dirigere il famoso Serapeo di Alessandria: l’accademia neoplatinica che aveva superato la stessa Accademia di Atene. Suo padre la volle come collaboratrice, ancora giovanissima, quando curò il “commento al terzo libro del Sistema matematico di Tolomeo”. Tale era la fama d’Ipazia, accentuata dal fascino e dalla bellezza, che il poeta Pallada le dedicò un epigramma: “Quando t’incontro, mi prostro davanti alla tua persona, alle tue parole e alla tua poesia, vedendo in te la casa astrale della Vergine! Verso il cielo, infatti, è rivolto ogni tuo atto, o incantevole Hypatia, bellezza della parola, astro incontaminato dalla sapiente cultura!” Socrate Scolastico la definì la “terza caposcuola” del platonismo, dopo Platone e Plotino.

In quell’epoca tormentata, dominata dalla tirannide dell’imperatore Teodosio, tutti i pagani venivano perseguiti ed erano estromessi dai pubblici uffici, come dei reietti, in tutto l’impero romano. Fu allora che vennero anche proibite le Olimpiadi, considerate manifestazioni idolatre. La situazione andò degenerando durante il governo del minorenne Teodosio II, quando il potere imperiale fu affidato nelle mani della sorella Pulcheria, notoriamente bigotta e ottusa. Ipazia era pagana per dignità morale e intellettuale! In un’epoca in cui una conversione al cristianesimo significava promozione sociale, successo ed ammirazione, Ipazia andò controcorrente, per dignità! Era consapevole dell’immensa superiorità della filosofia greca sulla nuova religione sbocciata dall’orientale pianta dell’ebraismo: una consapevolezza che si rifiutò di rinnegare, anche a costo della vita. Infatti, seppure annoverasse tra i suoi discepoli numerosi cristiani, come Sinesio da Cirene, futuro vescovo, i suoi scritti e la sua oratoria erano permeati da una pesante critica verso la nuova religione trionfante e dalla difesa dell’antica filosofia greca.

In quell’epoca dominata da grande fanatismo la sua stessa presenza fisica fu considerata una scandalo e venne aggredita da monaci fanatici che, di tanto in tanto, lasciavano il deserto e calavano nella grande città di Alessandria armati di bastoni per fare pulizia del paganesimo, a modo loro. Allo stesso modo dei monaci di San Martino, nelle lontane Gallie! Va ricordato che la persecuzione antipagana fu legalizzata dal terzo editto di Teodosio, quando fu autorizzata la caccia al non cristiano, nel tentativo di eliminare fisicamente chiunque non fosse allineato con il nuovo culto trionfante, accompagnando tanto furore con la distruzione di tutti i templi degli Dei antichi.


Raffaello, La Scuola di Atene


Ad Alessandria, ad esempio, furono incendiati i luoghi di culto non cristiani, con particolare riferimento a quelli dedicati alla dea Iside, e fu distrutto fino alle fondamenta il famoso Serapeo, consacrato a Serapide: divinità greco-egizia che riuniva in sé le caratteristiche di Giove e di Osiride. Intanto, già, altri importanti templi, in quegli anni, erano stati trasformati in chiese. In quell’occasione lo stesso patriarca Teofilo partecipò alla demolizione con il prefetto Evagirio, che mobilitò all’uopo la guarnigione militare. Il patriarca fu il primo a colpire con un piccone la statua colossale del dio Serapide, considerata tra le più belle dell’Egitto, mentre l’ultimo sacerdote sopravvissuto già veleggiava verso l’Italia, in fuga. Purtroppo, attigua al tempio sorgeva la famosa biblioteca, nota come il Serapeion, seconda per importanza a quella “del Museo”, che fu incendiata dai soldati incitati dai cristiani e ridotta ad un cumulo di cenere: un solo libro bastava!

La situazione peggiorò quando nel 412 Teofilo morì e il suo incarico passò al nipote Cirillo, notoriamente violento ed intransigente, che assurse al rango di patriarca della città. A quei tempi il nuovo prefetto di nome Oreste, amico d’Ipazia e di tutt’altra tempra del suo predecessore, cercava di contenere le intemperanze religiose, impregnate di fanatismo. Ma la situazione ben presto degenerò e accadde allora che, al culmine della campagna persecutoria anti-pagana, una banda di monaci esaltati e fanatici, guidata da un certo “Pietro il lettore”, catturò la bella filosofa in strada, mentre rincasava su un carro. Quei fanatici la colpirono al capo, a tradimento, con una pietra; poi la trascinarono a viva forza in una chiesa urlando la loro rabbia e accusandola di blasfemia. Il suo corpo vilipeso, ancora palpitante in una straziante agonia, fu fatto a pezzi, dilaniato furiosamente in una vasca battesimale utilizzando pezzi di tegole e spezzoni di conchiglia. I suoi miseri resti, infine, furono infine in un rogo purificatore, allestito per l'occasione di fronte alla chiesa. Proprio la distruzione dei templi pagani in Alessandria, incluse le sinagoghe, e più ancora per il fanatismo mariano palesato al concilio di Efeso nel 431, avrebbe permesso a Cirillo d’essere innalzato agli onori degli altari e fu fatto santo!

Cirillo


La terribile morte di Ipazia generò la fuga degli ultimi filosofi da Alessandria che, dopo settecento anni di fulgore, fu ineluttabilmente abbandonata al suo ineluttabile destino che l’avrebbe ridotta a misera città provinciale, situazione in seguito accentuata dall’occupazione araba. Con la morte d’Ipazia quel famosissimo centro egizio perse la sua peculiarità di città della cultura. In quei giorni, terribili nella storia dell’umanità, non fu solo spento il mitico faro del porto, che figurava tra le sette meraviglie del mondo, ma anche il faro della cultura che s’irradiava per tutto il Mediterraneo. Cominciò allora, veramente, in quel triste e cupo omicidio dell’anno 415, il Medioevo! Da quattro anni Roma, caput mundi, era stata stuprata dalle orde di Alarico!

Della bella Ipazia sono note almeno quattro opere, bruciate dai cristiani con tale e tanta cura, su ordine dello stesso patriarca Cirillo, che se ne ricordano soltanto i titoli:
Il Commentario sull’Almagesto di Tolomeo, in cui si occupò di astronomia e, anche, di meccanica; tra l’altro perfezionò gli studi di Eratostene sulla sfericità della terra, misurandone con impressionante precisione sia la circonferenza che il raggio; il Commentario sull’Aritmetica di Diofanto, in tredici volumi, in cui disquisì di matematica con grande sagacia; Il Commentario sulle Coniche di Apollonio, in otto volumi, in cui si occupò di geometria e descrisse accuratamente le orbite dei pianeti; una “Vita di Platone”, trattato che comprendeva le sue pubbliche orazioni su tematiche filosofiche e religiose focalizzate su intuizioni che generavano interesse e stupore.


Ipazia era famosa, anche, per gli strumenti scientifici ed ottici da lei stessa inventati. Le scarne notizie sul suo conto derivano da Socrate Scolastico, Filostorgio e Damascio di Damasco, che fu vescovo neoplatonico di Alessandria cinquant’anni dopo la morta di Ipazia. Totalmente inattendibili alcuni panegirici su Cirillo, che la indicano come strega e fattucchiera! Di lei si ricorda l’irritazione che l’animava quando gli uomini sembravano apprezzare più la sua avvenenza che l’intelligenza. Un giorno aggredì uno spasimante che frequentava assiduamente le sue lezioni per poterla ammirare estasiato; gli mostrò gli intimi indumenti insozzati dal sangue mestruale e urlò esasperata: “Di questo e non di altro, ti sei innamorato!” La leggenda vuole che quell’ammiratore indiscreto diventasse in seguito il suo migliore allievo, dopo essersi nascosto per più giorni, a causa della vergogna.

Nessun martire cristiano è degno di stare accanto ad Ipazia, scarnificata dai cristiani! E il mandante di quel crimine orrendo è venerato come santo e maestro dalla Chiesa Ortodossa, per omnia saecula saeculorum!






Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".




giovedì 29 aprile 2010

Marino Magliani, Il volo del colibrì




Marino Magliani racconta la genesi del suo romanzo "Quattro giorni per non morire" e la sua trasformazione in graphic novel.


Marino Magliani

Il volo del colibrì



Quattro giorni per non morire è un romanzo uscito per Sironi nel 2006. E’ l’unico romanzo di cui posso dire: ecco, ricordo con precisione la genesi. Ero in Liguria, inverno, verso il tramonto, un momento che da quelle parti si usa chiamare verso merenda. Mi trovavo in campagna, alto quasi sullo spartiacque, per uno sterrato che risaliva dal fondovalle a un paese esposto di nome Valloria, esattamente sopra la fascia di terreni ulivati, in un punto di piccole vigne, non ancora abbandonate, ma sulla via buona.

La storia a cui pensavo si svolgeva in quel silenzio. A febbraio passano i migratori, la caccia è chiusa e i tordi zirlano senza spavento, in cielo e nei roveti gelati. Poi tornai in Olanda e scrissi. Avevo anche un paio di titoli. Allora quello che mi piaceva di più era Il volo del Colibrì. Colibrì era il protagonista, ligure, di una vallata del ponente. Da giovane, con un amico erano stati in Perù e in Bolivia alla ricerca di un disegno, e quasi senza accorgersene s’erano trovati in mezzo a profanatori di tombe e inseguiti dall’esercito peruviano.


Nell’estate del 2008, a Diano Marina, nella libreria del mio amico Andrea Costa, seppi che il disegnatore Marco D’Aponte, torinese, stava leggendo i 4 giorni.

La storia a Marco D’Aponte interessò, e decise di realizzarci una graphic novel. La proponemmo a Transeuropa. La sceneggiatura venne affidata allo scrittore Andrea B. Nardi, ma mentre Andrea B. Nardi aveva visitato i posti del Colibrì, Marco D’Aponte, pur conoscendo bene la Liguria, aveva guardato il mondo del Colibrì solo attraverso le pagine del romanzo e in seguito quelle della sceneggiatura. In realtà per il Colibrì non esisteva un vero paesaggio ben definito, una valle facilmente riconoscibile, così come non esisteva un paese, Fontanelle, precisamente identificabile in uno dei 300 paesi di fondovalle tra Porto Maurizio e la frontiera, ma ciò che esisteva era un mosaico di pezzi di valle, una collezione di costoni di vallate e paesi. Un’antologia di immagini.

