TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 31 dicembre 2010

Buon 2011 da Vento largo


giovedì 30 dicembre 2010

Giuseppe Conte, Montecarlo vera e falsa


Montecarlo è un luogo autentico o piuttosto una specie di palcoscenico dove il falso, l'illusione, il sogno regna sovrano? Giuseppe Conte ha provato a rispondere a questa domanda che almeno una volta tutti ci siamo posti.



Giuseppe Conte

Montecarlo vera e falsa


Lascio Nizza, proseguo il viaggio, uscendone per la via del porto, la città sembra dileguarsi in un attimo, sciogliersi in giardini, rocce a picco, cielo. Guido per alcuni chilometri di costa che sono tra i più emozionanti, la rada di Villefranche, così protetta e profonda che un tempo fu la sede principale della Marina militare del Regno di Sardegna, il promomntorio allungato, sottile di Cap Ferrat, simile a un ricamo verde sul mare. Arrivando a Monaco da ponente, ci si imbatte nella Rocca e nel villaggio di Fontvieille, un falso villaggio di pescatori, cresciuto a fungaia ai suoi piedi intorno a un porticciolo artificiale, sul terreno strappato al mare.

Il tema della "falsità" di Montecarlo ha sempre diviso gli scrittori. Intanto quelli liguri. Ricordo proprio ora, guidando la mia vecchia Rover verde bottiglia, una notte di tanti anni fa che attraversammo di corsa Montecarlo con Francesco Biamonti e Nico Orengo. Biamonti rincantucciato vicino al finestrino, mormorava severe, alte parole di biasimo per tutta quella luminosa finzione, quando Orengo sbottò mettendo a confronto con allegra crudeltà Montecarlo e San Biagio della Cima, il paese dove Biamonti vive da sempre.

La divisione era più profonda di quello che il tono scherzoso lasciasse intendere. Una poetica della mobilità, come quella di Orengo, può portare a una intesa con Montecarlo, una poetica della cristallizzazione, come quella dell'autore di Vento largo, non può che esprimere una condanna. Io restai neutrale quella notte e lo sono ancora.

(...)

Il falso di Montecarlo può essere affascinante, teatrale. Basta andare sulla piazza del Casinò. In avenue des Beaux-Arts, che sbocca lì, c'è la più alta concentrazione di negozi di lusso al mondo: in pochi metri Ferragamo, Piaget, dior, Bulgari, Cartier e altri ancora. davanti all'Hotel de Paris, la più alta concentrazione di auto di lusso al mondo: Mercedes nere, Rolls Royce color panna, Bentley blu. Tutto questo può irritare, se abbiamo una vena moralistica, un umore scuro. O può sembrare la scena di una commedia brillante, se abbiamo una vena fantastica e un umore leggero.

Si, a me sembra di essere a teatro, tutto è finto, tutto può divertire... (...).

(Da: Il secolo XIX, del 10 maggio 1998. Ora in: G. Conte, Viaggio sentimentale in Liguria, Philobiblon Edizioni, Ventimiglia 2010, pp.24-25)

mercoledì 29 dicembre 2010

La strage degli innocenti


L'altra faccia della Natività, quella violenta e crudele in cui ai pastori si sostituiscono i soldati e la morte trionfa sulla vita. Una pagina oscura dei Vangeli di cui ci parla Guido Araldo. Le opere che illustrano il testo sono rispettivamente di Giotto, Rubens, Brueghel e Poussin.

Guido Araldo

La strage degli innocenti


Orribile la descrizione di Erode “il Grande” negli ultimi giorni della sua vita! Un corpo deforme, in putrefazione, divorato dai vermi; le mani tremanti e la mente annebbiata da frequenti deliri. Una descrizione assai compiaciuta tanto sul versante giudaico quanto su quello cristiano, attestante come “l’idumeo” non fosse amato da suoi sudditi.
Pare che Erode amasse paragonarsi a Davide e, in effetti, il suo regno era pari, in estensione e numero di città, al regno remoto di quel re tanto caro agli Ebrei. Con una differenza, però, sostanziale: mentre il regno di Davide era uno stato indipendente, il reame di Erode era un simulacro di regno, poiché “cliente” di Roma. Un regno che esisteva e sarebbe sopravvissuto finché la volontà imperiale romana l’avrebbe gradito e tollerato.
I “regni clienti” rientravano nella strategia di Roma e del suo Impero all’inizio del I secolo, e quello della Palestina, con capitale Gerusalemme, non fu l’unico. In Occidente è documentato, coevo a quello di Erode, il regno di Cozio, sulle montagne che proprio da quel re avrebbero preso nome: le Alpi Cozie.
Quali le motivazioni? Solitamente strategiche! Sulle Alpi Cozie, importantissime per i collegamenti tra l’Italia e le Gallie, più esattamente tra la Val Padana occidentale e la valle del Rodano, era più comodo ed efficace demandare l’ordine pubblico dell’impervia regione a un re locale alleato di Roma. Difficile era il controllo dei colli montani ed estremamente dispendioso acquisirne direttamente la vigilanza, con notevole impiego di mezzi e di truppe. L’Ara Pacis di La Turbie, dominante il Principato di Monaco, ricorda che nelle Alpi Occidentali e sulle stesse Langhe la “pacificazione” dei Liguri fu tarda e faticosa. Ecco pertanto l’importanza di un alleato locale di sicura fiducia, leale, in grado di garantire il passaggio di merci, mercanti, messaggeri, truppe sugli impervi colli dove le imboscate da sempre sono facili e difficilmente perseguibili.
In Palestina, invece, non c’erano impervie montagne, ma era il paese più ostico, difficile, inquieto e tormentato tra i domini di Roma. In quella terra assolata viveva un popolo allucinato dalla religione, fanatico, che si riteneva “eletto da Dio”: una divinità oscura e misteriosa per un forestiero, terribile, vendicativo, spietato, dal nome impronunciabile, dal volto non raffigurabile, avvezzo a immischiarsi tanto nelle faccende private quanto in quelle pubbliche. Non a caso, il popolo ebraico era suscettibile oltre ogni misura e facile all’ira e alla rivolta. Pertanto, era più facilmente controllarlo tramite un re locale, attento alle esigenze imperiali, che con un governatore inviato da Roma il quale, di certo, non sarebbe stato gradito.
Erode sapeva benissimo quale fosse l’origine del suo potere e per tutta la vita si preoccupò d’atteggiarsi a fedelissimo alleato di Ottaviano, Imperator Caesar Divi filius Augustus.
Alla corte di Erode, peraltro, era più facile trovare un filosofo ellenistico, propenso agli insegnamenti platonici o pitagorici, elogiante l’armonia dell’universo, che un sacerdote esaltato dall’Ecclesiaste, fanatico del suo unico Dio giudice intransigente e severo.
Erode aborriva addentrarsi nei meandri di una religione rivelata e, sicuramente, non gradiva l’ombra di Mosè che si estendeva come una nube di tempesta su gran parte del suo regno. Preferiva attorniarsi da sapienti che come a Roma, Atene, Alessandria usavano espressioni, per indicare la divinità, come massimo poeta, supremo architetto, sublime maestro o, semplicemente, intelligenza insondabile: il pneuma, alito di vita arcana. Quel re accorto rifuggiva da profeti arcigni, gracchianti, melodrammatici nell’annunciare sventure, apocalissi raccapriccianti ed ira divina: degli autentici iettatori! Privilegiava storie più amene, come quella di Agamennone, il mitico conquistare di Troia cantato dal poeta Omero, che aveva scelto di reincarnarsi in un’aquila piuttosto che tornare ad essere umano (come riferiva Platone nei suoi “Dialoghi”).



L’ultimo anno di vita del re Erode fu il più drammatico, non soltanto per l’isteria, fomentata dalla sorella Salomè che temeva d’essere esautorata dalle cognate, che l’induceva a intravedere congiure in ogni ombra del palazzo; ma per l’attesa di un novello Davide che si era andata insinuando nel popolo. Sembrava che l’imminente fine del tiranno potesse dischiudere un’era nuova e preludere all’avvento dell’agognato “Messia”, che avrebbe instaurato un regno teocratico sulla terra: la peggiore delle soluzioni possibili, come in seguito avrebbe dimostrato abbondantemente la Storia.
Un’attesa escatologica alla quale non era estraneo l’altro grande potere che s’irradiava a Gerusalemme: quello teocratico di una casta sacerdotale unica in tutto il bacino del Mediterraneo. Un potere strisciante, imperscrutabile eppure impregnante, che incuteva timore alla stessa Roma.
In quella popolosa e caotica città, dominata fisicamente da un tempio maestoso, imponente, montagna di marmo, tra i più grandi al mondo, la casta sacerdotale manovrava con indubbia abilità la plebe fanatica, nota con il nome terribile di "Am-ha-aretz", dagli insondabili umori.
Peraltro l’avvento di un novello Davide era stato annunciato da una folla profeti: predicatori allucinati che si rinnovavano di generazione in generazione. I profeti erano personaggi incredibili, che si autoproclamavano emissari di Dio, ambasciatori della sua volontà perscrutabile e riscuotevano immenso credito, mentre predicavano ispirati e dementi. Per Erode, re accorto, erano la gramigna peggiore che potesse prosperare nel suo vasto regno esteso dal deserto siriaco al mare Mediterraneo, dai monti del Libano alla penisola del Sinai, ma sapeva che erano intoccabili, poiché idolatrati dal popolo.
Per la verità, Erode non si considerava affatto un tiranno, ma un grande re, nonostante le sue numerose manifestazioni di estrema crudeltà, anche nei confronti dei figli e delle mogli.
Per attestare la sua magnificenza aveva disseminato il suo vasto regno di grandi e monumentali opere, a cominciare dal tempio imponente, degno di quello antichissimo di Salomone che era andato distrutto molti secoli prima, durante l’invasione dei Babilonesi ai tempi del grande re Nabucodonosor. Aveva anche fondato nuove città, come si addice a un vero magnate, tutte d’impronta ellenistica, non giudaica; tra le quali spiccava Cesarea Marittima. In questo luogo in riva al mare aveva trasformato un miserabile porto di pescatori in un approdo imponente, marmoreo: il migliore porto nel Mediterraneo Orientale, rendendolo un polo commerciale di prim’ordine, in grado di competere con le città fenice. Un opera che stupiva gli stessi Romani, avvezzi alla monumentalità. E, poi fortezze inespugnabili nel deserto, terme meravigliose ed accoglienti, strade nuove e agevoli lungo la via della mirra e dell’incenso, che giungeva dalla mitica e remota Arabia Felix… Ma, nonostante tanta magnificenza, Erode restava per i suoi sudditi uno straniero, un barbaro: un idumeo! Anzi, peggio ancora, un traditore al servizio degli invasori Romani. I Giudei non avevano occhi per ammirare le sue opere e non lo consideravano un uomo di pace, nonostante si fosse rivelato un abile mediatore tra un impero lontano e le esigenze di quella terra inquieta, impregnata da un fanatismo religioso che i Greci e i Romani non riuscivano a comprendere.



