TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 28 febbraio 2010

Futurismo e Anarchia

Carrà, Celebrazioni partiottiche (1914)

Nel 1912 sul giornale libertario "La Barricata" Renzo Provinciali pubblica il suo manifesto su "Futurismo e Anarchia" , documento importante del primo Futurismo, inspiegabilmente quasi dimenticato. Lo riportiamo integralmente.


RENZO PROVINCIALI

FUTURISMO E ANARCHIA


I
Camille Mouclair, il chiaro pubblicista francese, pubblicava tempo fa ne “la depéche de Toulose” un accurato studio sul Futurismo, in rapporto al giudizio e la critica del pubblico e a gli attuali avvenimenti guerreschi.
E sono invero notevoli i criteri pronunciati dal Mouclair in questo suo lungo articolo, denso di pensiero e vario di forma, ma incompleto e manchevole, poiché egli ha appena sfiorato il punto, dirò così, scabroso del Futurismo, cioè il punto di contatto con l’ideale anarchico.
Dice il Mouclair:”il Futurismo sta costituendosi, trasformandosi, in un vero partito, poichè va annettendosi delle idee politiche e sociali”. Ciò infatti è indiscutibilmente vero, ma non è meno vero che il Futurismo non ha mai avuto una perfetta apoliticità, che non si è mai ristretto in sole manifestazioni artistiche, ma, uscendo dal confusionismo Marinettiano, ha assunto spesse volte varie tinte politiche a seconda de gli avvenimenti e de gli uomini che questi stessi avvenimenti promuovevano.
Quando Marinetti pubblicò il suo manifesto, che fu poi quello del Futurismo, sul “Figaro” di Parigi, il 29 febbraio 1909, egli certamente non aveva ciò preveduto, dimodoché il manifesto futurista non fu che la vibrata, violenta, nuovissima espressione di giudizii estetici e artistici “di un poeta giovane e delirante” come dice il Mouclair, di un grande poeta, aggiungo io.
Ma l’ora presente, l’ora critica del Futurismo, e due anni di esperienza consigliano, impongono al Futurismo di tracciarsi una netta e sicura linea di condotta in fatto di politica. Così tutte le incertezze, tutti i dubbi, tutte le personcine pseudo-futuristiche saranno eliminate e un più grande Futurismo sorgerà da questa purificazione.
Ma, e qui sta il busilli, su quale ideale politico potrà ispirarsi al nuovo Futurismo? Già nel manifesto del futurismo, Marinetti esaltava ad un tempo: ”la guerra, sola igiene del mondo, il patriottismo, il militarismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si lotta e si muore”.
Stridenti illogicità queste, dal punto di vista pratico e politico, ma ugualmente esaltabili per un artista che ignora cosa sia la logica e non bada che a l’estetica. E questo estetismo artistico può, poteva essere compatito allora anche dal futurista anarchico, non ora che da taluni futuristi queste esaltazioni estetiche sono state considerate e valutate come esaltazioni pratiche e reali.
Perciò io credo, anzi sono sicuro, che occorra una spiegazione tra le due interpretazioni non diverse, ma opposte che sono state accomunate da l’oscura ed infelice esposizione d’un concetto artistico.
E’ possibile che ancora i futuristi anarchici, i sovversivi anche in generale, possano ancora dividere la responsabilità de le esaltazioni tripoline di Marinetti e di De-Maria ? No, certamente. Perciò in questa sua ora critica il futurismo deve dichiararsi, deve definirsi lealmente e nettamente, deve passare il suo Rubicone.
II
Esaminato questo punto ritorniamo alla nostra domanda.
Con quale ideale dovrà completarsi il Futurismo? Amo rispondere con un’altra domanda: E’ possibile che un uomo coerente possa contemporaneamente propugnare la più grande e generale rivoluzione nel campo de le arti, volere in questo terreno l’anarchia più completa ed estesa ed essere un perfetto conservatore ne la vita? O non mai, sarebbe un contro senso! E’ possibile che l’anarchia e la rivoluzione non camminino di pari passo sia ne l’arte che ne la vita?
Com’è possibile immaginare un’arte borghese in una società anarchica, e un arte futurista in una società borghese? Convenite che ciò è ben assurdo. Perciò il Futurismo non potrà essere compreso e accettato se non quando nel mondo si sarà diffusa l’anarchia, e così pure l’anarchia sarà sempre insuperabilmente ostacolata da le arti e da la coltura arcaiche e fatte di pregiudizi e di convenzionalismi.
E infatti i nazionalisti e i monarchici compresero a tutta prima che il futurismo era in stridente contrasto con le loro idee, e per questo lo avversarono sempre e anche oggi, malgrado le bollenti ed affascinanti dimostrazioni Marinettiane, tendenti a guadagnare, ad addescare ammiratori per se, e gregari per il suo futurismo tutti questi messeri sono rimasti ben freddi, ben indifferenti lasciando sbraitare il Marinetti a suo comodo senza degnarlo di una misera adesione o di un tanto cercato applauso.
Difatti, come mai un monarchico, un borghese qualunque, freddo e cinico a quanto sia libertà, socialismo, anarchia, ribellione, potrà ispirarsi ad esaltare, le grandi folle polifoniche agitate dal lavoro e da la rivolta?
E qual’è la scuola che più si affini al futurismo, che abbia anche essa un programma di violenza e di azione, di ribellione e d’orgoglio? L’anarchia senza dubbio. Ed è solo questo ideale che potrà dare al Futurismo ciò che gli manca, che potrà infondergli nuova vita, che potrà purgarlo da gli elementi eterogenei che lo distraggono dal suo vero cammino e che ne trasfigurano le dimostrazioni, le manifestazioni più vitali.
Questa è la sola via che dovrà seguire il futurismo, per necessità storica, o altrimenti, seguendo la via per cui s’è incamminato, troppo tardi s’accorgerà che quella via lo porta, inevitabilmente a l’abisso.
III
Ma io vorrei chiarire un’altro punto interessantissimo di questo mio parallelo tra l’Anarchia e il Futurismo: la partecipazione de gli anarchici a le idee futuriste.
Ma, in primis, perché gli anarchici si sono così poco interessati de le aspirazioni futuristiche?
Le ragioni, invero, non sono né nuove, né molte: gli anarchici non se ne interessarono mai, sia perché troppo assorti ne la lotta politica ed economica, sia perché non ne furono punto invogliati vedendo come le manifestazioni futuriste fossero malamente ispirate, anzi travisate da uomini che di futuristi non avevano che il nome e l’ambizione.
E sono pienamente giustificati.
Piuttosto biasimevoli furono i ripetuti attacchi che, a i tempi de la fondazione, furono mossi al Futurismo da i nostri giornali (il Libertario, la Rivolta ecc.) che vedendo questa atmosfera ammorbante fattasi attorno al Futurismo, sferzarono aspramente, senza curarsi di indagare accuratamente quanto in questo vi era di bello e di buono.
Più coscienziosi invece furono gli articoli de la Demolizione di Nizza, che seppe dare del Futurismo un equanime e illuminato giudizio.
Ma, tornando a l’argomento, io voglio rivolgere a i compagni che mi leggono il reciproco de la domanda anteriore:
E’ possibile che coerentemente, si possa muovere una guerra mortale a ogni sorta di autorità politica, civile, religiosa e militare, a quanto sia convenzionalismo, pregiudizio, sfruttamento e ingiustizia, quando si voglia incoraggiare un’arte ed un passato che non sono che l’esaltazione, l’apoteosi di quanto si vuole distruggere ne la vita?
E’ possibile che gli anarchici lascino ne l’arte quanto vogliono distruggere nella vita, è possibile che lascino a turbare, a deturpare un nuovo mondo risorto, una nuova, libera e purificata, un’arte antica puzzolente e forcaiola?
Sarebbe un anacronismo ridicolo e ingiustificato!...
E’ possibile, infine, che gli anarchici non siano futuristi? O, non mai! io credo, io spero!
Gli anarchici, sono sempre stati profondamente futuristi, e comprenderanno l’impellente bisogno di penetrare ne l’ideale Futurista, nel vero Futurismo, Futurismo libero da le dittature e da le ambizioni e così gli anarchici saranno ancora più perfetti, più coscienti de le rivendicazioni politiche e artistiche.
IV
Dunque futuristi-anarchici e anarchici-futuristi, due ideali, due classi di persone che si completeranno a vicenda.
Come tante volte gli anarchici insorsero in difesa di giovani sfruttati, di ingegni disconosciuti, apprendano a combattere, a fianco de la politica, la battaglia quotidiana contro la teocrazia letteraria, contro lo sfruttamento editoriale, altrettanto ignominioso quanto quello capitalista.
Così si otterrà una grande vittoria, una vittoria gloriosa: l’aver segnato al proprio programma, a la propria bandiera una nuova battaglia, un nuovo sacrificio, una rivendicazione in più.
O, dovrei ben esser superbo, se queste mie povere note potessero davvero persuadere i compagni a la verità, al bisogno di quanto io esposi, di quanto io incitai.
Compagni d’Italia, compagni di tutto il mondo, comprendiamo la nostra missione! Gettiamo l’ideale Futurista nel rogo torrido e proteiforme de la fiamma del nostro ideale e da questa vampa, da questo lavacro purificatore, lasciando tutte le scorie, tutte le vergogne, tutte le ignominie esca vittorioso e trionfante, come un grande Titano de l’Erebo, il vero, il grande, il solo Futurismo!

Boccioni, Rissa in galleria (1911)

Renzo Provinciali (Parma, 14 mar.1895-Roma, 2 ott.1981). Anarchico e futurista, avvocato. Più volte incriminato; per vent’anni (1912-1934) è “seguito” dalla polizia. A quattordici anni, partecipa alla costituzione del Fascio anticlericale «F.Ferrer». Nel 1914 (Parma), pubblica Alceste De Ambris nel suo disastro morale. Requisitoria. Nel 1911 (29 mar.) scrive a Palazzeschi, per invitare Marinetti a parlare al popolo presso la Camera del lavoro.
Organizza una manifestazione futurista a Parma, seguita dall’interessamento di Marinetti col «Manifesto futurista ai cittadini di Parma» dell’11 mag.1911. A giugno, Marinetti, su invito di T.Masotti, tiene presso la C.d.L. di Parma il discorso «Bellezza e necessità della violenza» .Provinciali crea un circolo futurista a Parma, nel triennio ’11-’13, tramite il «Circolo libertario di Studi Sociali». E’ il periodo dell’espulsione di Provinciali dall’università. Sempre a Parma fonda “La Barricata” (1 mag.’12-4 / 19 gen.’13), e “La Sferza” (22 nov.1913, a.I, n.1). Col primo numero de “La Barricata” (1 mag. 1912), pubblica la prima parte del manifesto ‘Anarchia e Futurismo’ (le altre tre, rispettivamente sui nn. 2 [15-31 mag.’12]; 3 [10-17 nov.’12] e suppl. a n.3[stessa data]). La testata predisposta da Carrà, giunge solo al secondo numero. Pubblica i versi futuristi Perù-Dinamite-Voli-Vita mea (1912). Dall’8 mar. al 21 giu.’13, coll. a “La Barricata” di Bologna. Subì un processo per una serie di articoli antimilitaristi su “Rompete le File”. Il 30 nov. 1913 il suo ritratto (di Silieri-su “La Folla”) illustra un articolo su un altro processo per oltraggio a mezzo stampa. Nel biennio 1914-15, collabora fittamente a “L’Avvenire Anarchico” di Pisa. Nonostante l’allontanamento dalle scuole, diviene avvocato e poi docente universitario a Parma e Roma (qui diviene vice rettore).


sabato 27 febbraio 2010

Futurismo anarchico




Futurismo e Anarchia: un tema poco trattato, ma di grande interesse. Vento largo inizia a parlarne oggi con questo articolo di Alberto Ciampi ripreso da "Umanità Nova" lo storico organo della Federazione Anarchica Italiana.

