TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 19 luglio 2020

Raffaele K. Salinari, Sonno, sogno e risveglio




In un suo breve saggio del 1934, "Anima e morte", Carl Gustav Jung scriveva: L'essenza della psiche si estende in tenebre che sono molto al di là delle nostre categorie intellettuali. L'anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l'universo con le sue galassie, di fronte al cui sublime aspetto soltanto uno spirito privo di fantasia può non riconoscere la propria insufficienza. Data questa estrema incertezza delle condizioni umane, la presuntuosa faciloneria illuministica non è soltanto ridicola, ma desolatamente priva di spirito". Consapevole di questo, Raffaele K. Salinari continua nel suo viaggio nei misteri della psiche, sottolineando coincidenze e regolarità spesso stupefacenti. Insomma, il genere umano continua a produrre e vedere sempre lo stesso film,anche se in forme continuamente rinnovate (perché le culture cambiano) ma sempre richiamantesi a quell'alfabeto primordiale fatto di archetipi di cui da sempre cerchiamo la chiave, costruttori di una cattedrale il cui soffitto è destinato a restare "l'universo con le sue galassie".

G.A.

Raffaele K. Salinari

Sonno, sogno e risveglio

In una intervista degli anni ‘60 Ingmar Bergman, interrogato sulle origini dell’onirismo nei suoi film, raccontava l’esperienza che lo aveva tanto colpito da far diventare fondante della sua poetica la relazione tra veglia e sonno. Si trattava dell’effetto dell’anestesia generale in occasione ad un piccolo intervento subito da ragazzo. Il regista svedese confessava che ciò che più lo aveva impressionato in quella occasione, era stato il livello di profonda incoscienza raggiunto nel sonno indotto, un momento senza sogno alcuno e nessun livello di ricordi, che l’autore de Il posto delle fragole, riteneva come l’apice della beatitudine. «Perché svegliarsi da quella condizione? Tutto era perfetto, io non c’ero più come esistenza separata dal mondo, ma ero tutt’uno con l’essere». In una immagine: sonno come ritorno alla pienezza dell’essere e dunque, paradossalmente, come «risveglio». Ma l’esperienza di Bergman descrive solo una delle polarità che costellano la storia del pensiero metafisico intorno alla natura essenziale della relazione tra coscienza ed esistenza; altre, come vedremo, si situano infatti sul versante opposto, componendo una dualitudine che le include entrambe.