La tradizione vuole che sotto il suo regno fosse nato Gesù di Nazareth. La tradizione precisa che era l’ultimo anno del regno di Erode, quando giunsero a Gerusalemme i Re Magi citati dall’evangelista Matteo (II, 1 - 12), Ma Erode morì, senz’ombra di dubbio, il 4 avanti Cristo, all’età di 71 anni, dopo 33 anni di regno.
Però c’è la discordanza del censimento citato dall’evangelista Luca (II, 1-2), con tanto di nome del suo promotore: Quirino, legato imperiale in Siria e Fenicia. Più precisamente Publio Sulpicio Quirinio, originario di Lanuvio, citato da Tacito negli “Annales” (III, 48) che resse il consolato nell’anno 12 a.C., quando condusse una vittoriosa campagna contro gli Omonadensi di Cilicia, per la quale ottenne il trionfo. Ed è Giuseppe Flavio a precisare nelle “Antichità Giudaiche” (XVII, 355; XVIII, 1) che fu proprio Publio Sulpico Quirino a organizzare il referendum in Giudea nell’anno 759 ab Urbe Condita, ovvero il 6 d.C., allorché da quella tetrarchia fu estromesso il re Archelao, per palese incapacità e manifesta crudeltà, e la regione passò sotto diretto controllo di Roma. Non più regno cliente, ma provincia affidata a un prefetto con “ius gladii”, dotato del potere d’imporre la legge marziale e di promulgare condanne capitali.
Resta altamente improbabile che quel re acciaccato, sempre più sprofondato in tragedie familiari, assordato dalle urla delle donne condannate alla tortura, sia venuto a conoscenza della nascita di un bambino in una grotta, a Betlemme, tra umili pastori. Per contro, è invece probabile che accolse nella sua reggia una delegazione babilonese nel clima di buone relazioni instauratosi tra l’Impero di Roma e l’Impero dei Parti, dopo la disastrosa spedizione di Marco Licinio Crasso al di là dell’Eufrate. L’imperatore Ottaviano Augusto, accantonato il sogno di Giulio Cesare desideroso d’imitare Alessandro Magno nella conquista della Persia, si prodigava in una politica di buon vicinato con la potenza confinante e i Parti, riconoscenti, gli avevano persino restituito le insegne delle legioni sterminate a Carre.
Una carovana arrivò dalle rive dell’Eufrate: una delegazione suntuosa con molti dromedari carichi di ricchi doni, tra drappi d’oro, vessilli sgargianti, e personaggi misteriosi come i magi scrutatori del cielo, sapienti di stelle e di eclissi.
La città di Gerusalemme ne restò impressionata e quell’irruzione straordinaria di personaggi desueti nella sua quotidianità profondamente provinciale, chiusa a riccio attorno all’immenso tempio, fu un’occasione irripetibile per ricamarci attorno miti e leggende.
Ad ogni modo la strage degli innocenti citata da Matteo (II, 16-17) ci fu veramente e accadde nell’ultimo anno del regno di Erode; ma non si trattava di neonati, bensì di giovani propensi a morire per il loro Dio assoluto, crudele e bislacco.
Questi i fatti furono descritti dallo storico Giuseppe Flavio: unico testimone attendibile di quell’epoca convulsa “Capitolo 33, del libro I della Guerra Giudaica”:




La malattia del re si aggravava, poiché l’infermità era sopraggiunta in età avanzata, trovandolo moralmente prostrato. Già prossimo ai settant’anni e aveva l’animo talmente avvilito per i numerosi dispiaceri familiari, che anche quando stava bene non godeva di alcun piacere…
Ad arrecargli un ulteriore dispiacere, provvide un’improvvisa insurrezione popolare. A Gerusalemme vivevano due dottori che più di ogni altro avevano fama d’essere dei grandi conoscitori della legge divina e per questo motivo erano tenuti in grande considerazione: Giuda figlio di Safforeo e Mattia figlio di Margalo. Non pochi erano i giovani che seguivano le loro dotte lezioni e ogni giorno si riuniva una numerosa schiera per ascoltarli.
Diffusasi la notizia che il re era prossimo alla morte per i dispiaceri e la malattia, quei due dottori sussurravano ai loro discepoli che era giunto, finalmente, il momento di vendicare l’onore di Dio e distruggere le opere blasfeme che violavano la legge antica. Si riferivano all’aquila d’oro che re Erode aveva fatto collocare sopra la grande porta del tempio, in omaggio ai Romani, suoi protettori; nonostante fosse considerata un’empietà l’introduzione nel sacro tempio di qualsiasi statua o busto o riproduzione di essere vivente. Era dunque giunto il momento di abbatterla! Quei due “rabbi” assicuravano che sarebbe stato bello, se fosse insorto qualche pericolo, morire per la legge antica. Per chi poi avesse affrontato una simile morte, la sua anima sarebbe sopravvissuta immortale godendo di una perpetua felicità. Per contro, coloro che erano abietti e ignoravano la sapienza, restavano attaccati alla vita per ignoranza e preferivano una morte per malattia o per vecchiaia ad una morte gloriosa.
Un giorno dilagò la voce improvvisa che re Erode era morto e molti giovani decisero di attuare l’impresa alla quale meditavano da tempo. Si mossero a mezzogiorno, quando il tempio era molto affollato: si munirono di grosse corde, salirono sul tetto e si calarono sul frontone dove, a colpi di scure, abbatterono l’aquila d’oro tra l’entusiasmo generale.
Ma il capitano del re, informato del reato, accorse con molte guardie e catturò quaranta di quei giovani, conducendoli al cospetto di Erode che non era morto, ma giaceva gravemente infermo.
Appreso che avevano abbattuto l’aquila d’oro, il re volle sapere chi li avesse istigati a tanto.
Quegli audaci gli risposero che avevano agito in nome dell’antica legge.
Erode si stupì della loro gioia, giacché erano in procinto di morire, ed essi lo informarono della certezza che avrebbero goduto, dopo la morte, di un’eterna beatitudine.
Tale fu la collera del re che lo indusse ad alzarsi, nonostante la malattia, e a radunare un’assemblea dove accusò quei giovani di palese sacrilegio. Più ancora li accusò di cospirazione politica e, pertanto, ne chiese la condanna per empietà: condanna che contemplava la pena di morte.
I membri dell’assemblea, timorosi che l’indagine si allargasse e coinvolgesse altre persone, nel tentativo di salvare molti di quei giovani invitarono il re a punire i sobillatori del misfatto e coloro che materialmente avevano abbattuto l’aquila d’oro, ma di abbandonare lo sdegno verso tutti gli altri.
Il re si lasciò persuadere a stento alla clemenza e, pertanto, fece bruciare vivi Giuda e Mattia, ispiratori del complotto, con i giovani che si erano arrampicati sul tetto del tempio, da dove avevano abbattuto l’insegna imperiale; ma lasciò in vita gli altri arrestati, che furono consegnati ai guardiani per l’esecuzione della condanna (probabilmente i lavori forzati nelle saline).”
Pochi giorni dopo Erode morì e l’esemplare condanna di quegli ardimentosi restò famosa presso il popolo come “la strage degli innocenti”!
Di essa, in seguito, si impossessò l’evangelista Matteo che, di certo, ignorava Tucidide e Polibio, ma ambiva massimamente che si adempisse ciò che era stato preannunciato dal Signore per mezzo del profeta Geremia:

“Un grido è stato udito in Roma,
un pianto e un lamento grande;
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
poiché non ci sono più!”



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

martedì 28 dicembre 2010

Il bambino Elio


Daniele Ranzoni, Ritratto di Bambino (1877)

Un racconto bellissimo di Sergio Giuliani, fatto di atmosfere e di ricordi.

Sergio Giuliani


Il bambino Elio


L’ho sempre visto, quell’acquerello appeso nel salotto, sopra il mobile-credenza col rialzo. Era in una pesante cornice dorata, lavorata a grana di riso e annerita ormai dal tempo di mare.
C’era, trattenuto da un filo da ricamo, un ricciolo di capelli biondi e, quando li toccai, finissimi. “Si usava” mi dissero, conservare una ciocca delle persone morte, specialmente bambini.
Il bambino Elio, mio zio paterno, ha un’aria un poco accigliata, lineamenti dolci come la sua mamma, Assunta, che ho conosciuto soltanto in fotografia, l’unica che ebbe.
Tiene in mano una rotella di legno (una “rùzzola”, mi disse mio padre, con cui giocava sempre)- Anche lui ebbe una sola foto, piccola piccola, da cui la pittrice, che firma col monogramma LP, Leonetta Pieraccini, non ancora sposata con Emilio Cecchi ricavò, fedelmente,l’acquerello.
Assunta lavorava, in quel periodo, credo come materassaia, nel palazzo del possidente Gaetano Pieraccini in Piazza Nova a Poggibonsi e spesso portava con sé, per non saper dove ed a chi lasciarlo, l’ultimo nato. La signorina pittrice, allieva di Fattori ( e nell’acquerello si vede, la scuola!) forse giocò talvolta col piccolo (non era allegra né molto occupata la vita di palazzo delle signorine all’inizio del Novecento), forse si incantò anche del pittorico soggetto.
Il bambino Elio morì – mi disse mio padre – per un’indigestione di frutta acerba raccolta chissà dove, senza che Assunta potesse sorvegliarlo. Nell’acquerello porta un anonimo grembiule senza forma e avrà un tre, quattro anni.
Leonetta (si chiamò Leonetto anche il fratello grande di Elio) commossa lo ricordò con l’acquerello, forse la sola cosa che restasse ad Assunta di un suo bambino.
Poi, fu tempo di lutti e di crolli. I Giuliani, ad uno ad uno, morirono tutti giovani e rimase soltanto Oscar, mio padre. Morirono persino i cugini, giovanissimi,Cesarina, Libero e la sua consorte. I Pieraccini, per speculazioni sbagliate, persero i loro beni, il palazzo (cancellato poi dalle bombe inglesi), si rifugiarono a Talciona,un villaggio di Poggibonsi, e poi si trasferirono a Firenze.

Una delle cose di cui più ci si pente in vecchiaia, quando non vi si può ormai porre rimedio, è di non aver chiesto di più a chi sapeva della nostra famiglia, delle persone. Da ragazzi si guarda con sufficienza e con un poco di fastidio ai morti: fastidiosissima poi, la voce di chi racconta per commuovere e si fa litaniosa. Quando la curiosità, maestra dell’imparare e del conoscersi, si fa matura e concreta, è tardi per chiedere a chi non c’è più e che abbiamo ascoltato con affrettata sufficienza.
Affondiamo nella smania di sapere ciò che nessuno ci dirà più. E diventa come un carico, angosciante e dolcissimo al tempo stesso, come un calar di sole o d’autunno, il grande spazio, l’antispazio e l’antitempo enorme rispetto a quanto si sa, ci hanno detto, ma episodicamente.

Del bambino Elio restano soltanto la piccola foto ormai marronata scialba, il ricciolo e l’acquerello. Bellissimo, collocato ora su mobili di pregio e con altri quadri. La ruzzola sembra sempre sul punto di scappargli dalle piccole mani che la tengono con forza. Lo sguardo, con gli occhi puntuti e scrutanti, è su chi osserva il bambino, ma qualcosa rimane chiuso, non detto. Sta per sé, Elio, benché così piccolo: non ha nulla del bambino, nella posa, ma ha dell’uomo. Mi costringe a chiedermi i soliti perché sulla vita, perché lui è rimasto il bambino di una sola foto e di un ricciolo, mentre gli altri hanno vissuto. E’ come se un poco cullassi (ma ha lo sguardo che non si offre, che non chiede, risolto in sé come una monade) uno zio mai diventato grande, fermatosi all’inizio del tunnel d’Orfeo, che porta o riporta alla vita.
Ma io non ho sèguito, parentela discendente. Dopo di me, il bambino Elio, con cui dialogo sempre meno distrattamente da oltre settant’anni, si perderà del tutto. Qualcuno butterà via foto e ricciolo e allora sarà davvero come se non fosse mai esistito.

