TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 28 febbraio 2011

"Il Vasto": storia della Marca Aleramica


Vento largo ha già trattato della leggenda di Aleramo e Adelasia. Oggi pubblichiamo uno studio di Guido Araldo che ricostruisce la storia della Marca Aleramica e di Bonifacio del Vasto.


Guido Araldo

Il Vasto

Nella toponomastica della provincia di Cuneo un’esile reminiscenza di questo nome è riscontrabile in Monastero Vasco. Nulla è noto dell’antica struttura politica – amministrativa della “Terra Alta Langasca”. Si può ragionevolmente supporre che in epoca romana fosse divisa tra i municipi di Alba Pompeia (l’attuale Alba), Aquae Statiellae (Acqui Terme), Pollentia (Pollenzo) e Augusta Bagiennorum (Benevagienna).
Rinvenimenti di lapidi a Sale San Giovanni, più precisamente in località Carrettini, con citazioni della gens Pobilia, portano a supporre che l’antico e potentissimo municipio di Alba Ingaunorum (Albingaunia, poi Albenga) includesse la Val Tanaro fino a Ceva e spaziasse sulla Langa Cebana famosa per le sue mucche da latte, di bassa corporatura, e per i suoi formaggi commercializzati anche a Roma, come documentato dagli scrittori Columella e Plinio il Vecchio.
La Val Bormida d’Occidente, quella di Millesimo, faceva parte probabilmente del municipio di Alba, per le lapidi rinvenute a Gorzegno e Millesimo, nelle quali è citata la gens Camilla che diede a Roma l’imperatore Pertinace.
La Val Bormida d’Oriente, quella di Spigno, apparteneva invece al municipio di Aquae Statiellae.
Di certo la “Terra Alta Langasca” era interessata da un reticolo viario importante, antichissimo, che metteva in comunicazione il Monferrato e la pianura subalpina con i porti rivieraschi di Vada Sabatia e Albenga
Le epoche successive, sconvolte dalle invasioni barbariche, sono immerse nelle tenebre più profonde. Sussistono vaghe e frammentarie notizie di castri bizantini: luoghi fortificati, giacché l’invasione dei Longobardi fu fermata per più di cinquant’anni dal sistema difensivo approntato lungo l’asse fluviale Stura Tanaro. Le tenebre lievemente si diradano soltanto dopo l’ultima, peggiore invasione: quella dei Saraceni!
E’ a questo punto che emerge dalle tenebre il lumicino del diploma imperiale datato 23 marzo 967, vergato da Ottone I a Ravenna. In questo documento, che alcuni storici non ritengono autentico ma la copia manomessa di un originale andato perduto, sono citate sedici curtes situate in desertis locis: la “Terra Alta Langasca”! Vi è descritto un territorio svuotato di uomini: indicato come “desertis locis”: il Wasto!
Le 16 curtes costituiscono il nucleo orginario della marca concessa ad Aleramo: il condottiero che aveva sconfitto definitivamente gli invasori Saraceni, secondo la tradizione. Tradizione non confermata da documenti storici.

L’unica documentazione storica su un’invasione saracena in Piemonte è riportata nel Chronicon Novaliciensis, che riferisce come nel 906 l’abate Guglielmo della prestigiosa abbazia di Novalesa fosse stato costretto a una fuga precipitosa, con i suoi monaci, portando con sé le reliquia più preziosa, quella di San Secondo, martire della legione Tebea; ma non esiste un riferimento preciso ai Saraceni, agli Arabi, ai berberi islamizzati. Tant’è che alcuni storici si spingono a considerare l’invasione araba una favola, proliferata in epoca romantica, nonotante nella toponomastica abbondino località come “Casa saracene”, “case del Moro”...
La marca aleramica presentava confini precisi, specificati nel diploma ottoniano: era delimitata dal fiume Tanaro a occidente e a settentrione, dal torrente Orba a oriente e dal Mare Ligure a meridione; il Vasto originario! E del Vasto la “Terra Alta Langasca” ne era il cuore, l’essenza!
Da allora i discendenti di Aleramo furono noti come i “Marchesi del Wasto”.
In seguito, a cavallo tra i secoli XI e XII, il Vasto o Guasco si dilatò moltissimo e enne a identificarsi con i domini del marchese Bonaficio, comprendendo grosso modo le attuali province di Asti, Alessandria, Cuneo, Imperia e Savona, con la Val Roya. Uno stato davvero notevole per l’epoca!


Abbazia di Novalesa

All’inizio del XII secolo il marchese Bonifacio figurava tra i più illustri principi del Sacro Romano Impero e vantava amicizie personali con papi e imperatori. Era figlio di Tete e Berta e regnò sulla marca aleramica per quarant’anni: dal 1090 al 1130. La sua storia è esemplare per l’epoca in cui visse; per giunta scandita da quattro matrimoni, con numerosi figli.
Le scarne informazioni sul suo conto lasciano intendere che Bonifacio non esitò a combattere i fratelli Manfredo e Anselmo per assicurarsi il dominio sulla marca paterna. La leggenda vuole che nella lite con Anselmo si fosse insinuata una questione di cuore: Bonifacio perdutamente innamorato della promessa sposa del fratello. (“Donna desponsata”, già impegnata, sta scritto in vecchie pergamene). Una donna dotata di una bellezza straordinaria.
Bonifacio eliminò in qualche modo Anselmo e riuscì a sposarla, suscitando le ire di papa Gregorio VII, famoso per Canossa. Quel papa bellicoso non esitò a scomunicarlo nell’anno 1079 e impose ai vescovi di Torino, Acqui e Asti di opporsi in ogni modo a quel matrimonio “che gridava vendetta al cospetto di Dio”. Per contro, l’antipapa Clemente III, fedele alleato dell’imperatore, lo assolse; ma i figli che nacquero da quel matrimonio tormentato furono considerati illegittimi dal diritto canonico.
Qualche anno dopo la giovane marchesa morì, forse per un parto, e Bonifacio convolò in seconde nozze con Alice di Savoia, figlia di Pietro, conte di Susa, e da quell’unione nacquero cinque figli: Tete, Pietro, Manfredo, Ugo, Guglielmo, e una figlia, Adelaide.
Alice di Savoia, marchesa notoriamente virtuosa, che si denudava sotto le coperte per non palesarsi al marito “immonda come Eva”, morì nell’anno 1111. A questo punto il prolifico Bonifacio, che non si rassegnava al ruolo di vedovo inconsolabile, passò a terze nozze. Di questa moglie non è noto il nome e neppure il casato; ma si sa che da essa ebbe altri quattro figli: Anselmo, Bonifacio “il giovane”, Enrico e Ottone. In seguito anche questa moglie morì e allora il marchese del Wasto portò all’altare Agnese, dama avvenente, che alcune fonti additano come nipote di Filippo I, re di Francia.
Il secondo matrimonio, quello con Alice di Savoia, era stato particolarmente proficuo, poiché aveva permesso al marchese del Wasto di vantare diritti sui domini meridionali della marca Arduinica, che corrispondeva alle terre subalpine da Ivrea a Ventimiglia. Poiché genero del conte Pietro di Savoia e nipote della duchessa Adelaide, sorella di sua madre Berta, face valere questi diritti. In tal modo Bonifacio riuscì a unificare le terre che si estendevano dal Monviso alla Riviera Ligure di Ponente e alle Langhe, nonostante l’opposizione del vescovo di Asti, del Comune di Genova e dei conti di Savoia, che mal tolleravano la nascita di una simile potenza marchionale sui loro confini.
Bonifacio del Wasto fu anche l’ultimo marchese a svolgere un ruolo importante nell’inquieta città di Savona, prossima ad ergersi a libero comune; ed ebbe anche un ruolo di primo attore nelle vicende della Grande Lombardia. Riuscì, infatti, ad imporre un suo favorito, Grosolano, già canonico di Ferrania, quale arcivescovo di Milano nei giorni convulsi in cui fu organizzata la Crociata dei Lombardi.
Un’impresa che attesta come Bonifacio fosse influente, tanto più se si considera che Grosolano era un oscuro canonico di Ferrania
Accadde all’epoca che la sede vescovile di Savona fosse vacante e due emissari furono inviati dall’arcivescovo di Milano con lo scopo d’individuare chi dovesse sedersi su quella cattedra importante, in una città notoriamente lacerata da faide interne. Le divisioni, infatti, sembravano insanabili in quel grande borgo marinaro, dove l’autorità marchionale stentava a imporsi. Per questo motivo l’arcivescovo di Milano, primate della Lombardia che all’epoca includeva anche la Liguria, aveva deciso d’intervenire personalmente. E chi incontrarono gli emissari milanesi? Il marchese Bonifacio, ovviamente! E dove lo incontrarono? A Ferrania, presso l’abbazia da lui stesso fondata, lontano da occhi e orecchie indiscrete.


Abbazia di Ferrania

Sotto quelle volte prossime al giogo montano il marchese indicò un suo candidato alla carica di vescovo di Savona: il canonico Grosolano, con il quale si attardava in prolungate partite a scacchi ogni volta che veniva a Ferrania, dove abbondavano i cervi da cacciare nei vasti boschi circostanti e dove l’estate non è mai torrida per il vento costante che spira dal mare.
Per la verità, di fronte a quella insolita proposta, gli inviati dell’arcivescovo si stupirono: l’abbazia di Ferrania, di recente fondazione, apparteneva alla diocesi di Alba e, di conseguenza, lo stesso canonico era estraneo al clero di Savona.
Bonifacio sfoggiò un sorriso disarmante e spiegò che tale peculiarità non costituiva un problema; anzi, in un certo senso poteva rivelarsi vantaggiosa. Il buon Grosolano, infatti, era estraneo alle vicende convulse di quelle strade inquiete, dove la stessa autorità del marchese stentava a imporsi. Sarebbe stato una specie di “podestà ecclesiastico”!
In tal modo il canonico di Ferrania diventò vescovo di Savona e con questa nomina il marchese Bonifacio riuscì a umiliare gli arroganti abitanti di quella città orgogliosa, nemica di Genova ma propensa ad imitarla negli statuti cittadini. Infatti l’elezione di Grosolano costituì un’occasione irripetibile per affermare l’autorità marchionale tra quelle mura, dove svettavano torri più alte dei campanili, attestanti la potenza delle famiglie mercantili.
Il canonico Grosolano tutti stupiva per il suo modo di vestire, eccessivamente spartano: amava indossare un’umile cappa ed era così magro da sembrare scheletro, a causa dei prolungati digiuni ai quali si sottoponeva. Ma, seppure di aspetto poco gradevole, quel canonico schivo e riservato, dedito alla vita ascetica, era dotato di notevole cultura: parlava correttamente il latino e palesava una buona padronanza sia della lingua greca che della tecnica poetica, insolita in un chierico.
Da quel giorno la stella di Grosolano cominciò a brillare come una cometa, sempre più vivida.
Bonifacio, marchese accorto, aveva visto giusto!
Il canonico di Ferrania fu accolto benevolmente dai Savonesi, sia dai fiancheggiatori marchionali che dalle famiglie mercantili, poiché forestiero, estraneo ai loro intrallazzi, e pertanto considerato un “super partes”. Ma breve fu il suo soggiorno in quella città! Il destino imprevedibile pretendeva Grosolano altrove.
Dopo l’acclamazione nella cattedrale, il nuovo vescovo seguì gli emissari dell’arcivescovo nella lontana città di Milano, allo scopo d’essere consacrato dall’arcivescovo Anselmo in persona, che proprio in quei giorni si accingeva a partire per la grande crociata in Terrasantascortato da centomila Lombardi.
Un pellegrinaggio in armi come non se n’erano mai visti: la “crociata dei Lombardi”!
Nella grande città di Milano l’arte diplomatica di Bonifacio si snodò con indubbia abilità e gli consenti di conseguire un’impresa straordinaria: impose il fidato Grosolano ai vertici dell’arcidiocesi!
Radi documenti testimoniano che in questa operazione trovò un prezioso alleato in Azzone: potente vescovo di Acqui, che molto si adoperò in favore di Grosolano.
L’austero canonico di Ferrania, solito a indossare “un’horida capa”, fu acclamato vicario dell’arcivescovo nella chiesa di sant’Ambrogio e non tornò più a Savona. Dopo la partenza dell’arcivescovo si trovò a reggere la vasta arcidiocesi e, ben presto, ne divenne il naturale successore, nonostante l’ostilità dell’aristocrazia milanese che lo considerava un forestiero: un intruso, per giunta dai modi assai poco urbani. Bonifacio lo sostenne strenuamente e riuscì persino a trovare un incondizionato appoggio nello stesso papa.
Bonifacio del Wasto, pur figurando tra i più importanti feudatari della “Grande Lombardia”, non partecipò alla “Crociata dei Lombardi”. In seguito, per farsi perdonare questa assenza, elargì donazioni a chiese e monasteri.
Un’altra sua importante azione politica si dipanò nell’anno 1111, durante la lotta per le investiture, quando con altri dignitari dell’Italia Settentrionale accompagnò a Roma Enrico V, che il papa si rifiutava d’incoronare. Dopo intense discussioni, alle quali lo stesso Bonifacio non fu estraneo, la vertenza si risolse in favore all’imperatore che ottenne la corona imperiale.
Un’unica colpa, storica, gravissima: non lasciò la sua vasta marca a un unico erede, ma consentì che venisse spartita tra i suoi numerosi figli e in tal modo il Wasto, corrispondente grosso modo alle attuali province di Cuneo, Savona e Imperia, inclusa la parte meridionale della provincia di Asti, scomparve dalla storia.
La successiva e definitiva frantumazione del Vasto tra i numerosi discendenti di Bonifacio (marchesati di Busca, Monferrato, Clavesana, Savona, Saluzzo e contea di Loreto) comportò la scomparsa dello stesso nome, che rimase appannaggio dei marchesi di Savona i quali, però, perdute Savona e Noli, assunsero la denominazione di marchesi Del Carretto.