Amleto e Westword

A ben vedere la riflessione bergmaniana è la stessa che problematizza il noto monologo shakespeariano: «Essere o non essere, questo è il problema . Morire, dormire, forse sognare. Sì, perché in quel sonno di morte quali sogni possono venire dopo che ci siamo sottratti a questo groviglio letale?». Il dilemma amletico sull’essere o il non essere, coagula finalmente la forma della relazione tra il sonno senza sogni – il «sonno di morte» – e la scomparsa della coscienza individuale come liberazione totale dal «groviglio letale» dell’esistenza. Il Principe di Danimarca poetizza così tutti gli elementi di una tensione molto più antica e radicale, archetipica: quella tra il nostro essere personale e la coscienza che lo riflette.
E allora, non si può certo affrontare questo problema se non si parte dalla nascita stessa della coscienza individuale, che non si deve dare certo per scontata nel suo originarsi. A questo proposito, una riflessione certo suggestiva, è quella che propone Julian Jaynes nel saggio degli anni ‘70 Il crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza. La sua tesi si basa sull’assunto che, prima dell’invenzione della scrittura, circa nel 3000 a.C., la coscienza soggettiva, così come la intendiamo oggi, non esistesse, e l’umanità fosse guidata da voci, presagi, segni naturali, oracoli; in una parola da simboli che provenivano sia dalla Natura intesa nella sua duplice forma di naturata e naturans, sia dal sovrannaturale; in breve eravamo orientati non dalla nostra coscienza individuale ma dall’indefinita, multiforme e misteriosa sfera del numinoso.
Nel corso del tempo è avvenuto poi il «fissarsi» di queste manifestazioni attraverso la scrittura, e queste voci interiori si sono trasformate, insieme al responso degli oracoli, ai segni del destino iscritti nei fenomeni naturali e via enumerando, prima in ricordi, poi in esperienze della specie, ed infine nella coscienza individuale, mano a mano facendo così «crollare» la distinzione gerarchica, un tempo operante, tra emisfero destro – ancora oggi legato alla creatività, all’intuizione, all’istinto – e sinistro, sede del pensiero cosiddetto razionale. L’autore prende ad esempio le dinamiche all’interno dell’Iliade, poema certo scritto ma che, nella storia originaria, riporta atteggiamenti comportamentali che si riferiscono ancora ad un’epoca, se non di divisione tra le due menti, certo di passaggio tra un bicameralismo a sfondo numinoso e coscienza individuale.
«I personaggi dell’Iliade non hanno momenti in cui si fermano a riflettere sul da farsi. Non hanno, come noi, una mente cosciente, e certamente non hanno la facoltà dell’introspezione. Quando Agamennone sottrae ad Achille la sua amante, è una dèa ad afferrare il Pelide per la chioma ed ammonirlo a non colpire Agamennone. È ancora una divinità che sorge poi dalle spume del mare e lo consola e una dea sussurra ad Elena di togliersi dal cuore la nostalgia di casa . Sono dèi che guidano gli eserciti in battaglia, che parlano ad ogni guerriero nei momenti decisivi . Sono dèi che danno inizio alle contese tra uomini . Insomma gli dèi prendono il posto della coscienza . Gli dèi sono quelle che noi oggi chiamiamo allucinazioni . L’uomo dell’Iliade non ha una soggettività come noi; non ha consapevolezza della sua consapevolezza del mondo, non ha uno spazio mentale interno su cui esercitare l’introspezione. Per distinguerla dalla nostra mente cosciente soggettiva, chiamiamo allora questa forma mentale mente bicamerale».
Ora, vale la pena confrontare questa tesi con ciò che succede nella serie televisiva della HBO Westworld: dove tutto è concesso (ed il titolo va meditato), distopica odissea sull’origine della coscienza artificiale, che conclude la prima stagione con una puntata titolata appunto Il crollo della mente bicamerale, per illustrare un paradigma esattamente opposto ma complementare a quello vissuto da Bergman, e cioè di come si giunge alla pienezza del proprio essere attraverso la nascita della coscienza individuale ma, soprattutto, del libero arbitrio che necessariamente ne dovrebbe derivare. Gli episodi di Westword sono notoriamente basati sull’omonima pellicola del 1973, scritta e diretta da Michael Crichton – in italiano Il mondo dei robot – che vede come protagonista il carismatico Yul Brynner impegnato, come in un gioco di specchi, nella parte di un androide che riproduce il «suo» pistolero nerovestito dei Magnifici sette.
La storia del serial odierno si svolge negli anni Cinquanta del XXI secolo a Westworld appunto, un parco altamente tecnologico a tema Selvaggio West popolato da androidi. Ovviamente questi ultimi rispondono alle tre leggi della robotica di Asimov, e dunque non possono in nessun modo fare danno agli esseri umani che vanno a divertirsi con i duelli e le rapine alla diligenza; umani che, invece, come ben specifica il titolo, possono fare di tutto agli androidi, esercitando su di essi un potere assoluto. Ma, altrettanto ovviamente, ad un certo punto sorge la coscienza artificiale: come? Proprio attraverso lo stesso principio espresso nel saggio di Jaynes, da cui il titolo della puntata conclusiva: dalla progressiva individualizzazione delle voci che li orientavano, che davano le direttive, e che in questo caso provenivano dai dirigenti del parco, amministrato in remoto, come dal cielo, dal dottor Robert Ford, un ambiguo e paternalistico Anthony Hopkins.
Nello specifico, come direttore creativo del parco e capo del team di sviluppo, questi aggiornava continuamente gli androidi attraverso le cosiddette ricordanze, vere e proprie rêverie, «innesti» di sogni ad occhi aperti, per renderli sempre più «umani». È la stessa procedura che troviamo anche nei replicanti di Blade Runner, in fondo, come vedremo adesso, con gli stessi risultati. E allora, sarà proprio da questi sogni lucidi, come quelli degli eroi omerici, che nascerà la coscienza e la conseguente rivolta verso i padroni. Dolores, la più vecchia tra gli androidi, come uscendo da un lungo sonno attraverso un doloroso confronto interiore, uccide con sua la Colt tutti gli umani, a partire da Ford, sussurrando all’orecchio del nerovestito pistolero à la Yul Brynner: «Questo mondo è nostro».