Non ho mai cercato di mettermi in contatto con Leonetta Cecchi Pieraccini, venuta meno alla sua operosa e lunga vita non moltissimo tempo fa.Mi pareva di dover ancora interrogare Elio, uno zio piccino di cui erano rimasti nel ricordo gli occhi puntuti, un poco foschi, non proprio da bambino e la ruzzola. Mancando Leonetta, adesso davvero son da solo a significare che il figlio di Assunta è stato al mondo, è esistito e probabilmente gli era stata, come a tutti,data da percorrere una strada che ha fatto appena in tempo ad imboccare. E lo lascerò anch’io, perché la giornata si accorcia. E mi piacerà che l’acquerello sia offerto al Comune di Poggibonsi, con preghiera di custodia e di esposizione. Elio tornerà fra quelle case dure e forti, di pietra serena, dove aspra odora l’umidità. Sarà, voglio, come se non fosse mai venuto via a questa Savona di mare, in effigie
Avrò in parte rimediato allo spreco di vita che pur s’era affacciata all’esistere, alla gran cieca partita che gioca sempre il Nulla. Ma solo con lo struggimento del ricordare lontano; almeno,che resti, come spero,ma allora per una funzione al di là dell’estetica cui è solitamente dedicata, l’opera d’arte, così tenera, ora, elegiaca e casuale.
Non ho mai saputo di una tomba di Elio. Nelle rituali (e non; accorate) visite al cimitero con mio padre, non mi ha mai indicato alcun luogo, come per gli altri parenti, fino alle prozie e a un prozio. Forse i bambini venivano sepolti in modo anonimo, non c’erano forse mezzi per comprare un loculo e Assunta aveva troppo da lavorare per non esser costretta a superare anche il ricordo di quel figlio morto bambino.
Ora la sua camera è la nostra: mobili solidi e belli, di fine Ottocento che fin da ragazzo avevo scelto per me, impedendo in ogni modo ai miei di disfarsene. Carezzo i nòttoli con cui si aprono comodini e cassetti: alle volte colgo, nella notte, qualche leggero schianto d’assestamento del vecchio legno (nonno Beppe era ebanista ed ha ben lavorato. Cerco di vedere, sentire quelle mani ai nòttoli snodati e sonori. Eppure ci sono state! Di certo l’acquerello Assunta lo tenne nel cosiddetto”salotto”. Come un gran pregio di cuore che la vita, tanto avara con lei e con i suoi, le aveva sorprendentemente concesso

Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

domenica 26 dicembre 2010

I luoghi sono come le persone


Il viaggio come ricerca di se, come scoperta della propria geografia interiore. Un articolo dedicato a tutti i “viaggiatori dell'anima”

Giuliana Bruno

I luoghi sono come le persone


I luoghi sono come le persone: è l'emozione a farceli incontrare. Si desidera un luogo così come si desidera un essere amato. Quando ci avviciniamo a un paesaggio sconosciuto col desiderio di farlo nostro, proviamo lo stesso sciame di emozioni che scopriamo di fronte a chi ci cattura con l'intelligenza dei sensi. Di un luogo ci si può letteralmente innamorare. E poiché i luoghi raccolgono le nostre memorie e i nostri desideri profondi, potremmo dire che si viaggia per scoprire la propria geografia interiore.

Fu così, con amorosa trepidazione, che, lasciando giovanissima Napoli con una Fulbright, mi avvicinai a New York. Nella metropoli cosmopolita, una vera e propria isola sulle coste degli Stati Uniti, mi sentii stranamente subito a casa. Era come se l'avessi riconosciuta pur senza averla mai vista. La riconoscevo, questa cosmopoli marittima, perché quel suo paesaggio liquido, di movimenti e migrazioni, di connessioni e commistioni, ce l'avevo in me.

Non poteva che nascere lì la mia idea di geografia emozionale, un'idea che mi portavo dentro e che mi spingeva intimamente, nella vita come nella ricerca, a legare movimento ed emozione. Il sorprendente viaggio di scoperta di una città di flussi e quell'itinerario di riscoperta che è il reinventarsi scrittrice in una lingua straniera mi hanno letteralmente trascinata nell'impresa. La lingua inglese evidenziava questo mio "trasporto", ricordandomi la matrice latina del nodo tra motion e emotion. Avevo studiato molto latino a Napoli, ma solo riguardando con gli occhi di chi se ne è andato, ho potuto riconoscere che l'emovere latino, da cui deriva la nostra "emozione", indicava esso stesso un andarsene: un vero e proprio "uscire da sé".

Questa emozione mi ha spinta a guardare a fondo negli scritti di viaggio. Continuavo a trovare sul mio ibrido cammino antiche "lady traveler", che avevano perlustrato l'universo per portare nel mondo qualcosa di sé. Scoprivo che era capitato a tanti viaggiatori (dell'anima) prima di me di sentire la spinta interna, la trasformazione intima, il trasporto dell'emozione. Ciò che si muove smuove. L'ho imparato soprattutto da Madeleine de Scudéry, la letterata parigina che nel lontano 1654 disegnò la Carte du pays de Tendre, la mappa del tenero, dando forma tangibile alle atmosfere dell'animo.

Il mondo esterno esprime un paesaggio interiore e le emozioni implicano un vero e proprio moto. Sono una topografia ricca di imprevedibili itinerari. Uscire da sé significa immergersi nel flusso e riflusso di questa psicogeografia personale e tuttavia sociale. Così il mio Atlante delle emozioni, scritto in inglese come diario di bordo di un viaggio interiore en plein air, ha preso esso stesso a viaggiare nel mondo (destino di un atlante!) ed è ritornato in Italia facendomi riscoprire aspetti molto teneri della mia personale geografia emozionale. Nell'andare lontano succede infatti di ritrovarsi. E di riavvicinarsi.


(Da: D donna - 10 marzo 2007)


Giuliana Bruno insegna a Harvard. Tra le sue opere Atlante delle emozioni. In viaggio tra arte, architettura e cinema (Bruno Mondadori Editore, Milano 2006)

sabato 25 dicembre 2010

A proposito di Natale e di Babbo Natale


Tanti auguri alle amiche e agli amici di Vento largo con un documentatissimo articolo di Guido Araldo. Eppure, nonostante tutto, noi di Vento largo continuiamo ostinatamente a credere nell'esistenza di Babbo Natale!


Guido Araldo

A proposito del Natale e di Babbo Natale


Il decimo mese negli antichi almanacchi vanta la festa più importante di tutte, antichissima, sicuramente precristiana, preromana, preceltica: il Natale, la festa del solstizio d’inverno, quando il viaggio nel cielo del sole smette di accorciarsi e riprende ad allungarsi.
Soltanto pochi anni fa a dicembre ricorreva il quarto periodo di purificazione, la “quarta tempora”, in previsione dell’inverno incombente, che si teneva nella terza settimana dell’Avvento, con digiuno nei giorni di mercoledì, venerdì, sabato.
In epoca romana, precristiana, la ricorrenza del solstizio d’inverno era una festa importantissima e molto sentita, nota come i Brumalia (da bruma, i giorni più corti): una festa che durava una dozzina di giorni, durante i quali era tradizione scambiarsi doni benaugurali e s’intersecava con i Saturnali (che ricorrevano tra il 17 e il 24 dicembre e corrispondeva a un’antica festa di carnevale).
Non a caso all’inizio dei Brumalia, i giorni più corti dell’anno, il 13 dicembre, è festeggiata Santa Lucia: la santa della luce che in cielo sembra spegnersi…
Probabilmente è il pino di Natale a palesare appieno, meglio di qualsiasi allegoria, l’archétipo collettivo dominante l’umanità. In origine l’albero sacro dei Brumalia, benaugurale, era l’agrifoglio, in seguito sostituito dal pino.
Perché?
Il pino non deriva da una tradizione nordica, introdotta dai barbari invasori, come comunemente si suppone, ma era l’albero sacro ad Attis, il dio nato da una vergine che muore e dopo tre giorni risorge per mano di Cibele, la Grande Madre, Mater Tellus, la dea Madre, Iside (la Madonna) e si trasforma in pino… E cosa c’è di più straordinario, nel ciclo perpetuo di vita e morte, di decadimento e rinascita, del Natale, quando il cammino del sole riprende ad allungarsi in cielo?
E poi il culto del dio Mitra, legato al sole, ai suoi cicli, alla sua annuale rinascita, diffusissimo sia nell’Impero Persiano che nell’Impero Romano. Un culto che a partire dal II secolo dopo Cristo procedette mano nella mano con il cristianesimo; molto più tollerante del cristianesimo e, per questo, alla fine sconfitto. Un culto antichissimo, risalente sicuramente a quattordici secoli prima della nascita di Cristo, poiché citato in un trattato tra Ittiti e Hurriti, e definito nei testi sacri dei Veda indiani, più antichi ancora, simbolo dell’onestà, dell’amicizia e della lealtà. La sua nascita da una vergine coincideva con il solstizio d’inverno e veniva festeggiata il 25 dicembre. Quando Ipparco da Nicea appurò la “processione degli equinozi”, fu attribuito a Mitra il potere di generare questo fenomeno astronomico. Anche Mitra, identificato in epoca imperiale con il “sol invictus”, moriva per poi rinascere tre giorni dopo: e, infatti, il 22 dicembre il sole sembra “morire”, per poi rinascere tre giorni dopo, il 25 dello stesso mese!



A proposito, quando nacque veramente Gesù di Nazareth?

La tradizione vuole che sia nato sotto il regno di Erode e precisa che era l’ultimo anno del regno di quel re crudele, quando giunsero a Gerusalemme i Re Magi citati dall’evangelista Matteo (II, 1 - 12). Ma Erode morì, senz’ombra di dubbio, il 4 avanti Cristo, all’età di 71 anni, dopo 33 anni di regno.
A questo punto è palese la discordanza con il censimento citato dall’evangelista Luca (II, 1-2), con tanto di nome del suo promotore: Quirino, legato imperiale in Siria e Fenicia. Più precisamente Publio Sulpicio Quirinio, originario di Lanuvio, citato da Tacito negli “Annales” (III, 48) che resse il consolato nell’anno 12 a.C., quando condusse una vittoriosa campagna contro gli Omonadensi di Cilicia, per la quale ottenne il trionfo. Ed è Giuseppe Flavio a precisare nelle “Antichità Giudaiche” (XVII, 355; XVIII, 1) che fu proprio Publio Sulpico Quirino a organizzare il referendum in Giudea nell’anno 759 ab Urbe Condita, ovvero il 6 d.C., allorché da quella tetrarchia fu estromesso il re Archelao, per palese incapacità e manifesta crudeltà, e la regione passò sotto diretto controllo di Roma. Non più regno cliente, ma provincia affidata a un prefetto con “ius gladii”, dotato del potere d’imporre la legge marziale e di promulgare condanne capitali.
Della data del 25 dicembre non c’è traccia in nessun documento!