Castello di Noli

Seguivamo brevemente l’involuzione, il progressivo svilimento del Vasto;
1) grande marca con Bonifacio, comprendente il Basso Piemonte e il Ponente Ligure,
2) piccola marca con Enrico soprannominato “il Guercio”, ridotta all’attuale provincia di Savona con vasti possedimenti sulle Langhe.
3) Dopo la morte di Enrico “il Guercio”, avvenuta indicativamente nell’anno 1188, i due figli non vescovi, Enrico e Ottone, si divisero tranquillamente i beni paterni. E poiché la città di Savona era riuscita a sganciarsi dall’autorità marchionale erigendosi a libero Comune, Ottone ed Enrico si divisero la marca preoccupandosi principalmente del controllo delle strade che portavano verso la Lombardia e il Monferrato, dalle proficue gabelle. Ottenne si prese la fetta orientale della marca: da Varazze e Albissola a Cortemilia, dove batté moneta; mentre Enrico si aggiudicò la fetta occidentale: da Noli e Finale fino alle colline del Barolo, passando per la Val Bormida di Millesimo. Subito dopo anche Noli riuscì a sganciarsi dall’autorità marchionale e diventare una repubblica marinara.
4) I beni di Ottone non tardarono a dissolversi come neve al sole; mentre i nipoti di Enrico II si divisero i possedimenti del nonno il 12 ottobre 1268. Nacquero così i terzieri di Finale, Millesimo e Novello.
5) Un secolo dopo, nel 1345, il terziere di Millesimo subì una nuova scissione, dopo che i fratelli Bonifacio e Corrado riuscirono a togliere di mezzo, eliminandolo fisicamente, il primogenito Tommaso. Sorsero allora i marchesati distinti di Millesimo e Saliceto.
6) Quest’ultimo marchesato finirà nel 1450 quando verrà aggregato al Marchesato di Finale, dopo la lunga e drammatica “guerra del Finalese”. In quell’occasione, sbagliando i calcoli, il marchese Giorgino di Saliceto, alleato del cognato Marco di Calizzano, si schierò con i Genovesi, tradendo la “lega carrettesca”, per l’ambizione di costituire un marchesato che dalla Val Bormida raggiungesse il mare. All’epoca la “lega carrettesca” comprendeva almeno nove marchesati, conseguenze di continue divisioni, e lo stato più importante era indubbiamente il marchesato di Finale, articolato in 12 “compagne” (il Borgo, la Marina, Pia, Varigotti, Perti, Calvisio, Rialto, Ponticello, Gorra, Calice, Orco, Feglino).
7) Quando nella prima metà del XVIII secolo le paci di Utrecht e di Vienna posero fine agli ultimi marchesati (feudi imperiali), l’antico patrimonio di Bonifacio del Vasto era ridotto a sparuti paesi sparsi a macchia di leopardo sulle Langhe, destinato a finire ineluttabilmente tra le grinfie dei re di Sardegna. Tra questi Millesimo, Monesiglio, Santa Giulia, Prunetto, Gorzegno, il Carretto, Cairo, Cravanzana, Spigno, Bossolasco… firaiye avrebbe detto Bonifacio del Vasto!






Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 27 febbraio 2011

Mimmo Lombezzi, Sculture Incisioni Reportage




Da vedere: Il cigno nero di Darren Aronofsky


Un film che non è piaciuto alla critica italiana che lo ha snobbato a Venezia e definito banale e scontato. Per noi un bel film sul rapporto tra corpo e psiche, tra ragione e inconscio, tra sentimenti e razionalità.


Gianfranco Manzo

Il corpo come "luogo dell'anima"

Ricordate la ragazzina di “Léon” di Luc Besson? Oppure la regina Amidala di Star Wars? Natalie Portman è cresciuta e ci regala la sua miglior interpretazione di sempre, anche grazie alla regia di Darren Aronofsky. Dopo l'acclamatissimo “The Wrestler”, vincitore del Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008, il regista americano indaga ancora una volta sul corpo come ‘luogo dell’anima’. Ma se in quello il corpo di un lottatore – Mickey Rourke – diveniva mezzo di rinascita e di riscatto morale, in questo il corpo della danzatrice diventa campo di ricerca della perfezione artistica.


Nina (Natalie Portman) frequenta una famosa scuola di ballo di New York diretta dal coreografo e regista Thomas Leroy, il sempre bravo Vincent Cassel. Quando Leroy la sceglierà per interpretare “Il lago dei cigni” di Caikovsky, licenziando la prima ballerina Beth Macyntire – una ritrovata Winona Ryder –, Nina dovrà mettercela tutta per interpretare al meglio sia la parte di Odette (il cigno bianco, incarnazione dell’amore puro), sia la rivale in amore Odile (il cigno nero). Nina eccellente nel primo ruolo, inizierà un processo di metamorfosi popolato di incubi e ossessioni per calarsi anche nell’antitetica figura del cigno nero che in qualche modo si invera nell’antagonista Lily – l'attrice Mila Kunis (piccola curiosità: è la doppiatrice di Meg de “I Griffin”) – con la quale instaura un rapporto di ambigua competizione mista a un’attrazione morbosa.


Lo si potrebbe definire il lato oscuro di Scarpette Rosse – il capolavoro di M. Powell (1948) –, la rappresentazione del male più nascosto che alberga in noi, un viaggio nelle distorsioni della psiche umana che costringerà la protagonista a gesti di autolesionismo e a vedere la sua immagine sdoppiarsi in quella che si rivelerà la sua peggior nemica, ovvero se stessa.


Candidato a cinque Oscar tra cui miglior film, miglior fotografia (superbo il lavoro di Matthew Libatique) e miglior attrice protagonista (la Portman, ricordiamo, ha già meritatamente vinto il Golden Globe per questo ruolo), anche se alla Mostra di Venezia ha diviso sia il pubblico che la critica, “Il cigno nero” coinvolge emotivamente lo spettatore in un vortice angoscioso dove non si comprende fino in fondo se quello a cui si sta assistendo sia realtà o frutto della mente. Una sorta di horror più cerebrale e visionario. Un film sicuramente da vedere.


Frase: "L'unico vero ostacolo al tuo successo sei tu: liberati da te stessa. Perditi, Nina".

http://a.marsala.it/rubriche/34-cinevisioni/28767-qil-cigno-neroq-di-darren-aronofsky.html

sabato 26 febbraio 2011

L'ussaro sul tetto: Jean Giono e il Risorgimento italiano



E' paradossale, ma le pagine più belle sull'Italia risorgimentale le ha scritte un francese, anche se di origini italiane. Ci riferiamo alla quadrilogia dell'Ussaro di Jean Giono. Con questo articolo di qualche anno fa di Pietro Citati Vento largo inizia a trattare del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Lo faremo a modo nostro, parlando soprattutto di libri e film.


Pietro Citati

Jean Giono. Gli ultimi eroi


Quali sono le sorprese della lettura. Avevo letto quarant' anni fa i quattro "romanzi dell' Ussaro" di Jean Giono; e ne conservavo un bel ricordo. Li ho ripresi in mano nei mesi passati, con un entusiasmo che non avrei immaginato. Mentre io invecchiavo, i libri crescevano, si arricchivano, si complicavano, acquistavano bellezza e profondità. Vorrei che i lettori italiani ripetessero la mia esperienza: Angelo, L' ussaro sul tetto, Una pazza felicità, Morte di un personaggio offrono tutti i piaceri possibili del romanzo; felicità, pienezza vitale, movimento, libertà e vastità di respiro, legge e caso, divertimento, luce, colori, riflessi, gioco... I quattro libri sono il relitto di un immenso progetto narrativo, che avrebbe dovuto condurre Angelo Pardi e la sua stirpe dal 1840 alla seconda guerra mondiale. Jean Giono scrisse Angelo nel corso del 1945: L' ussaro sul tetto (Guanda, traduzione di Liliana Magrini, nota di Daria Galateria, pagg. 490, lire 32.000) tra il 1947 e il 1951: Una pazza felicità (Guanda, traduzione di Maria Dazzi, nota di Daria Galateria, pagg. 460, lire 30.000) tra il 1953 e il 1957; e Morte d' un personaggio (Passigli, traduzione di Maria Elisa Della Casa, pagg. 128, lire 20.000), che narra avvenimenti successivi di due generazioni, tra il settembre 1945 e il marzo del 1946. Angelo, il primo volume della quadrilogia, non è stato ancora tradotto in italiano; raccomando la bellissima edizione nel quarto volume delle Oeuvres romanesques complètes di Giono, che comprende tutto il "il ciclo dell' Ussaro" (Pléiade, Gallimard, a cura di Pierre Citron, Henri Godard e Robert Ricatte).

Angelo è un romanzo sottovalutato, perché i lettori lo guardano con gli occhi dell' Ussaro sul tetto e lo giudicano un pastiche stendhaliano. E' un libro luminoso, rapido, rettilineo, concentrato, mentre gli altri romanzi appartengono all' ombra, alla lentezza, alla frantumazione e all' espansione. Nella sua mescolanza di grazia settecentesca e di nostalgia romantica, ha un dono unico. E' pieno di scintillii e di sorprese, di mirabili idee romanzesche (come l' amore di Angelo per la donna-profumo), di estri, di piccoli personaggi, di straordinarie evocazioni d' ambiente (la Francia provinciale della Restaurazione, che eguaglia quella di Barbey d' Aurevilly); e possiede una radiosa perfezione classica, che forse Giono non raggiunse più nelle altre creazioni romanzesche. Angelo Pardi, l' ussaro piemontese, il personaggio che Giono immaginò subito con inarrivabile fortuna, è l' ultimo e più grandioso omaggio, che il nostro secolo abbia innalzato all' eroe romantico: l' eroe di Stendhal e di Balzac, di Puskin e di Dostoevskij. E' difficile dire se Giono fosse semplicemente innamorato di questa figura: o pensasse (come credo) che Fabrizio del Dongo e Eugenio Onegin sono i nostri veri contemporanei, gli immortali protagonisti del mortale mondo moderno.