Il risultato di Marco D’Aponte dunque è doppio: egli ha finito per costruire una mappa, la cartografia di tante cose di cui per lungo tempo avevo visto immagini solamente attraverso il filo spinato delle parole. E a volte mi domando se egli non abbia inventato ciò che avevo visto.




Marco d'Aponte, Andrea N. Nardi, Marino Magliani
Quattro giorni per non morire (graphic novel)
Transeuropa 2009
€ 12.90



http://www.nazioneindiana.com/


Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".

mercoledì 28 aprile 2010

Ipazia. Quando la filosofia è l'unica via per la libertà



In un mondo lacerato da conflitti politici e religiosi c'è spazio per la filosofia? E' la domanda che pone il film Agorà da pochi giorni nelle sale italiane.


Armida Lavagna

Ipazia. Quando la filosofia è l'unica via per la libertà



“L’idea di non avere un centro mi spezza il cuore”.

Vediamo Ipazia la prima volta davanti ai suoi discepoli. Insegnante brillante, attenta ascoltatrice, scalza. Sotto i suoi piedi la terra, sotto la terra quel centro che sembra costituire per lei l’unica certezza, il punto di partenza, l’assioma irrinunciabile. L’unica altra certezza che rivendica è che lei e i suoi discepoli – a prescindere dai loro diversi orientamenti religiosi o di pensiero – sono tutti fratelli. Perché guardandosi tra di loro tutti dovrebbero arrivare alla conclusione che è molto di più ciò che hanno in comune che ciò che li divide. Entrambe le certezze finiranno per sgretolarsi.
La seconda nel dolore, nel tradimento, nell’impossibilità di cambiare il corso di un processo che nemmeno l’amore basta ad arrestare; in una condanna a morte feroce e insensata, eseguita con la stessa furia zelante e cieca con la quale mani altrettanto sacrileghe e impietose si erano avventate sull’unica cosa che era più pericolosa di quella donna astronoma e filosofa: i suoi libri e il luogo dei libri, la biblioteca di Alessandria, rifugio di un pensiero libero dagli opposti dogmatismi, dalle opposte fedi sbandierate con la bava alla bocca e la spada in pugno, dal fanatismo governato e organizzato da abili uomini di potere o da predicatori che parlano convinti di parlare nel nome di un Dio o degli dei, convinti “di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”, direbbe De André.
La prima invece è demolita da Ipazia stessa, attraverso il suo coraggio implacabile, che le ruba il sonno e gli affetti, che la consacra ad una vita unidimensionale perché quella è l’unica via per mantenere ciò che è più importante per lei: la libertà. La libertà di parlare, di insegnare, ma prima di tutto di praticare la filosofia e la scienza, come spiega con drammatica efficacia ai suoi ex-discepoli: “Voi non potete mettere in discussione ciò in cui credete. Io devo”. E mettendo in discussione quella sua unica certezza, mettendo in discussione il cerchio, cioè la perfezione, Ipazia ha un’intuizione che solo dopo milleduecento anni sarà verificata.
In fondo, Oreste, il discepolo apparentemente meno brillante, è quello che più le dà stimoli per la sua riflessione, quello meno lontano dalla verità (anche quando ritiene inconciliabili la perfezione del cielo e la condotta umana, tutt’altro che vicina alla perfezione...); ma Oreste non compie mai il passo successivo, si ferma, rinuncia a cogliere le possibili conseguenze di un’ipotesi, a vedere le cose da un nuovo punto di vista nel loro insieme. Cosa che comporterà tra l’altro la sua fine politica, in uno di quei frequenti momenti storici in cui si intrecciano religione e politica, fanatismo e tensioni sociali (queste ultime purtroppo solo alluse nella figura dello schiavo fedele e infedele), ricerca del capro espiatorio per la fine di un’epoca.



“Filosofia! Proprio quello di cui abbiamo bisogno, di questi tempi!”. Gli uomini potenti di Alessandria trattano con disprezzo quello che appare loro come un inutile orpello in tempi in cui l’impero lotta per la sua sopravvivenza, loro stessi lottano per la propria sopravvivenza, una cultura millenaria e i gli esiti migliori del suo pensiero lottano per la sopravvivenza.
Questa è la frase che dovrebbe accompagnarci fuori dalle sale cinematografiche. Abbiamo bisogno, invece, di filosofia, in tutti i tempi. Abbiamo bisogno di non salire sulle barricate, di non progettare crociate, di non chiuderci in una fortezza che sentiamo minacciata da chi ci pare diverso da noi. Di non proclamarci detentori di verità assolute, nessuno, ma ricercatori di ciò che altri dopo di noi miglioreranno o confuteranno. Abbiamo bisogno di quello che alcune sapienti inquadrature ci suggeriscono, quando i papiri della biblioteca volano sulle nostre teste e il mondo per un istante si capovolge, o quando dai primissimi piani con il sangue che schizza sulla macchina il punto di vista si sposta fino all’universo, un universo vuoto di divinità o se non tale inorridito e sgomento di fronte all’insensatezza dell’uomo; o si sposta anche solo di qualche metro più in alto rispetto a quei piedi poggiati al suolo, quanto basta perché gli uomini affannati a scannarsi e a distruggere il sapere sembrino scarafaggi impazziti.
E’ il tema dello “sguardo dall’alto” – amato proprio dalla filosofia e dalla letteratura antiche - che disvela impietosamente l’assurdità di certe contese umane, che riduce ad insetti le minacciose folle trascinate alla strage dai loro capi, che denuncia l’arroganza di ogni essere umano o gruppo di esseri umani che ritenga di poter imporre ad altri la propria verità, qualunque essa sia.



Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.


martedì 27 aprile 2010

I templari e la crociata delle cattedrali




Dopo il XII secolo l'Europa si copre secondo le parole di un cronista dell'epoca di un "bianco mantello di cattedrali". Qualcuno ha parlato di "crociata delle cattedrali" implementata dall'Ordine del Tempio.


Guido Araldo

I Templari e la crociata delle cattedrali



Louis Charpentier scrive che i “Figli di Salomone” divennero “liberi muratori”, Francs-Maçons, “onesti companions” su istanza del priore templare dell’epoca, grazie alle franchigie concesse da Luigi IX, re di Francia, canonizzato da Bonifacio VIII nel 1297 nel tentativo di sanare i contrasti con Filippo il Bello. Liberi architetti e liberi carpentieri: maestranze affrancate dai gravami feudali! In seguito, con la rovina del Tempio, i costruttori delle grandi cattedrali lasciarono il regno di Francia e divennero i “Compagni del Dovere di Libertà”, continuando la loro opera in Germania, Spagna e Inghilterra. Fu loro merito la diffusione dell’arte gotica nelle terre al di là del Reno!
Il legame che univa i Cavalieri del Tempio ai Maestri Costruttori affiora in un manoscritto in lingua latina redatto all’inizio del XIII secolo, forse nel 1205, noto come il “documento di Amburgo”, pubblicato nel 1877. Questo prezioso manoscritto è ripartito in tre parti. La prima parte riguarda la regola dell’Ordine Templare, redatta da san Bernardo di Clairvaux. La seconda parte concerne la regola dei “Fratelli Eletti del Tempio”. La terza parte accenna alla regola dei “Fratelli Consolati”. Un rapporto con il “consolamentum” dei Catari?
All’articolo 17 si legge: “Se un fratello del Tempio ha ottenuto la carica di Priore e di Prefetto, deve provvedere a strutturare nella maniera più consona all’incarico la sua casa, secondo le nostre usanze segrete, ricorrendo a un maestro muratore che sia a conoscenza della sapienza dei nostri Padri. Se costui non è un iniziato, si dovrà provvedere al più presto a rivelargli la luce, in modo tale che possa edificare il Capitolo affinché la luce di Dio vi dissipi le tenebre”.
Le corporazioni dei maestri costruttori erano molto diffuse in tutta l’Europa, a Cipro e in Terra Santa, dove peraltro si avvalevano dell’aiuto di architetti saraceni e drusi provenienti dal Libano.
Tra queste corporazioni sono note: a Tolosa, in Siria, i “Bravi uomini” (che nel loro stesso nome lasciano intendere rapporti con i Catari); i “Poveri di Lione” (dai palesi rapporti con i Valdesi, seguaci di Valdo, originario di quella città); i “Maestri Comacini”, particolarmente attivi nella Valle del Po; in Galizia, Castiglia, Navarra, Linguadoca e Provenza i Bajolais, noti per il fervore costruttivo lungo il “Cammino di Santiago”; a Costantinopoli e nell’Impero Latino d’Oriente i Begards e i “Maestri Bulgari”; infine, più di tutti, “i Figli di Salomone”: artefici delle imponenti cattedrali gotiche. Questi ultimi sorsero e si diffusero dopo il ritorno da Gerusalemme dei primi Templari, nel 1128: introdussero in tutta l’Europa l’architettura gotica e la numerologia sacra per “mettere in collegamento” il divino con l’uomo.
Nacque così l’esoterismo architettonico, basato sui passi della Bibbia dove si descrive la costruzione del tempio di Salomone e dell’Arca dell’Alleanza. I primi a beneficiare di queste conoscenze segrete furono, grazie a san Bernardo, gli ordini cistercensi che disponevano di proprie corporazioni di costruttori laici. Tutte le chiese, da quel momento, saranno consacrate a Notre-Dame: la Madonna, verso la quale lo stesso san Bernardo nutriva una profonda devozione.
A Vèzélay fu organizzata la prima compagnia dei “liberi muratori” noti come “Onesti Companions”: termine che derivava da cum panem, per l’abitudine dei mastri carpentieri di dividere il pane durante le pause del lavoro. Gli “Onesti Companions” asserivano che “l’uomo non può e non deve vagare senza meta e la cattedrale è un faro sul suo cammino non soltanto per i pellegrini ma anche, e più ancora, per gli abitanti della città e del contado”.
La nuova cattedrale, che diverrà famosa come “gotica”, era un monumento innalzato alla fede alla gloria di Dio! E non era uno spazio chiuso! La chiesa che sale al cielo, come onda che s’infrange su scoglio, si protende verticale verso Dio e si trasforma in magnifica montagna, eterea poiché sostenuta dagli archi rampanti. Il cielo entra dalle sue vetrate e la luce si fa policroma e riempie le navate. La cattedrale è un tempio dove la pietra, le nuvole, il sole parlano agli uomini come in un autentico libro di fede. Numeri, archi, armonie: una conoscenza esoterica per alzare guglie a Dio! Gli “Onesti Companions”, eredi di Pitagora, Hiram e degli architetti delle piramidi, erano consapevoli di tutto questo. Un’arte ben presto dimenticata, con la caduta dell’Ordine del Tempio, simile a torre che repentinamente rovina. Poi. Con il tempo, le chiese non sarebbero più state aeree fortezze dello spirito; ma simili a cupe tombe, come nell’età Barocca.
Apprendista, compagno e maestro erano i tre gradi degli “Onesti Companions”. Il compagno era colui che, simbolicamente, divideva e mangiava il pane con i fratelli: “l’uomo della livella”1 che stava a metà strada tra l’apprendista, “l’uomo del filo a piombo”, e il maestro o architetto, “l’uomo con il compasso”. Il pane, infatti, era un’allegoria e simboleggiava il pane della conoscenza. Il maestro, il saggio o architetto, era in grado di dispensare il pane e armonizzava il verticale filo a piombo con l’orizzontale livella. Nella cattedrale di Reims, dove venivano incoronati i re di Francia, si può ammirare tuttora la pietra tombale di Hue Libergier, maestro degli “Onesti Companions” morto nell’anno 1263: egli tiene in mano la riga, nota anche come la “canna cifrata”, e gli stanno accanto la squadra e il compasso.
Con l’arresto dei Templari in terra di Francia s’interruppe bruscamente la costruzione delle cattedrali. In alcuni casi, ancora oggi, nonostante siano trascorsi settecento anni, è evidente l’incompiutezza di torri, guglie e soffitti. Nei due secoli templari furono costruite più chiese, cattedrali e abbazie di tutti i secoli precedenti! Le più grandi, maestose, belle!
Il bastone di comando dei Maestri templari non era un’arma e neppure uno scettro, ma l’abacus! Il bastone di misura utilizzato dagli “onesti Companions” per la costruzione di una Gerusalemme terrena grande quanto tutta l’Europa! Dopo la rovina dell’Ordine del Tempio sono documentate due corporazioni di “liberi muratori” note come les Enfants: les Enfants de Maitres Jacques (chiaro il riferimento al santuario di Santiago di Compostela, la più importante meta di pellegrinaggio medioevale dopo la fine delle Crociate; ma non è da escludere un’allusione a Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro Templare); les Enfant de Père Subise, leggendario architetto benedettino.