Alberto Ciampi

Il futurismo anarchico


Il Futurismo nasce nel 1909, prima quindi della Guerra Mondiale e molto lontano dal fascismo nel quale forzosamente sarà condotto. All'inizio del Novecento il movimento anarchico, accoglieva numerosi nietzschiani e stirneriani che sentirono attrazione, ricambiata, verso il Futurismo.
Probabilmente la lotta al passatismo (…), l'impatto eversore, l'amore per la violenza, il disgusto per il parlamentarismo, inducono i futuristi a cercare convergenze con l'anarchismo (Masini), ed il pensiero di Nietzsche e Stirner facilitò l'incontro ormai noto come anarco-futurismo. L'adesione anarchica al futurismo fu caratterizzata dal rifiuto del marinettismo, mentre Marinetti cercava contatti proprio in campo anarchico. Ad esempio, nel processo a carico di Governato ('24), esprime solidarietà come aveva già fatto verso Malatesta ('20), a nome di tutti i futuristi.
In precedenza, prima della Guerra, e come è ampiamente noto, fin dal Manifesto di fondazione, la specifica richiesta di contatti e rapporti con l'anarchismo viene praticata abbondantemente (Lucini, Carrà, Buzzi, Ceccardi), e poesia, pittura, letteratura, verso libero, legano persone a luoghi e testate. Il collante maggiore, al di là delle diverse metodiche espressive (poesia, pittura ecc.), continua ad essere costituito dalle correnti filosofiche individualiste.
La nascita del cosiddetto anarco-individualismo, si ha nel periodo in cui esce «Vir» (1907) e interessa ampi strati di intellettuali che civetteranno con esso, primo fra tutti Giovanni Papini. Il fermento pre-futurista semina nel biennio che precede la fondazione ufficiale e raccoglie i frutti fra '09 e '23.
Boccioni, pervaso da fermenti anarchici è il continuatore dell'opera simbolista di Munch e divisionista di Pellizza Da Volpedo così come il simbolismo di Marinetti del Roi Bombance fa breccia nell'ambiente socialista e anarchico.
Carrà, I funerali dell'anarchico Galli (1911) Bozzetto
Carrà, anarchico e futurista, illustrerà una quantità di testate di movimento. Da la «Sciarpa Nera» a «La Rivolta» a «La Barricata» ed altre. Incontri fra anarchici e futuristi avvengono su «Vir» (Monanni, S. Benelli, Papini), «Poesia» (Lucini, Buzzi), «La Folla» (Valera, Papini, Prezzolini, Provinciali, Corridoni), «Quartiere Latino» (Ugo Tommei, Lucini), «Apua Giovane» (Ceccardi e, attraverso il Manifesto apuano: Viani, Papini, Lucini), «La Donna Libertaria» (Giglioli). Poesia sociale anarco-futurista è ben visibile in Buzzi, Cavacchioli, Cardile.
Per far chiarezza e puntualizzare posizioni, sarà determinante il manifesto Anarchia e Futurismo pubblicato su «La Barricata» (Carrà, Rafanelli) di Parma del 1912, da parte di Provinciali. «La Barricata», sarà lo strumento attraverso il quale si determinerà lo specifico significato del futurismo anarchico, sia attraverso il citato manifesto, sia in maniera militante, fra il folto gruppo di universitari futuristi di sinistra del parmense, mentre «Demolizione» (Milano,1910) del discusso Dinale, costituisce un altro tassello di questo mosaico (Marinetti, Buzzi, Lucini, Belli). Notizie, attenzione e disponibilità verso gli anarco-futuristi, si hanno anche su «Rovente» di Illari e Soggetti a Pavia e su «La Testa di Ferro» di Mario Carli a Fiume (Novatore e Tintino Rasi), mentre «La Tempra» di Pistoia, già nella 'Dichiarazione', esprime l'interesse per il futurismo militante. Tratta quindi di Papini, Russolo, Magri, Lucini, Tommei, Buzzi. Anche Attilio Vella, pittore, coniuga futurismo e anarchismo così come l'anarchico Cesare Cavanna, sarà amato tipografo futurista.
L'eversione linguistica sarà altro elemento comune, la parola che si fa azione come in Bellezza e necessità della violenza di Marinetti, non a caso verrà introdotta nella Parma di Provinciali e degli studenti di sinistra del locale Circolo Libertario di Studi Sociali nel 1911. Buzzi, Cavacchioli, Cangiullo, usano tale strumento con Il canto dei reclusi (Buzzi), 7 Scaricatori di carbone (Cavacchioli) e Monumento alla fiamma (Cangiullo). Stessi temi e tecniche su «La Folla», «Il Proletario Anarchico», «Iconoclasta!», «Fede», «Vita», «Il Proletario», «Vertice» ecc.

Carrà, I funerali dell'anarchico Galli, 1911

E' talmente evidente il rapporto diretto fra futurismo e anarchismo, che gli storici devono aver sudato molte camicie per occultarlo per così tanti decenni. Ricordiamo, per terminare, che Marinetti, nella prefazione a Revolverate di Lucini, riconosce in lui l'inventore del verso libero.
Insomma futuristi e anarchici davvero molto spesso insieme! Notevoli sono le sperimentazioni in tipografia e sui testi teatrali da parte di Virgilio Gozzoli con una serie di numeri unici creati a Pistoia dal 1911 al 1915. Così come Parole in libertà, e tavole parolibere, oltreché in alcune testate di Gozzoli, si trovano in Buzzi su «L'Italia Futurista» ed in Cantarelli e Jannelli su «La Folgore Futurista».
La presa di distanze da Marinetti e dai suoi programmi politici aumenta nel dopoguerra, quando, come nel caso di Pietro Illari e Vinicio Paladini, si insorgerà contro il Programma Politico del 1923. Da Lucini a Paladini, quindi, gran parte della sinistra libertaria prende le distanze dal futurismo ufficiale, mentre altri, come il gruppo di La Spezia (Ferrari, Rasi, Governato) e Provinciali, percorreranno un futurismo spesso parallelo, ma senza collusioni con Marinetti né tanto meno col fascismo. Il futurismo nasce anarchico, libero, creatore. Quando muterà pelle, gli anarchici lo abbandoneranno.

(Da: Umanità Nova, n.6, 15 febbraio 2009)

venerdì 26 febbraio 2010

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (III)



Terza parte del nostro viaggio nei miti e leggende dell'Alta Langa. Questa volta Guido Araldo ci narra con la consueta garbata ironia di Giano e della sua passione per il Dolcetto.

Guido Araldo

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (III)

Il culto di Giano

Una divinità antichissima, particolarmente venerata su tutte le Langhe e nei territori subalpini dell’attuale provincia di Cuneo, era il dio Giano: il dio bifronte cui è stato dedicato il mese di gennaio.
Un dio che per certi versi assommava sulle Langhe le caratteristiche pertinenti a Bacco e a Marte, soprattutto nella versione più remota, che vedeva Marte come il dio dei campi, della fertilità.
A Roma, peraltro, l’unico tempio che restava aperto durante le guerre era quello di Giano, che per contro veniva sbarrato in tempo di pace.
Giano fu indubbiamente una divinità italica e, secondo una versione del mito, fu il primo dio venerato nella stessa Roma; dove assolveva anche a una funzione peculiare: quella di protettore delle case e delle porte.
Era inoltre noto come Janus Pater: padre di tutti gli uomini, della natura, del mondo, dell’universo.
Tale era la sua importanza, che gli fu dedicato il primo mese dell’anno e gli furono attribuite caratteristiche tipiche di una divinità solare.
Non a caso il primo giorno dell’anno, l’attuale Capodanno, era nell’antichità un’importante festa consacrata a questo Dio.
Nella Roma antica, inoltre, la prima preghiera nell’intraprendere un’attività, un’impresa e anche una spedizione militare era rivolta a Giano: il dio che custodiva la chiave del successo!
Pare che i Liguri, ottimi marinai, lo venerassero come costruttore di navi e da qui deriverebbe il nome di Genova (Ianua).
Culti segreti, misterici, erano collegati a questo dio dalla doppia faccia, che guardava al futuro e al passato e che, probabilmente, apriva una via iniziatica verso la luce.
Giano era anche il protettore della corporazione dei fabbri, la più importante tra i Liguri, impregnata di componenti magiche.
Veniva tradizionalmente raffigurato con una doppia effige, giacché accompagnava il cammino ascendente e discendente del sole. Per questo motivo era anche il dio dell’inizio e della fine, delle stagioni che si rincorrono infaticabili e, soprattutto, della nascita e della morte.
I suoi simboli erano la chiave e la bacchetta, e proprio quella bacchetta lo rendeva un poco mago e un poco architetto; più ancora il dio invocato dai rabdomanti, per la sua capacità di far sgorgare sorgenti copiose.
I cantori antichi, gli aedi, lo definivano semplicemente Eanus e amavano ricorrere metaforicamente, per rappresentarlo, all’effige con le due facce, a volte sostituendola con quella del serpente che si morde la coda: l’uroborus, il cerchio che racchiude le stagioni, la vita e la morte, con inclusa la rinascita.
Nell’uroborus è palese l’eterno scorrere del tempo: il rinnovarsi senza fine dell’universo e della vita, il fluido vitale che avvolge il mondo.