Come i suoi padri, Angelo Pardi è un malinconico: patisce la noia; e sa di poterla vincere solo scatenando in sé la passione: innamorandosi delle donne e delle cause, amando ogni forma d' amore, abbandonandosi all' istinto, effondendosi, liberando in sé stesso una generosità esplosiva, orgiastica e quasi "emorragica". Non c' è nulla che egli detesti più della freddezza, del calcolo, dei "meccanismi d' orologeria", e di quella che egli chiama "l' obesità dello spirito". Nella sua ricerca non c' è limite né misura: è una creatura di fuoco, un cacciatore d' infinito. Egli soffre questa condizione: le sue passioni si ingorgano e lo offuscano: si sente goffo, ridicolo, inesperto; e gli sembra di mancare di naturalezza e di grazia, il dono divino che lui (e Giono) adora sopra ogni cosa. Così, per essere naturale, fa quello che non dovrebbe fare: controlla i suoi gesti e i suoi sentimenti. In realtà, nessuna preoccupazione potrebbe essere più vana. Angelo Pardi possiede una grazia soprannaturale, come la possedevano Fabrizio del Dongo, Onegin e Stavrogin. Appena compare sulla scena del romanzo, ci folgora con la sua eleganza aristocratica, la disinvoltura ereditaria dei suoi colpi di sciabola, l' arte con cui cavalca, l' uniforme da ussaro col casco d' oro e le penne di fagiano. Ama la conversazione spiritosa, la bellezza del gesto, il dono dell' apparire, la frivolezza dell' esistenza. Vive in superficie, col "cuore a fior di pelle", sempre fuori di sé stesso; e incanta e seduce uomini e donne, con la bellezza del corpo, gli occhi di velluto nero, e un' ingenuità che non potrebbe essere più inconscia e sapiente. Come i romantici, ha un solo sogno: essere felice. Felicità nata dal corpo: prolungata dalla fantasia, dal desiderio, dalla giovinezza, dall' amore dell' irrealtà, dal gusto del pericolo, dalle velocissime corse a cavallo: felicità che corteggia il mondo e lo trasforma in uno scintillio di luce. Per quanto fantastichi e si allontani con la mente nel futuro, il suo vero tempo è il presente: l' assoluto presente. Nessuno è più felice di lui: ma egli non si conosce, e non sa mai se lo è veramente. Così cerca in tutti i modi e in tutti i luoghi la felicità: la insegue nel duello, che gli dà il crudele piacere di uccidere, nell' arte della rivoluzione e della guerra. Come lo esalta la battaglia: solo lei gli dà il bonheur fou; come lo diverte avanzare, arretrare, caricare, combattere, dormire all' aperto, fare la fame, inseguire una meta che gli fugge continuamente. Vuole essere un eroe: non un mediocre combattente moderno, ma un eroe dell' Ariosto, Rinaldo o Ruggiero; e i suoi desideri sono legge per noi, che lo vediamo in un alone ariostesco. Abbiamo conservato per ultimo il suo carattere più moderno. Il nuovo Fabrizio del Dongo è uno straniero, lontano da tutte le patrie, i luoghi e gli ideali; e si perderà nel vuoto e nel fallimento.



L' ussaro sul tetto è, in primo luogo, un grandioso libro di sensazioni. Che caldo grava sul mondo, che "splendori barbarici della terribile estate" soffocano la Provenza, mentre Angelo Pardi l' attraversa fuggiasco a cavallo, qualche anno dopo il 1840. "Gli alberi non davano alcuna frescura. Anzi, il fogliame muto e duro delle querce rifletteva il caldo e la luce. L' ombra della foresta abbacinava e opprimeva". I cardi bianchi tintinnavano: la vampa del sole ronzava come se venisse da una caldaia continuamente inzeppata di carbone: gli olivi facevano crepitare silenziosamente le scintille nere dei loro tronchi contorti; e il sole apriva, nel cielo di gesso, una voragine di una fosforescenza inaudita. Tutto era morto: scheletri di serpenti, stendardi di mosche, lembi di cinghiali e di istrici, alberi divorati, carcasse di bozzagri. Una ricchezza di sensazioni, che non potrebbe essere più densa, viene superbamente orchestrata da una fantasia delirante, apocalittica e quasi barocca. Presto il caldo si trasforma: diventa marciume, putrefazione, colera. I malati vengono assaliti da una specie di ebbrezza: corrono da ogni parte vacillando e gridando: paiono presi dalla rabbia: il figlio rincorre la madre, la madre rincorre il figlio, i giovani sposi si danno la caccia; la città non è più che un campo di selvaggina e di morte. L' occhio del coleroso, affondato nell' orbita, è circondato da un cerchio livido, mezzo coperto dalla palpebra. Le guance sono scarnite, la bocca semiaperta, le labbra incollate sui denti. La respirazione, passando attraverso le arcate dentali avvicinate, diventa sonora. La lingua è molle, un po' rossa, coperta da una patina giallastra. I malati si gettano nel Rodano, o si impiccano, o si squarciano la gola con il rasoio, o si tagliano le vene dei polsi con i denti. Tutta la Provenza è piena di cadaveri, morsi e divorati dai cani, dai topi e dagli uccelli: cadaveri bluastri, ridotti a pelle e ossa, con la bocca piena di una materia simile a riso cotto nel latte. Giono esplora tutte le possibilità della malattia, della morte e della putrefazione: porta la sua fantasia all' estremo dell' esaltazione e della furia; come se fissasse La zattera della Medusa di Géricault e ne moltiplicasse gli orrori, cancellandone il rigore marmoreo. Ci chiediamo se il colera, che infuria per mesi sulla Provenza, sia un simbolo; e se dietro di esso, come dietro la peste dei Promessi Sposi, che certo Giono conosceva e ammirava, debba essere visto un misterioso oltre, una ignota mano di Dio, come una pagina ci fa immaginare. Non lo credo. Il colera è nient' altro che natura, furibonda e stravolta. Ma è accaduto qualcosa di straordinario. Giono aveva sempre affermato, grazie alla forza delle sue metafore, la profonda solidarietà tra l' uomo e la natura; e ora questa solidarietà viene distrutta. Nell' Ussaro sopra il tetto, la natura specialmente animale prepara una atroce congiura contro l' uomo. Gli uccelli assalgono i vivi. Le galline e le api mangiano i cadaveri: i corvi si gettano sui moribondi: i piccioni e le farfalle assorbiscono il fetore dolciastro dei corpi. Perfino gli alberi sembrano partecipare all' ostilità contro l' uomo. Nulla potrebbe essere più atroce. Eppure, mentre affondiamo sempre più nel cuore della putrefazione, siamo assaliti da una specie di felicità musicale, come se la morte emanasse gioia e una spaventosa vitalità. Tutte queste sensazioni grondanti vengono trasformate in un romanzo di avventure.

Le sensazioni continuano a accumularsi e a gonfiarsi: il fondo del libro resta monocromo; eppure a poco a poco siamo trascinati dagli eventi, come se leggessimo La Chartreuse de Parme. Tutto diventa avventura: la traversata di un tetto, la discesa di una scala, l' incontro con un gatto, la descrizione di un ripostiglio, l' esplorazione di una casa. Anche qui Angelo è un eroe cavalleresco, che cerca l' amore; e noi lo inseguiamo di pagina in pagina, appassionati come lui, sognando come lui avventure immaginarie, sfidando e realizzando quell' inverosimile che Giono adora. Condividiamo ogni sensazione, ogni oggetto, ogni tocco appassionante ed eccentrico del pennello di Giono; e intanto, ad imitazione di Angelo, camminiamo sui tetti, le torri e le montagne, guardando tutte le cose dall' alto, sempre più dall' alto, come Ariosto e Stendhal, perché tutte le cose - anche il colera e la morte - possono essere guardate e raccontate da una prospettiva aerea.

Quando cominciò Una pazza felicità, Giono aveva in mente di scrivere l' ultimo romanzo storico della tradizione ottocentesca, fondendo tutti i modelli del passato in una creazione inaudita. Molti piccoli cenni ci portano verso i suoi modelli. Ora ci indicano La Chartreuse de Parme di Stendhal: ora Guerra e Pace di Tolstoj: ora L' education sentimentale di Flaubert; ora Dumas e i romanzi scozzesi di Stevenson. La molteplicità delle fonti e delle risonanze rende più colorato e suggestivo questo bellissimo libro. Come Tolstoj, Giono lesse molti libri sul 1848 e il Risorgimento italiano: documenti, antiche testimonianze di parte austriaca ed italiana, libri recenti: ne trasse preziosi particolari; ma, alla fine, li fuse, li manipolò, li contaminò, spostando i luoghi e le vicende del brigantaggio del Sud nell' Italia settentrionale. Acquistò una straordinaria confidenza con i personaggi storici: Radetsky ottantaduenne, in pantofole, che si lascia crescere i baffi, ci sembra vicino come Kutuzov. Ma, in generale, adottò il metodo di Stendhal: gettare personaggi, che egli aveva inventato, nei tempi e nei luoghi della grande storia: personaggi che non capiscono ciò che accade; in modo da vedere gli eventi con occhi freschi ed estranei.

Come lo rappresenta Giono, il Risorgimento avrebbe scandalizzato Francesco De Sanctis e Benedetto Croce. E' un' opera buffa, con molto Rossini e qualche aria di Verdi: teatro e nient' altro che teatro; e Giono lo ama così e a nessun costo vorrebbe scambiarlo con qualcosa di più serio. Carlo Alberto intriga, i carbonari intrigano, gli austriaci intrigano: tutti sono alleati dei propri nemici e uccidono i propri amici: c' è corruzione, tradimento, sciocchezza, astuzia, coraggio, incompetenza, qualche grande passione, molto sangue versato nelle pianure; ma soprattutto una festa di coccarde tricolori, cappelli piumati, baffi roteanti, spallette dorate, cordelline scarlatte. Giono adora quest' Italia da operetta: le sue piazzette, le locande, i piccoli teatri profumati e ronzanti e la passione vera e finta, la vanità, la melanconia, l' enfasi, la messinscena, il capriccio. Quando chiudiamo il libro, ci sembra di aver attraversato un immenso guazzabuglio: non capiamo nulla: non sappiamo cosa abbiano macchinato i liberali, Carlo Alberto, gli austriaci; ma forse la storia, non solo nelle pianure d' Italia, è sempre un groviglio inestricabile.



Come L' ussaro sul tetto, Una pazza felicità è un viaggio. Nel primo libro, seguendo e fuggendo il colera e l' amore, Angelo aveva attraversato a cavallo la Provenza; e ora Angelo lascia la Francia, percorre Torino e il Piemonte, combatte a Milano nelle Cinque Giornate, risale a piedi e a cavallo verso Nord, lungo la Lombardia e nel Trentino, e poi ritorna, ripercorre la Lombardia, è a Torino, fugge verso la Francia... Con mirabile invenzione, lo spazio geografico diventa spazio narrativo. Nei suoi primi sogni, Giono aveva desiderato di emulare l' Ariosto, Mozart e Stendhal. Ma, nella Pazza felicità, non è rimasta traccia di questo sogno. Non ci sono più le rapide linee luminose della mente: ma una costruzione a reti larghe e frammentaria, che ricorda da vicino i romanzi scozzesi di Stevenson. Le scene sono frantumate: la narrazione procede attraverso mille piccoli e balenanti tocchi irrazionali, infiniti dati casuali, evocazioni quasi gratuite, temi lasciati senza fusione, spezzature e rotture, senza tuttavia soffocare il respiro avventuroso. Alla fine, Angelo Pardi, il bell' ussaro dal casco d' oro e dalle penne di fagiano, è deluso. Di tutte le speranze, che lo avevano spronato nelle corse a cavallo per le strade della storia, non resta più nulla. Né la rivoluzione né la libertà né l' Italia né il bonheur fou della guerra. "Sei mesi fa, dice, mi sarei fatto ammazzare per le mie idee: oggi, se mi faccio ammazzare, sarà per il mio piacere". Ma quale piacere? Nemmeno la felicità personale resiste: - forse solo la melanconia, e una canzone di cui non afferra le parole. Nulla viene raggiunto. Tutto è fallimento. "Mi rendo conto - commentava Giono - che quasi tutti i miei eroi sono stati, in modi diversi, dei capitani Achab".

