TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 29 gennaio 2017

La questione Trotsky nel partito e nell'Internazionale. Il congresso di Lione


Lo scontro aperto nel partito russo fra Stalin (e Bucharin) e Trotsky determinò il precipitare della situazione anche nel partito italiano. Il Congresso di Lione segnò la fine della prima fase della storia del Pcd'I e l'inizio di un nuovo corso destinato a durare fino alla svolta di Salerno. Iniziava l'era del monolitismo stalinista, da quel momento non ci sarebbe stato nel partito e nell'internazionale più spazio per i seguaci di Trotsky e Bordiga.


Giorgio Amico

La questione Trotsky nel partito e nell'Internazionale. Il congresso di Lione

L'esplodere alla luce del sole della lotta di frazione nel partito russo segna un salto di qualità nella crisi di direzione del partito italiano. Il problema rappresentato da un Bordiga volontariamente ai margini ma con ancora un largo seguito si va inevitabilmente ad intrecciare con quella che ormai apertamente viene definita la "questione Trotsky". Superato un iniziale momento di sconcerto, Gramsci andrà via via allineandosi con il gruppo dirigente del Partito russo e dell'Internazionale, dove le sue simpatie vanno spostandosi sempre più da Zinov'ev a Bucharin. (52)

E' un Gramsci che non riesce a cogliere la portata storica della battaglia ingaggiata da Trotsky. Pur parlandone con rispetto, Trotsky ai suoi occhi resta l'avversario della politica di apertura ai contadini, l'uomo della guerra di movimento, il potenziale affossatore di quella NEP che gli appare sempre più come l'unica via praticabile per il consolidamento del potere sovietico. Questa incomprensione segna l'intero atteggiamento di Gramsci e spiega sia l'assimilazione forzata che egli compie di Bordiga a Trotsky sia i metodi amministrativi con cui, come vedremo, verrà liquidato il dissenso interno. Egli è realmente convinto che le critiche di Trotsky rappresentino una minaccia per la stabilità del potere sovietico, di conseguenza anche il dissenso bordighiano non può più essere tollerato. Nel suo intervento alla conferenza di Como (53) Gramsci per la prima volta accomuna apertamente Bordiga a Trotsky:

"Quanto è accaduto recentemente in seno al PC russo - dichiara - deve avere per noi valore di esperienza. L'atteggiamento di Trotsky in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale del compagno Bordiga. Trotsky, pur partecipando "disciplinatamente" ai lavori del Partito, aveva col suo atteggiamento di opposizione passiva - simile a quello di Bordiga - creato un senso di malessere in tutto il partito il quale non poteva non avere sentore di questa situazione. Ne è risultata una crisi che è durata parecchi mesi e che oggi soltanto può dirsi superata. Ciò dimostra che una opposizione - anche se mantenuta nei limiti di una disciplina formale - da parte di spiccate personalità del movimento operaio, può non solo impedire lo sviluppo della situazione rivoluzionaria ma può mettere in pericolo le stesse conquiste della Rivoluzione". (54)

    Amadeo Bordiga

Posto in questi termini il confronto non può non assumere via via toni sempre più duri. Il 6 febbraio 1925 il C.C. approva, nonostante forti resistenze da parte dei rappresentanti della federazione giovanile, una mozione di condanna che nel colpire Trotsky mira in realtà ad assestare un duro colpo alla sinistra.

"E' evidente - si afferma nella mozione con trasparente riferimento a Bordiga - che deve essere considerato come controrivoluzionario ogni atteggiamento che tenda a diffondere nel Partito una generica sfiducia negli organismi dirigenti della Internazionale e del Partito russo, sia travisando a questo scopo la questione Trotzky, sia ritornando sopra questioni definite dal V Congresso". (55)

Alla durissima presa di posizione del CC segue il 18 febbraio un rapporto di Togliatti con il quale si informa la Segreteria del Comintern che all'interno del PC permane una forte corrente filo-trotskista animata dai bordighisti. Al rapporto Togliatti allega un articolo dello stesso Bordiga su "La questione Trotsky", in cui Bordiga difende vigorosamente il capo dell'Armata Rossa, denunciando gli argomenti e i metodi denigratori usati dalla maggioranza del partito russo. (56)

E' da Mosca che arriva agli italiani l'ordine di mettere da parte ogni riguardo nei confronti dell'opposizione di sinistra. Nel corso della Quinta sessione dell'Esecutivo allargato dell'IC Stalin in persona chiede al delegato italiano Scoccimarro di rompere gli indugi e di unirsi apertamente al linciaggio di Trotsky. Mentre Gramsci significativamente tace, il 3 aprile Scoccimarro prende la parola per denunciare la "deviazione" trotskista divenuta sintesi di "tutte le deviazioni antibolsceviche".