Mentre in Grecia il merito di aver diffuso la vite tra gli uomini spettava a Dioniso, in Italia questo merito spettava a Giano. E molti miti vi si collegavano.
Tra questi va ricordato quello langhetto, secondo il quale Giano una volta all’anno lasciava il Monviso, residenza degli Dei italici, e scendeva tra gli umani. Saliva sulla “Terra Alta Langasca” con il suo carro adornato a festa e trainato da due magnifiche coppie di buoi, e poi tornava a casa percorrendo la pianura subalpina. In questo viaggio lo accompagnava il dio Sommano, venerato dagli Etruschi, che ha lasciato il suo nome a un paese sulle Langhe, come il dio Belino lo ha lasciato al paese di Bellino, in Alta Val Varayta, proprio alle falde del Monviso!
I rapsodi liguri si sbizzarrivano nel riferire le avventure di Giano gioviale, che amava circondarsi di belle ninfe, a cominciare dalla prediletta e procace Rea, da cui il nome del torrente che attraversa Dogliani.
Giano apprezzava massimamente le libagioni con il buon vino Dolcetto ed era il custode delle sementi che con l’anno nuovo avrebbero reso verdeggiante e poi dorata la pianura subalpina.
Sulle Langhe erano innumerevoli i riferimenti che lo riguardavano.
Ancora una volta, unica fonte disponibile, è la toponomastica a correrci in aiuto! Infatti molte località lungo il Tanaro, a valle di Ceva, in una zona dalle fertili e salubri colline ricche del pregiato vino Dolcetto e da territori pianeggianti ammantati da messi dorate fin dall’antichità più remota, derivano i loro nomi dal dio Giano. Pertanto si può legittimamente supporre che questa terra fosse la mitica Gianide!

Il Monviso visto dalle Langhe

Su un’alta collina il dio Giano alzò un muro altissimo, per procurarsi un po’ d’ombra in un giorno d'asfissiante canicola e, anche, per difendere il villaggio che lo aveva ospitato. Da quel giorno quel villaggio prese il nome di “Muro di Giano”1. Un’altra versione vuole che vi abbia lasciato un mulo, giacché il nome antico di quel villaggio divenne Mulus Iani: il mulo di Giano, Mulasano.
Su un’altra collina poco distante il dio si addormentò sbronzo, con la pancia al sole, dopo essersi sollazzato con una ninfa, e quel poggio, dove il dio aveva sfoggiato un’intimità eccezionale, venne ricordato come “l’inguine di Giano”2.
In un altro villaggio sfornò un’enorme focaccia, allestendo un memorabile banchetto, e quel paese divenne famoso come “la focaccia di Giano”3.
In riva a un limpido torrente, consacrato alla procace ninfa Rea, la più bella delle Naiadi, gabbò un contadino che si credeva più furbo degli altri e il luogo, tra i più popolosi della zona, famoso per i rigogliosi vigneti dall’ottimo vino, divenne per tutti “il dolo di Giano”4.
Sulla sponda destra del fiume di Tanaro si diceva che Giano avesse alzato una torre e costruito un ponte che permetteva di attraversarlo: il primo mai costruito a memoria d’uomo! Ultimata l’opera, ne donò la chiave d’accesso alla gente del luogo e il nome di quel villaggio divenne “Chiave di Giano”5.
Sulle colline sovrastanti il dio catturò un ghiro per uno scopo ormai obliato, e da allora quel balcone assolato, in faccia al Monviso, è noto con il nome di “Ghiro di Giano”6.


Il Tanaro in Terra Langasca

Poco più avanti tracciò una strada: la prima via lastricata, per rendere più agevole il percorso del suo carro, e il piccolo villaggio che quella strada attraversava prese il nome di “Via di Giano”.1.
Di là del fiume Tanaro il dio generoso piantò il primo melo, altro dono prezioso all’umanità intera, e il villaggio che vi sorse attorno fu ricordato per sempre come “il melo di Giano”2.
Più avanti scavò un profondo fossato per deviare il corso del fiume caro alla ninfa Sturiana, allo scopo di dissetare gli abitanti di un vicino villaggio e, anche, permettergli di irrorare i campi agonizzanti per la calura: il primo canale della storia! Da allora il villaggio che sorgeva accanto a quel fossato restò famoso come“il fosso di Giano”3.
Più a settentrione, sulla strada che lo riportava a casa, verso il Monviso, quel dio gioviale baciò una bella pastorella, che per quel bacio divenne regina di un vicino villaggio, tra i più importanti della regione. E da allora quel villaggio portò indelebile il nome di “Bacio di Giano”4.
Giano era un dio allegro, benevolo con gli umani, amante del vino e delle feste; per carità, non gradiva sacrifici che comportassero spargimento di sangue! Poteva gradire collane, bracciali d’oro, pettorali, fors’anche armature d’argento; in tempi successivi anche monete.
Accadde un giorno che il carro su cui viaggiava il dio subisse un incidente, per il peso eccessivo delle casse piene di doni che avevano sostituito le botti stracolme di buon vino. Si ruppe un perno, obbligando l’allegra combriccola a una lunga sosta. Accadde così che su un fresco poggio erboso Giano macellò due possenti buoi per allestire un memorabile banchetto e da allora quel villaggio divenne noto come il “Carro di Giano”5. Inoltre, in omaggio al dio, da epoca immemorabile viene allestita in quel villaggio la più grande fiera bovina della regione, nota anche come “la fiera del bue grasso”. Le casse di Giano, colme d’oro e d’argento, restarono sul posto, sepolte chissà dove…

1. Murazzano=Murum Iani
2. Igliano=Ile Iani
3. Farigliano=Farum Iani
4. Dogliani=Dolum Iani
5. Clavesana=Clavis Iani
6. Ghigliano=Glis Iani
7. Viaiano=Via Iani
8. Magliano=Malum Iani
9. Fossano=Fossa Iani
10. Savigliano=Savium Iani
11. Carrù



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.

giovedì 25 febbraio 2010

1° Marzo, 24 ore senza di noi




Il 1° Marzo 2010 gli immigrati in Italia incroceranno le braccia per protestare contro la discriminazione e dimostrare quanto ormai siano importanti nel funzionamento del paese.
Nel 1889 Edmondo De Amicis aveva raccontato il viaggio verso l'Argentina di una nave carica di disperati in cerca di futuro. Ne riportiamo le prime pagine.


Edmondo De Amicis


L'imbarco degli emigranti

Quando arrivai, verso sera, l'imbarco degli emigranti era già cominciato da un'ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall'edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti. La maggior parte, avendo passato una o due notti all'aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell'asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d'ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell'antica edizione Lévy. Poi, improvvisamente, la processione umana era interrotta, e veniva avanti sotto una tempesta di legnate e di bestemmie un branco di bovi e di montoni, i quali, arrivati a bordo, sviandosi di qua o di là, e spaventandosi, confondevano i muggiti e i belati coi nitriti dei cavalli di prua, con le grida dei marinai e dei facchini, con lo strepito assordante della gru a vapore, che sollevava per aria mucchi di bauli e di casse. Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d'ogni parte d'Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta, in mezzo a quella confusione di passeggieri, di camerieri, d'ufficiali, d'impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.



Via via che salivano, gli emigranti passavano davanti a un tavolino, a cui era seduto l'ufficiale Commissario; il quale li riuniva in gruppi di mezza dozzina, chiamati ranci, inscrivendo i nomi sopra un foglio stampato, che rimetteva al passeggiere più anziano, perché andasse con quello a prendere il mangiare in cucina, all'ore dei pasti. Le famiglie minori di sei persone si facevano inscrivere con un conoscente o col primo venuto; e durante quel lavoro dell'inscrizione traspariva in tutti un vivo timore d'essere ingannati nel conto dei mezzi posti e dei quarti di posto per i ragazzi e per i bambini, la diffidenza invincibile che inspira al contadino ogni uomo che tenga la penna in mano e un registro davanti. Nascevan contestazioni, s'udivano lamenti e proteste. Poi le famiglie si separavano: gli uomini da una parte, dall'altra le donne e i ragazzi erano condotti ai loro dormitori. Ed era una pietà veder quelle donne scendere stentatamente per le scalette ripide, e avanzarsi tentoni per quei dormitori vasti e bassi, tra quelle innumerevoli cuccette disposte a piani come i palchi delle bigattiere, e le une, affannate, domandar conto d'un involto smarrito a un marinaio che non le capiva, le altre buttarsi a sedere dove si fosse, spossate, e come sbalordite, e molte andar e venire a caso, guardando con inquietudine tutte quelle compagne di viaggio sconosciute, inquiete come loro, confuse anch'esse da quell'affollamento e da quel disordine. Alcune, discese al primo piano, vedendo altre scalette che andavano giù nel buio, si rifiutavano di discendere ancora. Dalla boccaporta spalancata vidi una donna che singhiozzava forte, col viso nella cuccetta: intesi dire che poche ore prima d'imbarcarsi le era morta quasi all'improvviso una bambina, e che suo marito aveva dovuto lasciare il cadavere all'ufficio di Pubblica Sicurezza del porto, perché lo facessero portare all'ospedale.
Delle donne, le più rimanevano sotto; gli uomini, invece, deposte le loro robe, risalivano, e s'appoggiavano ai parapetti. Curioso! Quasi tutti si trovavano per la prima volta sopra un grande piroscafo che avrebbe dovuto essere per loro come un nuovo mondo, pieno di maraviglie e di misteri; e non uno guardava intorno o in alto o s'arrestava a considerare una sola delle cento cose mirabili che non aveva mai viste. Alcuni guardavano con molta attenzione un oggetto qualunque, come la valigia o la seggiola d'un vicino, o un numero scritto sopra una cassa; altri rosicchiavano una mela o sbocconcellavano una pagnotta, esaminandola a ogni morso, placidissimamente, come avrebbero fatto davanti all'uscio della loro stalla. Qualche donna aveva gli occhi rossi. Dei giovanotti sghignazzavano; ma, in alcuni, si capiva che l'allegria era forzata. Il maggior numero non mostrava che stanchezza o apatia. Il cielo era rannuvolato e cominciava a imbrunire.
A un tratto s'udiron delle grida furiose dall'ufficio dei passaporti e si vide accorrer gente. Si seppe poi che era un contadino, con la moglie e quattro figliuoli, che il medico aveva riconosciuti affetti di pellagra. Alle prime interrogazioni, il padre s'era rivelato matto, ed essendogli stato negato l'imbarco, aveva dato in ismanie.
Sulla calata v'era un centinaio di persone: parenti degli emigranti, pochissimi; i più, curiosi, e molti amici e parenti della gente d'equipaggio, assuefatti a quelle separazioni.
Installati tutti i passeggieri, seguì sopra il piroscafo una certa quiete, che lasciava sentire il brontolìo sordo della macchina a vapore. Quasi tutti erano in coperta, affollati e silenziosi. Quegli ultimi momenti d'aspettazione parevano eterni.