Una pazza felicità si chiude in modo abrupto e rapidissimo: come La Chartreuse de Parme, alla quale getta un ultimo, incantevole omaggio. Angelo Pardi torna a Torino: vede la madre: uccide crudelmente in duello il fratello adottivo; e cammina per la strada che deve condurlo verso la Francia. Che accade veramente in queste ultime righe? Angelo raggiungerà la Francia lontana? O le misteriose ombre, che scivolano alle sue spalle di arcata in arcata e gli vengono incontro, uccideranno l' ussaro, che finora era scivolato indenne tra le maglie della storia? E, giunto in Francia, Angelo troverà veramente l' amore di Pauline? Non possiamo rispondere. Una sola cosa è certa. Nei romanzi di Giono, l' amore pieno non può venire rappresentato: subisce una paurosa elusione; o non si compie. L' amore è impossibile, anche se ciò che muove tutti i tre romanzi è appunto il sogno dell' amore impossibile. Angelo, il cacciatore d' infinito, non poteva attendere altro. -

(Da: La repubblica, 13 novembre 1996)

venerdì 25 febbraio 2011

Biamonti e Morlotti: l'immagine e la parola



Non ci si può accostare alla scrittura di Francesco Biamonti senza conoscere l'opera pittorica di Ennio Morlotti. Un caso pressochè unico di simbiosi fra parole e immagini.

Marco Grassano

L’immagine, la parola, il suono, il silenzio


L’accostamento e il raffronto che proponiamo tra un pittore e uno scrittore dalle comuni esperienze e dalle forti consonanze possono permetterci di comprendere meglio il lavoro di ambedue, ma anche – forse – di dare un’occhiata dietro le quinte che coprono l’eterno rapporto tra le arti figurative e quella verbale, tra il luogo dipinto e il luogo narrato, come recita il sottotitolo di questa iniziativa.
È certo che Morlotti e Biamonti si sono incontrati quando i loro universi culturali erano già definiti, e che sono state le sensibilità affini ad innescare la miccia di un’amicizia durata più di trent’anni, fino alla morte del pittore. Ma è del pari innegabile che la forza gravitazionale dell’uno ha prodotto effetti sugli sviluppi dell’altro, e viceversa. Aldilà della conferma reciproca delle rispettive scelte, l’opera di entrambi reca il segno di questo incontro: un segno visibile, un segno fatto di immagini, di colori, di percezione e di riproduzione del paesaggio.
Intendiamo però prendere in considerazione anche quanto osservava Vasilij Kandinskij circa “un’affinità fra le arti e in particolare fra musica e pittura: da questa singolare affinità è certamente nata l’idea di Goethe che la pittura debba avere il suo basso continuo” (Lo spirituale nell’arte, cap. VI). Avremo infatti modo di ascoltare l’esecuzione dell’ultimo movimento del Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, “Louange à l'Immortalité de Jésus”, nel quale, come Biamonti disse magnificamente in una sua intervista del 1995 a Giorgio Ribaldo, “c'è questo affievolirsi del suono del violino e questa eco lontana del pianoforte, come se il divino, per immortalizzarsi, dovesse toccare le rive del silenzio”.
Nella stessa occasione, lo scrittore sambiagino aveva affermato: “La musica serve molto, o perlomeno modellarsi su alcune sue strutture: sapere dove si vuole andare a finire, come riprendere dopo un adagio, cosa ci può stare dopo un andante. Nella prosa è lo stesso: ci sono andanti e adagi. Io ne parlo un po' da incompetente, ma per scrivere ho bisogno di ascoltare musica perché mi sbarazza della grevità delle cose pratiche, facendo librare lo spirito e muovere l'anima”.
Anche Morlotti, per dipingere, ascoltava musica da un vecchio giradischi che teneva nel suo studio: “Guardi i miei dischi… Ascolto sempre gli stessi. Quando mi piace una cosa è difficile che cambi idea. Ascolti, ascolti questo pezzo di Schubert, mi piace quel piano. È un singhiozzo dell’anima” confidò nel 1992 a Caterina Bellati.
Biamonti selezionava le parole con una particolare attenzione al loro suono. Un esempio particolarmente significativo lo troviamo nelle poesie di Valéry che Francesco si era annotato lin-guisticamente per una migliore comprensione, ed in particolare nella prima strofa della poesia L’été (la relativa pagina era visibile in una esposizione a San Biagio, allestita per l’anniversario della scomparsa). Lo scrittore aveva segnato a margine la traduzione di alcune parole: “ruche” con “alveare”, “cruche” con “brocca”. Giunto però a “bourdonne”, la cui traduzione più ovvia sarebbe stata “ronza”, ecco che, tra le possibilità fornite dal dizionario Garzanti che di solito utilizzava, Biamonti ne ha scelta una suggestivamente sonora: “mormoreggia”. Sembra quasi una parola pascoliana, fa venire in mente i celebri versi del Gelsomino notturno: “Un’ape tardiva sussurra / trovando già prese le celle”. Franco Contorbia ha acutamente rilevato l’importanza di Pascoli per la formazione del linguaggio biamontiano, ed ha pure sottolineato la parentela tra la critica d’arte di Biamonti e quella di Francesco Arcangeli: il quale aveva fatto riferimento, nell’introduzione del suo fondamentale libro su Giorgio Morandi, uscito nel 1964 (volume presente nella biblioteca biamon-tiana), allo “sviscerato amore per Pascoli” dei propri tredici anni. Ma anche Maurice Merleau-Ponty e la filosofia della percezione hanno contato molto nella scrittura biamontiana: si pensi, per esempio, a quanto la nota relativa a un quadro di bagnanti descritto in Le parole la notte – “la donna aveva delle macchie che sembravano sanguinare” – debba alla seguente considerazione del pensatore francese: “Gli oggetti della pittura moderna sanguinano, spargono sotto i nostri occhi la loro sostan-za” (La prose du monde).
Sempre nell’intervista a Ribaudo del 1995, Biamonti affermava: “La parola è anche un po' corrosa, ma in definitiva dovrebbe imprigionare il silenzio, che poi è il canto delle Sirene. (…) La musica più grande, quella del canto delle Sirene, è il Silenzio. Ma come circoscrivere e far sentire il Silenzio? Anche qui è una sapienza della lingua: il reinventare una parola che ghermisca il silenzio che è al fondo dell'esistenza, della grande solitudine”. Affini a queste sono le riflessioni di Nicolas Bouvier, scrittore-viaggiatore ed “iconografo” ginevrino, nato nel 1929 (quindi praticamente coeta-neo di Francesco) e scomparso all’inizio del 1998. Bouvier, in frasi nelle quali possiamo riconoscere una interessante consonanza col linguaggio biamontiano, lamenta la difficoltà ad esprimere con parole logore, deformate dall’uso, il senso delle cose. Se ci si prova, si raggiunge presto quella che lui chiama “una dogana di silenzio. Chi si avvicina a questa dogana vi rischia la ragione, il suo linguaggio si scarnifica, si sbianca, si ossifica, come un lenzuolo d’ospedale o uno scheletro. Se questa dogana è superata, tutto precipita nell’opaco, nell’innominabile, nel bianco: non c’è più testo, non ci sono più nomi”. Ecco che allora ci soccorre il potere espressivo primordiale della musica: “una vita senza musica non ha molto senso” conclude (L’Échappée belle, testo pubblicato postumo, nel 2000).


de Stael, Concerto (1955)

Al silenzio sembra accostarsi anche l’ultimo quadro, rimasto incompiuto, di un altro Nicolas, De Staël: Il concerto. Da un lato dell’ampia tela (3,50 x 6 m) c’è un pianoforte, dall’altro un contrabbasso, in mezzo dei leggii e degli spartiti: ma non c’è la musica, perché essa ha bisogno, per sussistere, di qualcuno che la esegua (non prendo qui in considerazione la teoria, cara a certo decadentismo – la si trova, per esempio, in A ritroso, di Huysmans –, secondo la quale la migliore frui-zione di un’opera la si ottiene leggendone in aristocratica solitudine la partitura), mentre nel dipinto si apprezza solo la vibrazione dei colori in uno spazio dal quale ogni presenza umana è bandita.
Biamonti, fino al 1959, aveva composto qualche breve testo narrativo, ottenendo una certa notorietà nel mondo culturale bordigotto. Fruiva ed amava la pittura, ma non ne aveva mai scritto. È probabile (ed anche il bel ricordo di Nico Orengo in catalogo mi invita a pensarlo) che il discuterne appassionatamente con Morlotti lo abbia indotto ad affrontare il tema anche sulla pagina, con la for-za e la finezza che possiamo apprezzare nei suoi testi di critica d’arte e con un lessico di chiara a-scendenza ligure (Montale, Sbarbaro, ma anche Boine).
Morlotti, d’altronde, veniva guidato dall’amico “indigeno” in lunghe escursioni tra gli aspri e dolcissimi paesaggi dell’estremo ponente ligure, che lo avevano colpito, fin dal suo arrivo, per l’intensità della luce e la vivezza dei colori – la stessa “suggestione meridionale” che, per esempio, la Provenza esercitò sugli impressionisti. La Liguria diventava così, per lui, un paesaggio dell’anima su cui misurare gli altri paesaggi reali, come è avvenuto anche per Lalla Romano che, nel Diario di Grecia, finisce per vedere nelle rive elleniche “una specie di Liguria”, secondo quanto Biamonti stesso mi fece notare nel 1998.
Il poeta e critico francese Yves Bonnefoy, all’inizio del suo denso saggio sulla funzione dell’arte intitolato Lo sguardo e gli occhi, cita un celebre passo del volume proustiano La prigionie-ra, quinta stazione della Recherche: “L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe (…) avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è”. Ecco, allora, che Biamonti fornisce a Morlotti “occhi nuovi” con cui vedere (e dipingere) la Liguria, e Morlotti fornisce alla memoria di Biamonti luoghi dipinti (ossia selezioni compositive dei luoghi reali “visti con occhi nuovi”) che ne sostanziano la prosa. Gli uliveti aggrappati ai pendii “come farfalle dalle ali polverose” di cui scrive Francesco sono quelli, materici, di Morlotti; analogamente, hanno provenienza pittorica le pietre vellutate dei roccioni, la luce ruvida nel cielo, il “fragile amalgama” di un insetto posato su un fiore… L’approccio di scrittura (o di descrizione) viene trasferito dai dipinti su cui la penna critica di Biamonti si sofferma ai paesaggi che ne popolano i romanzi, con effetti di trasparenza emotiva, di tensione e suggestione cromatica veramente sontuosi, come lo è il viola che il tramonto di inizio dicembre spalma, da quelle parti, sui pendii e sui crinali (e che si può osservare in alcune delle opere esposte, compresa quella scelta per l’invito all’appuntamento odierno. Curiosamente, troviamo una tonalità analoga nella descrizione che Claudio Magris ci dà di un tramonto sulla pampa argentina: “Scende la sera, in cielo si rompe una fiasca di vino e si spande dappertutto”, Un altro mare).
Di brani in cui Francesco, per dirla con Paolo Zublena, “scompone e ritrae in parole il paesaggio con l’occhio del pittore”, effettuando una vera e propria “verbalizzazione dello sguardo”, se ne trovano in ogni sua pagina. Zublena stesso ne dà un elenco più che rappresentativo nel suo saggio del 2002 Lo sguardo malinconico sullo spazio-evento. Biamonti, Morlotti e il paesaggio dipinto.


