TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 11 luglio 2020

Franco Astengo, Sinistra comunista



Riceviamo e volentieri riprendiamo un intervento di Franco Astengo su come nel 1991 fu affrontata dalla "sinistra comunista" la liquidazione dell'esperienza politica del PCI.


Franco Astengo

Sinistra comunista

Alberto Olivetti riferendo sul Manifesto della pubblicazione avvenuta su Critica Marxista di un carteggio tra Ingrao e Luporini risalente al 1991 reputa ancora aperta quella che definirei “questione della sinistra comunista”.
Mi permetto di riprendere l’argomento proprio perché nell’articolo di Olivetti corre il filo che Ingrao traccia in una sua relazione tenuta il 15 aprile 1991 (all’indomani, quindi, della nascita di PDS e Rifondazione Comunista) tra “motivazione dei processi” e “concreto”.
Nell’occasione Luporini pone l’accento ,sotto questo aspetto, di un dato di critica: “A fronte di un’ampiezza strategica – secondo Luporini che analizza la relazione di Ingrao in quel convegno – non emerge una sufficiente autonoma piattaforma politica, cioè una strategia da affermare subito e che sia subito mobilitante”.
Raccolgo a questo punto l’elaborazione sviluppata a suo tempo da Luporini ed esposta nell’articolo di Olivetti, per compiere un passo indietro (che mi permetto di non ritenere inutile) e riallacciarmi, infine, al tema della “questione ancora aperta”.
Il tema “dell’ampiezza strategica e dell’assenza di una strategia da affermare subito in senso “mobilitante” ha attraversato tutta la storia della sinistra comunista nel PCI, e poi anche fuori dal PCI, almeno a partire dal convegno sulle tendenze del capitalismo italiano organizzato dal “Gramsci” nel 1962, quel convegno che registrò il difficile confronto tra la linea esposta da Amendola (sul “capitalismo straccione”) e quella contenuta negli interventi di Trentin e Magri sulla modernità del capitalismo italiano.
Una storia proseguita con “il non sono persuaso”pronunciato da Ingrao in conclusione dell’intervento all’XI congresso, alla radiazione del Manifesto con il rifiuto del PCI di accettare una contaminazione che rappresentasse un intreccio tra diverse culture anche portatrici della spinta sessantottina ma non solo e poi via via in altre occasioni riguardanti soprattutto la critica al compromesso storico, il tema dell’austerità e/o della società sobria (penso ai giorni dello shock petrolifero) alla visione complessiva dell’alternativa, all’elaborazione riguardante la riforme delle istituzioni portata avanti attraverso il CRS e la stessa Commissione del CC del Partito.
Tutto questo percorso che ho sommariamente ricordato per pochi spunti è stato sempre oscillante, nella sinistra del PCI e in parte di quella che fu definita “nuova sinistra”, tra ricerca strategica e prospettiva politica nella ricerca della chiave di volta adatta per connettere astratto e concreto: con il concreto molto spesso declinato con una venatura spiccatamente politicista.
Al dunque: rispetto al carteggio Luporini/Ingrao oggetto dell’articolo di Critica Marxista e dell’articolo di Olivetti, ci troviamo nella fase dell’opposizione alla svolta occhettiana.
A mio giudizio l’operato della sinistra comunista in quel momento storico rappresentò un vero e proprio punto di sublimazione nella discrasia astratto / concreto ben descritta da Luporini nelle sue lettere.
Il punto centrale di questo discorso ci fa risalire, ancora una volta, al discorso del “gorgo” pronunciato proprio da Ingrao al seminario di Arco (se non ricordo male eravamo nella prima settimana di ottobre del 1990).
In quel seminario si sviluppò infatti il più serio tentativo svolto dalla sinistra comunista di tenere assieme il piano strategico e quello immediatamente mobilitante: un tentativo concretamente sviluppato nella relazione di Lucio Magri, “Il nome delle cose”.
Attorno a quella piattaforma la sinistra comunista (che pure aveva accettato la presenza di influenze diverse, senza riuscire a collegarsi con altri settori che pure si erano schierati con la proposta della “svolta”) non riuscì a trovare la necessaria, indispensabile, tensione unitaria, a riconoscersi nella sforzo che era richiesto nella relazione.
La divisione tra il “gorgo” erroneamente scambiato per il PDS (su questo punto anche Luporini pare interrogarsi dubbioso) e l’idea dell’autonomia intesa in senso esclusivamente organizzativamente identitaria non ci fu spazio per una proposta che, attorno a quella relazione di Magri, ponesse non solo la questione della necessaria unità dell’area di opposizione alla svolta ma quella del tipo di relazione con il resto di quello che era ancora parte del PCI e aveva accettato il principio della liquidazione del partito.
Questo perché di “liquidazione” del partito sarebbe stato necessario parlare e non di semplice trasformazione ponendo in quel modo il problema alle altre componenti: quella incerta verso la “cosa” e quella che la”cosa” l’avrebbe accettata pur pensando alla resa definitiva della specificità comunista in Italia e al conseguente approdo all’area socialista, in quel momento – ricordiamolo – rappresentata da un craxismo già in evidente crisi e non soltanto per l’incombenza di Tangentopoli.
Nella discussione di Arco emersero due limiti: una visione strategicamente debole rispetto ai mutamenti già in atto sul piano internazionale (una certa timidezza ad affrontare la visione, in quel momento dominante della “fine della storia”) e un eccesso di “autonomia del politico” riferita al quadro interno.
Eccesso di “autonomia del politico” che dettò principalmente la scelta di formare Rifondazione Comunista nell’idea di un’autosufficienza progettuale che invece rivelò presto la corda portando il partito della rifondazione a subire una serie di rotture che ne dimostrarono tutta la fragilità dell’impianto complessivo e della non continuità con la storia della sinistra comunista italiana, fino alla segreteria Bertinotti e al “movimentismo dell’apparire”.
Quel che è certo è che ad Arco finì con il consumare la propria storia quella “sinistra comunista” nata già dentro la segreteria togliattiana nella ricerca dell’incontro tra il comunismo italiano ( a partire dall’elaborazione conseguente alla parziale pubblicazione dei Quaderni) e la rapida trasformazione avvenuta in esito dell’irrompere della modernità del consumismo, del modifica dei tempi e dei ritmi di lavoro, con l’emergere del terziario e di ceti medi in cerca di una dimensione della cultura e del costume diversi, a partire dai temi della condizione di genere e della struttura della famiglia, da quelli in uso nell’Italia degli anni’40.
Oggi nel vuoto della politica della “microfisica del potere”, nell’egemonia di un individualismo possessivo (e autoproprietario), di un dominio della tecnica che sconfina nell’affidare all’algoritmo l’insieme delle nostre scelte non solo economiche ma addirittura morali, sentiamo fortemente l’assenza di una riflessione posta al livello dell’individuare la nuova qualità delle contraddizioni in atto definendole dentro un progetto strategico di cambiamento.
Forse è proprio attorno a questo tema che il discorso potrebbe essere “ancora aperto” a patto di non limitarci alla rincorsa tra astratto e concreto.
Proprio Ingrao ricorreva, nell’occasione delle lettere contenute nel carteggio qui ricordato, all’idea del “concetto – processo”: forse questo potrebbe rappresentare un punto sul quale misurarci per tentare collettivamente di capire se sul serio potrebbero aprirsi ancora spazi di cambiamento in questa società e in questo agire politico. Qui e ora, nel possibile del concreto mobilitante.