Finalmente s'udiron gridare i marinai a poppa e a prua ad un tempo: - Chi non è passeggiere, a terra! Queste parole fecero correre un fremito da un capo all'altro del Galileo. In pochi minuti tutti gli estranei discesero, il ponte fu levato, le gomene tolte, la scala alzata: s'udì un fischio, e il piroscafo si cominciò a movere. Allora delle donne scoppiarono in pianto, dei giovani che ridevano si fecero seri, e si vide qualche uomo barbuto, fino allora impassibile, passarsi una mano sugli occhi. A questa commozione contrastava stranamente la pacatezza dei saluti che scambiavano i marinai e gli ufficiali con gli amici e i parenti raccolti sulla calata, come se si partisse per la Spezia. - Tante cose. - Mi raccomando per quel pacco. - Dirai a Gigia che farò la commissione. - Impostala a Montevideo. - Siamo intesi per il vino. - Buona passeggiata. - Sta bene. - Alcuni, arrivati allora allora, fecero ancora in tempo a gettare dei mazzi di sigari e delle arance, che furon colte per aria a bordo; ma le ultime caddero in mare. Nella città brillavano già dei lumi. Il piroscafo scivolava pian piano nella mezza oscurità del porto, quasi furtivamente, come se portasse via un carico di carne umana rubata. Io mi spinsi fino a prua, nel più fitto della gente, ch'era tutta rivolta verso terra, a guardar l'anfiteatro di Genova, che s'andava rapidamente illuminando. Pochi parlavano, a bassa voce. Vedevo qua e là, tra il buio, delle donne sedute, coi bambini stretti al petto, con la testa abbandonata fra le mani. Vicino al castello di prua una voce rauca e solitaria gridò in tuono di sarcasmo: - Viva l'Italia! - e alzando gli occhi, vidi un vecchio lungo che mostrava il pugno alla patria. Quando fummo fuori del porto, era notte.

(Da: Edmondo De Amicis, Sull'Oceano, 1889)



mercoledì 24 febbraio 2010

Francesco Biamonti, Mare antico e insanguinato


L'ultimo scritto di Francesco Biamonti, una riflessione sul suo percorso umano e artistico. Un messaggio in bottiglia, forse, lasciato alle onde inquiete di quel mare che tanto amava.

Francesco Biamonti

Mare antico e insanguinato

A guardarlo dalle nostre colline, della Liguria occidentale, sale all'orizzonte come un immenso edificio di luce. Fa sognare partenze, voli supremi. A volte è bianco e fa l'effetto di una nuvola; più spesso è di un azzurro che sconfina; se il vento lo ghermisce, appare solcato di cammini, specie di sera. Ma in fondo che mare è? A un'apertura, a una libertà metafisica non corrisponde una realtà geografica: è quasi un lago e le sue rive sono state spesso insanguinate e lo sono anche adesso.

Su coste di sabbia o di roccia si svolgono faide politiche e religiose, lotte d'intolleranza monoteista. Possibile che, come dice Freud, non si possa vivere senza un dio a contatto del deserto? Dio personificazione dell'eterno e del padre primordiale. Viene da dire, con Camus: beati gli orfani. Aver perduto gli dei greci e il dio cristiano è un privilegio che rende liberi e soli con la propria coscienza. Rende, beninteso, anche tristi e responsabili. É un mare che il più delle volte risplende e il suo bordo lontano sembra versarsi altrove per rifrazione d'orizzonte. Montale lo ha chiamato "antico", così sintetizzando, "antico"; e ne ha appreso la legge "rischiosa e severa" e avrebbe voluto carpirne la voce e tradurla in "balbo parlare". Un po' di quel suono, roco e cristallino se tira il vento, è passato nelle sue rime. Camus ha sentito l'orgoglio, l'intima felicità d'averlo guardato a lungo, da ragazzo, sulla costa algerina e, a suo dire, qualcosa di quel mare traspare nella sua prosa lucida e arcangelica. "Ho avuto il mare" scrive nei suoi diari, "e l'amore assoluto di mia madre; mi potranno anche uccidere, ma nessuno mi potrà umiliare".

E così, questo mare non si può guardare senza patirne le conseguenze, mare antico, mare devastato, insanguinato, ma che sprigiona luce anche dai suoi scogli. Mare che reagisce al calare della notte listandosi di un viola arioso.

Fra il mio paese e il mare si frappone una rupe, un agglomerato di ciottoli e conchiglie (o piuttosto orme di conchiglie) dall'aspetto arcigno. La vegetazione è di ginestre spinose, quelle che ha utilizzato Sutherland in "Capo di spine" per dare un'idea della crudeltà del mondo, di cisti vellutati e fragili, di qualche ulivo superstite che vive a stento. Di lassù si gode, saltando le orrende costruzioni della nostra costa, di un vasto arco luminoso. La giornata era tersa, il mare mosso; l'acqua viaggiava e l'Esterel lontano prendeva il largo con le sue cime evanescenti; le due isole Sainte-Marguerite e Saint-Honorat sembravano anch'esse velieri d'argento.

Ma non riuscivo a trasognarmi, a comporre in pace quel paesaggio. Forse perché sapevo di dover scrivere, s'affacciavano nel turbinio luminoso le civiltà morte, con cui queste terre erano state a contatto (gli ulivi, ora alla fine, li avevano portati i fenici), e le civiltà vive si affrontavano sulle rive invisibili in lotte furibonde: mani tagliate, lapidazioni, donne e bambini massacrati. Mi domandavo perché non erano già avvolti dalla polvere del tempo. Saint-Honorat è uno scoglio circondato da un azzurro crudo e freddo, più che uno scoglio è un altare sul mare, non c'è che un campo di lavanda e un monastero. Vi sono stato. Che dire? Si alzava il canto gregoriano e si aggrappava a qualche nuvola di passaggio incrostata dal sole. Ma, sogni a parte, non so veramente che dire, questo azzurro che scolpisce le cose che tocca e le corrode, che ha sovrastato un mondo di pastori, di pescatori, di ulivicoltori, è pieno di ombre segrete sempre più fonde per eccesso di storia e di luce.

(DA: Il Secolo XIX, 05/06/2001)

martedì 23 febbraio 2010

Ricordo di Tullio Mazzotti (Tullio d'Albisola)


F.T. Marinetti e Tullio Mazzotti

Proseguendo nell'omaggio al movimento futurista, la madre di tutte le avanguardie artistiche del Novecento, Vento largo ricorda oggi Tullio Mazzotti ripubblicando ampi stralci di un articolo apparso nell'ormai lontano 1971 su "Liguria, rassegna dell'attività ligure".


Ricordo di Tullio Mazzotti

Tullio S. Mazzotti, albisolese, figlio di Giuseppe, bresciano, era nato ad Albisola nel 1899. cresciuto alla scuola del padre, che nel 1903, dopo le esperienze di Albisola, Spotorno e Napoli, aveva iniziato la lavorazione delle maioliche per suo proprio conto, ed a fianco del fratello Torido, seguace del movimento futurista ed autore di grandi ceramiche, esordì, dopo esser stato anche allievo della scuola di Faenza che conserva sue opere nell'omonimo Museo della Ceramica, alla famosa Esposizione Internazionale di Arti Decorative e Industriali Moderne di Parigi (Grand Palais, 1925), ed alla non meno nota Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Monza (Villa Reale, 1925). A Parigi, attraverso la tipica e suggestiva Sala Ligure, vennero messi in luce i suoi boccali ed altri suoi manufatti unitamente alle cose d'arte nostrana degli anni ruggenti o folli, ed a Monza, Attraverso la nutrita Sezione Ligure, i suoi vasi ed ancora i suoi boccali.

Nel suo saggio "Savona Futurista" (Agosto '69) Giovanni Acquaviva testimonia che "Tullio consolida dalle sue ceramiche plastiche forme d'artefici pur futuristi d'altre città: assieme a quelle di Farfa e mie, ceramiche di Munari, Fillia, Prampolini, Diulgheroff". D'altra parte in "Quando la Liguria era diventata futurista" (Settembre 1969) Carlo De Benedetti attesta che Tullio di ritorno dall'Internazionale di Parigi del 1925 "non ebbe più esitazioni e passò il Rubicone: da quel momento fu futurista sin nel midollo delle ossa". Tutto ciò è comunque ampiamente documentato dalle "ceramiche futuriste", notevoli per forma sintetica e geniale decorazione, che il Mazzotti espone alle seguenti principali mostre: Marinetti ed i suoi trentatè Galleria Pesaro, Milano '29: Internazionale delle Arti Decorative, Monza '30; Gruppo Genovese d'Avanguardia a Futurismo Sintesi, Galleria Vitelli, Genova, 1931; Triennale di Milano, 1936; Internazionale delle Arti Decorative, Padiglione Italiano, Parigi, 1937.



N.Diulgheroff e T. Mazzotti

Particolarmente interessante, in proposito, risulta il commento di Gemma Roggero Monti - unica esponente femminile del movimento futurista genovese della seconda ondata, immortalata dal cartopittore e poeta recod Farfa (Vittorio Tommasini), "nelle sintetiche ore passate coi sintetici amici del gruppo Sintesi di Genova ad Albisola il 1° Febbraio 1931", con questo fulmineo profilo: "Sintesi"/con la Roggero-Monti/fiera/alfiera/portabandiera/della grande fiamma - che puntualizza la nuova visione del ceramista e del pittore: "Le sue ceramiche sono nuove: nuove di concezioni e di linee. La guerra, la macchina, l'aviazione furono per Tullio d'Albisola vasti campi ove alla sua fervida e geniale fantasia era facile raccogliere larga messe d'ispirazione".



T. Mazzotti, Boccale

In chiave di completa adesione al futurismo - futurismo considerato ieri come "unico movimento rivoluzionario di marca italiana nel quale, chi abbia veramente talento, può affermarsi con vera originalità" (E. Rossaro), ed oggi come movimento il cui prestigio "è indubbiamente in rialzo e l'operazione si ripercuote sulle ultime generazioni, anche perchè il retroterra storico è ormai riconosciuto: Il futurismo è anzi disputato ed ecco un critico francese (segno buono, anche se irritante) chiamarlo questo movimento francese nato da genitori italiani" (M. Calvesi) - Tullio d'Albisola elabora e realizza il monumentale "Esaltazione plastica dell'Architetto Sant'Elia", i giganteschi pannelli della "Allegoria" e delle "Corporazioni" (in collaborazione con N. Strada); la serie di piatti murali (Della "Primavera", di "Noli", ecc.); la serie dei boccali (del "Bevitore, dell'ingranaggio", ecc.); la serie delle figure caricaturali e delle maschere popolari; la patetica coppia degli oranti del grande calamaio "Cave Adsum"; e tanti altri manufatti minori.

Se Albisola fu centro irradiante della ceramica futurista, che valse a sconvolgere le calme acque della produzione italiana ed a smuovere quelle stagnanti delle nazioni vicine - e qui debbo ricordare le significative parole di F.T. Marinetti e T.S. Mazzotti: "Albisola, capitale ceramica d'Italia dove una doppia velocità di automobili autobotti treni elettrici e motoscafi eccitati dal salto in paese che fa il ponte sul torrente forniscono fantasiosamente il più denso e fusibile blu marino" - Tullio d'Albisola fu veramente il ceramista, anzi l'aeroceramista, che diede forma, con carattere di primogenitura, al multitattilismo ceramico (manufatti palpabili); alla simultaneità ceramica (contrastante o armonizzante); alla suggestione ceramica (accentuazione cromatica).