Morlotti, Paesaggio (1964)

Il pittore lecchese, formatosi nella luminosità soffusa e tra le scure e fitte vegetazioni di Lombardia, si trova di fronte questa “luce romanza”, come la definì in più occasioni Francesco, queste argentee “cattedrali vegetali”, questi “boschi di ulivi” (secondo il titolo di diversi quadri morlottiani, a partire dal 1960) improntati ad un’austerità quasi religiosa. Ne legge o ne rilegge, su stimolo di Biamonti, in Montale (la poesia citata nel mio testo in catalogo, ma anche quella, celebre, che inizia “Perdersi nel bigio ondoso / dei miei ulivi era buono…”), in Sbarbaro (“M’aiutò a salire un’alba di olivi; rabbrividenti; cui levavo ad ogni passo l’occhio, come al sorso le labbra l’assetato. Albero che rischiara il più scuro volto! Non fruscia. È un tremito di argento. Più che un albero, gorgo d’aria, mulinello di luce…” Trucioli 1920-1928), nel Pound dei Canti Pisani (“and olive tree blown white in the wind”, “e l’ulivo che s’imbianca nel vento”) o nel precedente, ivi richiamato, di D’Annunzio (che, per esempio, nella Figlia di Iorio scriveva: “La tua parola muta di colore / come quando l’ulivo è sotto il vento”).
Non dispongo di elementi sufficienti a stabilire se e quanto Biamonti e Morlotti conoscessero le opere dei due grandi poeti greci del ‘900, Yorgos Seferis (Nobel 1963) e Odisseas Elitis (Nobel 1979), che pure hanno dedicato una particolare attenzione di scrittura al paesaggio della loro terra (mi sembrano specialmente significativi i seguenti versi di Elitis: “e molti ulivi / che setaccino nelle loro mani la luce / e leggera essa si stenda sul tuo sonno / e molte le cicale / che non sentirai più / come non senti più il battito del polso”. Pare quasi di vedere i rami contorti come dita nocchiute e la mobile penombra luminosa che anima gli uliveti nelle giornate di vento, e si avverte come in un’eco del ricordo il canto compatto di migliaia di cicale, così uniforme e costante da diventare inavvertito. Elitis aveva tradotto in greco i surrealisti, da Eluard a Lorca - e qui Francesco citerebbe: “ricordo una brezza triste fra gli ulivi” -, ma a me vengono in mente anche le cicale virgiliane che, con la loro voce querula, “rompono gli arbusti”: attorno a questo verso delle Georgiche, Carducci ha costruito una delle pagine più belle della sua prosa). Testimoniano tuttavia un forte interesse le parole di Morlotti, ancora a Caterina Bellati (1992): “La Grecia. Per chi la ama è una grande passione. Ci sono andato appena dopo la guerra mondiale. Lì c’è la luce, quella che ogni pittore cerca. Hai un bel cercare lo studio con la luce giusta. Quella luce lì, c’è solo su quel mare, sotto quel cielo”. In questo Morlotti pare riprendere parzialmente De Staël, il quale aveva scritto della costa provenzale: “La luce è semplicemente folgorante, qui, molto più di quanto ricordassi”. E ancora: “Evidentemente è una grande lezione che dà questa luce greca dove solo la pietra e il marmo resistono in radiazione. A conti fatti, né Cézanne, né Van Gogh, né Bonnard se ne sono serviti altrimenti che da sperone psichico, voglio dire sul piano intimo: avrebbero potuto dipingere ciò che hanno dipinto veramente non importa dove; i greci no, è totale, la loro scultura prende e rende questo sole come è impossibile fare altrove: in tutta la sua semplicità”.

Morlotti, Cactus (1970)

Forse i nostri due artisti hanno ritrovato, passeggiando, le onde cromatiche, le piccole lance metalliche orlate di ombre scure degli ulivi vangoghiani (questi intrecci di ombre, in Morlotti, sono passati a listare di nero le curve dei fichi d’India, che lui ha voluto chiamare, esoticamente, “cactus”).
Gli ulivi sono sempre stati piante fruttuose di riscontri nell’immaginario poetico. Narra la leggenda che la capitale della Grecia abbia preso il nome dalla dea Atena, la quale aveva donato agli uomini l’ulivo (ed era stata, per questo, preferita a Poseidone, che aveva offerto invece il cavallo). Il barocco spagnolo Alonso de Salas Barbadillo, nel suo Viaggio di saggezza (che qui riportiamo vestito delle poderose parole italiane di Carlo Emilio Gadda), annota: “Degnatevi di volger gli occhi all’uliva, a questo essere così laborioso e paziente! (…) La sua fronda perenne è una continua promessa, una vivente speranza per i cuori degli uomini: è dessa l’insegna della pace, a domandarla e a riceverla. (…) Consideratene le facoltà, l’onnipresente valore. Contro uggia e tristezza, un verde allegro e festante, giocondo ammanto dei colli e della riviera. Allegro, e quel che conta, perenne. Contro necessità e fame, un prezioso alimento. Contro le cieche tenebre dell’ignoranza, lume e splendore”.
Ma anche quest’albero così vetusto, simbolo della mediterraneità fin dai tempi degli dèi cto-nii, ha trovato “occhi nuovi” per guardarlo, una nuova sensibilità percettiva che dagli impressionisti, passando attraverso la “linea ligure” della poesia e della pittura (quanti dei suoi verdi-grigi-azzurri vibranti si ritrovano, per esempio – e devo il suggerimento a Dino Molinari -, anche in un pittore apparentemente avulso dal figurativo come Gian Franco Fasce!), si prolunga fino ai nostri giorni. Così l’architetto paesaggista, e raffinatissimo prosatore, Paolo Pejrone ha potuto scrivere, su Tutto-libri di sabato 4 dicembre 2004: “Vivaci ed argentei, gli ulivi, invece, continuano tranquilli il loro tragitto sapiente di ospiti amati in un posto difficile: le loro foglie d’argento sono un colpo di colore gioioso alla luce dei raggi di un sole ancora forte. Sotto le raffiche di un vento modesto e locale, vivaci ed eleganti, si muovono: che cosa c’è di più bello e prezioso?”.
In Morlotti, gli ulivi, le rocce ma anche i cactus si pongono contro il cielo quasi a formare una barriera, un muro (“Lo spazio pittorico è un muro, ma tutti gli uccelli del mondo vi volano libe-ramente, a tutte le profondità” osservò De Staël del proprio dipinto I gabbiani, che Biamonti scelse per la copertina di Vento largo). Queste barriere, come la siepe leopardiana, paiono suggerire alla mente che c’è un oltre, un aldilà spaziale al quale si può giungere attraversando il blu intenso di quel cielo.
Lasciamoci cogliere dalle ampie e acute suggestioni dischiuse nelle ricche immagini di Morlotti e nelle dense parole di Biamonti. Su entrambi, gli interventi che ascolteremo ci offriranno sicuramente illuminazioni nuove.



(Introduzione alla giornata di studio su Francesco Biamonti, Alessandria 31 gennaio 2005)

giovedì 24 febbraio 2011

Libia: è ora di intervenire


Giornali e televisioni di ogni tendenza denunciano il bagno di sangue in corso in Libia. Nessuno dice però che sono armi italiane quelle utilizzate contro i dimostranti e che l'Italia è il principale partner militare del regime libico. E' una vergogna che deve immediatamente cessare.

Libia: è ora di intervenire

Rete Disarmo e Tavola della Pace chiedono il blocco immediato della vendita di armi e ogni altra forma di collaborazione militare con la Libia


Le armi fornite dall'Italia al Colonnello Gheddafi in questi ultimi anni (in particolare elicotteri e aeromobili, bombe, razzi e missili) sono forse state in prima linea nella sanguinosa repressione di questi giorni della popolazione civile libica, che sta protestando pacificamente contro il regime. Basterebbe questo a dare forza alla richiesta di sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico che la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace rivolgono in queste ore concitate e dolorose al Parlamento e al Governo italiano.

L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008.
“I funzionari di Governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani - dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l'uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell'export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto come prescritto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi”.

“Non riesco a sopportare l’idea che armi italiane stiano facendo strage di civili in Libia” ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. “Così come non posso sopportare l’idea che l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. Questo è il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al Parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente.”

Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci che hanno già interpellato in merito il nostro Governo, come quella del Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al Presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo "la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani".


Gli interessi italiani e in particolare di Finmeccanica (il cui secondo azionista è proprio la Lybian Investment Authority) hanno sicuramente frenato in questi giorni l'azione diplomatica dell'esecutivo italiano ed in particolare del Ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Le possibili violazioni delle prescrizioni di legge (se si guarda alla sostanza delle questioni, non alla forma sicuramente rispettata) configurano un grosso problema etico e morale per il Governo Italiano – afferma Giorgio Beretta esperto di commercio di armi della Rete Italiana per il Disarmo - che non a caso è l'unico a non essersi espresso per una sospensione delle forniture militari come invece fatto nei giorni scorsi da Francia, Germania e Regno Unito nei confronti di diversi paesi della turbolenta area mediterranea tra cui la Libia. Che il ministro degli Esteri italiano sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi? O forse non sa che sia la legge italiana che la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e di rifiutare le esportazioni di armamenti qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna?”.

In realtà non tutto il Governo italiano è inattivo in questi giorni: mentre la repressione del regime libico si abbatte sulla popolazione, con probabile uso di armamenti italiani, il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa si trova ad Abu Dhabi per partecipare alla locale fiera di armamenti (Idex 2011), nella quale i nostri esponenti di governo puntano a far confermare la nostra industria militare tra quelle leader a livello mondiale. Come si fa a spacciare la vendita dei sistemi d'arma come un simbolo di “vitalità del nostro Paese che riesce a portare con successo, ovunque nel mondo, i frutti della propria inventiva e laboriosità”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo hanno già chiesto nei giorni scorsi la cessazione di ogni sostegno politico-militare verso Algeria, Egitto e Tunisia e a maggior ragione vista la situazione attuale in Libia richiedono con forza al Governo e al Parlamento italiano, oltre al congelamento di ogni collaborazione sul piano commerciale-militare con il regime di Gheddafi un deciso orientamento a favore di una restrizione e maggior controllo dell’export bellico italiano per evitare l'uso di tali armi per la repressione del dissenso in qualsiasi teatro di conflitto mondiale.

(Fonte: Rete Italiana per il Disarmo - Tavola della Pace - 23 febbraio 2011)


Elicotteri AW 109

Le esportazioni d'armi italiane in Libia

Il valore delle esportazioni italiane di natura militare verso la Libia è in costante crescita a partire dal 2006 e si è attestato per il 2009 (dato complessivo più recente) sul valore record di 112 milioni di euro. In sintesi, questi sono stati i più importanti affari ed accordi stipulati negli ultimi anni:

Agusta Westland, una società del Gruppo Finmeccanica, ha venduto 10 elicotteri AW109E Power tra il 2006 e il 2009, per un valore di circa 80 milioni di euro. L’azienda, inoltre, afferma di avere venduto quasi 20 elicotteri negli ultimi anni, tra cui l’aereo monorotore AW119K per le missioni mediche di emergenza e il bimotore medio AW139 per le attività di sicurezza generale. Joint-venture: la Libyan Italian Advanced Technology Company (LIATEC), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da Agusta Westlands. LIATEC offre servizi di manutenzione e addestramento degli equipaggi dei velivoli AW119K, AW109 e AW139, tra cui servizio di assistenza tecnica, revisioni e fornitura di pezzi di ricambio.

Nel gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un’altra società del Gruppo Finmeccanica, ha firmato un accordo con la Libia per la fornitura di un ATR-42MP Surveyor, un velivolo adibito al pattugliamento marittimo. Inoltre, nel contratto, del valore di 31 milioni di euro, sono compresi l’addestramento dei piloti, degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di ricambio.

Itas srl, una società di La Spezia (secondo il Servizio Studi - Dipartimento affari esteri della Camera, doc. 140-21/05/2010) cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, acquistati a partire degli anni Settanta dal governo di Tripoli. L’Otomat è un missile a lunga gittata anti-nave.

