TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 15 marzo 2022

Danilo Montaldi e la centralità del punto di vista operaio

 


Giorgio Amico

Danilo Montaldi e la centralità del punto di vista operaio


Il rapporto instaurato con i compagni francesi di Socialisme ou Barbarie è alla base del contributo più interessante di Montaldi alla stampa internazionalista, la traduzione e la pubblicazione a puntate, a partire dal numero di febbraio-marzo 1954 di Battaglia comunista, del saggio «L'operaio americano» di Paul Romano, ripreso dalla versione apparsa sui primi numeri della rivista francese. Il testo è importante in quanto narrazione dall'interno della fabbrica del vissuto quotidiano di un operaio ed è da considerarsi uno dei fondamenti della futura corrente operaista. Particolarmente significativa l'introduzione di Montaldi proprio perché con estrema chiarezza, in maniera quasi didascalica, egli mette a fuoco quello stretto rapporto tra ricerca militante sul campo e intervento politico in fabbrica che sarà uno dei pilastri della conricerca:

« Il documento di cui iniziamo la pubblicazione, è stato scritto da Paul Romano, un operaio americano. Esiste un'America di cui nessuno ci parla, e che va ricercata al di là del mito del frigorifero, dell'automobile e della televisione, al di là del mito del benessere per tutti. È l'America delle fabbriche: un'America sconosciuta, la cui storia è fatta di scioperi, di sfruttamento e di miseria proletaria. I protagonisti di questa storia sono gli operai, e Paul Romano è un operaio che scrive sulla vita degli operai. Non è casuale che un documento di così profondo interesse ci venga dal Paese più altamente industrializzato del mondo, a smentire la menzogna secondo la quale il proletariato americano non ha una coscienza di classe. [...] Tanto L'operaio americano che il giornale «Corrispondence» esprimono con molta forza e profondità questa idea, dal movimento marxista praticamente dimenticata dopo la pubblicazione del primo volume del Capitale, che l'operaio è innanzi tutto un essere che vive nella produzione e nella fabbrica capitalistica prima di essere l'aderente di un partito, un militante della rivoluzione o il suddito di un futuro potere socialista; e che è nella produzione che si forma tanto la sua rivolta contro lo sfruttamento quanto la sua capacità di costruire un tipo superiore di società, la sua solidarietà di classe con gli altri operai e il suo odio per lo sfruttamento e gli sfruttatori, i padroni classici di ieri ed i burocrati impersonali di oggi e di domani. Lo sviluppo di questa idea fondamentale è l'apporto principale del gruppo al movimento rivoluzionario contemporaneo. Ma il valore documentario del libro di Paul Romano risiede anche in questo: che rivela come sia universale la condizione operaia. Per questo noi invitiamo i compagni, gli operai, i lettori, a scrivere a “Battaglia” confrontando la propria situazione con quella dell' “operaio americano”, vale a dire con l'operaio di tutti i paesi, con l'operaio per quello che è, là dove essi la sentono simile e là dove la vedono diversa». (Battaglia comunista, Milano, a. XV, n. 4, giugno 1954. Ora in D. Montaldi, Bisogna sognare, cit., pp. 501-2)

In una situazione critica come quella del movimento operaio italiano dei primi anni Cinquanta, dove il peso della sconfitta subita alla fine del decennio precedente paralizza la classe , non ci si può semplicemente arroccare, come fanno i bordighisti, nella teoria, pensando che ciò da solo basti a evitare le insidie dell'opportunismo. Né tantomeno, come i trotskisti, mettere in campo spericolate manovre entriste pensando di spostare a sinistra la politica dei partiti che, almeno a parole, dichiarano ancora di rappresentare la classe operaia. Fondamentale è ritrovare il contatto con il proletariato, e non semplicemente distribuendo volantini agli ingressi degli stabilimenti, ma calandosi nell'interno stesso della classe e assumendo una posizione non tanto di predicazione quanto di ascolto. Occorre tornare a conoscere la fabbrica dall'interno, i suoi meccanismi di funzionamento, come realmente vivono e soprattutto cosa pensano gli operai. Un lavoro necessario, se non si vuole ridurre la teoria marxista a pura proclamazione di principi astratti. Una impostazione ripresa alla fine del decennio da Raniero Panzieri e dal gruppo dei Quaderni Rossi. Non è un caso che Montaldi prenda esplicitamente come riferimento il Marx del primo libro del Capitale, esattamente come farà Panzieri con il saggio «Sull'uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», apparso nel primo numero dei Quaderni Rossi. E d'altronde lo stesso Panzieri in una lettera Asor Rosa dell'aprile 1960 definirà il libro di Paul Romano: «assai discutibile ideologicamente, con uno sfondo anarcoide, individualista, esasperato - ma d'altra parte dotato di straordinari elementi 'reattivi' nei confronti della realtà organizzativa attuale del movimento operaio» (R. Panzieri a A. Asor Rosa, 22 aprile 1960, in R. Panzieri, Lettere. 1940-1964, a cura di S. Merli e L. Dotti, Venezia, Marsilio, 1987,p. 270.)