In merito al Natale è interessante rievocare la storia di Santa Claus, in Italia noto come Babbo Natale. La sua origine è cristiana e riguarda il vescovo di Myra San Nicola, che la tradizione vuole sia stato martirizzato durante la grande persecuzione voluta dall’imperatore Diocleziano all’inizio del IV secolo, più precisamente cominciata nell’anno 303. La sua fama, invero notevole e diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, era connessa a una fontana d’olio miracoloso, panacea di tutti i malanni, che sgorgava presso la sua tomba nella città di Myra, in Licia, sulla costa mediterranea dell’attuale Turchia. Più durevole, nello spazio e nel tempo, la leggenda del suo dono, di tre monete d’oro, in altre versioni di tre palline d’oro, a tre fanciulle poverissime che il padre intendeva avviare al mestiere più antico al mondo. Quelle tre monete avevano impedito alle tre giovani di diventare puttane e questa straordinaria storia ebbe notevole diffusione non soltanto nell’impero bizantino, ma anche in Russia e poi nell’area baltica e nord europea. Con il tempo quel dono si trasformò nell’usanza di offrire ai bambini dolci simili alle tre palline d’oro, in occasione della festa del Santo che, prima dell’introduzione del calendario gregoriano, cadeva il 16 di dicembre (data tutt’ora in vigore in Russia e in tutti i paesi di tradizione ortodossa).
Ancora oggi nei paesi nordici, germanici e slavi San Nicola viene rappresentato in abiti vescovili con lunga barba bianca.
Nell’Italia Meridionale, di tradizione bizantina nell’Alto Medioevo, il culto di San Nicola si radicò in seguito ad un evento storico: il furto del santo sarcofago dalla città di Myra, in piena decadenza, e il suo trasporto a Bari su una nave di marinai di quella città. Non fu trasportata, purtroppo, la fontana dell’olio miracoloso. Un evento memorabile! In seguito a Bari, per accogliere degnamente simili reliquie, fu edificata una grande basilica nell’XI secolo, che ancora oggi figura tra le più belle chiese romaniche d’Italia. Da allora questa basilica fu meta di grandi pellegrinaggi in epoca medioevale: pellegrinaggi che persistono tutt’oggi, anche se con minore intensità.
San Nicola è notoriamente il santo patrono d’innumerevoli professioni, a cominciare delle prostitute, poiché salvò da quel “mestiere” le tre fanciulle, quindi dei marinai, dei mercanti, dei bambini, dei farmacisti, degli avvocati e anche dei detenuti.



Quando gli Olandesi fondarono Nuova Amsterdam, che poi diventò New York, portarono con loro il culto invernale di Sinterklaas, come chiamavano San Nicola (da Sint Nicolaas), e anche la tradizione di offrire piccoli doni ai bambini in occasione della sua festa. Lentamente, con il passaggio di Nuova Amsterdam a New York, l'olandese Sinterklaas fu tradotto in inglese: dapprima Saint Nicholas e poi divenne nello slam newyorkese Santa Klaus, cioè Babbo Natale, e contemporaneamente la tradizione dei doni scivolò alla festa di Natale. La successiva “americanizzazione planetaria”, conseguente la Seconda Guerra mondiale, ha diffuso ovunque la tradizione Babbo Natale, che ha finito per sostituire Gesù Bambino nei paesi di tradizione cattolica.
In Germania il culto di San Nicola subentrò a quello del dio Odino nel corso della lunga e lenta cristianizzazione di quel paese, tragica nei paesi sassoni. Era infatti tradizione che Odino (Wodan) si cimentasse ogni anno in grande battuta di caccia nel periodo del solstizio invernale, in compagnia di altri dei e dei grandi guerrieri morti in antiche battaglie. In occasione di quella celeste cavalcata i bambini lasciavano i loro stivali accanto al camino, dopo averli riempiti di rape e carote per sfamare il cavallo volante del dio Odino, di nome Sleipnir. E in cambio il dio lasciava negli stivali dei bambini alcuni dolcetti. Quell’usanza, quella di lasciare gli stivaletti dei bambini accanto al camino, persistette con diffondersi del cristianesimo; ma, ovviamente, riempire gli stivaletti di dolciumi non era più il dio Odino, ma San Nicola. Tradizione particolarmente radicata in Olanda, che trasmigrò nel Nuovo Mondo con i coloni di quel paese allorché fondarono Nuova Amsterdam alla foce del fiume Hudson. Va ricordato che anche nell’iconografia Odino era simile a Nicola, con lunga barba bianca, anche se era guercio. E in area tedesca permangono inoltre molte leggende invernali di san Nicola, sempre riferite a bambini, con radici molto più antiche. In area scandinava le leggende di San Nicola si mischiano a quelle dei folletti, in un’ambientazione sempre invernale, ma non variano molto da quelle tedesche! Ad esempio i bambini lasciano i loro piccoli stivali non accanto al camino, ma sotto le finestre poiché la tradizione vuole chi i folletti di San Nicola portino dolciumi a quelli che sono stati buoni, e delle pietre o delle patate a quelli che sono stati cattivi.
Probabilmente è da attribuirsi agli inglesi, che subentrarono agli Olandesi nella colonia della Nuova Olanda ribattezzata New York, la trasformazione del vescovo Sinterklaas in un bonario vecchietto panciuto, sempre dotato di candida barda fluente, con un grande mantello ornato di pelliccia: una metamorfosi che si collega ad antiche leggende della Northumbria. In seguito questo vecchietto, che sembra apprezzare prolungate soste nei pubs, andò evolvendosi nello “spirito di bontà del Natale”, soprattutto per opera dello scrittore Charles Dickens.
Davvero un viaggio singolare nel tempo e nello spazio, quello di San Nicola – Babbo Natale! Un viaggio molto lungo poiché, partito da Myra, nell’attuale Turchia Meridionale, andò dapprima a Bari e a Costantinopoli, poi arrivò a Kiev, all’epoca capitale di un regno variago (i vichinghi dell’Est noti anche come Rus, in italiano Russi), percorse le sterminate foreste della Russia, approdò nei Paesi Baltici, impregnò la Germania e raggiunse l’Olanda, paese di navigatori che lo portarono nell’America del Nord, precisamente alla foce del fiume Hudson, dove finì per cambiare nome: da Saint Nicholas (San Nicola) a Santas Klaus (Babbo Natale) e infine diffondersi in tutto il mondo!


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

Auguri di Buone Feste

a tutte le amiche e a tutti gli amici di Vento largo

venerdì 24 dicembre 2010

Beppe Fenoglio, La sposa bambina


Per avere una idea precisa dell'universo narrativo fenogliano basta leggere il racconto "La sposa bambina" che narra del matrimonio combinato della tredicenne Catinina, del suo viaggio di nozze a Savona e del suo triste destino di donna derubata della infanzia e della giovinezza. In questo intensissimo racconto, straordinario per forza espressiva e essenzialità del linguaggio, sono presenti tutti i temi di Fenoglio: la durezza del mondo di Langa, la donna come vittima, il mare come metafora di un'altra vita possibile, ma comunque irragiungibile, perchè al proprio destino non si sfugge.