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

lunedì 26 aprile 2010

Concerto di Carlo Aonzo ad Atlanta


Da bosco e da riviera, l'ultimo libro di Alberto Cavanna



Ancora un autore ligure capace di raccontare storie di grande spessore. Ce ne parla Angelica Lubrano.

Angelica Lubrano

Da bosco e da riviera, l'ultimo libro di Alberto Cavanna



Romanzo corale, talvolta addirittura epico, nei grandi affreschi umani. Un romanzo per alcuni aspetti verghiano: al posto di Piedipapera, di zio Crocifisso, e della Vespa troviamo Carnesecca, siò Luigi, il Nassa, il Cannetta, la Giarona e al dialetto e ai detti siciliani si sostituisce il dialetto e i detti liguri.
Non so se gli errori di Pietro possono paragonarsi a quelli di ‘Ntoni , ma sicuramente entrambi rappresentano la voglia giovanile, pagata a caro prezzo personale, di un successo che l’età moderna sembra far coincidere esclusivamente con il denaro e l’avidità.
Un romanzo etico, dell’etica del lavoro, testimoniata anche dalla postfazione di Luigi Angeletti. Una rappresentazione della sacralità del lavoro e dei suoi riti, da cui sembrano scaturire le fonti originarie della dignità di ogni uomo capace di gesti creativi: il rispetto dei materiali, degli strumenti del lavoro come principale misura della propria statura morale. Se ne sentiva il bisogno.
Ma questo romanzo è molto altro: c’è l’attesa dell’evento finale, che incombe sin dall’inizio. C’è anche la storia d’amore (o solo di sesso?) fra i due personaggi principali. E poi c’è la poesia del paesaggio ligure che con il cantiere navale diventa il palcoscenico in cui due inquietudini si incrociano, due storie si fondono per raccontare una grande avventura di mare e vita, di fughe e ritorni, con un'unica certezza: quella di non essere come tutti gli altri. Ma solo gente nata e cresciuta su una sottile striscia di terra. Tra bosco e riviera.

Alberto Cavanna si definisce narratore di navi e costruttore di storie. Nato a Savona nel 1961, vive dal 1988 a La Spezia, dove lavora in un cantiere navale. Figlio e nipote di maestri d'ascia, artigiani falegnami specializzati in costruzioni e riparazioni nautiche e appassionato velista, ha saputo alimentare le passioni familiari, allargando e approfondendo l'alveo culturale di formazione con l' investigare cronache e tradizioni della terra ligure insieme alle vicende più minute della storia della marineria. Questo sapere maturato con tanto entusiasmo e applicazione lo porterà negli anni novanta alla collaborazione con riviste specializzate, come il diffuso mensile Bolina. Poi l'evidente vocazione giornalistica troverà sbocco sulle pagine del Secolo XIX e sul prestigioso periodico Arte Navale. La sua produzione di narrativa inizia sotto il logo della casa editrice Mursia:
2001 - Storie di navi, di viaggi e di relitti
2003 - Bacicio do Tin
e per i lettori più piccini
2004 - Il fantasma di Montecristo
2005 - Il segreto dell' isola che non c'è
Nel 2006, edito a propria cura e inserito nella sperimentale alternativa forma di distribuzione editoriale “Autocircuito” Racconti brevi e salati
e sempre per Mursia, insieme allo storico Furio Ciciliot, una gustosa biografia a quattro mani del leggendario ammiraglio inglese “Nelson e noi”


Alberto Cavanna
Da bosco e da riviera
Rizzoli 2009
€ 19,00




Angelica Lubrano, insegnante, collabora con diverse associazioni culturali e del volontariato.


domenica 25 aprile 2010

San Gastone



Privati della memoria gli uomini diventano i replicanti di Blade Runner o i robot di Isaac Asimov. Celebrare il 25 Aprile per noi di Vento largo significa anche raccontare storie come questa.



Sergio Giuliani


San Gastone



Ma quanti sono i santi! Da ragazzo mi divertivo a scorrerne i nomi,neri o rossi,nelle caselle del calendario ed uno mi faceva sempre ridere: Nepomuceno: finchè non ne ho scoperto la storia a Praga, sullo splendido Ponte Carlo.

Oggi mi cade l’occhio su “Gastone” e, come direbbe Montale, “..il nome agì.”. Non il Gastone di cui canticchiava mio padre, quello petroliniano “ con la piega al pantalone.” ma, nel ricordo, un viso piccolo e stretto, con gli occhiali come l’intellettuale del quadro di Guttuso. Uno dei rami dei tanti Fr. di P. che si erano venuti dividendo con qualche astio (i nonni non erano in buoni rapporti con “quelli di Edoardo” e non ho mai chiesto perché),ma non saprei dove e come sistemare Gastone. Con me non ha mai parlato: troppo bambino; solo qualche scherzo e qualche versaccio. Ma mi sembrava taciturno di natura, riflessivo com’era tra sé e gli occhiali. Credo fosse scapolo, pur se discretamente attempato, e che vivesse in qualche parentela.

Sempre vestito con la tuta da lavoro, lavorava come meccanico, credo di fine, nell’azienda dei Fr capostipiti, una grossa distilleria con annessa officina per la costruzione di impianti di distillazione. Gastone era sempre attento a lavorare a qualche macchina, tornio, fresatrice o altro e godeva come di uno statuto speciale per essere un tecnico, un Fr e…un comunista.

Ora che ci penso, non sono riuscito a strappargli che qualche sorriso e qualche nomignolo che mi dava per togliermi dai piedi, ma la sua vicenda me la raccontò mia madre (non so che rapporto di parentela ci fosse; io però non l’ho mai chiamato “zio” e in fabbrica era un sottoposto, non un partecipe.)

Credo che avesse alluso a qualche informazione scrivendo a un compagno al fronte: la censura (ricordo ancora il timbro nero colante sulle cartoline, tondo: “Verificato per censura”) si era insospettita, anche perché i Fr. erano tutti “sovversivi”, anche se Gastone era come un satellite della gran famiglia. Una perquisizione trovò le valvole (allora erano un uso i grossi diodi e triodi ad ampolla) della sua radio calde all’ora della trasmissione di radio Londra e tanto bastò per arrestarlo e mandarlo al Tribunale Speciale. Come se non avesse potuto ascoltare, alla stessa ora, delle canzonette italiane! Ma il totalitarismo non sa che farsene, delle prove!

Fu inviato, non so per quanti anni (credo sia uscito libero col ’45) al confino a Castelfranco Emilia e si ritrovò (ma quanto era intelligente, il fascismo!) con intellettuali che non avevano firmato l’adesione al regime, sospetti per idee, non per azioni ostili. le ora d’aria furono così adoperate per lezioni, conversazioni e gli stimoli culturali lanciati in un terreno fertile, anche per la costrizione,ma soprattutto per la pochezza della propaganda censoria, attecchirono eccome!