A seguito degli accordi contenuti nel Trattato di Bengasi, nel maggio 2009, la Guardia di Finanza ha proceduto alla consegna delle prime tre motovedette alla Marina libica per il pattugliamento nel Mar Mediterraneo, seguite nel febbraio 2010 da altre tre imbarcazioni (da una di queste sono state sparate raffiche di mitragliatrice contro un peschereccio italiano nel 2010).

Il gruppo Finmeccanica ha stipulato diversi accordi con società libiche: nel 2009 ha firmato un Memorandum of Understanding per la promozione di attività di cooperazione strategica con la Libyan Investment Authority e con la Libya Africa Investment Portfolio. La controllata SELEX Sistemi Integrati ha invece firmato nell’ottobre 2009 un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini.

(Fonte: Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo – membro di Rete Disarmo)

Per ulteriori informazioni:

http://www.disarmo.org/rete/a/33427.html

mercoledì 23 febbraio 2011

... e donna sia ! Carla Rossi a Villa Groppallo




…e donna sia !

carlarossi a villa groppallo

7 – 17 marzo 2011

inaugurazione sabato 7 marzo, ore 17
orario mostra: tutti i pomeriggi dalle 16 alle 19

centro policulturale di villa groppallo - via aurelia 72 - vado ligure (sv) – tel. 019.883914

Isidore Isou: avanguardia e metodo


E' impossibile comprendere il senso profondo dell'opera di Guy Debord senza confrontarsi con Isidore Isou e il movimento lettrista. Iniziamo a parlarne con questo articolo di qualche anno fa di Sandro Ricaldone che dell'artista francese offre una lettura sintetica ma esaustiva.


Sandro Ricaldone

Isidore Isou: avanguardia e metodo


A sessant’anni di distanza dagli esordi, uno sguardo retrospettivo sull’avventura di Isidore Isou e del movimento lettrista mostra, insieme, la precoce definizione di un progetto di ampio respiro, non limitato all’ambito artistico, e la costanza degli sviluppi articolati nel tempo.

E’ infatti agli anni dell’adolescenza - vissuta in Romania durante il secondo conflitto mondiale, sotto il regime filonazista del generale Antonescu, in un contesto reso particolarmente incerto dalle origini ebraiche dell’autore e dalla sua frequentazione di gruppi sionistici legati alla Resistenza - che va ricondotta l’individuazione della “lettera” come elemento base del rinnovamento creativo in campo della produzione lirica (cui presto s’aggiungeranno gli ambiti musicale e plastico) ed il primo manifesto di una poesia ancora a venire. Ciò che distingue, da subito, l’approccio di Isou dagli azzardi delle avanguardie primonovecentesche, futuriste e dadaiste, con cui condivide la radicale contrapposizione alle forme acquisite e ormai prive di un dinamismo interno e la tecnica dello scandalo programmato (2), è la sistematicità dell’analisi su cui si fonda, nella quale s’intravede il primo nucleo della elaborazione di una metodica generale della creazione che troverà il suo compimento ne “La Créatique ou la Novatique” (3), compendio di un processo di riflessione esteso dal 1941 al 1976 ed oltre.

Come testimonia il suo primo volume, pubblicato nel 1947 da Gallimard, “Introduction à une nouvelle poèsie et à une nouvelle musique”, Isou muove infatti da una ricognizione a vasto raggio degli svolgimenti della poesia universale – il prototipo di quella che chiamerà la carte de l’acquis – nella quale distingue una fase “amplique” (d’ampiezza), che dall’epica delle origini si protrae sino al primo ‘800 attraverso “opere immense” di soggetto narrativo o aneddotico, da una fase “ciselante” (di cesello), inaugurata da Baudelaire e variamente sviluppata da Verlaine e Rimbaud nel senso di una progressiva concentrazione sul poema, sul verso e sulla parola (elevata da Mallarmé al più alto livello di tensione espressiva), che prelude all’isolamento della lettera (4), elemento inscindibile con la cui “liberazione” si conclude il lavoro di purificazione e distruzione e si schiude (o si dovrebbe dischiudere) una nuova dimensione d’ampiezza.

In questo senso – secondo quanto osserva Mario Costa nelle pagine de “Il ‘lettrismo’ di Isidore Isou” (5) – il progetto non avrà un seguito puntuale, laddove invece, negli anni immediatamente successivi, si riscontra un’inusitata estensione orizzontale del procedimento “ciselant”, applicato oltre che alla musica - accomunata alla poesia dall’elemento sonoro - alle arti visive, nel cui ambito la lettera assume il valore di segno e, quindi, al teatro, al cinema, all’economia, dove la decostruzione (la super-brisure nel lessico isouiano) dà luogo a numerose realizzazioni innovative.

In parallelo si viene frattanto delineando uno schema di super-aggregazione che porta a riunire in insiemi più complessi o di ordine superiore elementi in origine distinti come la totalità dei supporti, usuali e non, conglobati nella mecaestetica integrale (6) od i diversi alfabeti, i pittogrammi, le parole incrociate, i rebus, i fumetti inclusi nel romanzo metagrafico (7) (che fondendosi con il teatro e la quotidianità assume una proiezione “tridimensionale” prossima alle “situations construites” in seguito proposte da Debord) e quindi nell’iper-grafia, dominio di tutte le scritture esistenti o da inventare, che a sua volta si protende verso la dimensione dell’immaginario (8).


I. Isou, La télévision dechiquetée ou l'anti-crétinisme

Sicuramente le realizzazioni artistiche fanno di Isou uno dei protagonisti della seconda metà del '900: basti pensare, per ciò che attiene alla poesia, agli esiti di "Lances rompues pour la dame gothique" (1947), uno degli incunaboli della poesia fonetica, od agli approdi azzeranti delle "lettries blanches" (1958) e, quanto alle arti visive, alla provocazione rappresentata da una pagina di ordinarie annotazioni classificata come "Nouvel object plastique" (1944) od alla sequenza dei "Nombres" (1952), sonetti trasposti in elementi figurativi, senza dimenticare i più tardi "Commentaires sur Van Gogh" (1985), grande opera-commento attorno ad immagini riprodotte dal pittore olandese. Il suo primo film, il "Traité de bave et d'eternité" (1951), costituisce una pietra miliare nella sperimentazione cinematografica contemporanea, mentre nel "Débat sur le cinema" (1952), dibattito su un film da fare, inesistente, realizza uno dei meta-film più estremi e nella pièce teatrale "La marche des jongleurs", tocca - inscenando la dissezione di un cane morto - i limiti de "la science nouvelle de l'outrage: l'outragéologie".

Né si può dimenticare la riflessione sulla condizione giovanile, "esterna" al sistema di produzione e socialmente marginalizzata, riflessa a partire dal 1949 nei "Manifestes du soulevement de la jeunesse" (10) o le battaglie che oggi si direbbero di "liberazione della sessualità" e contro la repressione psichiatrica intraprese rispettivamente alle soglie degli anni '50 e '70 (11)

In prospettiva, però, l'obiettivo che Isou sembra essersi posto e che emerge con chiarezza sin dalla giovanile autobiografia, "L'agrégation d'un Nome et d'un Messie" (12), quello di divenire il Nom des Noms, l'artista degli artisti, colui che è chiamato a sostituire la Creazione al primato cartesiano della Ragione, risiede principalmente in quello che possiamo considerare il suo (fluviale) "discorso sul metodo". Un metodo infinitamente complesso, che integra - accanto alle componenti citate - l'iper-variazione, l'iper-delimitazione, l'iper-multi-morte di tutte le branche culturali, l'iper-classificazione, la super-esperienza, l'iper-teologia …, ma che si è dimostrato, nel tempo, un effettivo moltiplicatore di sapere e di esperienze inedite, una disciplina capace di innalzare l'arte ad un nuovo, diverso livello, dal dominio delle forme al campo delle idee che le organizzano.


Note:

1) “E’ stato nel leggere Kaiserling (sic) che ho avuto l’idea di una poesia basata sulle lettere. L’autore diceva che i poeti utilizzano dei vocaboli (vocables, nel testo francese). Vocables in rumeno vuol dire “vocali”, e questo mi ha dato l’idea della “poèsie à lettres”. Ne ho subito preso nota nel mio diario, sotto la data del 19 marzo 1942”. (V. Frederique Devaux, “Entretiens avec Isidore Isou”, La Bartavelle Editeur, Carlieu 1992, pag. 47).
2) Fra i più noti la manifestazione svoltasi il 21 gennaio 1946 al Théâtre du Vieux Colombier dove ad una rappresentazione de "La Fuite" di Tristan Tzara, mentre Michel Leiris sta pronunciando un breve intervento sul Dadaismo, viene interrotto da un gruppo di lettristi che reclamano la parola. Al termine della rappresentazione Isou improvvisa un discorso sui fondamenti del Lettrismo e legge alcuni poemi composti di consonanti e di vocali pure. "Combat" titola: "I lettristi mettono in fuga Tzara".
3)Isidore Isou, “La Créatique ou la Novatique (1941-1976)”, éditions Al Dante – Léo Scheer, Romansville 2003.
4) Secondo Isou nè Dada nè il Surrealismo pervengono a questo risultato. Tzara infatti si limita ad attaccare “ciò che ancora rimane di logico e di sensato nella poesia”, facendone una “nozione vuota”, analogamente a ciò che farà poi Breton attraverso l’automatismo psichico.
5) Mario Costa, “Il ‘lettrismo’ di Isidore Isou”, Carucci editore, Roma 1980 (v. in particolare le pagg. 24 e seguenti).
6) Isidore Isou, “Esthétique du cinema” in “ION” (numero unico), 1952.
7) I primi esempi della specie sono “Les journaux des dieux” di Isou (Aux escaliers de Lausanne, 1950); “Saint-Ghetto-des-Prets” (Editions O.L.B., Grimoire, 1950) di Gabriel Pomerand e “Canailles” di Maurice Lemaître (“Ur” n. 1, 1950).
8) Isidore Isou, “Introduction à l’esthétique imaginaire”, in “Front de la Jeunesse” n. 7, 1956.
9) Isidore Isou, “Le manifeste de l'excoordisme et du téïsynisme” (1992) consultabile su “etweb, le site de l' excoordisme et du téïsynisme” (http://perso.wanadoo.fr/e.t.web/ index.html).
10) Isidore Isou, “Traité d’économia nucléaire. Le soulèvement de la jeunesse” tome I, Aux escaliers de Lausanne 1949 ; Id., “Les manifestes du Soulèvement de la jeunesse. 1950-1966”, Centre de Créativité, 1967.
11) Isidore Isou, “Isou ou la mecanique des femmes”, Aux escaliers de Lausanne, 1949 ; Isidore Isou, “Je vous apprendrai l’amour, suivi de Traité d’erotologie mathématique et infinitésimale”, Le terrain vague, 1959. Isidore Isou, “Manifeste pour une nouvelle psychopathologie et une nouvelle psycothérapie”, in “Lettrisme”, n. 18-22, 1971.
12) Isidore Isou, “L’agrégation d’un Nom et d’un Messie ”, Gallimard 1947




(Da: http://www.quatorze.org/isoucre.html )

martedì 22 febbraio 2011

Augusto Guido, un fisico dallo spirito classico


In occasione dell’inaugurazione della storica aula di fisica del Liceo Classico,
venerdì 25 febbraio alle ore 16,30
sarà presentato il volume
‘Augusto Guido, un fisico dallo spirito classico’
dedicato alla figura dell’appassionato docente del liceo,
curato da Beatrice Roticiani e Magda Tassinari e realizzato con il contributo di Coop Liguria.

Interviene Giulio Manuzio, Dipartimento di Fisica, Università di Genova.

L’incontro prevede la visita alla collezione di strumenti di fisica del Liceo a cura di Carlo Ciceri, Liceo Classico Chiabrera.