Dalla tastiera cromatica futurista Tullio d'Albisola trae infatti le note più alte per elevare il suo squillante e travolgente inno. Con l'oroceramico, con l'indacoceramico e col blu marino traduce in realtà i canoni del Manifesto Futurista, materializzando, in cifra coloristica, il "cielo tipo Capri" ed il "mare tipo Portofino", da "vendere o regalare alle funebri gelate fangose città nordiche".

Dalla tastiera poetica futurista Tullio d'Albisola ricava ancora i suoni più netti per innalzare la sua gioiosa e schioppettante lirica. Laureato da Marinetti, con tanto di "casco di alluminio", poeta-record, per aver vinto il circuito lirico di Torino, partecipa, successivamente, alla prima edizione "Lito-Latta" di poesie futuriste in veste metallica con sintesi ottiche, ed anche alla seconda, con testi lirici. Scrive altre opere sintetico-futuriste e, più tardi, stende notevoli articoli e monografie sull'arte ceramica, collaborando anche all'Eniclopedia dei Ceramisti, di A. Minghetti. La sua collana di studi sulla ceramica di Albisola comprende, naturalmente, "La ceramica futurista" (Officina d'Arte, Savona, 1939), e si estende ai ceramisti della rinascita ai presepi d'Albisola, alle ceramiche Mariane, alla ceramica popolare ed ai profili dei ceramisti.

(...)

(Da: Vitaliano Rocchiero, La perdita di Tullio Mazzotti, Liguria, Genova, giugno 1971. Ora in: Carlo De Benedetti, Il Futurismo in Liguria, Sabatelli Editore, Savona 1976)


lunedì 22 febbraio 2010

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (II)


Resti di un castellaro ligure

Continua il nostro viaggio alla scoperta dell'Alta Terra Langasca. Guido Araldo ci parla oggi di liguri, romani, cartaginesi e delle tracce che hanno lasciato sul territorio e nel folklore.



Guido Araldo

viaggio nell'Alta Terra Langasca (II)

Il tesoro dell'acropoli e il mito della capra d'oro

I toponimi della “Terra Alta Langasca”, soprattutto in Val Bormida di Ponente, sono riconducibili alla conquista romana.
A riguardo è opportuno un tuffo in un passato remoto e rievocare i liguri Salui o Salluvi, noti come Salassi al di là del Po, nelle valli della Dora e della Sesia.
Sussistono frammenti di testimonianze storiche, riconducibili allo scrittore romano Plinio (Nat. Hist. Libro III) di una migrazione dei Liguri Salui dalle rive del Rodano verso la Val Padana; probabilmente all’epoca dell’invasione gallica guidata dal re Brenno o prima ancora. A questa imponente migrazione viene attribuita la fondazione di villaggi come Saluzzo, Saluggia e Saluzzola in provincia di Vercelli, Salizzola in provincia di Verona, che trarrebbero il loro nome dai Salui o Salluvi. Sussiste una Salea di Alberga, mentre sulla "Terra Alta Langasca" quattro paesi presentano il suffisso Sale nei toponimi: Saliceto, Sale Langhe, Sale San Giovanni e Saleggio, antico nome di Castelletto Uzzone. Così pure, al di là delle Alpi, in Provenza, viene attribuita a questi Liguri la fondazione di Aix-en-Provence, il cui nome latino era Aquae Sextiae Salluviorum.
Lo storico romano Tito Livio nel libro XXVIII descrisse la seconda guerra punica (la prima guerra mondiale della storia) e v’inserì la conflittualità tra Genova e il Ponente Ligure, dove sorgevano le città di “Savo” Savona e “Albingaunum”, Alberga, entrambe alleate a Cartagine poiché la loro rivale, Genova, era alleata dei Romani.
Antichi liguri

In questo contesto emerse la distinzione tra i Liguri “Alpini”, quelli della Riviera di Ponente, e i Liguri “Montani”, che popolavano l’entroterra: più precisamente “la Terra Alta Langasca”..
Nel 205 a.C. i Liguri “Alpini” di Savona e Alberga furono aiutati dalla flotta cartaginese a devastare Genova e in seguito, sempre con l’aiuto dei Cartaginesi, effettuarono spedizioni punitive al di là del giogo contro i Liguri della “Terra Alta Langasca”, loro secolari avversari.
Fu un’alleanza che si protrasse per tutta la seconda guerra punica: i Liguri del Ponente, gli “Alpini”, assicurarono un prezioso appoggio logistico ai Cartaginesi e, anche, un supporto marittimo poiché disponevano di flotte agguerrite. Ma la guerra finì per loro nel modo peggiore, con la totale sconfitta dei Cartaginesi. E fu allora che Roma si affacciò prepotentemente nell’antica Liguria che si estendeva dalla foce dell’Arno alle rive del Rodano, includendo le Alpi Occidentali.



A patirne le conseguenze, per prima, fu Savona: ridotta a “vicus”, miserabile villaggio di pescatori. Al suo posto fu fondata la colonia di Vada Sabatia, affidata a veterani romani, per addivenire a un miglior controllo del territorio. Subito dopo, nell’anno 181 a.C., fu invaso il territorio degli Ingauni, che subirono una tremenda sconfitta in prossimità della loro capitale (Tito Livio libro XI).
Otto anni dopo sorte toccò alla “Terra Alta Langasca” e alla sua capitale dall’emblematico nome minoico o forse miceneo: Karystos, in latino Caristum.
Dopo la drammatica esperienza della calata in Italia di Annibale, premeva ai Romani estendere il loro controllo alle regioni situate ai piedi delle Alpi Occidentali.
La campagna fu affidata al console Marco Pompilio Lenate che, partito da Derthona nella primavera dell’anno 173 a.C., risalì faticosamente la Valle Bormida e sconfisse i liguri della “Terra Alta Langasca” in una grande battaglia campale all’esterno della città Karystos, tra le più importanti della Liguria.
Dopo la vittoria, il console romano fu spietato e distrusse le case, sparse il sale nei campi, fece passare l’aratro nelle strade per attestare la definitiva rovina della città. I superstiti, circa 20.000 tra vecchi, donne e bambini, furono incatenati e tratti in schiavitù a Roma. Di tanta tragedia esiste la preziosa documentazione di Tito Livio, nel libro XI, dov’è descritta la delusione del console vincitore che, rientrato nell’Urbe, non ottenne l’agognato trionfo con la folla di schiavi che lo seguiva per manifesta crudeltà contro i vinti. Un evento rarissimo nella storia di Roma! Anzi, Marco Pompilio Lenate dovette discolparsi dalle accuse a suo carico formulate dai Senatori inorriditi per la sua crudeltà.


A nessuno è noto dove sorgesse Karystos!
Per gli abitanti di Acqui Terme non ci sono dubbi: Karystos era semplicemente la città preesistente ad Aquae Statiellae.
Per i Cairesi, invece, l’antica città si trovava nel loro territorio che, per l’assonanza fonetica “palese” tra Caristum e Cairum e Caretum; ma, all’epoca, il primo si chiamava Canalicum e il secondo, semplicemente, non esisteva.
Per la verità, le uniche tracce di quella grande città, scomparsa da duemila anni, persistono nella toponomastica della Valle Bormida, che costituì inequivocabilmente la “via” di penetrazione romana:
Castino = Castra, gli accampamenti romani.
Cortemilia = Cohors Aemilia, stanziamento della Coorte del tribuno Emilio.
Gorzegno = Cohors Aeni, stanziamento della Coorte del tribuno Ennio.
Monesiglio = Mons Vigilium, monte delle guardie, avamposto verso l’alta valle.
Cengio da “cingere”: il verbo circondare, allo scopo d’impedire l’arrivo di soccorsi da meridione alla città assediata.
Levice, probabilmente, da “levis iter”: facile cammino che collegava le coorti di Emilio ed Ennio.
Camerana da “cameranus”: il pontile fluviale dove attraccavano le chiatte militari note come le “camerae” dalle fiancate protette da grandi scudi, sovente dotate di una copertura fortificata da scudi. Queste chiatte militari venivano utilizzate in “territori ostili” per il trasporto di truppe, l’approvvigionamento delle vettovaglie e, anche, per assalti alle flottiglie nemiche con effetti devastanti poiché le “camerae” erano difficili da affrontare ed espugnare.

Personalmente sono propenso a considerare Caristum come un agglomerato di villaggi fortificati attorno al bosco sacro delle Lavine (mitiche ninfe liguri), con le cime delle vicine colline costituite da acropoli fortificate. Di queste colline la più importante era quella di ponente: la collina della Margherita, ora della Rosa, in posizione dominante la Val Bormida, peraltro ancora il secolo scorso ricca di sorgenti: ne sono riuscito a individuarne sette, di cui due in prossimità del Castelvecchio, la cima, dove probabilmente sorgeva l’acropoli antica. C’era persino un “lago” sullo scosceso versante di ponente, testimonianza del proprietario del fondo, il signor Piero Santero: una “vasta cisterna” scavata nel tufo, poco profonda sotto un’alta roccia, dove anche nei periodi siccitosi estivi vi stillava fresca e limida acqua, preziosissima.