Gastone si ritrovò a sentir parlare di storia, di filosofia e non so di che altro. Chissà se portava già gli occhiali o se la vista gli si indebolì a leggere in cella. Anche se il corpo era legato, la mente volava come non mai e fu davvero un’avventura, per un “meccanico” scoprire l’analisi storico-economica, il libero pensiero; forse anche qualche buon romanzo francese residuato nella biblioteca del carcere e sfuggito alla “malanotte agli Inglesi!” del famigerato Mario Appelius.

Andarono a fargli visita i miei con mia sorella grande e ricordavano il cambiamento di Gastone, che presentò orgoglioso la “nipotina” al prof. Siro Attilio Nulli, come lui recluso per idee, la quale seppe reggere il dotto colloquio con gioia di tutti e soprattutto di lei vanitosa.

Io lo conobbi dopo, allorchè riprese il lavoro alle distillerie Fr. Chiuso; pareva che,quando parlava con gli altri,usasse un’altra lingua. Menomale che gli era rimasta, profonda e rauca, la “còccina” senese, ma come senza gioia, trattenuta e studiata, già da intellettuale.

Gli aveva preso la smania del leggere: non credo andasse a feste o a balli. Era tutto lavoro, forse ancora più meticoloso, nella sua tuta stretta a un corpo magro, di fustagno, e non di jeans come si dice ora. Ma era diventato uomo di gran silenzio: se parlava con gli altri, pareva riflettere come uno specchio i discorsi; li rimandava rispondendo breve breve.

Credo che a nessuno dicesse del suo leggere: il non andare allo stadio paesano la domenica era considerata un’anomalia legata a quanto gli era successo. Impararono, imparammo a lasciarlo per suo conto e a capire che l’attenzione con cui ascoltava i comizi, allora numerosi, dei partiti della sinistra (non ho mai saputo se fosse socialista o comunista: tra i Fr. non sussisteva altra scelta) era dovuta al fatto che capiva di dove nascevano e che qualche conferenziere era stato con lui a Castelfranco. ma mai ne parlò, con nessuno, ch’io sappia.

Oggi, per quel santo da calendario, mi chiedo se a Gastone il confino fu davvero utile o lo bloccò con la cultura come l’ambra fa con un insetto.

Mi chiedo dove finirono i suoi libri e che spessore (vero o deragliato dalla vita paesana?) avesse quel suo meditare, a quali considerazioni lo avesse portato. Mi auguro, per lui, che una gran cultura finitagli, certo con interesse gioioso e voglia sincera di riscatto di sé e degli altri, sulle fragili, spioventi spalle non lo abbia schiacciato. Se avesse fatto scuola, lui che l’aveva avuta così straordinaria!

Mi piacerebbe tanto chiedergli quel che non seppi fare allora, quando mi salutava con un cenno e un sorriso stretto che faceva balenare gli occhiali: ma la sentivi davvero Radio Londra, col tamburo di Francis Drake e il colonnello Stevens, come la ricordo io?



Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".



sabato 24 aprile 2010

La parte dei gesti perduti




Domani è il 25 Aprile. Abbiamo chiesto a Armida Lavagna di scrivere su Vento largo cosa significhi quella data per una giovane insegnante nata negli anni Settanta.

Armida Lavagna

La parte dei gesti perduti


“L'altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.

Per chi la Resistenza non l’ha vissuta, né la tragedia della guerra, né il ventennio da incubo che afflisse l’Italia, non c’è altro modo che farsela raccontare da chi ancora può farlo, o leggerla. Queste parole de Il sentiero dei nidi di ragno si finisce per rileggerle ogni volta. E per crederle, è sufficiente leggere dopo di quelle le perle pedagogiche contenute nel libro della seconda classe elementare di quegli anni:

“Fu domandato a un sapiente: ‘Quale dev’essere la prima virtù del bambino?’ Rispose: ‘L’obbedienza’. ‘E la seconda?’ ‘L’obbedienza’. ‘E la terza?’ ‘L’obbedienza’. Quale dev’essere il primo requisito del Balilla e della Piccola Italiana? L’obbedienza”.

Questi erano gli insegnamenti, questa era la scuola, questo era il “vangelo” fascista. Basta questo, anche senza tutto quello che venne dopo. E’ scomodo domandarsi che cosa avremmo fatto noi che non c’eravamo, quale parte avremmo scelto, quanto coraggio avremmo avuto, o dove ci saremmo nascosti e perché. Forse è domanda destinata a non trovare risposta. Ma serve almeno a darci la misura di quanto coraggio ebbe chi – nato cresciuto o maturato in un tale contesto - seppe farlo, fino alle estreme conseguenze, a volte poi affiancato da chi scelse quando scegliere diventò facile, quando scegliere significò per alcuni trasformare la propria paura in rabbia, o semplicemente sputare addosso o irridere chi fino al giorno prima si temeva, quando non fu più scelta ma convenienza, opportunismo, nei giorni in cui le parole giustizia e vendetta talvolta finirono per confondersi, fino a lasciar germogliare dubbi, fino a lasciar emergere domande che quei tempi non videro.



Certo, in quella fase particolarmente atroce di guerra – ma per quanti era già stato atroce tutto ciò che l’aveva preceduta? – vi fu violenza da un parte e dall’altra, fu versato il sangue dei vincitori e dei vinti, ridotti a cadaveri di fronte ai quali con Pavese probabilmente molti toccarono “con gli occhi che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

Ma a guerra finita, a guerra finita per i morti, a chi resta tocca scrivere e narrare la storia. E a chi viene dopo tocca ascoltarla, studiarla, narrarla ancora. E qui i morti non possono, non potranno mai essere tutti uguali.

“L’altra parte” non scelse solo la sconfitta o un malinteso senso dell’onore o una coerenza rivendicata sulla pelle dei propri connazionali decimati o deportati. Scelse un posto nella storia che non può essere modificato dal tempo che passa. Ogni pagina di quei deliranti manuali scolastici dove si studiava l’agiografia del Duce, ogni numero della Rivista della razza inviato alle scuole per “educare” le menti dei fanciulli, bastano a dimostrare – già solo quelli! – che tale scelta non può essere nemmeno per un istante equiparata all’altra.

Chi la fece, non può oggi rivendicarlo. Non può pretendere di aver avuto ragione quanto chi stava dall’altra parte. Può certamente motivare la propria scelta, adducendo le ragioni più diverse, ognuna delle quali potrà trovare diversa comprensione in chi oggi appunto non può sapere davvero cosa voleva dire trovarcisi in mezzo. Ma non può chiedere più di questo. Non può reclamare onorificenze e medaglie. Non può essere equiparato a chi per mille ragioni fece la scelta opposta. A chi, in un regime chiaramente e dichiaratamente autoritario, violento, repressivo, ebbe il coraggio di opporsi.

“Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere” (Il sentiero dei nidi di ragno, prefazione all’edizione del 1964).


Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.



venerdì 23 aprile 2010

Mito templare, Rosacroce e Massoneria






La storia dei templari non termina con la soppressione dell'Ordine e la morte sul rogo dei suoi capi. A partire dal XVII secolo cominciò a circolare la tesi che l'Ordine fosse sopravissuto e continuasse ad operare nell'ambito di società iniziatiche come i Rosacroce e la Massoneria. Guido Araldo ricostruisce per noi questa leggenda.




Guido Araldo

Mito templare, Rosacroce e Massoneria



Dat rosa mel apibus
(la rosa dà il miele alle api)


Il “mito templare” cominciò a radicarsi nelle coscienze laiche più evolute del XVIII secolo con il trionfo della rivoluzione francese; quando agli osservatori più attenti parve che la condanna a morte del re Luigi XVI e della regina Maria Antonietta fosse una vendetta postuma e realizzasse, cinquecento anni dopo, la maledizione del Gran Maestro dell’Ordine del tempio: Jacques de Molay, scagliata dal rogo dove ardeva. La patria ideale della “massoneria Templare”, impregnata di romantico, fu la Germania, dove persistette a lungo un vago, profondo e diffuso “animo gotico”. A divulgarla, inizialmente, furono due personaggi emblematici: un prigioniero francese della guerra dei “Sette anni” e un pastore tedesco noto con il soprannome di Samuel Rosa. La “loggia” che istituirono rispolverò le ere storiche dell’abate calabrese Gioachino da Fiore, vissuto nel secolo XII, opportunamente modificate. A loro parere la morte sul rogo del maestro templare Jacques de Molay nel 1314 chiudeva la quinta epoca e ne dischiudeva la sesta. Fu allora, infatti, che si diffusero le conoscenze antiche relative al culto degli Esseni, apprese dai maestri templari tramite la mediazione dei canonici del Santo Sepolcro. Sussisteva la consapevolezza che una conoscenza esoterica ed etica fosse stata tramandata nei secoli: un filone fattosi sotterraneo dopo la rovina del Tempio.
Le colonne Jackin e Boaz, una dorica e l’altra corinzia, perfetta asimmetria in sintonia con i chiostri romanici, derivano da una rinnovata tradizione templare, con un probabile riferimento alla cripta parigina dove venivano sepolti i maestri templari: colonne cave all’intero, dove fu possibile occultare il tesoro del Tempio nell’ora del massimo pericolo!
Miti e leggende prosperarono rapidamente attorno al Templarismo ed impregnarono particolarmente il ramo dei Francs-Maçons noto come il “rito scozzese antico e accettato”; mentre, per contro, restò marginale nella “massoneria azzurra” di chiara derivazione parigina.
Nel rito Scozzese Antico e Accettato il trentesimo grado, quello dei cavalieri Kadosch, noti anche come i “Cavalieri dell’Aquila bianca e nera”, ha chiari riferimenti con il Templarismo. “Kadosh” è una parola ebraica e significa: “santo”, “purificato”. La leggenda vuole che dopo il proditorio arresto dei Templari nel regno di Francia: un colpo letale, molti cavalieri trovarono rifugio in Scozia, all’epoca un libero reame governato da Robert Bruce, partecipe all’Ordine del Tempio. Sempre secondo la leggenda, il re di Scozia istituì con quei cavalieri la “Grande Loggia Reale di Hérédom” caratterizzata da grande segretezza e proprio questa “Grande Loggia Reale” avrebbe dato origine alla Massoneria.
Il grado massonico di “cavaliere kadosch” è documentato per la prima volta in una loggia francese di Lione: una tradizione vuole che vi appartenessero alcuni cavalieri di Malta che avevano lascito l’Ordine (forse espulsi) nel 1740.