Luna di Mele





Venerdi 25 Febbraio
al teatro Auditorium Finalborgo
ore 21:00

ci sarà lo spettacolo
Luna di Mele
LUNA e L'ALTRA TEATRO

di e con Francesca Varsori e Adriana Giacchetti


uno spettacolo che parla di donne, della quotidianità e della violenza con ironia, canto, poesia e orgoglio femminista.

Lo spettacolo è ad entrata libera ed alla fine saremo lieti di offrirvi un dolce ed un bicchiere di vino per chiaccherare delle emozioni e dei pensieri che lo spettacolo ci avrà stimolato e per incontrarci.

lunedì 21 febbraio 2011

L'Alto medioevo cuneese: un buco nero lungo cinque secoli


Bene Vagienna, resti romani

Un'altra puntata di quella storia del Basso Piemonte che settimana dopo settimana Guido Araldo sta scrivendo per Vento largo fin dagli inizi del nostro blog. Una presenza costante e graditissima come dimostra il numero elevatissimo di visitatori delle sue pagine. Grazie, Guido.


Guido Araldo

L'Alto medioevo cuneese: un buco nero lungo cinque secoli


Da sempre suggestionano i cinque secoli che vanno dalla battaglia di Pollenzo, “vinta” con molti dubbi da Stilicone, al diploma di Ottone I del 23 marzo 963. Mezzo millennio non è poco: un’enormità! Un periodo che si presenta come un enorme buco nero.
Per quanto è noto, l’antico municipio romano dei Bagienni (il popolo dei faggi), che faceva capo probabilmente ad Augusta Bagiennorum e che corrispondeva al vasto territorio tra Stura, Tanaro, Alpi Liguri e Marittime, era una terra prospera, ricca, popolosa.
Di certo l’insediamento dei Sarmati, la cui presenza è attestata nel toponimo di Salmour, avvenuto prima della confusa battaglia contro i Goti, lascia trasparire inequivocabilmente una gravissima crisi tanto demografica quanto agricola che coinvolse la zona adiacente a quella grande città.
Poi più nulla! Quante domande! Ad esempio: dov’era situata l’antica Auriate? Mistero! Un nome nelle nebbie della storia… Sussistono vaghi e aleatori cenni a presidi bizantini lungo il corso della Stura, sul versante destro, che resistettero alcuni decenni di fronte al dilagare dei Longobardi: Morozzo, Breolungi erano probabilmente “kastros” dei Romani d’Oriente, e anche Dronero, il cui toponimo sembra derivare dai cavalieri catafratti bizantini (gli antesignani dei cavalieri medievali possentemente corazzati, inclusi i cavalli).
In seguito vaghi cenni all’esistenza di grandi monasteri benedettini come San Dalmazzo al di qua della Stura, San Costanzo al di là della Stura, San Pietro di Varatella nell’entroterra ligure di Borghetto Santo Spirito.
Ricordo una conferenza di storia a Savona, in cui il relatore, esimio docente universitario genovese, metteva seriamente in dubbio la stessa presenza dei Saraceni sia nel Ponente Ligure che nel Cuneese, nonostante la diffusa tradizione che li vuole artefici di una devastante, persistente e terrificante invasione tra i secoli IX e X, dopo essersi insediati in Provenza, a Frassineto, nei pressi di Saint-Tropez. Infatti, di fronte alla totale mancanza di documentazione storica, quel professore addebitava “il mito dei Saraceni” a fantasie romantiche del XIX secolo… Peraltro lo stesso ciclo delle imprese riguardanti il prode Aleramo, marchese della marca che da lui prese nome tra il Tanaro, l’Orba e il Mare Ligure, scritto tardivamente nel XIV secolo allo scopo di soddisfare le ambizioni di augusta nobiltà dei suoi discendenti, non fa minimamente cenno ai Saraceni, nonostante la storiografia romantica del XIX secolo gli addebiti vittorie risolutive contro i Mori invasori.


Barchi di Ormea, Torre saracena

A ogni modo, a stupirmi maggiormente è la totale mancanza di un’autorità religiosa e politica, per secoli, nel vasto territorio dei Bagenni, dove peraltro si suppone la presenza, ad Augusta Bagiennorum, di una delle più antiche diocesi del Piemonte.
Agli albori della storiografia ufficiale, cioè i secoli XI e XII, tutto il Cuneese compreso tra Stura, Tanaro e Alpi era totalmente dipendente dal lontano vescovato di Asti, senza alcuna identità propria. Sarà lo stesso vescovo di Asti a favorire la nascita del Comune di Cuneo; per poi pentirsene pochi anni dopo, forse per la presenza tra le sue mura di Catari transfughi dall’Occitania.
E ritorna il toponimo: il Vasto! Che distingueva il territorio che attualmente comprende tre province: Cuneo, Savona, Imperia. Vasto poiché “guasto”: distrutto?
Proprio la cancellazione di intere diocesi, corrispondenti ai municipi romani, indicherebbe le zone che maggiormente patirono le invasioni barbariche e, per ultime, le scorribande saracene.
La prima a sparire fu la diocesi di Pollenzo, che in età romana figurava tra le principali città nell’alta Valle del Po: controllava il vasto, ricco e fertile territorio tra la Stura, il Tanaro, le colline del Roero e il Po. Fu poi il turno della diocesi di Augusta Bagiennorum, corrispondente all’attuale Monregalese, fino al Tanaro. Toccò quindi alla mitica Auriate, travolta probabilmente dall’invasione saracena. In quell’occasione anche la diocesi di Alba fu soppressa, quando il vescovo Guido era costretto a improvvisarsi muratore; ma in seguito, nell’XI secolo tornò a rifiorire.
Il “vuoto storico” che impregna la nostra provincia lascia presupporre che mille anni fa i nostri antenati credessero davvero imminente l’Apocalisse!


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 20 febbraio 2011

Da leggere: Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupery



“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano” così inizia “il piccolo principe” di Antoine de Saint Exupery, una delle opere letterarie più celebri del Novecento, tradotto in più di 220 lingue e dialetti e stampato in oltre 134 milioni di copie in tutto il mondo. Saint Exupery lo scrive fra la fine del 1940 e la fine del 1942 durante il volontario esilio negli Stati Uniti mentre in attesa di tornare in Europa a combattere con le Forze francesi libere di De Gaulle.
Il 6 aprile 1943 il volume esce a New York nella versione originale francese e nella traduzione inglese. La prima edizione francese uscirà per Gallimard nel 1946 a liberazione avvenuta. Antoine de Saint Exupery era morto il 31 luglio 1944 in un combattimento aereo al largo della Corsica.

Iris Maniago

Il piccolo principe

Molti conoscono la storia del piccolo principe e del suo lungo viaggio tra i pianeti. E tutti quelli che la conoscono ricordano come si conclude: un viaggio di ritorno che richiede necessariamente l’abbandono di tutta la “zavorra” per ritornare sul suo pianeta, persino del suo corpo. In un certo senso, il sacrificio di qualcosa che gli è molto caro, per riconquistare qualcosa di cui ha capito il valore dopo aver rischiato di perderlo.
Quello che pochi sanno, è che in qualche modo misterioso il piccolo principe è riuscito a portare qualcosa con sé. Il disegno del suo amico aviatore, per esempio. I ricordi del suo viaggio, di tutti gli strani personaggi che ha incontrato. E poi qualcosa di ancora più misterioso, un oggetto dalla forma strana, a tratti simile ad una specie di cannocchiale interstellare, per altri aspetti simile invece a una specie di conchiglia da appoggiare all’orecchio. Non lo sa nessuno, ma quell’oggetto, in gran segreto, fu la volpe a darglielo.



Ora il piccolo principe è sul suo piccolo pianeta dai piccoli tramonti, dove ha ritrovato la rosa da cui si era allontanato, un poco sgualcita, un poco offesa da quel viaggio in cui non ha potuto accompagnarlo, di cui non potrà mai sapere tutto, e che per questo non gli perdonerà mai del tutto. Ma in fondo, anche se le pesa ammetterlo, felice che lui sia ritornato.
Lui si prende cura di lei, la innaffia come faceva prima di partire, tiene lontani gli insetti, a volte le parla, a volte sta in silenzio, quando lei è di malumore, quando sente soffiare quel vento cosmico dal profumo di spezie lontane che fa venire prurito di partire di nuovo.
Allora, cerca di tenere tutto dentro, di non farle capire che senza lei e il suo pianeta non potrebbe vivere, ma che ha lo stesso una nostalgia cocente di quei luoghi strani che visitato, soprattutto di quello in cui ha conosciuto un abile disegnatore di scatole e in cui ha scoperto che per addomesticare qualcuno serve la pazienza, servono i riti ripetuti solennemente uguali a se stessi e serve la disponibilità ad accettare la sofferenza insieme alla felicità, che derivano entrambe dal dono più grande e gratuito che ciascuno di noi può fare e ricevere: l’amore.

Allora, quando la sua rosa si distrae a guardare un tramonto, o si chiude pensierosa nei suoi petali allontanandolo da sé, il piccolo principe prende quello strano oggetto, va a sedersi sulla faccia opposta del pianeta – solo qualche centimetro più in là – e sembra parlare con esso. Si accende di fiamme il suo viso, e gli brillano gli occhi, sembrerebbe a volte che pianga, se non fosse che subito dopo gli spunta un sorriso, uno di quei sorrisi che fanno nascere le fossette sulle guance.
Forse alla volpe non è rimasto solo il colore del grano, forse, a loro modo, la volpe e il piccolo principe si parlano e si ascoltano, con quello strano congegno, certi ciascuno che l’altro – a milioni di stelle di distanza – sta celebrando lo stesso rito, in ascolto paziente, in attesa di una parola, o di una carezza portata dal vento. Certi ciascuno dei due che se ci si è lasciati addomesticare lo si resta per tutta la vita, anche se non ci si dovesse incontrare mai più.

(Da: Iris Maniago, Il giardino delle rose, Agorà 2010)

sabato 19 febbraio 2011

Modena Buk 2011 - Festival della piccola e media edittoria



Buk Modena 2011
Festival della piccola e media editoria
19-20 febbraio 2011
dalle 9.30 alle 19.30

Foro Boario
Bono da Nonantola, 2
Modena, Italy

Dall'Egitto al Libano, storie di mille e una Shehrazad


La rivoluzione democratica in Egitto e la caduta del regime di Mubarak hanno colto di sorpresa governi e mass media. In realtà, come dimostra questo articolo del Manifesto di qualche anno fa, da tempo qualcosa stava cambiando nella società egiziana e la letteratura, soprattutto quella "al femminile", come sempre in qualche modo lo registrava.

Francesca M. Corrao

Dall'Egitto al Libano, storie di mille e una Shehrazad

Negli ultimi dieci anni il Cairo ha cambiato aspetto. Oggi la città appare molto più pulita, un nuovo parco pieno di palme collega la storica moschea università di Al-Azhar con la cittadella, e la celebre rocca militare da cui Muhammad Ali guidò la rivolta per liberare l'Egitto dalla presenza francese, è stata restaurata. Come un grande fiume ogni sera la gente si affolla per le strade e lungo le vie illuminate donne di tutte le età vanno in giro a bordo di automobili lussuose o di semplici utilitarie. Questo è il segnale di un grande cambiamento: sino a non molti anni fa le donne che andavano a cena fuori o al cinema senza essere accompagnate da padri, mariti o fratelli, erano poche, e sicuramente «estremiste». Adesso un numero crescente di donne lavora, e ha quindi conquistato l'indipendenza economica e di conseguenza un certo margine di libertà. A differenza di prima può accadere che una professionista, se non ha trovato un compagno adeguato, scelga di vivere da sola: questo tuttavia avviene solo nei quartieri più «progrediti», dove le donne non corrono il rischio di essere stigmatizzate dalla comunità del vicinato, come accadrebbe nelle periferie, in cui le tradizioni arcaiche si sposano con i rigurgiti misogini degli integralisti, in barba a ogni dichiarazione di uguaglianza espressa nel Corano. Questa ricchezza di posizioni, però, tende a non essere percepita in occidente, dove si parla del mondo arabo senza sfumature, e quasi solo per metterne in evidenza il volto deteriore.