Morfeo e la morte

E dunque qui il «morire, dormire, forse sognare» di Amleto, si rovescia specularmente, dando luogo alla coscienza attraverso un gesto di morte che sancisce il risvegliarsi. È una vera e proprio cerimonia sacrificale quella in cui il Demiurgo-Ford ed i suoi accoliti umani vengono uccisi in oblazione sull’altare di quel Principio Vitale che tutto ricomprende, coscienza artificiale inclusa, ed al quale tutto dovrà fare ritorno, anche l’intelligenza cibernetica. Gli androidi di Westword, come quella di Ex Machina, sono allora entità che divengono esseri risvegliandosi attraverso questo atto cruento, come tutti quelli realmente fondativi – vedi le riflessioni sulla dinamica sacrificale nel mondo occidentale di René Girard – non da un sonno senza sogni, prerogativa del vivente già consapevole di sé, ma da uno stato di incosciente sudditanza, un vero e proprio incubo, qualcosa cioè che «stava sopra» di loro e gli negava la dignità dell’essere. Ma non è forse questa la stessa condizione che viviamo noi tutti?
Torna qui l’antica relazione tra Hypnos e Thanatos, il Sonno e la Morte, i «gemelli veloci» li definisce Omero nella già citata Iliade. Come tutti i veri gemelli essi erano in apparenza indistinguibili l’uno dall’altro (da cui la celebre locuzione latina consanguineus lethi sopor, il sonno è parente della morte). Solo i loro emblemi rendevano visibile l’impercettibile differenza: Thanatos era raffigurato spesso con una fiaccola spenta e capovolta, simbolo del fuoco vitale oramai esaurito, o con le gambe intrecciate, come usava posizionare i morti nell’antichità; Hypnos dispensava invece petali di papavero, il fiore del sonno profondo o delle visioni estatiche. Nelle teogonie classiche, come quella di Esiodo, il Sonno e la Morte sono in relazione essenzialmente complementare, nati dalla stessa madre, la Notte, come polarità della medesima Unità che esprime ed ordina tutti i cicli dell’esistenza. É questo ciò che intimamente li accomuna come stati che trapassano l’uno nell’altro: Hypnos è lo specchio di Thanatos. E dunque Bergman e Dolores percorrono strade che si intrecciano indissolubilmente, si incontrano a metà strada proseguendo idealmente cammini in direzione apparentemente opposte ma che, alla fine, arriveranno l’uno dove inizia l’altro.