Seppure non sia possibile dimostrare o negare una continuità tra “Francs-Maçons” di ieri, quelli legati ai Templari, e “Francs-Maçons” di oggi, un filo sotterraneo attraversa la storia: i “Figli di Salomone”, i “Discepoli di Hiram”, gli “onesti Companions”, le “corporazioni in sonno”, l’incontro di Ratisbona, i “Rosacroce”, i Francs-Maçons di Edimburgo, Londra, Parigi, del Mondo Intero! Un filo segreto che non si è mai interrotto, non è mai stato reciso nonostante la ferocia dell’Inquisizione nel cercarlo, per strapparlo.
I “Rosacroce” costituirono un anello di congiunzione preziosissimo, che protrasse la tradizione del Tempio e inserì la croce nella rosa; coltivò la filosofia raccolta nel “Corpus hermeticum” senza esitare di valorizzarne l’aspetto esoterico ed ermetico. Come negare che la rosa e la croce avevano, con la spina, un valore fortemente simbolico presso gli antichi cavalieri dai bianchi mantelli? Un valore che rimase tale, inalterato, per i “Compagni del Dovere di Libertà”.
I rosoni delle facciate sulle cattedrali, le stelle nelle absidi, la croce che li univano costituivano una sintesi che non andò perduta.
Nei secoli terribili dell’Inquisizione gli affiliati “alla Rosa e alla Croce” fecero della segretezza il bene più prezioso. Una rovina del Tempio poteva bastare! Una seconda non era auspicabile!
Emblematica la frase: dat rosa mel apibus (la rosa dà il miele alle api). E non a caso l’alveare, con nove api (quanti i primi Templari) figura nella simbologia dei “liberi muratori”…
I “Rosacroce” si mossero con estrema cautela in paesi impregnati dalla tirannide, che non riconoscevano e neppure legittimavano, ma che servirono sempre con fedeltà, onestà e lealtà; ma la realizzazione della “Gerusalemme terrena”, delineata da san Bernardo di Clairvaux rimase il loro fine recondito: il primo degli obiettivi, il massimo degli ideali.
Un cammino lungo, difficile, accidentato, nascosto, che percorre i secoli e che affiorò per la prima volta nel 1614, con la pubblicazione della “Fama Fraternitatis”. Gli adepti “della Rosa e della Croce” non avevano fiducia o nei re e nei papi: troppo dolore era stato consumato nella torre del Tempio di Parigi! Troppo grande era stato il tradimento! Fluirono come acqua di torrente, senza lasciare tracce e documenti, ma tenendo salda l’altica tradizione, rinnovata di generazione in generazione: questa era la loro missione e l’assolsero egregiamente!
alla confraternita ultrasegreta dei “Rosa Croce” pare si debba far risalire l’usanza di “tracciare il Tempio”, ovvero la sala delle riunioni, nel momento in cui vi si accede. Un rituale al quale non era estranea l’usanza medioevale delle “rogazioni”: processioni devozionali attorno alle chiese caratterizzate dall’implorazione “Ab bello (guerra), fame e peste libera nos Domine”!
Per i Francs-Maçons “tracciare il Tempio” significa misurarlo e intimamente erigerlo, facendolo proprio, ogni volta che vi si accede.
Una grandissima e importantissima commenda templare era la “Foresta d’Oriente”: la grande selva della Champagne, prossima alla città di Troyes. Un’area in parte paludosa, che si estendeva per miglia e miglia nel cuore dell’Europa.
“Foresta d’Oriente”! L’Oriente!
Se ancora oggi il ramo più noto e florido dei Francs-Maçons è quello del “Grande Oriente”, sicuramente non è un caso: un nome che non affiora dal nulla, poiché da Oriente sale la luce del sole e, non a caso, le absidi delle chiese antiche sono sempre orientate in quella direzione!
Un recente articolo (settembre 2005) del quotidiano israeliano “Haaretz” ha rispolverato seriamente la tematica che i “liberi muratori” derivino dalle corporazioni edili poste sotto la tutela dei Templari.
Nei sotterranei della moschea di Al-Aqsa, esattamente nel luogo dove si trovava il Tempio di Salomone e i Cavalieri del Tempio avevano alloggiamenti e stalle, è stato trovato un interessante medaglione risalente all’epoca delle Crociate.
Il ritrovamento è avvenuto dopo che i responsabili della “Spianata delle Moschee” avevano rimosso una grande quantità di terriccio.
Il medaglione, analizzato dagli archeologi Gabi Barkai e Zahi Zweig, è grande quanto una moneta: di bronzo, a forma di croce; su un lato sono riprodotti un martello, una tenaglia e alcuni chiodi, inequivocabili simboli della “Passione di Cristo” poiché strumenti della crocifissione. Ma la parte più interessante è l’alto lato, dov’è raffigurato un’ara sormontata dal sole e un calice sorretto da una corona di spine: il Santo Graal!
Secondo lo studioso inglese Andrew Prescott, tra i massimi ricercatori a livello mondiale, questa simbologia presenta connotati chiaramente riconducibili agli antichi “liberi muratori”, anche se non è attribuibile ad alcuna loggia massonica oggi esistente.
E’ noto che i Manichei professassero una sapienza dualistica, derivata dello zoroastrismo persiano, e che nel loro linguaggio segreto amassero definirsi "Figli della Vedova": termine riconducibile all’antichissimo culto egiziano d’Iside.
Anche i Templari erano soliti definirsi “Figli della Vedova” durante le Crociate: terminologia traslata in Occidente e filtrata nelle antiche “Corporazioni” per poi affluire nelle logge degli Onesti Companions e poi nei Francs-Maçons moderni.
I Catari attribuivano un’importanza prioritaria al vangelo di Giovanni: unico testo sacro riconosciuto, letto durante i riti e soprattutto nel "Consolamentum", nell’imminenza della morte.
Probabilmente non è un caso se il “Vangelo di san Giovanni” è il libro tradizionalmente aperto sulle are massoniche, quasi a ravvisare il filo sotterraneo, gnostico, che collega Albigesi, Templari e “liberi muratori”.
Le “donne allegoriche cristiane” ebbero origine a Palermo, presso la corte di Federico II, dove all’amore cantato dai poeti non era estranea la spiritualità templare rivolta a “Notre-Dame”: la Madre di Dio. E alle “donne allegoriche” s’ispirò il movimento poetico del “dolce stil novo”, che si diffuse in Toscana e Provenza. Per la verità, le “donne allegoriche” risalgono a un’epoca antichissima. La cultura persiana collegata ai riti di Zaraostro attribuiva ruoli importanti a sacerdotesse che erano anche poetesse. I Templari, così attenti ad ogni manifestazione esoterica, ne vennero sicuramente in contatto negli assolati orizzonti al di là del Giordano e finirono per contagiare la cultura occidentale.



Da sempre sono supposti contatti tra la gnosi templare e il sufismo islamico, come pure con la gnosi ebraica elaborata nella Spagna musulmana, che ebbe la sua massima espressione nello Zohar: il più importante dei libri sapienziali. Come pure non fu estraneo alla cultura templare Ermete Trismegisto (tre volte grandissimo), considerato il più antico tra i filosofi e gli esoterici, avvolto in un alone di mistero. Tema centrale della filosofia di Ermete Trismegisto era il rapporto tra uomo e Dio, dove si riconosceva l’impossibilità, per la mente umana, di pervenire a una conoscenza soddisfacente di Dio. L’intuizione di Dio può essere conseguita soltanto tramite un’estetica illuminazione, che precede il ritorno dell’anima alla massima intelligenza dell’universo: il grande architetto che, nel contempo, è anche sublime pittore, massimo poeta e impareggiabile maestro dell’armonia, come peraltro attestato dalla recente “teoria delle stringhe”. Secondo questa interpretazione filosofica l’unico modo per conoscere imperfettamente Dio è comprendere la sua opera: l’universo, la creazione, dov’è impressa la sua impronta; e il mezzo migliore per accostarsi all’opera divina sono i numeri e i teoremi. La raffigurazione di Dio come punto Luminoso (Paradiso, XXVIII, 16), cara a Dante Alighieri, è un’immagine tipica tanto della Cabala quanto della tradizione ermetica.
Molti studiosi sono propensi a ritenere che i Templari furono massimi maestri di ermetismo e che la loro ricerca tendesse alla spiritualizzazione suprema: all’amore descritto come eros neoplatonico, causa della mors philosophorum, determinante per la rinascita nella componente divina dell’uomo. Un’antica miniatura è emblematica! Si trova in una “Bible Moraliste” datata tra il 1235 e il 1245: rappresenta Dio simile a Grande Architetto dell’Universo, intento a misurare la sua opera con il compasso caro alle corporazioni “dei Francs-Maçons” antichi e moderni. Come sarebbe stato possibile costruire fantastiche cattedrali simili a eteree montagne di pietra senza il filo a piombo, la livella e, soprattutto, la squadra e il compasso?
Poi, finito il tempo delle cattedrali, è giunto il tempo delle cattedrali dello spirito; ma gli attrezzi dei muratori sono rimasti, incluso il martello e lo scalpello per squadrare la pietra grezza e affinare l’animo.
Un’ultima similitudine riguarda il motto dei Templari: “Non nobis, non nobis Domine da gloriam, sed nomini tuo!” (Non a noi, non a noi dai gloria oh Signore, ma al tuo nome!). Così affine all’A.G.D.G.A.D.U. dei “liberi muratori”: Alla Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo!
E poi, perché i pavimenti delle logge massoniche di tutto il mondo sono a scacchiera bianca e nera? E’ forse il glorioso vessillo dei Templari, il Beausant, disteso sul pavimento!
Nel mitico “Rito Scozzese”, l’università della Massoneria, palese è la continuità templare: il 4° grado, ancora oggi tra quelli operanti con il 9°, il 18°, il 30°, 31°, 32° e il 33°, alcuni indicati in seguito, è quello di Maestro Segreto, colui che, lasciatosi alle spalle la Massoneria Azzurra, entra nel Rito Scozzese simile a ombra e diviene custode del “filo” che mai deve essere reciso! Il 9° grado corrisponde a “Maestro Cavaliere eletto dai Nove” (tanti quanti erano i primi Templari)! Il 18° grado, ultimo grado capitolare, è quello del principe Rosacroce, Cavaliere dell’Aquila e del Pellicano! Prima dell’ammissione al 30° grado di Grande Eletto Cavaliere Kadosh, Cavaliere dell’Aquila Bianca e Nera, occorre maledire Clemente V, Filippo “il Bello” e Noffo Dei. Per l’ammissione al 33° grado, il vertice della piramide, il maestro che si accinge a diventare Sovrano Grande Ispettore deve incontrare uno scheletro che regge il “Beausant”, la bandiera templare, e impugna un pugnale insanguinato: Guillaume de Nogaret maledetto per l’eternità!
Altri tre gradi, oggi “dissueti”, attestano chiaramente la discendenza Templare: il 14° grado di Grande Eletto della Volta Sacra o Grande Eletto Perfetto e Sublime Muratore (ultimo grado della Massoneria di Perfezionamento); il 19° grado, primo grado della Massoneria Nera, à quello di Gran Pontefice della Gerusalemme Celeste o Sublime Scozzese; infine il 27° grado, non a caso nono grado nella Massoneria Nera, corrisponde in maniera illuminante a Gran Commendatore del Tempio!