Beppe Fenoglio

La sposa bambina


Catinina del Freddo era di quella razza che da noi si marchia col nome di mezzi zingari perché mezza la loro vita la passano sotto l’ala del mercato.
Proprio sotto l’ala si trovava, a tredici anni giusti, a giocare coi maschi a tocco e spanna, quando sua madre le fece una chiamata straordinaria.
– Lasciami solo più giocare queste due bilie! – le gridò Catinina, ma sua madre fece la mossa di avventarsi e Catinina andò, con ben più di due bilie nella tasca del grembiale.
A casa c’era suo padre e sua sorella maggiore, tra i quali vennero a mettersi lei e sua madre, e così tutt’insieme fronteggiavano un vecchio che Catinina conosceva solo di vista, con baffi che gli coprivano la bocca e nei panni un cattivo odore un po’ come quello dell’acciugaio. I suoi di Catinina stavano come sospesi davanti al vecchio, e Catinina cominciò a dubitare che fosse venuto per farsi rendere ad ogni costo del denaro imprestato e i suoi l’avessero chiamata perché il vecchio la vedesse e li compatisse.
Invece il vecchio era venuto per chiedere la mano di Catinina per il suo nipote che aveva diciotto anni e già un commercio suo proprio.
Sua madre si piegò e disse a Catinina: – Neh che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?
Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre la rimise in posizione: – Neh che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bella veste nuova, se lo sposi.
Allora Catinina disse subito che lo sposava e vide il vecchio calar pesantemente le palpebre sugli occhi.
– Però la veste me la fate rossa, – aggiunse Catinina.
– Ma rossa non può andare in chiesa e per sposalizio. Perché ti faremo una gran festa in chiesa. Avrai una veste bianca, oppure celeste.
A Catinina la gran festa in chiesa diceva poco o niente, quella veste non rossa già le cambiava l’idea, per lo scoramento si lasciò piombare una mano in tasca e fece suonare le bilie.
Allora la sorella maggiore disse che le avrebbero portato tanti confetti; a sentir questo Catinina passò sopra alla veste non rossa e disse di sì tutto. Anche se quei confetti non finivano in bocca a lei.
Si sposarono alla vicaria di Murazzano, neanche un mese dopo. Lo sposo dava alla vista meno anni dei suoi diciotto dichiarati, aveva una corona di pustole sulla fronte, più schiena che petto, e certi occhi grigi duretti.
Fecero al Leon d’Oro il pranzo di nozze, pagato dal vecchio e dopo vespro partirono. C’era tutto il paese a salutar Catinina, e perfino i signori ai loro davanzali.
Lo sposo, che era padrone di mula e carretto, aveva giusto da andare fino a Savona a caricar stracci, che era il suo commercio, e ne approfittava per fare il viaggio di nozze con Catinina.
Alla sposa venne da piangere quando, salita sul carretto, dominò di lassù tutta quella gente che rideva, ma le levò quel groppo un cartoccio di mentini che le offrì una donna anche lei della razza dei mezzi zingari.
Alla fine partirono, ma ancora a San Bernardo avevano il tormento di quei bastardini che fino a ieri giocavano alle bilie con la sposa. Quantunque lo sposo non tardasse a girare la frusta.
Viaggiavano sulla pedaggera e ne avevano già ben macinata di ghiaia, e Catinina non aveva ancora aperto la bocca se non per infilarci quei mentini uno dopo succhiato l’altro, e lo sposo le sue quattro parole le aveva dette alla mula.
Ma passato Montezemolo lo sposo si voltò e le disse: – Voi adesso la smettete di mangiare quei gommini verdi –, e Catinina smise, ma principalmente per lo stupore che lo sposo le aveva dato del voi.
Veniva su la luna, e dopo un po’ fu un mostro di vicinanza, di rotondità e giallore, navigava nel cielo caldo a filo del greppo della langa, come li volesse accompagnare fino in Liguria.
Catinina toccò il suo sposo e gli disse: – Guarda solo un momento che luna.
Ma quello le si rivoltò e quasi le urlò: – Voi avete a darmi del voi, come io lo do a voi!
Catinina non rifiatò, molto più avanti disse semplicemente che il listello di legno l’aveva tutta indolorita dietro, dopo ore che ci stava seduta. E allora lui parlò con una voce buona, le disse che al ritorno sarebbe stata più comoda, lui l’avrebbe aggiustata sugli stracci.
Arrivarono a Savona verso mezzogiorno.
Lo sposo disse: – Quello lì davanti è il mare, – che Catinina già ci aveva affogati gli occhi.
– Che bestione, – diceva Catinina del mare, – che bestione!
Tutte le volte che pascolava le pecore degli altri in qualche prato sotto la strada del mare e sentiva d’un tratto sonagliere, si arrampicava sempre sull’orlo della strada e da lì guardava venire, passare e lontanarsi i carrettieri e le loro bestie in cammino verso il mare con grandi carichi di vino e di farine. Qualche volta li vedeva anche al ritorno, coi carri adesso pieni di vetri di Carcare e di Altare e di stoviglie d’Albisola, e si appostava per fissare i carrettieri negli occhi, se ritenevano l’immagine del mare.
Ora se lo stava godendo da due passi il mare, ma lo sposo le calò una mano sulla spalla e si fece accompagnare a stallare la bestia. Ma poi le fece vedere un po’ di porto e poi prendere un caffellatte con le paste di meliga. Dopodiché andarono a trovare un parente di lui.
Questo parente stava dalla parte di Savona verso il monte e a Catinina rincresceva il sangue del cuore distanziarsi dal mare fino a non avercene nemmeno più una goccia sotto gli occhi.
Ce ne volle, ma alla fine trovarono quel parente. Era un uomo vecchiotto ma ancora galante, e quando si vide alla porta i due ragazzi sposati fece subito venire vino bianco e paste alla crema ed anche dei vicini, ridicoli come lui.
Mangiarono, bevettero e cantarono. Catinina in quel buonumore prese a snodarsi e a rider di gola e ad ammiccare come una donna fatta, e teneva bene testa al parente galante ed ai suoi soci; lo sposo le era uscito di mente ed anche dagli occhi, non lo vedeva, seduto immobile, che pativa a bocca stretta e col bicchiere sempre pieno posato in terra fra i due piedi.
Quando si ritirarono per la notte in una stanza trovata dal parente, allora riempì di schiaffi la faccia a Catinina. E nient’altro, tanto Catinina non era ancora sviluppata.
Al mattino Catinina aveva per tutto il viso delle macchie gialle con un’ombra di nero, lo sposo venne a sfiorargliele con le dita e poi scoppiò a piangere. Proprio niente disse o fece Catinina per sollevarlo, gli disse solo che voleva tornare a Murazzano. E sì che si sarebbe fermata un altro giorno tanto volentieri per via di quel parente così ridicolo, ma ora sapeva cosa le costava il buonumore, e poi il mare le diceva molto meno.
Lo sposo caricò in fretta i suoi stracci, la fece sedere sul molle e tornarono.
La mattina dopo, il panettiere di Murazzano, che si levava sempre il primo di tutto il paese, uscito in strada a veder com’era il cielo di quel nuovo giorno, trovò Catinina seduta sul selciato e con le spalle contro il muro tiepido del suo forno.
– Ma sei Catinina? Sei proprio Catinina. E cosa fai lì, a quest’ora della mattina?
Lei gli scrollò le spalle.
– Cosa fai lì, Catinina? E non scrollarmi le spalle. Perché non sei col tuo uomo?
– Me no di sicuro!
– Perché te no?
Allora Catinina alzò la voce. – Io non ci voglio più stare con quello là che mi dà del voi!
– Ma come non ci vuoi più stare? Invece devi stargli insieme, e per sempre. È la legge.
– Che legge?
– O Madonna bella e buona, la legge del matrimonio!
Catinina scrollò un’altra volta le spalle, ma capiva anche lei che scrollar le spalle non bastava più, e allora disse: – Io non ci voglio più stare con quello là che mi dà sempre del voi. E poi che casa mi ha preparata che io c’entrassi da sposa? Una casa senza lume a petrolio e senza il poggiolo!
L’uomo sospirò, la fece entrare nel suo forno, disse piano al suo garzone: – Attento che non scappi, ma non beneficiartene altrimenti il mestiere vai a impararlo da un’altra parte, – e uscì.
Quando tornò, c’era con lui l’uomo di Catilina. Col panettiere testimone, le promise il lume a petrolio per subito e di farle il poggiolo, tempo sei mesi.
Catinina il lume a petrolio l’ebbe subito, e poi anche il poggiolo, ma dopo un anno buono, che lei aveva già un bambino sulle braccia. Perché Catinina non era la donna che per aver la grazie dei figli deve andarsi a sedere sulla santa pietra alla Madonna del Deserto e pregare tanto.
Questo primo figlio, dei nove che ne comprò nella sua stagione, l’addormentava alla meglio in una cesta e poi subito correva sotto l’ala a giocare a tocco e spanna con quei maschi di prima. Dopo un po’ il bambino si svegliava e strillava da farsi saltare tutte le vene, finché una vicina si faceva sull’uscio e urlava a Catinina:
– O disgraziata, non senti la tua creatura che piange? Vieni a cunarlo, o mezza zingara!
– Lasciatemi solo più giocare questa bilia!




Beppe Fenoglio
Un giorno di fuoco
Einaudi
Euro 8.50



giovedì 23 dicembre 2010

Rapsodie portoghesi


Lisbona, luogo magico, città di atmosfere sospese fra cielo e Tago. Ma oltre a Pessoa, Saramago e agli scritti di Tabucchi, cosa sappiamo della letteratura portoghese contemporanea che pure è vivissima?

Roberto Francavilla

Rapsodie portoghesi
Giovani autori incuranti dei vecchi maestri


La tendenza generale al disimpegno è bilanciata dal recente tentativo di narrare le vicende che hanno coinvolto decine di migliaia di retornados, costretti ad abbandonare i loro luoghi e i loro affetti in seguito all’indipendenza delle colonie africane, avviata nel 1974

Considerato il senso moderno dell’aggettivo «nazionale» applicato alla letteratura – che ci rimanda all’esprit de la littérature illuminista – sarebbe interessante chiedere a un lettore medio italiano quale sia la sua percezione della cultura portoghese e quanto c’entri, in questa percezione, la letteratura. Avremmo quasi certamente risposte vaghe, scopriremmo lacune talvolta abissali e vedremmo consolidarsi stereotipi secolari. L’Italia è uno dei paesi dove si pubblica di più e dove si legge di meno. Di fatto, anche per via della congenita esterofilia del nostro mercato editoriale (gli inguaribili ottimisti si ostinano a definirla «vivacità intellettuale»), la letteratura portoghese nel nostro paese è degnamente rappresentata, sebbene confinata nelle solite nicchie – escluse le eccezioni rappresentate da Pessoa, José Saramago e António Lobo Antunes – e per di più ancorata a traduzioni obsolete; certo è che viene spesso ignorata dai recensori ed è posizionata ai margini del canone. Lo testimonia il numero esiguo di opere della letteratura portoghese incluse nelle collane dei grandi classici e l’approssimazione con cui si ricordano autentici «grandi» della Weltlitteratur come Gil Vicente, Camões, Eça de Queirós. Singolare il caso di quest’ultimo, esiliato in polverose traduzioni risalenti alla prima metà del ’900, salvo qualche felice ma saltuaria riedizione (il Mandarino per Einaudi, Il conte di Abranhos per Avagliano, i Racconti per Bur). La letteratura portoghese sembra dunque un tesoro prezioso e nascosto riservato agli intenditori, ai curiosi, agli esploratori.

Un riferimento intramontabile

In questo quadro, a metà degli anni ’80 l’autorevole lista del critic’s choice del «New York Times» manteneva fra le sue preferenze il romanzo di José Saramago Memoriale del Convento, menzionandolo oltre ogni consuetudine temporale, fatto che ha contribuito al successo dello scrittore e allo sdoganamento di una letteratura fino ad allora considerata semi-periferica (concetto ancora frequentato nella dimensione sociale della letteratura oltre che nelle aggiornate classifiche di Harold Bloom). Proprio in quegli anni si andava solidificando il progressivo riavvicinamento del Portogallo all’Europa, movimento inverso a quell’allegorica deriva atlantica che la penisola Iberia avrebbe intrapreso in un altro noto romanzo di Saramago, La zattera di pietra.
In seconda battuta, verso la fine degli anni ’90 si è parlato di Lisbona come centro di cultura proprio grazie alla popolarità imagologica prodotta dalla letteratura e dalle altre arti (Tabucchi esegeta di Pessoa e narratore della città con Requiem e Sostiene Pereira, il Pereira stesso interpretato da Mastroianni, la musica dei Madredeus, Lisbon Story di Wim Wenders, Lisbona capitale europea della cultura, l’Expo e infine la ciliegina sulla torta: il Nobel a Saramago). L’effetto, però, si è afflosciato come un palloncino bucato. Nell’editoria italiana né Pessoa né Saramago hanno mai funzionato da rimorchio per autori come Mário de Sá Carneiro, Camilo Pessanha, Antero de Quental, Cesário Verde, Aquilino Ribeiro, Jorge de Sena, Miguel Torga, Lídia Jorge, João de Melo. Anche l’onda di quella effimera rinascenza si è stancamente arenata su una spiaggia. La cultura lusitana di oggi sembra trovare una allegoria calzante nel viaggio statico dell’eteronimo pessoano Álvaro de Campos: una vertigine suggerita dalle partenze di navi contemplate dall’immobilità di un molo.
E il mondo delle lettere ne costituisce un riflesso fedele, fra cosmopolitismo e provincia, fra voci di genio e una sorta di rassegnata bonaccia venata da noiose querelles, come quella suscitata pochi anni orsono quando il poeta laureato Manuel Alegre venne escluso da una antologia titolata O Século de ouro, neanche tanto scapigliata: un «piccolo dolore alla portoghese / così mansueto, quasi vegetale», avrebbe detto con il consueto sarcasmo il poeta Alexandre O’Neill, incluso nel secolo d’oro, ma pressoché dimenticato – imperdonabile lacuna – dalla nostra editoria.