Il Masso della Colla di Millesimo

Nomi emblematici affiorano dal passato più remoto, quelli delle colline attorno al “bosco sacro delle Lavine”, in prossimità del colle del Monte Circino, ora Montecerchio: Sieizi, Erzi, Eizi, Zerzi e Preizi!
E proprio a metà strada tra le “Lavine” e la collina della Margherita si trova il grande “prato dei Valli”: dal latino Vallum, sistema difensivo con possenti mura e fossati.
In tutta la zona sono ancora visibili massi megalitici, risalenti a quell’epoca remota.
A settentrione c’è inoltre la “collina del Pilo” (bric ed’Pil) dal nome inequivocabile che prende nome dal micidiale giavellotto in uso presso i legionari romani. Suggestiva l’immagine del console romano assiso sulla collina più alta, come effettivamente è “il bricco del Pilo”, intento a dirigere l’ultimo assalto alla caparbia capitale dei Liguri e, dopo la vittoria, il suo pilo infisso nel terreno, quasi a simboleggiare la “presa di possesso” da parte di Roma dell’intera regione. Il nome di quel giavellotto: il pilum, è rimasto nei millenni alla collina!
Caristum fu l’ultima città ligure, la più importante, a capitolare.
Qui si erano rifugiati i sacerdoti, gli scribi, gli ultimi custodi della “civiltà ligure”, dopo che le città della costa era capitolate: una dopo l’altra. Qui fu definitivamente spenta quella grande civiltà! Chissà quali segreti custodiscono le viscere di queste colline! Prima di soccombere, i Liguri della “Terra Alta Langasca” provvidero a nascondere i loro tesori più preziosi, in luoghi sicuri, con i documenti più importanti…

Dopo la devastante spedizione di Marco Pompilio Lenate, la conquista romana della regione fu ultimata dal console Appio Claudio che nel 143 a.C. assoggettò il vasto territorio dei Salassi, a nord del Po, spingendosi fino all’attuale Valle d’Aosta. Poco dopo Alba, con la Lex Pompeia de Gallia Citeriore, fu la prima città ligure a ottenere il riconoscimento della cittadinanza romana e assunse il nome ufficiale di Alba Pompeia. Cent’anni dopo la lex Roscia estese il diritto alla cittadinanza romana in tutta la Liguria, e pare che questa legge fu la causa di un’intensa migrazione di Etruschi verso la Riviera di Levante e la “Terra Alta Langasca”, divenuta “desertis locis” dopo la conquista romana.
In seguito, al termine delle guerre civili, l’imperatore Augusto ebbe necessità di sistemare più di 200.000 veterani, che gratificò con la concessione di vaste proprietà, in gran parte situate in Val Padana e, anche, sulle Langhe, inclusa la “Terra Alta Langasca”.
Senz’ombra di dubbio risale a quei tempi la “centuriazione” dei terreni: i campi lunghi e stretti, visibili ancora oggi nel fondovalle della Bormida e del Belbo. Fu un periodo d’intensa colonizzazione agricola, e quei campi rimasero tali nel corso dei secoli.
Connesso probabilmente ad antichissimi tesori liguri è il mito della “capra d’oro”: una capra tutta d’oro sepolta alla sommità della collina della Rosa, al Castelvecchio, dove probabilmente sorgeva l’acropoli di Caristum. Per tutto il secolo scorso e più ancora nel secolo precedente la “capra d’oro” fu oggetto d’intense ricerche. Il proprietario del fondo, Piero Santero classe 1927, ricorda le continue buche rinvenute sia al Castelvecchio che nei dintorni, causate da frettolose ricerca notturne effettuate da occasionali tombaroli salicetesi. Nelle osterie del borgo la “capra d’oro” era oggetto di continue discussioni, che poi si trasformavano in affannosi scavi.
Secondo Giacomo Ballocco la capra d’oro non potrebbe essere una statua d’oro raffigurante una capra; ma una bisaccia di pelle di capra colma di antichissime monete d’oro, forse bizantine se non addirittura liguri, di quelle coniate a imitazione delle dracme dei greci di Marsiglia.





Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.


Astrid Fremin, Sculture da toccare





SCULTURE DA TOCCARE
Astrid FREMIN

Inaugurazione Sabato 27 Febbraio alle ore 17.00

Presentazione della mostra a cura di Giuseppe MAGINI

Galleria d'Arte del Cavallo,
via F.lli Cervi 1
Valleggia di Quilliano, SAVONA



Astrid Fremin,nata in Normandia,si è laureata a Parigi,Ecole du Louvre,specializzandosi in Arti dell'Africa e dell'Oceania,Archeologia Orientale ed Arte Contemporanea.
Ha compiuto viaggi di formazione in Spagna,Germania,Italia,Grecia,Turchia,Stati Uniti,Polinesia.Nel 1986,dopo un soggiorno a New York,ha deciso di diventare scultrice.
La mostra personale dell'Artista ,organizzata da QuilianoArte ha il patrocinio del Comune di Quiliano e della Provincia di Savona.

Ingresso libero.

domenica 21 febbraio 2010

Guido Seborga, Genova




Spesso la scrittura di Guido Seborga viene sbrigativamente etichettata come "realismo". Non siamo d'accordo e crediamo che il testo proposto oggi, straziante dichiarazione d'amore e di sofferenza per una città difficile da comprendere, testimoni come in Seborga la descrizione di uomini e luoghi sia prima di tutto viaggio alla scoperta di un paesaggio interiore lacerato e dolente.


Guido Seborga

Genova


In una curva spezzata Genova appare con le sue case alte e grige. Un sole invernale illumina le colline. Il fumo delle fabbriche e del porto blocca il sole nel cielo e in alto mare; non permette ai raggi di penetrare nel porto, le vecchie case dell'angiporto di sottoripa sono nere. In porto l'acqua è dominata dai ponti dalle banchine dalla calate, le navi stanno nell'acqua pigre e stanche; le grues svettano al cielo. In questa grande sacca nera dall'acqua stagnante melmosa, non c'è riposo. Silos, vagoni, carrelli, rotaie, opifici, bar, cassoni, sacchi, balle, ceste; ed in mare chiatte, e rimorchiatori, vapori, navi, petroliere; e tanti uomini in lavoro.
(…)
Ogni sezione del porto con la sua specialità. Industriale per le riparazioni alle navi, più a levante ancora il mercato del pesce, più a ponente la darsena, la stazione marittima per i grandi viaggi romantici o d'affari, vicino alla Lanterna il carbone, poi la legna, e le cisterne per i carburanti e olii, e il materiale grezzo, il ferro d'ogni genere e forma per la Sinigalia.




Porto e fabbriche, altiforni e laminatoi, metalmeccaniche. E i casoni alti e grossi di Genova, sporchi, sono luoghi tristi, dove gli uomini si rifugiano dopo tanto lavoro. Genova tenace che lavora duramente, che spende poco, ricchezze dentro palazzi antichi e i nuovi grattacieli, e traffico immenso nelle poche strade mai larghe, tamponamenti continui, si dovrà fare la sopraelevata.
(…)

Nei casoni popolari sulla brulla e triste collina del Belvedere, dove i prati non riescono più a diventare verdi, e squallidi sono i grigi cimiteri dagli alberi secchi; nelle catapecchie lungo la riva del mare a Voltri a Pegli, dove almeno si comincia a respirare aria migliore, sino a Ravecca umida e colpita dal vento, nei vicoli e nelle strette di Prè e del centro; in ogni dove una mancanza ancora di vita realmente moderna, una lotta crudele, una contraddizione straziante tra la ricchezza e la miseria.
(…)



I lavoratori genovesi sono rudi ma aperti come tutti i marittimi e portuali, trattenuta e violenta è la vita nel groviglio di queste case nere e fumose, solo nei dintorni appaiono le meravigliose e antiche ville liguri, splende la luce e anche l'erba diventa smagliante. Genova è qualcosa di molto di più o di molto meno bello della Liguria.
(…)
Genova con il suo porto gobbo, Genova scarna, con la sua disperazione di pietra nera. E tra i vichi stretti o i corsi più larghi e dai pochi alberi secchi, in riva al Bisagno dalla poca acqua e dalle molte pietre, dal Polcevera alla Foce, dopo la giornata attiva, riprese violente della malavita, coltello e gancio. Qui ci si può veramente sentire un uomo da recuperare, un uomo perduto, un uomo ferito.

(Da: Ergastolo, 1963)

Guido Seborga
Morte d'Europa/Ergastolo
Spoon River, Torino 2009




sabato 20 febbraio 2010

Sull'incerta linea dell'onda, poesie di Adriana Romano



Adriana Romano

Sull'incerta linea dell'onda



“C'è in questi versi il segreto dell'ordine e dell'anarchia, dell'idillio mentale, del sogno fallito, della finitezza sensibile, del riconoscimento della fretta, dell'indugio, della maturazione.
C'è potenza di respiro nel gioco delle analogie interiori, come nella dialettica di una sensualità, così naturale, da identificarsi con lo spirito puro dell'esistenza...”

(Dalla Prefazione di Angelo Calabrese a “Sull'incerta linea dell'onda”)

PRESENTAZIONI

- “Piacere, caro, sono io!”

Così potessi presentarmi
- come un'estranea farebbe -
a te, pronunciando – ben sillabato il suo nome.

E spiegarti chi sono e raccontarti di me
come si fa certe volte sul treno
durante un lungo viaggio
per ingannare il tempo
parlando con un compagno
che mai più rivedremo
e di cui non ci importa.


MA ESISTONO?

“Ma esistono le donne serene
fatte di dolcezza, prive di noia,
ignare d'inquietudine?” Ti chiedo,
mentre camminiamo fra le foglie cadute
e respiriamo il primo freddo d'autunno.

Tu mi guardi, sospiri e un po' sorridi,
e non parli, amica, ed alzi gli occhi a seguire
altre passanti, frettolose o quiete,
eleganti o trascurate, che per la città
si muovono come noi,
a noi estranee, o forse sorelle.



INVIDIA

Invidio
la leggerezza della nuvola
che incanta i miei occhi,
li distoglie da terra,
dalla strada di casa,
dai sassi e dal freddo

e quel cielo di luce, ad oriente,
poco prima dell'alba,
con una falce di luna
che regge il globo brillante
come ad offrirlo a chi,
da molto in alto,
lo può ricevere in dono.

C'è una stella raggiante: ed io
sempre meno pesante,
sempre meno opaca vorrei
sgusciar via da qui
e da me stessa, per tornare
cristallo e diamante
e ubriacarmi di aria
e vertigine.


PAROLE
La mareggiata
fuori stagione
si è mangiata
quasi tutta la spiaggia.

La terra e il mare hanno
di queste
parole.


Adriana Romano, insegna Lettere presso il Liceo Scientifico “O. Grassi” di Savona. Da anni segue un suo personalissimo percorso poetico di cui sono testimonianza le raccolte Sull'incerta linea dell'onda (Firenze, 1999) e Chiocciola e Conchiglia (Savona, 2003).

IN-EC-CESSO una bomba per cintura


"Kamikaze non si nasce. Forse si diventa.
E non e' vero che non importa come: importa sempre come.
Ma importa a pochi".

Un operaio


“(…) Ci sono vicende che accadono solo per essere conosciute. Perché altri le sappiano. E questo succede sia a vicende reali sia a vicende inventate. Quando qualcuno conosce queste vicende, senza accorgersene perde un pezzo di carne. Ma ne nasce subito un altro. Conoscere una di queste storie vuole dire rinnovare un pezzo della propria carne. Sono storie che hanno a che fare con la carne di chi le conosce nella misura in cui esistono per essere conosciute. Ecco. Questo è il senso: la carne. E' qualcosa di incomprensibile. Ma c'entra la carne. (…) Questa storia è una di un quelle lì, di quelle che c'entrano con la carne.