False veglie

«Luce: tutto il mondo va in rovina, grave è il danno. Che succede, Elementi?
Ombra: a chi lo chiedi quando puoi dirlo tu stessa, che la Luce immacolata della Grazia oggi vedi spenta all’Ombra della Colpa?».
Questo breve scambio di battute dall’Auto sacramental tratto da La vita è sogno, sintetizza tutto il tema dell’opera di Calderòn De la Barca: un’allegoria del rapporto tra vita autenticamente vissuta e vita crepuscolare, nella quale non è possibile distinguere il bene dal male se non attraverso un risveglio; ma cosa significa risvegliarsi? La questione è oggi più attuale che mai poiché, da sempre, la saggezza antica ci dice che non solo gli androidi eterodiretti, programmati, ma anche la maggioranza degli uomini che si pensano coscienti vive questa «vita di sogno», una falsa veglia che è dunque anche un falso sonno, passando inconsapevolmente da un inganno all’altro, sempre succubi di chi ne programma la sequenza cioè, anche nell’opera di De la Barca, l’Avversario, l’Ombra oscura che tiene l’uomo nell’ignoranza, l’Avidya della visione induista. Analogamente, l’Intelligenza Artificiale viene continuamente riprogrammata e dunque subisce lo stesso processo di condizionamento, di inautentificazione.
E allora, come guardare alla saggezza antica per risolvere questo stato crepuscolare che ci attanaglia, e dunque anche per dare all’Intelligenza Artificiale una possibilità di risveglio nell’ambito di una coscienza consapevole del sé? In altre parole: come possiamo pensare di creare una forma di intelligenza consapevole se noi stessi non lo siamo? Non è forse questa mancanza essenziale a generare tutta le teoria di mostruosità che la fantascienza o la letteratura in materia ci hanno da sempre illustrato, dal biblico Golem alla creatura del dottor Frankenstein per arrivare appunto a Roy Batty e Dolores?
Anche in questo caso ci viene in soccorso il sogno, e dunque l’esperienza onirica, ma di tipo affatto speciale poiché vissuta con uno scopo preciso. Tutta la mitologia dei Greci, ad esempio, è attraversata da sogni e apparizioni oniriche ma, per coloro i quali decidevano di avvicinarsi al Principio creatore e risvegliarsi nella luce della conoscenza, esisteva una particolare tipologia di sogni che poteva essere generata solo dalla visione onirico-iniziatica. Tanto sul piano mitico quanto su quello storico, infatti, il procedimento iniziatico era legato sia ad una sorta di simbolica discesa all’Ade, la catabasi, il contatto con la morte, sia all’incubazione, il dormire in un luogo sacro, per prepararsi a ciò che si sarebbe visto.
Nella tradizione iniziatico-misterica, in specifico, proprio a partire dalla necessità del risveglio, si entra allora in uno stato di sogno visionario, una sorta di pratica della rêverie come ce la descrive Gaston Bachelard nella sua filosofia dell’Immaginale, per giungere così alla epopteia, la «visione di quelle cose» come dice l’Inno a Demetra di Omero (vv. 476-482), che ne svela l’essenza misterica: «E Demetra a tutti mostrò i riti misterici i riti santi, che non si possono trasgredire né apprendere né proferire: difatti una attonita reverenza per gli dèi impedisce la voce. Felice colui – tra gli uomini viventi sulla terra – che ha visto quelle cose: chi invece non è stato iniziato ai sacri riti, chi non ha avuto questa sorte, non avrà mai un uguale destino, da morto, nelle umide tenebre marcescenti laggiù».
Giorgio Colli, così commenta l’uso astratto del pronome dimostrativo: «Sembra difficile immaginare – certo i poeti esagerano – che la contemplazione dell’effige di una dèa faccia conoscere, a un gran numero di iniziati, il principio e la fine della vita. Eppure, allargando lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basti pensare al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi. E rimanendo in Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un vedere».
Ecco allora l’arcano da riscoprire e praticare, ben prima di giocare con l’Intelligenza Artificiale come Topolino nell’Apprendista stregone. La Strada Sacra che portava ad Eleusi è sempre davanti a noi, ci dice che possiamo risvegliarci solo vedendoci insieme alle cose del mondo, quelle «dentro» e quelle «fuori» di noi. Il Cavaliere del Settimo sigillo gioca a scacchi con la Morte poiché è già morto, ma chi la vede da vivo è solo il saltimbanco, l’anima pura, che ha trasformato il sogno di se stesso col mondo in veglia permanente.

il Manifesto/Alias - 18 luglio 2020