In Italia, un tentativo di antologizzazione della letteratura portoghese, possibile viatico all’esplorazione di una cultura letteraria, è stato realizzato negli ultimi anni con l’edizione dell’Antologia del racconto portoghese (Cavallo di Ferro), curata da João de Melo, dove viene presentato un ventaglio narrativo che parte dai romantici Alexandre Herculano e Camilo Castelo Branco e arriva al giorno d’oggi con José Luís Peixoto (ma con l’inspiegabile oblio di un narratore «giovane» quale Jacinto Lucas Pires che proprio nella dimensione del racconto ha offerto le prove migliori); un altro tentativo lo ha compiuto l’editrice La nuova frontiera con la raccolta di racconti Lusofônica, che però considerava anche la letteratura brasiliana e quelle africane di espressione portoghese nel segno della grande comunità linguistica della lusofonia. Alcuni editori, poi, hanno eletto la letteratura portoghese a elemento connotativo dei loro cataloghi, e tra questi la leccese Besa che, fra l’altro, propone uno scrittore «classico» del postmoderno lusitano come Almeida Faria, sebbene traducendone le prove forse meno convincenti (Il conquistatore, 2004 e Le passeggiate del sognatore solitario, 2005).
Un breve percorso attraverso la narrativa portoghese contemporanea, per quanto non esaustivo, deve attingere a un repertorio eterogeneo, non inquadrato in scuole e movimenti ma unito nel rapporto con i modelli e con la generazione precedente. Da tempo il termine di confronto è sempre e soltanto Saramago, mentre meno presente fra i punti di riferimento è José Cardoso Pires, come se la sua lezione di lucido e coraggioso indagatore dei falsi miti, delle strutture più recondite e dei complessi meccanismi che storicamente hanno legato il potere e la società del Portogallo rivestisse un minore interesse. Forse perché lo sguardo dello scrittore ha un po’ rinunciato allo scavo sociale e politico del suo paese; come se una volta archiviato (quando non rimosso) il recente passato e una volta decretato il transito definitivo nel tessuto globalizzato del nuovo millennio, anche le tensioni che spiegherebbero al lettore una società in mutazione fossero state accantonate nel nome della ricerca, non sempre riuscita, di una scrittura in cui prevalga il lato estetico e espressivo. Quanto agli autori che, a tutti gli effetti, dovrebbero rappresentare i «vecchi maestri» – Vergílio Ferreira, José Rodrigues Migueis, Aquilino Ribeiro, Jorge de Sena, Miguel Torga – sembra che la loro traccia si sia inspiegabilmente persa nel tempo.
Curiosa, poi, la canonizzazione in vita di uno scrittore come Lobo Antunes, testimoniata filologicamente dalla scelta da parte della lisbonense Dom Quixote di pubblicare l’edizione ne varietur della sua ormai vasta opera, e confermata anche dalla recente pubblicazione di Lettere dalla guerra (Feltrinelli), un epistolario più vicino alla diaristica d’autore che all’autofiction e all’intersezione fra testo narrativo e autobiografia. Le missive di Lobo Antunes risultano prive di quel corredo testuale caratteristico del journal intime, poiché – è evidente – non vi è nulla o quasi di autenticamente letterario, perlomeno nelle intenzioni. Più interessante è forse una riflessione sul contenuto sociale (lo sfondo della guerra coloniale) e politico (la fine del Salazarismo).
La lettura di questo epistolario risulta ancora più significativa se si considera un contesto come quello rappresentato dalla cultura portoghese che, salvo rari casi, ha archiviato senza una vera analisi previa periodi così oscuri della sua storia, relegandoli nella dimensione del tabù e dell’oblio.
Una parziale inversione di tendenza è rappresentata dal recente tentativo di narrare le vicende che hanno coinvolto decine di migliaia di cittadini portoghesi, i cosiddetti retornados, costretti ad abbandonare i loro luoghi, le loro esistenze e spesso anche il loro affetti a seguito dell’indipendenza delle allora colonie africane, inserendosi a grande fatica nel tessuto sociale portoghese dopo il 25 aprile del 1974. Le storie di portoghesi in Africa sono il tema attorno al quale si sviluppano le prove interessanti di Francisco Camacho con Niassa e di Francisco José Viegas con Lourenço Marques, entrambe connotate fin dal titolo da una topografia localizzata in ambito coloniale (Lourenço Marques è il nome portoghese della capitale mozambicana, oggi chiamata Maputo).



Qualche menzione speciale

Un paio di anni fa sono stati finalmente tradotti anche in Italia, dalle edizioni Cavallo di Ferro due bei romanzi: quello di João de Melo Autopsia di un mare di rovine, e Equatore, il feulleton del giornalista Miguel Sousa Tavares, presto diventato un caso editoriale, in cui il recente passato coloniale viene riletto alla luce di vicende personali narrate secondo i modelli canonici del romanzo sentimentale.
Quel che apparirrà chiaro, sfogliando uno schedario inevitabilmente arbitrario di autori e di opere in qualche modo rappresentativi, è che va subito archiviata l’ipotesi di un comune deposito di temi, mentre si potrà facilmente rintracciare una tendenza al disimpegno, allo scollamento dal contesto portoghese, bilanciato dall’incursione nel passato più remoto, non necessariamente circoscritto ai confini lusitani. Proprio questo si trova nella narrativa di Gonçalo M. Tavares, portoghese nato in Angola nel 1970, epistemologo, autore assai prolifico il quale, nel volgere di pochissimi anni – dopo avere debuttato nel 2001 con le poesie di Livro da dança per la prestigiosa Assírio & Alvim – ha vinto alcuni fra i premi letterari più importanti assegnati in Portogallo inducendo una critica frettolosa a scomodare addirittura l’eteronimia di Pessoa. Oltre al romanzo più noto, Jerusalém (2004) e alla fortunata serie assai apprezzata dall’Oulipo parigino dedicata a quei «signori scrittori» che animano i caffè di un quartiere reinventato nel centro di Lisbona e che si chiamano signor Valéry, signor Brecht, signor Walser, signor Henri (nel senso di Michaux) o signor Calvino, sono da poco uscite le sue originali prose rapsodiche Acqua, cane, cavallo, testa (Il Filo), collezione di lacerti costruiti intorno a personaggi-monadi colti in ossessive deambulazioni dal risvolto mortifero. Sullo stesso stile e con una spiccata propensione al racconto breve di ispirazione americana, sebbene pervasa di elementi surreali, si muove Jacinto Lucas Pires, purtroppo non ancora tradotto in Italia, anch’egli giovanissimo al suo debutto e trasmigrato di recente verso la sperimentazione cinematografica e la frequentazione di altri media.
Il paradigma sul quale possiamo riflettere l’analisi di una intera generazione è senz’altro rappresentato da José Luis Peixoto, anch’egli tradotto in Italia (ricordo in particolare Questa terra ora crudele, La nuova frontiera, struggente requiem in memoria del padre): la sua opera forse più ambiziosa, Cemitério de pianos, nel complesso è un buon romanzo, sebbene prolisso e inciso da incastri spesso superflui ma, ancora una volta, è troppo costruito intorno alla lezione di Lobo Antunes. Un discorso analogo si potrebbe fare per Dulce Maria Cardoso (Le mie condoglianze e Campo di sangue, per Voland), autrice proveniente dalla sceneggiatura cinematografica. Dalla scia di Antunes si discosta invece Mário de Carvalho, il quale appartiene però alla generazione degli esiliati parigini rientrati in patria dopo la rivoluzione del 25 di aprile; tra i suoi libri sono notevoli Passeggia un dio nella brezza della sera e I sottotenenti (entrambi usciti in Italia da Instar).
Una menzione, infine, va accordata alle promesse non mantenute: in particolare a Possidônio Cachapa, in caduta libera dopo un debutto assai originale (A materna doçura) e Pedro Rosa Mendes, eclissatosi dopo un mirabile esempio di romanzo-testimonianza (Baía dos Tigres, Einaudi), scritto a seguito di un lungo viaggio fra le rovine di un’Angola e di un Mozambico apocalittici e violenti, disseminati di mine e corrosi da conflitti irrisolti.


(Da: il manifesto, 3 settembre 2009)
(Le foto di Lisbona sono tratte dalla rete)

mercoledì 22 dicembre 2010

Ricordo di Beppe Fenoglio




Giorgio Amico

Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano


Per avere una idea precisa dell'universo narrativo fenogliano basta leggere il racconto La sposa bambina che narra del matrimonio combinato della tredicenne Catinina, del suo viaggio di nozze a Savona e del suo triste destino di donna derubata della infanzia e della giovinezza. In questo intensissimo racconto, straordinaria per forza espressiva e essenzialità del linguaggio, sono presenti tutti i temi di Fenoglio: la durezza del mondo di Langa, la donna come vittima, il mare come metafora di un'altra vita possibile, ma comunque irragiungibile, perchè al proprio destino non si sfugge (Il tema che ritroveremo ne La Malora).

A differenza di Pavese che passa la sua vita a Torino e scrive di una Langa liricamente trasfigurata, Beppe Fenoglio è autentico langarolo per nascita e radici.

Beppe Fenoglio (1922-1963) nasce infatti ad Alba (che delle Langhe è da sempre la vera capitale) da Amilcare, macellaio e socialista, e Margherita Faccenda, donna di carattere forte e volitivo. L'anno dopo nasce il fratello Walter e Beppe viene mandato dai nonni paterni a Monchiero. L'esperienza precoce dell'abbandono segna indelebilmente la vita di Beppe e in qualche modo spiega il suo carattere difficile, testardo, chiuso, le sue difficoltà nel parlare, così come il rapporto, intensissimo ma conflittuale, con la madre.

Dal 1933 (l'anno in cui nasce la sorella Marisa) Walter e Beppe fenoglio passano le estati sulle Langhe a San Benedetto Belbo a casa di una cugina del padre, Magna (zia) Pinota. Beppe scopre un mondo diverso, accumula un'immensa quantità di storie, di emozioni, di ricordi che diventeranno poi la base della sua opera narrativa. Nonostante la persistente difficoltà ad esprimersi, il giovane Fenoglio è un ottimo studente che si rivela particolarmente dotato per lo studio delle lingue. La sua insegnante di inglese al liceo lo ricorda così:

C'erano ventotto alunni in quella seconda ginnasiale, e tutti erano impazienti d'iniziare lo studio della Lingua Inglese, materia nuova per essi, e quindi piena di fascino e di mistero. Ma particolarmente affascinato pareva quel ragazzo alto, sottile, modestamente vestito, che pure rivelava una interiore fierezza. Attento ed immobile durante tutta la lezione, assimilava non ogni mia parola soltanto, ma pure l'entusiasmo con cui le pronunziavo. Il suo interesse per la nuova lingua s'accrebbe ancor più allorchè iniziammo lo studio della letteratura. Egli amava soprattutto la poesia, e molti passi mandava a memoria, oltre a quelli da me assegnati come esercitazione domestica.

Un amore per la letteratura inglese che diventa desiderio di fuga dalla piattezza provinciale di Alba, dal grigiore del regime fascista. Una sorta di anglomania che, come Beppe farà dire al suo alter ego Johnny, è prima di tutto “desiderio, esigenza di un'italia diversa e migliore”.

Al liceo ebbe la fortuna di incontrare personaggi significativi come Leonardo Cocito, insegnante di lingua italiana e che sarebbe stato poi impiccato dai tedeschi , Pietro Chiodi, docente di storia e filosofia, grande studioso di Kierkegaard e di Heidegger, in seguito deportato in un campo di concentramento tedesco, don Natale Bussi destinato a diventare un teologo importante. Una frequentazione che rafforzò la sua personalità già profondamente connotata in senso etico.

Nel 1940 si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Università di Torino, che frequentò fino al 1943, quando fu richiamato alle armi e indirizzato prima a Ceva e poi a Pietralata (Roma), al corso di addestramento per allievi ufficiali. In questo periodo ha una intensa relazione d'amicizia con Benedetta Ferrero (Mimma). Lui l'incontra sul treno mentre va a Torino, lei è di quattro anni più giovane di lui ed è bellissima. Beppe se ne innamora follemente. Di questo amore non ricambiato resterà traccia nella dedica (in inglese) di Primavera di bellezza.

L'8 settembre sorprende Fenoglio a Roma. Come migliaia di altri giovani egli ritorna avventurosamente a casa, sfuggendo ai tedeschi che hanno ormai occupato l'Italia centro-settentrionale. Un'odissea che egli ricostruisce nelle pagine finali di Primavera di bellezza in cui offre una vivissima e desolante immagine di una Savona grigia e impaurita, presidiata dalla soldataglia germanica.

Dopo qualche mese di incertezza, descritta nelle prime pagine del partigiano Johnny, Beppe raggiunge nonostante la contrarietà della madre i partigiani monarchici del Maggiore Mauri. Grazie alla perfetta conoscenza dell'inglese svolgerà delicati incarichi di collegamento con le missioni militari alleate paracadutate in Piemonte.