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.

giovedì 22 aprile 2010

Asger Jorn, esploratore dell'animo





Più che un blog Vento largo è una piccola comunità di persone che condividono interessi e passioni. Con questo studio, già apparso su "La Civetta" , rivista del Circolo degli Inquieti, Gabriella Freccero ci raggiunge in questo percorso portandoci in dote il suo rigore analitico e la sua passione militante.


Gabriella Freccero

Asger Jorn, esploratore dell'animo


Negli anni cinquanta del secolo scorso avvenne in Liguria una manifestazione del peculiare spirito del luogo dei nostri posti, del quale ancora non si è parlato: farsi laboratorio di esperienze nuove, anticipando il futuro. Il paradosso della Liguria, regione di boschi e natura quasi allo stato selvaggio, protagonista in un centinaio di anni di una espansione tecnologica ed industriale senza precedenti, fra le più avanzate d'Italia, fece da luogo ideale per lo scoppio delle questioni poste dalle avanguardie artistiche del dopoguerra: il rapporto fra arte e politica e arte e tecnologia, lo status degli esseri umani nella società industriale di massa, il recupero dell'arte primitiva e di una umanità primitiva, che non ha ancora sganciato la bomba H o assaggiato il barattolo di zuppa Campbell immortalata da Andy Wahrol. Un angolo di mediterraneo che ha per vocazione - anche- di attrarre lo spirito nordico, dalle villeggiature inglesi nel ponente alle calate a Lerici di Shelley e Byron. Qui fu centrale il ruolo del distretto savonese, che vide ad Albisola concretizzarsi l'esperienza umana e professionale di Asger Jorn, figura di riferimento dell'avanguardia e padre del movimento situazionista. Dal 1954 il pittore sbarca ad Albisola; nel ricordo di Enrico Baj

"Il vichingo arrivò a Milano il 28 marzo 1954 a mezzogiorno... con armi e bagagli, con zaino, tenda da campo ed un violino. Il violino lo dimenticò in treno, per cui, accortosene, si dovette tornare all'Ufficio Oggetti Smarriti, ove fortunatamente fu ritrovato, il che lo dispose favorevolmente verso di me e l'Italia".

Danese di nascita, ventiduenne si trasferisce a Parigi .E' il 1936, frequenta l'atelier di Léger, da cui mutua l'esigenza di un coinvolgimento sociale delle arti ; è il momento delle grandi pitture murali, delle tematiche politiche (nel 1937 Picasso presenta Guernica all'Expo Internazionale delle Arti) in pittura, da contrapporre all'individualismo della “pittura da cavalletto”. Grazie a Léger, Jorn contribuisce a decorare il Padiglione dei tempi nuovi di Le Corbusier, dipingendo un disegno infantile ingigantito. Da Le Corbusier Jorn assorbe l'idea di un'architettura per i tempi nuovi, funzionale all'era della macchina e del nuovo capitalismo ; ne rifiuterà più tardi radicalmente l'impostazione, che vede nell' industrial design e nel funzionalismo il futuro della disciplina.



Jorn è invece interessato ad una esplorazione dell'interiorità umana che vada oltre la priorità dell'inconscio individuale prospettato dal surrealismo, in favore di una riscoperta del patrimonio dell'inconscio collettivo,del fantastico e dell'arcaico, da lui rivissuto nelle saghe popolari nordiche , negli animali fantastici, nelle figure mitologiche dell'arte scandinava (troll, fate,esseri sovrannaturali). Dall'esperienza del gruppo Host che fonda prima della guerra in Danimarca nascerà quella di CoBrA, dall'acronimo delle tre capitali dei membri fondatori Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam , o l'Internazionale degli artisti sperimentali. La migliore realizzazione di CoBrA rimane la decorazione pittorica della casa di Bregnerod vicino Copenaghen, un'opera collettiva dove pittori professionisti e non , compresi i bambini figli dei membri del gruppo , dipingono le superfici della casa di campagna, in un clima di spontaneismo e libertà creativa assolute; l'architettura si fonde con l'arte in modo naturale, diventa creazione di un ambiente di vita e non più pratica specialistica; si realizza l'abbattimento della separazione dell'arte dalla vita quotidiana, vizio borghese per eccellenza.
La salute di Jorn va peggiorando. Dopo la permanenza in sanatorio in Svizzera finita nel '53 accoglie l'invito di Enrico Baj di soggiornare ad Albisola, che concilia la salubrità del posto con le esperienze ceramiche che lo interessano molto ; è ospitato prima da Lucio Fontana, poi passa l'estate accampato con la famiglia in un giardino di proprietà di Milena Milani; Dangelo e Sassu lo sistemano per l'inverno. In questo periodo Jorn fonda il MIBI o Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista in contrapposizione alla nuova Bauhaus di Max Bill, orientata in senso iperrazionalistico e pragmatico; incassa il sostegno del movimento per la Pittura nucleare di Baj e Dangelo, oltre quello degli ex-CoBrA. Nel '54 nasce l'Incontro internazionale di Ceramica di Albisola con la collaborazione di Tullio Mazzotti . Appel, Baj, Dangelo, Fontana, Scanavino, Matta, Corneille, e lo stesso Jorn decorano informalmente una serie di ceramiche poi esposte all'aperto. Il testo che accompagna l'incontro, Immagine e forma, diverrà una pietra miliare del pensiero dell'artista; in esso auspica un nuova sintesi fra pittura,architettura e scultura; l'avvento di un'”architettura irrazionale” che torni a difendere le ragioni della bellezza contro l'utilitarismo puro,ricordando che l'architettura è una tecnica “nettamente antiscientifica nella sua ispirazione, nei suoi mezzi, nel suo scopo”.



Tramite Baj che gli fornisce alcuni numeri della rivista Potlatch dell'Internazionale Lettrista, conosce l''avanguardia letteraria e poetica parigina, in cui ritrova temi e consonanza di pensiero. Sempre ad Albisola avviene l'incontro fondamentale con Pinot Gallizio e Piero Simondo. Nella figura di Gallizio trova motivi che lo affascinano da sempre: farmacista con una passione sciamanica per le erbe, amico di Beppe Fenoglio e interprete di un progressismo non ortodosso ma impegnato (è consigliere ad Alba come indipendente di sinistra), amante della cultura popolare e di quella degli zingari, archeologo e pittore autodidatta, incarna quella figura di amateur professionel ,il dilettante professionale che deve sostituirsi all'artista professionista. L'anno dopo, il 1955, Jorn, Gallizio e Simondo fondano ad Alba un Laboratorio sperimentale di supporto alle teorie del MIBI .L'anno successivo, il 1956, si tiene ad Alba il Primo Congresso Mondiale degli artisti liberi, con i contributi dell'architetto milanese Ettore Sottsass, di Costant, ex esponente di CoBrA; nell'intervento di Gil Wolman, esponente lettrista, compare per la prima volta il termine urbanesimo unitario, sintesi di arte e tecnica al servizio di un nuovo stile di vita di cui “si può dire genericamente che esso sarà determinato principalmente al contrario dello stile di vita attuale, dalla libertà e dall'agio”. Il nuovo stile di vita, sostanzialmente svincolato dai bisogni della produzione in un mondo in cui le macchine svolgeranno i compiti degli esseri umani da sole, sarà nomadico, fluente, alla ricerca di sempre nuove passioni e situazioni creative all'interno di nuove città dove praticare una psicogeografia, una ricerca dell'anima mutevole degli ambienti, una deriva suggerita dallo stato d'animo del soggetto . Si dovranno a Guy Debord le guide psicogeografiche di Parigi, mentre Costant si dedica a comporre quella di Alba.
Sarà Debord, nel corso della Conferenza di Cosio d'Arroscia del 1957 , a dare con il suo Rapporto sulla costruzione delle situazioni il nome al nuovo gruppo internazionale formatosi da tante esperienze e personalità, l'Internazionale Situazionista ; con questo movimento si arriva ad una critica globale della società contemporanea, al tempo libero colonizzato dal consumismo e dalla pervasività dello spettacolo come occupazione fuorviante e passiva del tempo non occupato dal lavoro. Le situazioni , “momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti mediante l'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimenti” sono l'opposto dello “spettacolo”. Gli spettatori-consumatori devono essere riportati in condizioni di vitalità :” Si sono interpretate abbastanza le passioni: si tratta ora di trovarne delle altre”.