IN-EC-CESSO
Una bomba per cintura


luci
Simona Gallo

testo e recitazione
Marco Gobetti

direzione
Anna Delfina Arcostanzo, Simona Gallo, Marco Gobetti


Martedì 23 febbraio 2010 h 21
Cinema Teatro Ambra
Viale Brigata Ravenna 8 Alessandria

Informazioni 0131.252079


Le basi e l’urgenza del dire

Ad un secolo dalla conquista delle otto ore lavorative, è in atto nelle fabbriche una subdola rigenerazione degli atti di potere, di quel silenzioso e logorante mobbing che è il terrorismo psicologico fatto di sguardi, urla - o "non sguardi" e silenzi - e meccanicistiche disumanità. Atti di potere taciuti e sottovalutati, che l'ingresso dell'informatica nell'industria ha definitivamente offuscato, creando robot perfettamente mascherati: semidei imbellettati competenti e rassicuranti da una parte e uomini sani saggi tranquilli e felici dall'altra.
Oggi accade spesso che per gli operai, i pensieri e i sogni - nell'attimo stesso in cui nascono - si trasformino rispettivamente in peccati gravi ed illusioni.
Le fabbriche sono specchio fedele della società occidentale contemporanea, fiera dei suoi due fondamentali ingredienti:
- una classe dirigente spaccona impreparata ed arrancante, manovrata da uno stato maggiore furbo sprezzante e interessato;
- una cittadinanza licenziata da anestetici ora dolcissimi ora amarissimi, vittima e artefice del proprio inarrestabile precariato culturale.
Fra i due ingredienti un muro pesantissimo, reso perfettamente invisibile ad arte, da forze superiori molto terrene.
Occorre smettere di bere spettacolo e di dare spettacolo: urge diventare spettacolo, per ritornare ad esistere.
Recuperare passato e presente, per agire pacificamente ma intelligentemente. Lavorare non per sopravvivere, ma per vivere guadagnando futuro.


"E' opera di fantasia ma del tutto verosimile e alquanto sconvolgente questo curioso monologo di Marco Gobetti, attore ed autore che nel suo percorso dosa saggiamente esperienze in compagnia o in solitudine.
Queste ultime però sono sempre marcate da una strenua esigenza narrativa. Vuole raccontare, e lo sa fare bene, certe storie. Come questa di un operaio barricatosi nel cesso di una fabbrica, esasperato dal mobbing, vessato da innumerevoli grandi e minute violenze; ha un palmare e un cellulare, comunica con l'esterno tramite e-mail e qualche furente risposta a un telefonino dotato di buffa suoneria, che sdrammatizza, perché il contesto è tragico. Appiccicata al busto, il protagonista ha una cintura di esplosivi.
Si farà saltare in aria se la direzione non accetterà le sue richieste, che sono di poter andare a funghi qualche mattina, di avere insomma una vita più libera, scardinata dalla produzione. Quasi dialoga con il pubblico; su un palchetto rettangolare traccia limiti di carta igienica. Screzia di ironia un'attesa snervante, snocciolando un soliloquio di ottima fattura. "

Maura Sesia - La Repubblica, 15 settembre 2007

venerdì 19 febbraio 2010

Prolegomeni per il "Manifesto Costitutivo per l'Arte del Superamento"


Nell'universo spettacolare del Capitale diventato totalità l'Arte diventa uno strumento potente di sovversione, a patto che se ne superi il carattere reificato di merce. Il superamento dell'Arte come fattore di alienazione diventa allora l'Arte del Superamento.



Lucio Vasta

Cronopio Cervellatore


Prolegomeni per il “Manifesto Costitutivo per l’Arte del Superamento”


Il fallimento del superamento dell’arte è forse dovuto all’equivoco di aver voluto far coincidere il termine superamento col termine abolizione. Essendo l’Arte nelle sue forme e dalle sue origini, manifestazione identificativa dell’Uomo, entità biologica immaginativa, l’abolizione dell’Arte equivarrebbe all’eliminazione dell’Uomo.
Per superamento dell’Arte occorre invece intendere l’abolizione dei meccanismi che rendono l’Arte schiava della cultura/civiltà/società dominante, che se n’appropria fagocitandola e digerendola, di fatto, immunizzandosi.
La posizione e l’obbiettivo dell’Internazionale Situazionista erano quindi - almeno in un primo tempo- di operare questo superamento non eliminando l’Arte ma l’oggetto artistico in quanto tale. L’artista non deve più produrre oggetti artistici, bensì se stesso. I situazionisti ritenevano che l’oggetto artistico in quanto “cosa” non potesse sfuggire suo malgrado e al di là delle intenzioni dell’artista, alla propria mercificazione; ma, anche se così non fosse, l’atto creativo, che pone l’artista nella condizione di oggettivarsi nella propria creazione, produce alienazione. Alienazione che per i situazionisti può essere evitata soltanto se l’artista produce se stesso e l’ambiente in cui opera e vive, in altre parole producendo una nuova società in perenne trasformazione. In questo modo, l’artista è sia soggetto sia oggetto realizzato in un continuo rinnovamento di esperienze costruite chiamate situazioni.
L’Arte a questo punto non potrà più intendersi come ornamento/trofeo culturale elitario, ma come personale e collettiva rivoluzione continua.
Parrebbe a prima vista che la Performing Art e la Body Art, forse anche inconsapevolmente, perseguano questa strada ma in realtà anche per queste forme d’Arte il limite sta nella ricerca di una comunicazione estetica concettuale che prevede ancora un soggetto/oggetto (artista) ed un
destinatario (fruitore).
Le “Situazione”, immaginata dall’I.S., invece prevede la costruzione intelligente di momenti e manifestazioni giocose collettive in grado di portare alla luce i reali desideri di ognuno e di farne nascere di nuovi e genuini.
L’Urbanistica Unitaria, le derive e i detournament erano gli strumenti per portare allo scoperto le contraddizioni della società capitalista, della cultura borghese con le sue forme di propaganda, di irregimentazione e di coercizione.
Tutto questo con lo scopo dichiarato di lavorare alla costruzione cosciente di una nuova civiltà.
Un così ambizioso progetto, per la sua intrinseca essenza “rivoluzionaria” avrebbe avuto bisogno di tempo per raccogliere adesioni e per raggiungere una massa critica tale da poter registrare, se non un successo, almeno un segno tangibile di modificazione della percezione della società da parte di larga parte di popolazione. Pur teorizzando le necessarie fasi temporali il pensiero dei situazionisti accellerò fortemente e Guy Debord, in particolare, preoccupato di dogmatizzare il concetto fondativo rivoluzionario, con un rigore inconciliabile, fece sì che l’esperienza situazionista stessa bruciasse le tappe, così che dalla fondazione dell’Internazionale Lettrista - sua progenitrice più diretta - allo scioglimento dell’I.S. passarono pochi anni (dal 1952 al 1972). Anni trascorsi tra litigi, espulsioni e radicalizzazioni.


1972-2010
A distanza di quasi quarant’anni dalla fine dell’I.S. qual è l’attuale stato delle cose? L’I.S. e i suoi adepti avevano visto lontano ma si erano probabilmente sbagliati nel valutare la reale decomposizione della società borghese. Forse in anticipo sui tempi Debord ha lucidamente e ferocemente criticato la così detta società del benessere del dopo guerra, poi sfociata in quella consumistica più spinta che ha visto auge a partire dagli anni 80; da quando, cioè, la mercificazione e arrivata alla svendita delle speranze e dei desideri dell’Uomo con bisogni sempre più artificialmente indotti.
L’attuale crisi finanziaria/economica globale sta però mostrando in toto la vera faccia del “sistema” che si sbarazza senza esitare di quanto è superfluo per la propria sopravvivenza e cioè della forza lavoro che non è più in grado, per sopragiunti limiti di povertà, di consumare a sufficienza. I governi statali da una parte proteggono il sistema, dall’altra se stessi, Con gli - più o meno efficaci - ammortizzatori sociali fanno passare milioni di persone dallo stato di consumatori a quello di assistiti. Quella d’assistiti è, per i più fortunati che ne godono, una condizione momentanea e gli ammortizzatori hanno lo scopo non di arrestare la caduta ma di renderla silenziosa e pertanto innocua per i governi ed il sistema stesso, facendo, di fatto, regredire una larghissima parte della popolazione dalla schiavitù comoda dei falsi bisogni alla schiavitù drammatica dei bisogni fondamentali: il cibo e un riparo. Ideali necessità di libertà e giustizia non sono più elusi ma addirittura seppelliti dalla situazione contingente.
Spesso, anzi continuamente, si sente proclamare dagli organi di informazione/disinformazione ufficiali che la situazione non è catastrofica, perché lo stato sociale sta reggendo. Nel frattempo la povertà dilaga e la forbice si apre sempre di più e ci sono ricchi sempre più ricchi, ricchi diventati
poveri e poveri sempre più poveri. Se il sistema non regge sarà catastrofe e verrà il tempo dei lupi ma se il sistema regge sarà dramma e verrà comunque il tempo dei lupi: infatti, se prima della crisi il 20% della popolazione godeva dello 80% delle risorse, dopo la crisi è probabile che il 2% della popolazione avrà messo le mani sul 98% delle risorse, lasciando il 98% della popolazione in uno stato di guerra permanente per la evidente insufficiente spartizione del restante 2% della torta.
Proviamo ad abbandonare i catastrofismi e ad essere ottimisti; immaginiamo invece che tutto andrà a posto e che nel giro di poco tempo si tornerà ad una visione di un mondo quale era quello prima della crisi. Che cos’ è che a quel punto vedremmo? Bene, l’ambiente circostante non potrà che apparire ai più smaliziati come se fossimo all’interno del ventre materno, immersi nel liquido
amniotico, suggenti linfa vitale in una passività assoluta. In questa “poetica” visione metaforica il ventre materno rappresenta il “sistema tecnologico finanziario economico e sociale”; il liquido amniotico rappresenta lo “spettacolo diffuso”, che ci protegge e c’impedisce di venire in contatto con la realtà del sistema, e noi, ancora non nati, che siamo allo stesso tempo la necessità del sistema e la sua causa. Siamo noi che abbiamo generato il sistema che ci alimenta come una madre.
Pensare oggi, all’attuale situazione, in termini di lotta di classe e di proletariato può sembrare ridicolo; le classi sociali, lungi dall’essere state superate, si sono modificate esteticamente e la lotta di classe in questo modo elusa; merito del “benessere” elargito, e dello spettacolo diffuso. Esiste ancora un “capitale”, esiste ancora una “borghesia” ed esiste ancora un “proletariato”, inteso come salariato e reso sempre più “precariato”, ma tutto è confuso non si riesce più bene a capire a colpo d’occhio chi sta da una parte e chi dall’altra. Tutti sono affascinati dallo spettacolo. E’ la “struttura” ad essere cambiata, ad essersi reticolata ed il reagente è divenuto dominatore inquinante, ed è un “Sistema Automatico”. Tutti sono ormai schiavi del sistema, sia il capitale sia la borghesia, il proletariato il sottoproletariato ecc. E gli scarti, le aberrazioni, della “società civile”, e cioè le mafie e le tirannie ora sono i cani da guardia del sistema.
S’impone la necessità di smantellare o almeno di contrastare questo “sistema” che a patto di una piccola rinuncia d’apparente libertà e giustizia, promette felicità e, un presto ritrovato, benessere, ma generando guerre, oppressioni, genocidi, catastrofi ambientali e infinite sofferenze nelle popolazioni più deboli e indifese. Un sistema nascosto agli occhi della gente che è massa ipnotizzata dallo spettacolo diffuso e non riesce a percepire il disastro, e se qualcosa percepisce, volta lo sguardo, preoccupato di perdere quel poco o tanto in cui si è oggettivato: il lavoro, la casa, i beni, la famiglia, gli amici ... - senza comprendere che senza reagire prima o poi perderà tutto comunque, se non lui i suoi discendenti -.
In quest’oggettivazione è lo spettacolo diffuso; lo spettacolo che è l’oppio dei popoli.
Ci s’impone di smantellare questo sistema ed il nostro impegno artistico dovrà essere “per una ri-creazione futuribile dell’universo”: la costruzione di un futuro possibile che ha bisogno per effettuarsi che il nostro sforzo sia per la decrescita, per la salvaguardia della natura, per la salvaguardia dell’Umanità.
Questo è quanto la Storia c’impone oggi, ed intendiamo agire, per quanto ci compete.
In qualità di artisti, consapevoli del lungo cammino che sarà necessario percorrere, senza rinunciare alla meta finale ma guardando ad essa come alla Stella Polare, riteniamo che il primo passo per l’eliminazione della nostra alienazione consiste nel rimanere proprietari delle nostre opere sfuggendo, di fatto, e giuridicamente al mercato. Nei contenuti delle nostre opere, il principale obbiettivo sarà lo smascheramento dello spettacolo diffuso, per far sì che un numero sempre più grande di persone possano vedere l’invisibile, il ventre, la caverna dove vegetiamo, la gabbia che c’imprigiona e della quale siamo noi stessi le sbarre: il Sistema Tecnologico Finanziario Economico Sociale. E lo faremo gratis, utilizzando gli strumenti che ci hanno mostrato i situazionisti ed inventandone di nuovi. Le derive, i detournament le situazioni saranno le nostre armi. Poi verrà quel che verrà!
Poiché, quando si tratta di rivolta, ciascuno di noi ha bisogno di posteri!
L’Arte deve essere tensione dialettica e quindi un percorso e non un fine
L’Arte deve distinguersi dall’artigianato e non deve necessariamente- anzi è sconsigliabile – dar vita a produzioni a regola d’Arte.
L’Arte deve essere aperta concretamente e non astrattamente, deve interrogare più che proclamare, non può essere dominata dalla bellezza ma deve perseguire l’efficacia.
L’Arte deve essere libera, ed al di fuori di qualsiasi mercato; deve pertanto liberarsi dai formalismi, dagli schemi, dagli stili e dalle catalogazioni. Deve mutare continuamente per evitare il formarsi di gabbie e catene anche culturali.
L’Arte deve essere autonoma espressione del pensiero critico senza essere sottomessa al gusto.
L’Arte per essere libera deve essere per tutti e per nessuno. Non deve avere fini di lucro e non può prestarsi a speculazioni se non intellettuali. Tutti possono, ed è auspicabile, dichiararsi artisti e produrre opere d’Arte.
L’opera d’Arte non deve avere né padroni né servi ma un unico perenne proprietario e cioè l’artista che l’ha prodotta. Deve essere sempre liberamente accessibile per tutti e non può essere sottomessa ad alcun diritto d’autore.
Noi vogliamo cantare l’amore per la giustizia e per l’abitudine al dissenso.
Il coraggio, il dono, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra Arte