Per Montaldi il punto di vista operaio deve tornare centrale. Un concetto, ripreso poi alla fine degli anni Sessanta dai gruppi della nuova sinistra che lo riducono però a puro slogan. Montaldi farà invece del materiale autobiografico, delle vite stesse dei proletari lo strumento più adatto per svolgere l'analisi della realtà della condizione operaia ela base dell'intero suo lavoro di ricerca e di intervento politico da «Milano, Corea» del 1960, a «Autobiografie della leggera» del 1961, e poi a «Militanti politici di base» del 1971, fino alla progettata e mai compiuta indagine sulla generazione operaia proveniente dalla grande ondata di lotte del 1968-69. Non è un caso che l'introduzione di Montaldi si chiuda con un invito ai lettori, affinché inviino al giornale un resoconto della loro condizione in fabbrica. Queste narrazioni autobiografiche diventeranno tra il giugno 1954 e il marzo 1955 una rubrica fissa di Battaglia comunista, curata dallo stesso Montaldi e intitolata «Operai parlano della condizione operaia». Rubrica che Montaldi introduce così:

«La condizione operaia viene giudicata una condizione possibile, una condizione normale. Che sia una condizione normale e logica, non è vero. È da questa condizione di schiavitù che nasce la rivolta degli operai nei confronti dei padroni. L'operaio rifiuta di considerare normale la situazione che il sistema borghese gli impone: si tratta della sua vita ed egli reagisce. Questo, è logico e normale. Non per tutti però. Non per i capitalisti e i loro sostenitori. Degli operai ci parlano della condizione operaia. È da questo che bisogna partire». (Introduzione a Operai parlano della condizione operaia (non firmato ma di D. Montaldi), Battaglia comunista, Milano, a. XV, n. 4, giugno 1954)

In realtà quello che interessa veramente Montaldi non è tanto che attraverso questo strumento degli operai prendano contatto con il partito, quanto che si superi l'idea diffusissima nella classe che contino solo i grandi temi di politica nazionale o internazionale e che l'esperienza di fabbrica non conti niente.

«Si ignora quasi sempre, da parte operaia, - scrive ancora nel 1973 - che esista una letteratura fatta di testimonianze proletarie. In genere, il proletariato tende a non lasciar tracce di sé, si ritiene che l'esperienza di fabbrica, o comunque del lavoro, o privata, non valga la pena di venir raccontata, commentata, viene data per scontata, per poco interessante, per banale da parte stessa di chi la esercita». ( Lettera di Danilo Montaldi a Francesco Ciafaloni, 5 febbraio 1973. Ora in Inchiesta sulla nuova classe operaia. Lettere di Danilo Montaldi, Quaderni Piacentini, numero 72-73, ottobre 1979, p. 95)

Se le cose stanno così, allora è proprio da questa prima presa di coscienza che bisogna partire. Una dichiarazione di intenti che non è solo rivolta al partito perché sempre più sposti il centro della sua ricerca teorica sulla condizione di fabbrica, Qui abbiamo davvero la genesi della conricerca e di quella che diventerà negli anni a venire l'attività centrale di Danilo Montaldi: ascoltare gli operai, raccogliere le loro testimonianze, far conoscere le loro storie di vita. Gli interventi sono riportati integralmente e senza alcun commento. Nella rubrica, troveranno spazio testimonianze di diverse situazioni di lavoro: un rettificatore, un operaio di una piccola industria di vasche da bagno poi manovale in fabbrica e poi disoccupato, un panettiere, un impiegato di una ditta industriale, un operaio di fabbrica, un sabbiaiolo, un pacherista [guidatore di un escavatore]. Sono tutti militanti politici, dotati di una forte coscienza della propria condizione di classe e quindi anche in grado di analizzare criticamente dall'interno il meccanismo del potere padronale. Per Stefano Merli queste testimonianze possono essere considerate «uno dei primissimi esempi, se non il primo, di "conricerca"» (S. Merli, L'altra storia. Bosio, Montaldi e le origini della nuova sinistra, Feltrinelli, Milano 1977, p. 59.)

(Dalle bozze provvisorie di: Danilo Montaldi (1929-1975). Vita di un militante politico di base)