La lotta nel PCd'I contro Bordiga e la sinistra è ormai inseparabile dalla più generale campagna nel partito russo e nel Comintern per la liquidazione definitiva di Trotsky e della sinistra internazionale. E', infatti, impossibile spiegare il durissimo contrasto che nel '25-'26 lacera il partito esclusivamente in base alle divergenze fra Bordiga e Gramsci sulla organizzazione comunista (sezioni territoriali o cellule), sulla politica sindacale (comitati operai invece che ricostruzione dei sindacati) o sulla tattica aventiniana.



Ma non è solo Stalin a pensare che la questione italiana sia solo uno dei terreni della più generale battaglia per il pieno controllo del Comintern. Anche per Bordiga il contrasto è di fondo e parte da una profonda sfiducia nella direzione del Comintern, per cui in mancanza di una vera svolta nella dirigenza o nella linea del partito mondiale, il PCd'I semplice sezione nazionale, non potrà fare che una politica oscillante e perdente. Su queste basi, nel contesto di un'Internazionale ridotta sempre più a mera appendice dello Stato russo, quella di Bordiga è una sconfitta annunciata.

Resta ancora oggi poco chiaro quale conoscenza Bordiga avesse della battaglia in corso nel partito russo e nel Comintern e quanto ciò contribuisse a determinare un atteggiamento "aventiniano" che gli aliena molte simpatie e offre argomenti preziosi ai suoi denigratori. Di sicuro Bordiga nutre la ferma convinzione che a Mosca la partita non sia chiusa e che la situazione dei rapporti di classe a livello mondiale possa ancora evolversi positivamente fino a determinare un radicale cambiamento di prospettiva per l'Internazionale. Ragion per cui ai rivoluzionari basta porsi in posizione d'attesa, mantenendo nel contempo le mani libere nei confronti di una politica destinata a sicura sconfitta.

Uno dei principali esponenti della sinistra, Bruno Fortichiari, ha accennato a contatti con esponenti dell'Internazionale che Bordiga avrebbe avuto immediatamente prima di Lione.

"Forse - scrive Fortichiari - egli da Mosca ha riportato questa convinzione, che ci fossero delle possibilità di azione, se non immediate almeno col tempo. Ha avuto questa convinzione che contrastava con la nostra convinzione, mia, di Damen e di Repossi, che non abbiamo mai avuto questa speranza. Per noi la rottura c'era e c'era poco da fare, e interessava secondo noi affermare pubblicamente la rottura cioè quasi sfidare la direzione minoritaria del partito ad un provvedimento". (57)

Al di là delle possibili interpretazioni, resta il fatto che la sinistra e in particolare un Bordiga prigioniero di una visione astrattamente oggettivistica dell'azione politica, giocano male le carte ancora rilevanti di cui dispongono, (58) il tutto aggravato dal mutamento in atto nel partito che non è più per composizione lo stesso di Livorno e del 1921-1923.

Un partito passato dopo gli sbandamenti dovuti alla vittoria della controrivoluzione fascista, da 9 a 30 mila iscritti, in gran parte giovani proletari senza "memoria politica" e quindi privi di timori reverenziali nei confronti del "padre fondatore". Giovani, affamati d'azione, speranzosi in una possibile rivincita, a cui l'attendismo meccanicistico di Bordiga non può che risultare incomprensibile. Una leva di militanti conquistati al Partito dall'attivismo gramsciano, dalla sua visione, in questo compiutamente leninista, della centralità della politica come continuo sforzo di definizione di obiettivi transitori praticabili a livello delle più larghe masse. Quanto ai quadri dirigenti, nazionali e locali, del partito risulta determinante nello spiegare il quasi generale abbandono delle suggestioni bordighiane lo sconcerto prima, l'aperta irritazione poi nei confronti di un atteggiamento considerato quasi una diserzione dalle responsabilità proprie di un dirigente rivoluzionario.