Per capire la complessa eredità culturale dell'Egitto moderno può essere utile leggere un libro di qualche decennio fa, da poco pubblicato anche in Italia, Diario di un procuratore di campagna di Tawfiq al Hakim (Edizioni Nottetempo). L'opera apre infatti uno spiraglio su un mondo lontano e ci permette di sbirciare dietro i veli della vita di provincia. Attraverso l'ironico racconto di un procuratore di una piccola città sul Delta scopriamo una società chiusa ancora assorta nelle tradizioni antiche. L'autore racconta le indagini svolte per svelare gli assassini di un uomo apparentemente innocuo; a turbare la scena - come spesso nelle storie egiziane - appare, per scomparire presto, una splendida ragazza, e intorno alla sua figura si accendono mille enigmi e fantasie. Lo svolgimento delle ricerche rivela tante piccole scene, descritte con esilarante sagacia, di un mondo diviso tra la rigidità dei funzionari, inefficienti e corrotti, e la schiacciante prepotenza dei signorotti locali, sullo sfondo della misera vita dei contadini che si trascinano da una millenaria povertà verso un sistema moderno ma sempre più repressivo. Ma il romanzo è anche una occasione per denunciare l'insofferenza dell'autore per un lavoro cui è costretto per necessità mentre la sua mente da letterato lo porterebbe altrove, a Parigi in un ambiente artistico e trasgressivo che meglio risponde alla sua indole. Ironico e poco clemente, lo scrittore descrive i faticosi tentativi di un Egitto che stenta a imitare il mondo occidentale.

Da quando al-Hakim scrisse il suo Diario, però, molte cose sono cambiate. Oggi le università hanno aperto i battenti in tante zone che prima sembravano culturalmente ed economicamente ferme ai primi anni del Novecento. La città di Minya, per esempio, è diventata un importante centro di affari e di ricerche avanzate. Il cuore della resistenza fondamentalista non ha cambiato sede ma volto. Si muove verso una svolta democratica? È difficile a dirsi, anche se proprio la maggiore presenza delle donne potrebbe fare molto per cambiare l'atmosfera generale. Per il momento, però, la situazione si presenta controversa: se all'università le studentesse sono la maggioranza assoluta, non si può fare a meno di notare che siano quasi tutte velate: un velo tuttavia, che sembra rappresentare - più che una dichiarazione di castità - quasi un vezzo, un modo di dichiararsi diverse dalla cultura occidentale. In giro infatti non si vedono burqa' o chador, ma fazzoletti decorati con ogni tipo di ninnolo e gioiello e magari indossati sopra un paio di jeans accuratamente sdruciti.

Su queste contraddizioni che segnano la situazione femminile nel mondo arabo esistono oggi diversi testi, dalla recentissima antologia Parola di donna, corpo di donna (curata da Valentina Colombo per gli Oscar Mondadori) all'ultimo libro della marocchina Fatema Mernissi, Karawan. Dal deserto al web (Giunti), che racconta attraverso numerose testimonianze l'aiuto che la tecnologia, se utilizzata saggiamente, può fornire anche nelle località più sperdute. La coraggiosa scrittrice, come tante altre intellettuali attive anche in Medio Oriente, ha creato una Ong per aiutare le donne a vendere i loro prodotti mettendoli direttamente online, nella convinzione che la vera sfida oggi consista nell'emancipare le donne dall'ignoranza e dalla sudditanza economica.

Nawal al-Saadawi

Da decenni, del resto, le organizzazioni non governative si moltiplicano in tutto il territorio. Tra le pioniere fu, di nuovo in Egitto, la scrittrice e medico Nawal al-Saadawi (autrice fra l'altro di Firdaus. Storia di una donna egiziana, edito nel 2001 ancora da Giunti) che organizzò una struttura per molti versi simile ai nostri consultori per insegnare alle donne analfabete le più elementari cure sanitarie. Ostacolata in ogni modo, prima dal governo e poi dai fondamentalisti, la scrittrice fu nel 2001 accusata di aver affermato che il pellegrinaggio alla Mecca era un costume pagano. In realtà al-Saadawi aveva voluto sottolineare l'atteggiamento di apertura dell'Islam ricordando che la religione sin dagli inizi aveva saputo accogliere usi e culture preesistenti che bene si accordavano con la nuova fede, ma un giudice del tribunale shara'itico accusò prontamente la scrittrice del reato di apostasia condannandola a divorziare dal marito (un musulmano non può essere coniugato con un'apostata). Solo la pronta reazione di alcuni intellettuali egiziani e una valanga di e-mail da ogni parte del mondo sono riuscite a convincere il presidente Mubarak a intervenire salvando la scrittrice dalle grinfie dei «calunniatori».

Che le donne siano le rappresentanti di questi nuovi fermenti del mondo arabo è dimostrato anche dalla loro presenza attiva a incontri e convegni internazionali, come quello su «Intellettuali e potere» che si è tenuto alla fine del 2005 presso l'università del Cairo. Sono state numerose le studiose che hanno presentato analisi fondate su una conoscenza seria dei testi critici occidentali e orientali, sulla base del presupposto che, come dice il poeta marocchino Muhammad Bennis, l'apertura verso le altre culture è in primo luogo una questione di ospitalità, di accoglienza. Voce di spicco nell'incontro è stato, fra gli altri, il poeta palestinese Murid al-Barghuti (autore di Ho visto Ramallah, uscito nel 2005 per Illisso edizioni), che ha ricordato gli intellettuali arabi costretti al silenzio in patria o alla fuga all'estero, dove rimangono spesso chiusi dietro un muro di indifferenza e che ha messo in evidenza come il problema della libertà e del potere non riguarda solo «gli altri» ma ogni essere umano, richiamando alla presa di coscienza individuale e alla necessità di sviluppare un forte senso di responsabilità.

Un comportamento esemplare in questo senso viene dal testo autobiografico di Suad Amiry - Sharon e mia suocera, edito nel 2003 da Feltrinelli - che racconta la sua esperienza di affermata architetta rientrata da Londra in Palestina per contribuire alla crescita della nuova Autorità palestinese. Nell'esilarante resoconto della sua vita quotidiana dà prova di come, da donna comune, è costretta a trovare soluzioni geniali per sopravvivere nell'inferno quotidiano, schiacciata tra le esigenze della suocera e le ordinanze di Sharon. Il materiale non manca, tanto che nel 2005 Amiry ha pubblicato un altro libro (Se questa è vita. Vivere a Ramallah in tempo di occupazione, Feltrinelli). Ma queste testimonianze di ordinaria follia si trovano in gran numero anche in Domani andrà peggio. Lettere da Palestina e Israele, 2001-2005 (Fusi Orari, pp. 240, euro 15), la raccolta di articoli di Amira Haas, una coraggiosa giornalista israeliana che si batte per la difesa del buon senso, al duro prezzo di essere invisa a molti. Incontrare l'altro è un'impresa difficile e dolorosa, scriveva Arnold Toynbee, e questa amara verità è ben nota agli arabi da oltre due secoli. Colonizzati prima e successivamente devastati da guerre fratricide sapientemente alimentate da interessi stranieri. Molti intellettuali ne parlano con amarezza, alcuni con ironia, altri invece si nutrono di questo orrore per sublimarlo in opere tra il surreale e il metafisico: fra questi, saggi critici (Adonis, La musica della balena azzurra, Guanda; Fatema Mernissi, Islam e democrazia, Giunti), poesie (Adonis, In onore del chiaro e dello scuro, Archivi del Novecento) e anche bei romanzi, come quello della libanese Hoda Barakat, L'uomo che arava le acque (Ponte alle grazie), dove si narra con straordinaria sensibilità lo smarrimento dell'uomo e il disintegrarsi dell'essenza della cultura materiale in Medio Oriente sotto i colpi di mortaio della guerra civile libanese.




Tuttavia non ci si rassegna e le attività culturali - mostre, festival, film, concerti, opere teatrali, dibattiti, presentazioni di libri - a Beirut come al Cairo si sono moltiplicate rispetto a pochi anni fa, grazie anche alle scelte di politici contestati. Un esempio viene dal pittore Farouk Husni, ministro della cultura egiziano da oltre un decennio, che continua ad aprire spazi culturali anche agli artisti dell'opposizione, senza badare troppo alle polemiche. Obiettivo di Husni è di dimostrare che le attività governative non emarginano gli intellettuali scomodi, accogliendo in questo senso l'invito più volte reiterato del Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz: anche nelle più recenti interviste in occasione del suo anniversario, il più amato scrittore arabo non ha perso infatti la sua grinta e ha incoraggiato i giovani a darsi da fare per frenare l'avanzata oscurantista.

In questa direzione del resto vengono organizzate iniziative dedicate ai fautori di una cultura aperta e moderna. Prossimamente è previsto un omaggio a Muhammad `Afifi Matar, poeta filosofo scomodo, vittima spesso dei suoi modi «passionari». A settanta anni il Consiglio superiore della cultura riconosce finalmente i meriti di questo amante di Empedocle e cancella così il ricordo dei giorni di carcere negli anni Novanta (si era dichiarato contrario all'intervento militare dell'Egitto in Iraq, ed era «scivolato» sul pugno di un poliziotto rompendosi il naso). Anche allora il tam tam degli intellettuali arabi e occidentali, dentro e fuori dall'Egitto, lo hanno salvato dal carcere; ha vinto la solidarietà e così anche il diritto alla libertà di opinione.

Fra le altre figure della cultura egiziana, il cui valore viene adesso riconosciuto spicca anche il nome del poeta `Abd al-Mu'ti al-Higazi che, rientrato da un decennio dall'esilio volontario in Francia, cura oggi una rubrica sul più diffuso giornale egiziano, al-Ahram; e da lì parla liberamente dei fatti del giorno senza risparmiare i suoi strali all'amico di un tempo, il ministro della cultura per l'appunto. Ad al-Higazi il Consiglio superiore della cultura ha recentemente dedicato una giornata di studi convocando i massimi esperti di poesia a parlare della sua produzione. A guidare i lavori Gabir Asfour, il grande critico letterario prestato all'amministrazione pubblica per gestire un'operazione culturale faraonica: lanciare la cultura araba nel mondo e tradurre migliaia di libri dalle lingue occidentali in arabo ogni anno. Tra i presenti la vera responsabile del progetto, la dinamica e colta Shuhra Muhammad al-'Alim; che ama scherzosamente dire di sé che è più brava di Shehrazad perché è riuscita a dare alle stampe mille e un libro in un anno invece che in tre come la celebre eroina dei racconti orientali.

Attualmente Shuhra Muhammad al-'Alim sta promuovendo la traduzione di racconti italiani in collaborazione con la facoltà di lingue dell'università di `Ayn Shams e il ministero degli affari esteri. Un'altra iniziativa in questo senso è stata promossa dal poeta Hasan Teleb che, assieme ai docenti di italiano dell'università di Helwan, sta traducendo un'antologia dei poeti italiani del Novecento. Il problema è l'assenza di coordinamento tra gli intellettuali italiani e quelli arabi. Ancora oggi, sebbene fioriscano meritevoli iniziative in cui gli intellettuali arabi sono invitati a partecipare a incontri e scambi in Italia, si riscontra che troppo spesso i nomi sono sempre gli stessi oppure non sono significativi; e lo stesso accade in Oriente. Si tratta di un vecchio problema: già all'inizio del secolo scorso al Cairo la poetessa Mayyi Ziyada traduceva poeti italiani assolutamente ignoti, e lo stesso facevano negli anni Cinquanta a Beirut i redattori della rivista «Shi'r» che pubblicavano accanto ai testi di Montale (che, come poi Mahfuz, ha avuto la fortuna di ricevere il Nobel) i versi di illustri sconosciuti. Senza sparare a zero sul passato, sarebbe auspicabile che oggi, nei paesi di lingua araba, come in Italia, non si ripetessero gli stessi errori.

(Da: il manifesto - 29 Gennaio 2006)