Alla fine della guerra, Fenoglio riprende breve tempo gli studi universitari, ha una intensa storia d'amore con Margherita (Beba) Martinazzi, figlia di industriali. La famiglia di lei la costringe a troncare la relazione. Dopo poco Beba morirà tragicamente in un incidente stradale. Fenoglio non la dimenticherà mai e la farà rivivere nel personaggio di Fulvia in Una questione privata.



Il 1946 è un anno difficile per Beppe che non riesce a tornare alla vita di prima della guerra. Deciso a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, egli non fà nulla per trovarsi un lavoro scatenando così un aspro conflitto con la madre. Di queste tensioni resta il ricordo nel libro autobiografico della sorella Marisa che ricorda i violenti e ripetuti scontri fra il fratello e la madre. Lo scrittore li rievocherà con grande forza espressiva nelle folgoranti pagine d'apertura di La paga del sabato.

Nel 1947 accetta di lavorare in un'azienda vinicola di Alba come direttore dell'ufficio commerciale. Nel frattempo scrive una serie di racconti partigiani, che verranno ritrovati e pubblicati nel 94. Entra in contatto con l'editore Bompiani che gli pubblica un racconto nella rivista letteraria Pesci rossi, poi inizia la collaborazione con l'Einaudi tramite Italo Calvino che è quasi suo coetaneo ed è stato partigiano come lui. Nel 1950 conosce a Torino Elio Vittorini, che sta preparando per Einaudi la nuova collana "Gettoni", ideata appositamente per accogliere testi di nuovi scrittori. In questa collana uscirà nel 1952 una raccolta di dodici racconti con il titolo I ventitre giorni della città di Alba. Il libro suscita dure polemiche sopratutto da parte comunista. Fenoglio è accusato di denigrare la lotta partigiana, di presentarla in modo ridicolo e offensivo. Viene tirato in ballo il suo passato di partigiano monerchico, quasi che la Resistenza fosse affare di partito. Beppe ne esce profondamente amareggiato.

L'anno seguente Fenoglio completò il romanzo breve La malora, in cui intende raccontare le Langhe, ma non alla maniera di Pavese (Fenoglio si irriterà sempre quando verrà accostato a Pavese) che egli sente falsa, in quanto visione mitica di un mondo che gli è sostanzialmente estraneo.

La malora esce ad agosto 1954 in 2000 copie con una prefazione critica di Vittorini in cui si critica il verismo dell'opera considerato troppo volutamente provinciale, al limite del manierismo dialettale. E' una critica ingiusta e miope. Dalle lettere rimaste si coglie la profonda delusione di Beppe che scrivendo a Calvino rivendica con orgoglio misto a rabbia il suo impegno di scrittore vero, non certo ingenuamente naif come certa critica lo dipinge:

Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustifi care i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.

Ma ancora una volta lo scrittore reagisce gettandosi a capofitto in una intenso lavoro di scrittura con l'intento di scrivere un grosso romanzo sulla guerra partigiana sulle Langhe. Si tratta de Il partigiano Johnny, il grande romanzo autobiografico che non riuscirà a portare a termine e che uscirà incompleto nel 1968.

Ma i rapporti con la Einaudi e soprattutto con Vittorini si sono fatti tesi. Fenoglio stringe nuovi e più soddisfacenti rapporti con l'editore Garzanti che nell'aprile del 1959 pubblicò nella collana "Romanzi Moderni", Primavera di bellezza, rielaborazione parziale di alcune parti della saga del partigiano Johnny.

Nel 1960 si sposò civilmente con Luciana Bombardi, che conosceva già dall'immediato dopoguerra . Il matrimonio in Comune suscita scandalo ad Alba. Un anno dopo nasce la figlia Margherita. Nel 1962, mentre si trova in Versilia per ritirare il premio "Alpi Apuane" conferitogli per il racconto Ma il mio amore è Paco, viene colpito da un attacco di emottisi. Rientrato precipitosamente a Bra, a una visita medica gli viene diagnosticata una forma di tubercolosi con complicazioni respiratorie. Si trasferisce per un breve periodo (settembre e ottobre) a Bossolasco, a 800 metri d'altitudine, dove trascorre il tempo leggendo, scrivendo e ricevendo la visita degli amici. Ma presto per un aggravamento della malattia deve essere ricoverato in ospedale, prima a Bra e poi alle Molinette di Torino, dove muore la notte del 18 febbraio 1963.


Coerentemente con le sue scelte di vita venne sepolto nel cimitero di Alba con rito civile, senza alcuna cerimonia, solo poche parole dette sulla tomba dal sacerdote don Natale Bussi, amico carissimo e suo vecchio professore di liceo. D'altronde anni prima Fenoglio aveva dichiarato:

"A me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano»

Negli anni successivi appariranno uno dopo l'altro racconti e romanzi trovati in bozze fra le sue carte: Un giorno di fuoco, Una questione privata, Il partigiano Johnny, La paga del sabato, Un Fenoglio alla prima guerra mondiale. Finalmente viene riconosciuta la grandezza dello scrittore di Alba, si chiarisce il suo progetto di scrivere una grande saga familiare che dalla prima guerra mondiale doveva arrivare fino agli anni del miracolo economico, una sorta di Guerra e pace italiana incentrata nelle Langhe, ma dal respiro universale.

Scriverà Eugenio Montale: "Fenoglio è uno di quegli scrittori che lasciano parlare i fatti, che curano molto la regia e il montaggio della narrazione (...)Tendono, insomma, a trasformare la cronaca in poesia."

Dal canto suo Italo Calvino farà simbolicamente ammenda delle critiche rivolte da sinistra allo scrittore riconoscendo in Beppe Fenoglio il vero, grande, cantore della lotta di liberazione:

"E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l'aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant'anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c'è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita..."

(Trascrizione di una lettura tenuta all'Unisabazia nell'anno accademico 2007/2008)



Lasceremo i palazzi del potere nella solitudine della loro miseria




Lettera degli studenti della "Sapienza" per la manifestazione del 22 dicembre



Alla c. a. Sindaco di Roma Gianni Alemanno
Alla c. a. Questore di Roma Francesco Tagliente
Alla c. a. del Prefetto di Roma Giovanni Pecoraro

Oggetto: La nostra richiesta di autorizzazione



Con la presente gli studenti e le studentesse della Sapienza comunicano alle autorità che il giorno 22 dicembre sfileranno per le strade di Roma.

Apprezziamo davvero la vostra apertura al dialogo che in queste settimane si è manifestata ripetutamente e in vari modi: dalle centinaia di denunce per manifestazione non autorizzata, agli arresti immotivati, alla costruzione di una "zona rossa" permanente e in continua espansione.

Siamo molto lieti di tanta premura nel volerci proteggere, tenendoci lontani dai patetici teatrini e compravendite di parlamentari, che avvengono ormai come consuetudine dentro Montecitorio e Palazzo Madama.

Potete stare tranquilli: la politica istituzionale si è già allontanata dai noi e dal resto della società molto tempo fa. Sono proprio i nostri cortei e i nostri blocchi stradali ad aver riportato la politica vera nelle strade e nelle piazze, dall'università a tutta la città.

Per il movimento studentesco il corteo spontaneo è da anni la vera pratica con la quale far vivere e rendere visibile il diritto di manifestare, la voglia di partecipare e prendere parola sul nostro
futuro.

Proprio per questo motivo il 22 lasceremo i palazzi del potere nella solitudine della loro miseria e andremo nelle altre zone della città, per parlare con chi come noi è inascoltato da quegli stessi palazzi.

Vogliamo però interloquire con chi ha detto, in questi giorni, che bisogna ascoltare il nostro disagio, perciò domani una nostra delegazione porterà una lettera al Presidente Napolitano.

Vi inviamo questa richiesta di autorizzazione e vi chiediamo: siete disposti a garantire il diritto di manifestare?

Gli studenti e le studentesse della Sapienza in mobilitazione



(21 dicembre 2010)

martedì 21 dicembre 2010

Toni Negri, Dopo il 14 dicembre



Ancora un intervento sulla manifestazione del 14 dicembre. Forse a qualcuno dei nostri lettori, abituato a trovare recensioni di libri e interventi sull'arte non piacerà, ma questo è uno di quei momenti in cui occorre schierarsi, decidere da che parte stare. E Vento largo non può stare dalla parte di chi propone arresti preventivi di massa come metodo ordinario di gestione del conflitto sociale. Di fronte alle tentazioni autoritarie di un regime corrotto e morente che usa il manganello contro la protesta dei giovani, dei lavoratori, degli immigrati non si può fare finta di nulla, nè tacere. Fare cultura vuol dire prendere posizione. L'arte, la letteratura, il cinema non sono trastulli neutrali di una società ricca e oziosa. Ai benpensanti, agli amanti dell'ordine diciamo: c'è più poesia in uno dei cassonetti incendiati a Roma che in tutte le vostre biblioteche.

Toni Negri

Dopo il 14 dicembre


Che con il 14 dicembre la Repubblica abbia versato nell’agonia, sembra chiaro alle gazzette. In effetti la situazione è grave. In crisi è la macchina costituzionale. La recessione è alle porte e copre un altro pericolo, probabilmente ancora più importante e sottaciuto, che è la secessione del Nord. Tutto questo nella salsa di un’invadente corruzione, che non è senz’altro solo quella denunciata da Travaglio o da Fini, ma la disgregazione interna del meccanismo di equilibrio e rappresentanza costituzionale.

Questa crisi è stata fin qui gestita interamente dalla destra. Inutile soffermarsi su cosa sia stato il berlusconismo: una reinvenzione populista, transitoria ma efficace, del governo del capitale nella fase di transizione dalla guerra fredda all’evento del declino del governo imperiale americano. Le alleanze Berlusconi-Putin o Gheddafi sono molto meno caricaturali e scandalose di quanto le si voglia fare apparire; le pasoliniane notti di Salò del nostro primo ministro, adeguate al decadimento morale delle dirigenze politiche dell’occidente. Non sappiamo come andrà a finire: quello che sappiamo è che la forza per rispondere alla crisi, dal punto di vista proletario, è stata insufficiente, che la sinistra parlamentare non è solo debole ed inefficace ma che funziona benissimo come contraltare di uno schieramento moderato rissoso e in crisi.

Qui è necessario rompere ogni continuità. Sembra chiaro che il dibattito politico d’ora in poi debba svolgersi sui temi di un programma costituente, irriducibili all’attuale realismo della sinistra, e debba trovare forme organizzative adeguate alla nuova composizione sociale della resistenza dei lavoratori della mano e del cervello. È bizzarro, ma non inusuale, accorgersi che ora la lotta democratica sia già confusa con quella sovversiva, che il vuoto di democrazia è già stato fatto e che dunque sovversione è oggi costituzione. Il Pd non è agibile soltanto sui due terreni sui quali propone, per così dire, linee politiche: il “centrismo” veltroniano o la “socialdemocrazia” dalemiana – non lo è neppure sul terreno Vendola. Il problema, soprattutto con Vendola (che senz’altro molti di noi sentono come più vicino), non è tanto quello di non discutere con lui ma di non considerare il dibattito con lui come un’arma che possa trasformare il Pd. Di fuochi di paglia ne abbiamo visti molti, non da ultima la disillusione obamaniana.