Sempre nel 1957 Jorn acquista una casa diroccata sulla collina albisolese dei Bruciati, un insieme di rovine vetuste e di roveti (si scoprirà poi aver dato i natali a papa Giulio II) e la trasforma nell'insieme di atelier casa e giardino , forse l'unica vera e propria realizzazione concreta di quella civiltà dell'abitare che sognava. Servendosi dell'aiuto dell'ex alpino e reduce di Russia Umberto Gambetta , che si arrangiava da muratore, Jorn ristruttura l'edificio secondo i principi dell'architettura accidentale di Feuerstein, lasciando a Gambetta la scelta del posizionamento di ceramiche e sculture; le piastrelle dei vialetti sono ricavate dal materiale di scarto gettato nel fiume dalle manifatture vicine, gli isolatori di scarto utilizzati come colonnine di supporto. La collaborazione tra l'homo faber Gambetta e l'artista porta un sorprendente risultato soprattutto nel giardino, un'insieme di flora mediterranea e forme piacevolmente labirintiche , di vialetti che seguono i corrugamenti del terreno,abitate da figure animali reinventate e personaggi mitologici dell'immaginario nordico , in piacevole spaesante disordine. A confronto delle non realizzate opere del situazionista Costant (New Babylon, la città sospesa sul terreno senza vincoli col suolo, priva di centro e di sobborghi ma ricca di quadranti di diversi colori) ,della Tenda per gli Zingari progettata per Galizio da Costant ad Alba che non vide la luce se non per una targhetta che fu posta sul terreno, le jardin d'Albisola rimane un'opera vissuta e reale. Lasciata da Jorn alla città di Albisola per realizzarvi un laboratorio per artisti, chiusa per molti anni, è riaperta dal 2004 ad opera di un'associazione culturale che vi realizza eventi; ospita, cosa che a Jorn farebbe immenso piacere, una prestigiosa raccolta di opere di arte africana (maschere ,reliquiari, strumenti rituali) e di arte moderna tra cui Baj, Carrà, Fontana, Matta , Picasso, Lam, appartenuta al collezionista milanese Alessandro Passarè ed oggi custodita dalla Fondazione omonima, fusione delle tendenze archetipe dell'arte primitiva e delle ricerche delle avanguardie moderne . *


Gabriella Freccero, laureata in Storia ad indirizzo antico, da sempre attivamente impegnata nel movimento femminista, vive e lavora a Savona. Collabora con numerose riviste fra cui Donne e conoscenza storica, Senecio, Dominae, Leggere donna, La Civetta.


* Attualmente Casa Jorn è chiusa, per permettere lo svolgimento di lavori di ristrutturazione.(NdR)

(Le immagini rappresentano scorci di Casa Jorn)

mercoledì 21 aprile 2010

La moralità della Resistenza



In questa Italia attraversata da pulsioni razziste e xenofobe che sembra aver dimenticato la sua storia, parlare della Resistenza e celebrare il 25 Aprile non è un omaggio rituale, ma una ferma dichiarazione di impegno.

Giorgio Amico

La moralità della Resistenza



Il 23 aprile le unità partigiane della 2^ Zona Liguria ed in particolare la Divisione Garibaldi "Gin Bevilacqua" si attestano alla periferia di Savona. Alle ore 15 del giorno 24 dal comando di zona, sito in via Crosa lunga, parte l'ordine di attaccare con ogni mezzo a disposizione tedeschi e fascisti. Il 25 aprile la città è liberata dopo duri combattimenti. Non cessano però le morti, da una parte e dall’altra. Qualcuno anni fa ha sollevato il problema delle uccisioni «al di fuori della logica dello scontro armato» con argomentazioni largamente riprese poi in modo totalmente acritico da Giampaolo Pansa nel suo ultimo lavoro Il sangue dei vinti. (1)
Non condividiamo il taglio di queste opere che ci paiono storicamente molto approssimative, ma non comprendiamo neppure il silenzio imbararazzato o i distinguo incerti di chi si è affannato a dichiarare che tutto questo con la Resistenza non c’entra e che al massimo si è trattato di deviazioni. Le cose non stanno proprio così: l’insurrezione non è stata per nulla una festa, ma giornate di aspra battaglia per le strade, di feroce caccia alle spie e ai cecchini che ancora due giorni dopo sparavano dai tetti, di vendette a lungo covate, di rabbia popolare contro chi incarnava fisicamente venti mesi di paura e di oppressione.
Nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile a Savona come in tutto il Nord si continua a morire. È il destino di tutte le guerre civili. La resa dei conti inevitabile e sanguinosa, alimentata dalla rabbia popolare, dall’ebbrezza della vittoria, dal ricordo delle sofferenze patite, che si trasforma da atto di giustizia in vendetta sui vinti. L’attribuzione di tali azioni ai soli comunisti, proposta nell’immediato dopoguerra dai neofascisti e ripresa oggi da un revisionismo senza più pudori, non ha in realtà alcuna consistenza storica perché, come riconosce uno studioso non schierato, “le esecuzioni sono state fatte da tutte le componenti del movimento resistenziale”. (2)Certo a Savona, dove largamente predominano i partigiani comunisti, si fucila molto. La provincia con 311 morti è ai primi posti della lugubre statistica stilata nel novembre 1946 dal ministero dell’ Interno. Ma prima di Savona vengono città come Treviso (630), Cuneo (426), Udine (391) dove il movimento partigiano è egemonizzato dai cattolici, dagli azionisti, addirittura dai monarchici. (3)
Volendo si può anche tentare una più precisa definizione dell’accaduto che vada al di là delle banalità o dei luoghi comuni sulla ferocia dei comunisti. Molto va ascritto alla confusione del momento, al fatto che quando il regime nazifascista collassa un gran numero di persone raggiunge il movimento partigiano. Elementi che si sono arruolati nelle formazioni all’ultimo momento, che non hanno appreso la dura disciplina della montagna o della lotta clandestina nelle città. Sono proprio questi neofiti della lotta armata i più spietati nella repressione dei fascisti.
Molto deriva dall’accanita resistenza di fascisti irriducibili che non cedono le armi e continuano disperatamente a combattere. Dal verbale della seduta del 3 maggio del CLN ligure risulta come nell’entroterra ci siano ancora consistenti sacche di resistenza da parte di fascisti e tedeschi, concentrate soprattutto nel Sassellese , nella zona del Turchino, nella Val d’Aveto e nel Chiavarese, tanto consistenti da dover richiedere col consenso delle autorità militari alleate l’invio in queste zone di distaccamenti partigiani (1600 uomini) per condurre operazioni di rastrellamento e disarmo. (4)



Una pagina di certo non esaltante, ma che comunque è parte della Resistenza, così come parte integrante della Resistenza sono gli scioperi «selvaggi» non sempre patriottici degli operai. Pagine di cui per troppo tempo non si è parlato da parte chi voleva far dimenticare la natura rivoluzionaria di quegli eventi e trasformare la storia di una guerra civile lunga e feroce, che è stata al contempo guerra di liberazione nazionale, ma anche aspra guerra di classe, nel mito fondante di una repubblica per molti aspetti in diretta continuità con quel passato che pure si dichiarava radicalmente e per sempre cancellato. Pagine di cui oggi si parla troppo e male da parte chi vorrebbe riscrivere la storia di quei venti mesi come una «stagione del sangue», combattuta da minoranze ideologizzate sulla pelle della grande maggioranza del popolo italiano.
Proprio per questo in un momento di così grande confusione come l’attuale, dove tutto pare rimesso in discussione e nulla pare più sicuro, di una cosa sola dobbiamo essere serenamente certi: che nulla va mai veramente perduto. In questo sta la lezione di moralità che la Resistenza ancora ci offre, come ha scritto Italo Calvino, nel passo forse più bello di quel libro straordinario che è Il sentiero dei nidi di ragno dove con con estremo rigore è definitivamente chiarita la diversità fra «noi» e «loro», fra i partigiani e le brigate e nere. Diversità, sia chiaro, che non consiste nell’essere più o meno compiutamente uomini come pensava Vittorini, chè l’umanità di fondo di entrambe le parti è comune nelle atrocità come negli eroismi. No. Calvino rimanda ad una alterità di fondo, che trascende il singolo, per investire il piano grande e terribile della storia. Se la morte rende tutti uguali, la differenza allora consiste nel perché si muore, ma questo rimanda immediatamente al senso profondo che attribuiamo alla vita degli uomini. Scrive Calvino:

"[…] Quindi , lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa? - La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… - Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finche dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utlizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l‘uomo contro l’uomo". (5)


Note:
1) Cfr. M. NUMA, La stagione del sangue, Edizioni La Ricerca, Savona 1994 e G. PANSA, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2003.
2) Cfr. G. Oliva, la resa dei conti, CDE, Milano 1999, p. 123.
3) Ivi, p. 126.
4) Cfr. P. RUGAFIORI (a cura), Resistenza e ricostruzione in Liguria, feltrinelli, Milano 1981, pp. 291-292.
5) Cfr. I. CALVINO, Il sentiero dei nidi di ragno, Garzanti, Milano 1987, pp. 130-131.

(Tratto da: Giorgio Amico, Operai e comunisti, Milano 2004)

martedì 20 aprile 2010

La cultura, una poesia inedita di Guido Seborga



Tra poco sarà di nuovo il 25 Aprile in un Italia che pare scivolare all'indietro in un passato che speravamo definitivamente cancellato. Alla decadenza della politica si unisce il precipitare della crisi economica. Emarginazione, precariato, disoccupazione di masse crescenti di lavoratori, giovani e no, italiani e immigrati, si saldano con la più generale degradazione dei rapporti umani diventati spettacolo e merce. Occorre che il vento si alzi di nuovo e che ricominci a fischiare. E' questo il nostro augurio e lo facciamo con i versi inediti che Guido Seborga, già valoroso partigiano, poi scrittore affermato, scrisse in un analogo momento di crisi. Parole come pietre, la poesia diventata il grido degli innocenti, degli invisibili.