ARTISTI DI TUTTO IL MONDO SCATENATEVI


11 febbraio 2010

giovedì 18 febbraio 2010

L'Orso di segale, Carnevale alpino di Valdieri






Carnevale alpino di Valdieri
Domenica 21 Febbraio 2010

Protagonista del carnevale di Valdieri è lo straordinario orso di segale. Una figura simbolica nella cui rappresentazione ci sono la rincorsa e la lotta con il domatore il quale cerca di "strappare" all'animale tutti i saperi e i poteri possibili dalla sua forza fisica a quella sessuale.
Risvegliatosi dal letargo, l'orso esce dal suo nascondiglio e va in giro per il paese in cerca di cibo, spaventa o corteggia le donne e cerca di liberarsi dai domatori. Al suo seguito canti e fracasso segnano la fine dell’inverno e l’inizio della primavera
Nel carnevale vi sono poi altre figure protagoniste tra cui i simpatici "Frà" che cantano epistole ironiche su personaggi e genti delle valli.

Programma:

Alle ore 15, in piazza della Resistenza
Apparizione, cattura e sfilata dell'Orso di paglia di segale. Musica occitana con "I Jouvarmoni" diretti da Silvio Peron.
Dalle ore 10.30, per tutto il giorno presso il Museo della Resistenza
La Maschera dell'Orso
Costruzione di maschere animali di cartapesta con gli animatori dell'associazione Inventa
Ai piedi delle montagne
Visite guidate alla mostra "Ai piedi delle montagne" dedicata alla necropoli protostorica di Valdieri
Dalle ore 11, per tutto il giorno in piazza della Resistenza
I giochi del tempo che fu
Animazione e divertimento per i bambini con i giochi di una volta di legno di Luisella e Livio
Informazioni: Parco Alpi Marittime, Tel. 0171/97397

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (I)



Collocata tra la grande pianura del Po e il Mar Ligure, l'Alta Langa rappresenta un luogo capace di evocare sensazioni profonde e non solo perchè ne hanno scritto Pavese e Fenoglio. Guido Araldo inizia a parlarcene, descrivendone i confini.

Guido Araldo

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (I)

L’Alta Terra Langasca e il Diploma di Ottone I


La “Terra Alta Langasca” corrisponde a un esagono irregolare che ha per vertici:

a sud Varigotti, l’antico “porto Lunate” in riva al mare con il Capo Noli e la Rada dei Saraceni;

a nord la pieve di Cortemilia alla confluenza dell’Uzzone con la Bormida e l’lta torre di Roccaverano;

a nord-est il santuario mariano del Todocco: straordinaria l’orgine etimologica della parola Todocco, che deriverebbe da "Théotokòs", appellativo tipico della Vergine Maria in area greca e che significa Genitrice di Dio. Se questa ipotesi è corretta, l’origine del santuario è antichissima, probabilmente riconducibile alla “dominazione bizantina” e, quindi, al VI secolo! E l’antica torre sbrecciata del castello del Carretto che dette il nome alla casata marchionale signora di questa “terra alta”;

a ovest Paroldo, il paese delle masche, e poi il corso del Tanaro da Ceva alla Pievetta;

a nord-ovest l’antico monastero di San Benedetto sulle rive del Belbo, il passo della Bossola, un tempo infestato dai briganti e l’alta torre di Murazzano;

Se c’è un cuore nell’Alta terra Langa lo ravviso, ovviamente, a Saliceto, più precisamente l’antico feudo imperiale corrispondente al plebatus de Sancta Maria de Gudega: scrigno di tesori, storie, leggende, miti e misteri come pochi altri luoghi in Piemonte e Liguria; di certo superiore a Rennes-le-Château, che tante pagine di libri e giornali ha riempito. Vi si adatta perfettamente la frase della perpetua del misterioso parroco di Rennes-le-Château: “la gente di questi posti ignora di camminare su un mare d’oro!”

In senso lato, storicamente, l’antica “Terra Alta Langasca” corrisponde alle sedici curtes situate in desertis locis del diploma imperiale datato 23 marzo 967, affidate al prode Aleramo impegnato a debellare le ultime sacche di resistenza saracena tra il Mare, il Tanaro e l’Orba.

“…donamus, atque largimur praedicto Adleram marchioni omnes illas cortes in desertis locis consistentes, ad flumine Tanari usque ad flumen Urbam, et ad litus maris…”

(Concediamo e doniamo al predetto marchese Aleramo tutte quelle corti situate in luoghi deserti, dal fiume Tanaro al fiume Orba, fino al litorale del mare).

Quali erano queste sedici curtes, nucleo originario di una patria dall’anima antica che stratificazioni di confini non sono riuscite a cancellare?

Salocedo, in altre copie Salessedo, Salocito, Saleceto (Saliceto)
Dego (Dego)
Balangio, in altre copie Baliangio
Bagnasco (Bagnasco)
Lecesi, in altre copie Locesi (Levice)
Salsole (Sale o Sassello)
Meosia, in altre copie Miolia (Miolia o forse le “Möje” di Cravanzana dove pare documentata una villa tardo imperiale romana)
Pulchrone, in altre copie Pulcione
Gruelia in altre copie Grualia
Prunetum (Prunetto)
Altesinum (Scaletta Uzzone ora nel Comune di Castelletto)
Curtemilia (Cortemilia)
Montenesi (Mombarcaro o Montezemolo)
Noseto (Nucetto in Val Tanaro; improbabile Noceto di Santa Giulia)
Maximino (Massimino)
Arche (si può supporre il nome originario di Orco, probabilmente il più antico insediamento medioevale nel Finalese; all’epoca il litorale era troppo esposto alle scorrerie moresche e, quindi, praticamente spopolato).

Restano sconosciute le località di Balangio, Pulchrone e Gruelia.

Personali supposizioni mi hanno indotto a individuare queste località rispettivamente nella Val Zemola, nella Val Ponci e a Cosseria.

Anticamente il castello della Zemola, tuttora visibile a lato dell’autostrada Torino – Savona, tra Montezemelo e Millesimo, era noto come “Balangé”.

La Val Ponci alle spalle di Finalpia, con i ponti romani, richiama nel nome Pulcione.

Sembra che prima di prendere il nome di Cruce Ferrea, Cosseria fosse nota come Gruelia…

L’antica appartenenza alla “Terra Alta Langasca” del Finalese è documentata dalla sua stessa storia, così diversa dal resto della Liguria!

Gli ultimi feudi imperiali a perdere la loro preziosa indipendenza, per essere inglobati nel Piemonte tra il 1736 e il 1748, furono: Biestro, Brovida, Carretto, Cairo, Cengio, Cosseria, Gorzegno, Le vice, Monesiglio, Millesimo, Podio, Prunetto, Rocchetta di Cairo e Rocchetta di Cengio.

Da un atto del 25 ottobre 1732 stipulato a Gorzegno tra il marchese Leopoldo e, gli abitanti risultano che non c’erano tasse da pagare, ma i seguenti vincoli feudali annuali:

la decima sul grano, i marzaschi, i legumi, i vini e le canape;
320 stare di biada;
il taglio di un albero, anche fruttifero, in ogni podere “particolare” o privato, per derivare legna da ardere;
una gallina o cappone per “ogni fuoco”, e sei dozzine di uova;
due giorni di roida di ogni “particolare” con i buoi per arare;
80 lire per ogni casa che non sia di proprietà marchionale: l’antico fodro;
la manutenzione della chiesa, del castello e lo spurgo della chiusa e dei canali fino alle ruote dei mulini.


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.