Dal punto di vista del programma, la discussione che si è aperta nei movimenti sembra esser proceduta moltissimo. Il programma è quello della riappropriazione del comune. L’università è un comune: gli studenti, nella lotta contro la Gelmini (ma anche gli studenti inglesi, francesi, ecc.) lo hanno mostrato. Nelle fabbriche invece, dove si continua lottare (eccome! malgrado la crisi) sembra che questa discussione non sia ancora riaffiorata. La Fiom dovrebbe rendersene conto. Ma il problema centrale (ed è su questo che né il Pd, né Vendola stanno agendo) è quello della riappropriazione comune del welfare pubblico. Le lotte francesi sulle pensioni hanno dato la misura di come sia possibile procedere unitariamente su questo terreno. È questo il terreno decisivo: dal pubblico al comune, dove i temi della riproduzione della forza lavoro e quelli della diffusione produttiva del sapere si congiungono alla riappropriazione e alla gestione democratica del comune.

Dal punto di vista organizzativo, sono solo le lotte ed i compagni che le vivono, che possono indicare un sentiero percorribile. Ma è fuori dubbio che, sempre di nuovo, quando si aprono le lotte, il tema di un’avanguardia che permette al movimento di trovare spazi e tempi adeguati alla sua espressione, diventa centrale. Le vecchie teorie qui non c’entrano più. C’entra l’esperienza attuale, la necessità per il movimento di ricentralizzare la sua molteplicità. Il movimento sa che non organizza soltanto la miseria ma soprattutto la povertà, cioè la potenza produttiva che è messa fuori, esclusa dalla capacità di agire dei lavoratori. La dignità del sapere e del lavoro è in gioco. È questa la centralità che interessa. Organizzare questa centralità significa costruire organizzazione cooperativa delle lotte e dell’elaborazione programmatica. Dare continuità e solidità a questa organizzazione è oggi il passaggio da compiere.

Si illude chi pensa che la pianificazione delle lotte possa partire da un ordine partitico o da un’occasione elettorale. I rapporti di forza non sono tali da permetterlo e quand’anche lo fossero, di nuovo sarebbe quel fuoco di paglia cui sopra accennavamo. È solo la rete che illumina il cammino delle lotte. La centralità però va ricostruita, anche in rete. Quanto è accaduto in Francia nel periodo delle lotte sulle pensioni è stato molto indicativo. C’era qualcuno nei giorni scorsi che diceva: oggi è come prima della rivoluzione francese, non c’è politicamente altro che l’ancien régime, poi non potrà esserci altro che un’assemblea costituente di tutti i ceti – che vuol dire con l’estrema maggioranza dei poveri. È questo salto che i movimenti devono governare.

Davanti a noi abbiamo il baratro di una recessione governata dagli epigoni del berlusconismo, che va a coprire l’effettiva secessione del Nord. Se non altro, Fini e Casini hanno in mente questa svolta sciagurata. Non sembra che il Pd ne sia ancora accorto, meglio, pensa che non si possa governare senza la Lega. Ma è su questo che bisogna intendersi: perché la Lega non è meglio ma peggio del berlusconismo, perché la Lega è la negazione totale della nuova composizione sociale del lavoro, perché la Lega è l’odio sanfedista rinnovato, è la reazione così come si presenta nella postmodernità.



(http://uninomade.org/dopo-il-14-dicembre/)

lunedì 20 dicembre 2010

Ken Loach, Ribellarsi è giusto. Un altro mondo è possibile



E' in corso da alcuni giorni una martellante campagna mediatica sulle "violenze" degli studenti a Roma durante la manifestazione del 14 dicembre contro la "riforma" Gelmini. Qualcuno si è spinto persino a ipotizzare misure tipiche delle dittature come il fermo preventivo dei dissidenti. Quello che va compreso è che, rigurgiti fascisti a parte (e non è comunque cosa secondaria), fenomeni simili stanno avvenendo in tutta Europa come reazione al tentativo di uscire dalla crisi senza intaccare i profitti, ma tagliando drasticamente lo stato sociale e riducendo il tenore di vita dei lavoratori e dei ceti medi. In questo contesto non abbiamo dubbi su da che parte stare. Per questo pubblichiamo il messaggio, che condividiamo totalmente, inviato dal regista inglese Ken Loach all’incontro organizzato in Francia l'11 dicembre dal NPA contro le politiche liberiste di attacco allo stato sociale e alle condizioni di vita dei lavoratori.



Ken Loach

Ribellarsi è giusto. Un altro mondo è possibile.



Tutti gli avvenimenti economici e politici lo dimostrano chiaramente: il capitalismo è in scacco. Più grande sarà lo scacco, più crudele la repressione. Le conquiste della sinistra socialdemocratica vengono smantellate.
In Gran Bretagna, certi servizi, come la scuola, le università, e il sistema sanitario, fino a oggi erano considerati sacri. Oggi, anche queste attività sono aperte al mercato. Gli interessi delle multinazionali passano davanti a quelli del popolo.
La povertà, la disoccupazione e l’esclusione di importanti settori popolari che vivono nei quartieri sinistrati delle nostre città sono in aumento.
I socialdemocratici – da noi il Labour Party, il partito laburista – sono parte del problema. Hanno effettuato o sostenuto le privatizzazioni e i tagli nei bilanci dei servizi pubblici.
La risposta è iniziata, condotta dagli studenti.
Ciò che fa inorridire la classe dominante britannica non è l’attacco contro le università … ma il fatto che un secchio di vernice abbia colpito la vettura del Principe Carlo.
Ora la responsabilità incombe a tutti noi. E, soprattutto, abbiamo bisogno di unità.
Significa che occorrono dirigenti sindacali che abbiano dei principi e che si oppongano alle riduzioni dei bilanci, senza alcun compromesso. E che decidano di agire insieme, in modo che nessuno rimanga spettatore, e che un settore di lavoratori non sia lasciato a battersi da solo.
In ogni conflitto ci devono essere le bandiere e gli striscioni di tutti i sindacati combattivi. Parliamo spesso di unità. Ma, disgraziatamente, ne diamo raramente la dimostrazione. Non abbiamo bisogno dei settari che manifestano solo se sono in testa al corteo.
Abbiamo bisogno di rafforzare i legami attraverso l’Europa. Vorrei vedere un movimento – e un partito – della Sinistra europea, della Sinistra Anticapitalista.
E abbiamo bisogno di una direzione politica. Dobbiamo rendere evidente che le pretese del capitale e i bisogni popolari sono incompatibili. Di più, la Terra non può sopportare più a lungo la crescita capitalista. Abbiamo bisogno di cambiamento, non solo per i nostri bisogni immediati, ma per le generazioni future.
In definitiva, abbiamo bisogno di qualche vittoria, anche modesta. Oggi le persone sono in collera. Questa collera può trasformarsi in disperazione. I prossimi mesi saranno decisivi: è una pesante responsabilità in termini di direzione. Ma la storia non è statica. Un altro mondo è possibile. Se agiamo con coerenza, insieme, con i sindacati, con gli studenti, con tutti gli altri settori, allora abbiamo la forza!
Solidarietà e saluti calorosi!


sabato 18 dicembre 2010

Arte e Anarchia




Continua la riflessione sull'arte iniziata con gli interventi di Sandro Lorenzini e Claudio Carrieri. Oggi pubblichiamo questo interessante contributo di Arturo Schwarz.

Arturo Schwarz

Arte e Anarchia

L’artista è la dimensione estetica dell’anarchico.


Un’opera d’arte dovrebbe possedere tre qualità essenziali. La prima è l’originalità, requisito indispensabile perché l’opera d’arte possa ampliare i nostri orizzonti visivi e mentali. Ma l’originalità non basta. Nella nostra era tecnologica è facile escogitare novità provocanti che, però, vengono ben presto rese obsolete dalle successive. Al contrario, ciò che è davvero originale porta con sé la promessa di una valenza senza tempo. L’artista crea quando è motivato da una esigente pulsione interna il che implica che non può creare “su commissione” obbedendo a una richiesta di carattere politico o commerciale. Fatto, questo, che porta alla seconda qualità dell’opera d’arte.
Infatti, un’opera d’arte, per essere tale, deve essere l’esito di una irresistibile necessità interiore. L’artista deve obbedire a un impellente bisogno cognitivo ed emotivo avendo sempre presente il consiglio dato da Polonio a suo figlio Laerte: «Questo sopra tutto: a te stesso sii fedele» (Amleto I:3). Ma nuovamente, la sincerità emotiva non basta. La pulsione creativa non è prerogativa dei soli artisti. Uno squilibrato mentale può obbedire alla stessa esigenza, ma non sempre le sue opere hanno una potenza espressiva e un valore estetico.

La terza qualità è la più sfuggente, sia da descrivere sia da acquisire. L’opera d’arte non solo deve farci conoscere una nuova realtà ed essere il frutto di una necessità esistenziale; deve anche emanare un’aura poetica. «L’oggetto della scena letteraria non è la letteratura, ma la letterarietà, vale a dire, ciò che dà ad ogni opera una qualità letteraria», come ricorda Jakobson. Analogamente, un’opera d’arte, è interessante non tanto per la sua qualità estetica, ma per il suo potere poetico che è proprio quello che le conferisce la qualità più pregnante.

Ricordiamo inoltre che, nell’elaborare un’opera, l’artista percorre – del tutto inconsciamente – le tappe della longissima via che dovrebbe portarlo all’illuminazione, al livello, cioè, dove l’arte non è più utopia ma diventa elemento iniziatico e di auto-conoscenza. L’artista raggiunge allora lo stato di veggenza, secondo l’imperativo di Rimbaud. E lo consegue in quanto è ispirato, in preda, cioè, di una sollecitazione creativa di carattere transpersonale e transrazionale. Infatti, come insegna Platone, “nessuno che sia nel possesso della ragione raggiunge una divinazione ispirata e verace”.

In altra sede ho definito l’artista come l’archetipo dell’anarchico, infatti, l’anarchia non è, lo sappiamo bene, sinonimo di disordine, confusione, arbitrarietà o irresponsabilità (che sono invece connaturali ai sistemi autoritari, ugualmente ostili all’individuo e alla collettività), ma implica un ordine superiore basato sull’armonia e l’amore. L’anarchia è uno stato d’animo. Ogni persona può scoprirlo da sé e per sé nel solo modo possibile, facendo proprio il rifiuto del principio di autorità.
Per questa ragione penso che l’artista sia un modo d’essere dell’anarchico perché creare significa dare origine a qualcosa che non è esistito prima. Ogni creatore, parte dalla tabula rasa, rifiuta il principio di autorità così come ogni modello anteriore. Ne consegue dunque che, coscientemente o meno, chiunque è impegnato in una attività creativa è un anarchico. Infatti, “artista” e “anarchico” sono termini intercambiabili, sinonimi perfetti. L’anarchia è la forma di esistenza dell’artista, proprio come il movimento lo è della materia. Allo stesso modo in cui la materia è la dimensione del movimento, l’artista è la dimensione estetica dell’anarchico.

(Da: A rivista anarchica, anno 40 n. 9, dicembre 2010-gennaio 2011)



ARTURO SCHWARZ è nato ad Alessandria d’Egitto il 3 febbraio 1924. Storico dell’arte, saggista, poeta e conferenziere, è autore di importanti opere sul surrealismo e il dadaismo; ha inoltre scritto libri e numerosi saggi sulla Kabbalah, sul tantrismo, sull’alchimia, sull’arte preistorica e tribale, sull’arte e la filosofia dell’Asia.