Guido Seborga

La cultura



Quando morivamo sulle montagne
E il nostro sangue
Si mescolava al sangue
Del compagno ucciso
Chiara per amore
Dal sangue del bracciante
Dal sangue dell'operaio
Nasceva la cultura.

Ora continuate in nome di leggi
Comode ai ricchi
Con tasse ai poveri
E uccidete l'emigrante senza pane.

Sempre ci ritroverete di fronte
Per ammonire e cantare a cuore aperto
La pace la fratellanza degli uomini.

Nati dal sacrificio di sangue
Dal sangue versato dal partigiano
Dall'operaio dal bracciante
Possediamo una voce sonora
D'acciaio duro che taglia.


(1949)


”originale conservato in Fondazione Basso, Fondo Basso, Serie 25"

Un grazie sincero a Laura Hess Seborga, che ci ha fornito questo testo, per la collaborazione preziosa che fin dal suo nascere non ha mai fatto mancare a Vento largo.

lunedì 19 aprile 2010

C'è da rimettere insieme la banda (I gatti persiani)



Sui giornali si parla tanto dell'atomica iraniana e del regime degli ayatollah, ma l'Iran resta per noi un pianeta sconosciuto. Chi sa veramente cosa pensano i giovani iraniani? Un film, arrivato da poco in Italia, ci offre uno spaccato di quella realtà che ci aiuta a comprendere cosa accade a Teheran più di mille articoli di giornale.

Armida Lavagna

C'é da rimettere insieme la banda (I gatti persiani)



C'è da rimettere insieme la banda.
Se non fosse che questa è una tragedia, sembrerebbe una nuova e aggiornata versione dei Blues Brothers (molto più fedele dell’indecoroso sequel di qualche anno fa).
Dove la musica è la lente attraverso la quale osservare il mondo che la circonda e la comprime o la trascura. Dove la musica è quello che resta quando non resta altro. E serve ad esprimere ogni stato d’animo, la disperazione più cupa, l’elegia, la speranza, l’amore, la rabbia verso un Cielo che era goccia d’acqua che univa Dio e uomini ora così lontani dal cielo e tra loro. In una Teheran dove ogni cosa che guardi ti colpirà, te gatto persiano che ci vivi e ci sprofondi, te uomo occidentale che credi di conoscerla e la scopri diversa, in un’altalena vertiginosa che ora l’avvicina ora l’allontana dal nostro mondo.
Rap, metal, indy rock. E grattacieli, strade intasate, suburbi degradati, vetrine, cantieri. Ritmi antichi, percussioni, voci modulate. E veli sulle donne, vicoli e tetti, campagne dove la musica si balla, in un paese dove qualcuno si sente in diritto di concederti di ascoltare canzoni ma vietandoti di ballarle, come se la musica si potesse ascoltare senza muoversi, senza che dietro il battito dei tamburi vadano i passi e le anime che la amano.
La contaminazione dei generi e delle culture nella musica si accompagna alla contaminazione visiva tra Oriente e Occidente, nella Persia che fu porta all’Est ed oggi è una creatura strana, di contraddizioni lancinanti, dove una ragazza può cantare solo se in coro con altre, dove un ragazzino che vuol giocare ai soldatini gioca con persone vere denunciandole alla polizia per immoralità, e dove però un giovane con la massima naturalezza stira e butta un’occhio alla padella sul fuoco come in qualunque delle nostre case.



Sono quei giovani la speranza, è quel cantante che dovrebbe aiutare i protagonisti a munirsi di documenti per volare via dall’Iran ma mentre lo fa cerca di trattenerli mostrando a loro e a noi che c’è chi la musica continua a suonarla nella sua terra, nella sua città, senza fuggire, sfidando il pericolo. Che pure pericolo non dovrebbe esserci, se si suona una musica che non lede la moralità né parla di politica, come si affanna a ripetere a chi deve concedere l’Autorizzazione.
Ma anche una canzone – o un film – che non ledono la morale e non parlano di politica possono essere opera di denuncia. Di una denuncia che ci strappa le lacrime, perché vietare la musica ai giovani è come voler togliere loro il respiro, il cuore, i sogni. La vita.
I ragazzi che suonano la musica la sognano (sognano solo quella: una stanza insonorizzata con una batteria, un concerto davanti a duemila persone...) e sognano un’improbabile fuga in paesi dove la musica possa non essere clandestina, ma intanto ancora continuano a suonarla, nei sottoscala e negli allevamenti, in un cantiere o in una casa, e mentre organizzano la partenza organizzano un concerto, come nei Blues Brothers appunto, dove a sala piena e pubblico caldo si aspettano i due cantanti che sembrano non arrivare mai e poi arrivano. Ma quella, appunto, è un’altra storia.



Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.

sabato 17 aprile 2010

Marino Magliani, Vite di periferia



Ci sono luoghi quasi sospesi, reali eppure simili a non luoghi, a incubi notturni. Le periferie di Vincenzo Pardini, realtà ambigue e inquietanti, , nè città nè campagna, appartengono a questa categoria.

Marino Magliani

Vite di periferia

Quando ancora non avevo letto nulla di Vincenzo Pardini e ciò che sapevo di lui era soltanto cosa si diceva, trovavo inquietante che un autore fosse ritenuto un maestro assoluto del racconto. Cosa significava esserlo? Quanti scrittori in Italia sono autori di splendidi racconti e raccolte, mi dicevo. Poi l'ho letto e ho capito parecchie cose. Una di queste è che Vincenzo Pardini non è un maestro del racconto italiano, poiché un maestro dovrebbe dare un esempio - il suo narrare in questo caso-, diventare una scuola. Ma questo è impossibile, i racconti di Pardini sono pezzi unici, non si smontano. E il suo stile, il suo taglio, le sue inarcature e il suo passo sono inimitabili.
Anche stavolta, per non smentirsi, con Banda randagia Pardini ci dà prova della sua unicità. Forse ci concede meno ruralitá, penso ai prati e il fieno di La terza Scimmia (Quiritta 2001) e i tori paralizzati e le aquile di Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010), e ci regala di più le pitture nere della notte.
Parliamone con l'autore.

Pardini, forse solo nel coltellino, il racconto più breve di questa raccolta, ritroviamo gli oggetti della ruralitá pardiniana. Per il resto il lettore si ritrova gettato in una notte che non appartiene più al campo, ma alla periferia della città, quella che si è avvicinata ai paesi, con la sua maledizione, il crimine, e la durezza e il gelore delle rivoltelle che bruciano nelle mani.

«Lo scrittore ha il dovere di raccontare la verità. Uno scrittore non costruisce maschere, ma le distrugge. Dai boschi e dai monti, nei quali ritornerò anche per ossigenarmi, mi sono trasferito nella periferia e in città: luoghi che frequento da anni, quasi 35, per il mio mestiere di guardia giurata, preposta ai servizi notturni. In questi anni ho assistito al capovolgimento antropologico della società; all'uomo del passato se n'è sostituito uno nuovo e inaspettato: quello criminale. Una criminalità che non è solo di ladri e delinquenti abituali, professionali o per tendenza, ma anche nostra, di tutti. La criminalità è un virus, una tentazione che contamina. Il fatto che i cittadini debbano stare vigili di notte, per evitare le visite dei ladri, e il pensiero di doverci difendere se questi ci aggrediscono ci induce a diffidare del prossimo, a essere pronti a reagire. Uno stato di guerra, di all'erta, dove può accadere di tutto».

Eldo, l'assassino seriale di Banda randagia, che dà il titolo alla raccolta, è diventato tale perché un giorno ha trovato una rivoltella o forse perché aspettava soltanto l'occasione per esserlo?

«Eldo è un giovane dei nostri tempi. Un ragazzo frustrato, che non riesce a realizzarsi. Penso a quelli che lanciavano sassi dai ponti dell'autostrada o che aggrediscono gli extracomunitari. Debbono dimostrare a se stessi e al prossimo che esistono. Lui lo fa in maniera sua: con una pistola. Ma avrebbe potuto farlo anche con un coltello, o un sasso. Il criminale ha dentro impulsi irrefrenabili, una libido di morte di cui deve liberarsi. Alcuni lo fanno uccidendo donne. Eldo Culmine, il protagonista del racconto, è killer seriale che uccide per uccidere. Mimetizzato nelle istituzioni, come frequentatore di un poligono, esprime il malessere o i malesseri di questa nostra società e del suo doppio. La banda di cani randagi che lo sbrana, credo lo faccia perché ne ha fiutato la pericolosità. Gli animali, spesso, sono veggenti, per questo dovevano esserci anche in queste pagine. E non solo cani, ma anche cinghiali. Vittime sacrificali di una caccia che ci riporta all'era della pietra».


Scheda del libro

Donata è una donna misteriosa dalla vita apparentemente irreprensibile. Eppure in casa sua nasconde un grande serpente che un cinese le ha venduto come "animale d'affezione e compagnia". Donata coltiva nel suo privato una torbida sessualità che la porta a relazioni ambigue, con uomini e con donne, finché il giro delle sue conoscenze inizia a essere scosso da morti accidentali... tutte molto sospette. Inizia con "La moglie del serpente" questa raccolta di storie criminali firmata da Vincenzo Pardini. In "Ferrovia parallela" il protagonista è in servizio sui treni e rimane prigioniero di un vagone, da cui non scenderà forse più, per un viaggio mozzafiato nelle viscere della terra. L'avventura non si conclude, resta aperta nel mezzo di una campagna innevata, forse la Siberia. La novella "Banda randagia" è la vicenda di un operaio che rinviene per caso in una cartiera una pistola. L'apparente routine di tutti i giorni verrà quindi sconvolta e il tranquillo operaio si trasformerà in un serial killer sanguinario, una spirale che si fermerà quando irromperà una banda di cani randagi. Sin dal primo racconto di questo libro fuori dal comune, si entra nel mondo di Vincenzo Pardini. Emozioni, passione, sangue, sensualità, misfatto e giustizia.

Vincenzo Pardini
Banda randagia
Fandango Libri 2010
15 euro

Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora.
Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".