Non va, tuttavia, sottaciuto che la sconfitta di Bordiga è anche il frutto dell''uso sistematico nel dibattito interno al partito di metodi amministrativi e intimidatori nei confronti della minoranza a partire almeno dalla campagna contro il cosiddetto "Comitato d'Intesa". (59)



E' questa una pagina oscura nella storia politica di Antonio Gramsci che nella lotta contro la sinistra tollera l'uso di "toni da caccia alle streghe contro il 'frazionismo', una interpretazione poliziesca delle differenziazioni politiche, una predisposizione ad accettare espulsioni con eccessiva disinvoltura, un giudizio favorevole sui voti unanimi alla direzione dell'Internazionale". (60)

Che in realtà, contrariamente a quanto pare pensare Bordiga, a Mosca i giochi siano fatti viene a confermarlo il Quinto Esecutivo allargato dell'Internazionale Comunista (marzo-aprile 1925) che afferma senza esitazioni la piena identità tra bordighismo e trotskismo. Il linguaggio ormai è quello dell'invettiva, i dissidenti sono definiti piccolo borghesi, opportunisti, destri mascherati. Agli italiani viene richiesto esplicitamente di scegliere "tra il leninismo e la tattica di Bordiga". (61)

Nel Comintern non c'è più spazio per posizioni in qualche modo vicine alla opposizione trotskista, Stalin intende chiudere definitivamente la partita con la minoranza. Date queste premesse, non stupisce l'annotazione di Giuseppe Berti per cui "obiettivamente (...) bisogna dire che se la Conferenza di Como fu preparata troppo poco, anzi per nulla, e diede, quindi, i risultati ben noti, il congresso di Lione (...) fu, forse, preparato un pò troppo nel senso che preliminarmente la Conferenza di dicembre separò il grano dal loglio e fece in modo che a Lione l'estrema sinistra bordighiana venisse rappresentata in maniera non adeguata alle forze che ancora essa contava nel Partito". (62)

Sarebbe, tuttavia, un errore considerare il Congresso di Lione come un'operazione esclusivamente burocratica volta a sanzionare con il voto della base la liquidazione politica di un Bordiga irrecuperabile alla politica del Comintern. Certo, Gramsci sostiene con forza le posizioni della maggioranza dell'Internazionale, ma non si prefigge la sistematica distruzione di ogni dialettica interna al partito; (63) così come totalmente irriducibili allo stalinismo sono le tesi di Lione, forse il documento maggiormente rappresentativo di un Gramsci compiutamente approdato ad una visione matura e leninista dell'azione rivoluzionaria.

Da qui l'estrema attenzione posta dalle tesi all'analisi della fase e all'individuazione delle forze motrici della rivoluzione italiana, non in astratto secondo schemi meramente ideologici, ma nel concreto del quotidiano confronto di classe. Ne deriva, elemento del tutto nuovo per il partito italiano, la centralità degli obiettivi intermedi e transitori e l'adozione di uno stile di azione politica che permetta all'avanguardia rivoluzionaria di dialettizzarsi con gli strati profondi della classe. Temi che riprendono suggestioni antiche già presenti nell'esperienza ordinovista, ma ora definitivamente depurate, anche grazie al profondo sodalizio con Bordiga del 1921-1923, da ogni influenza spuria di origine bergsoniana o soreliana. (64)

Nonostante i metodi usati a Lione non si può, dunque, parlare di stalinizzazione del partito, almeno per il breve periodo della direzione Gramsci. Per affermarsi definitivamente nel PCI lo stalinismo dovrà passare attraverso la spaccatura del gruppo dirigente gramsciano, l'espulsione di Tresso e Leonetti e l'abbandono definitivo del progetto politico definito dalle Tesi di Lione in favore di una supina acquiescenza alle svolte della politica estera sovietica. (65) Non è un caso che la "svolta" avvenga nel 1930 che è anche l'anno della definitiva espulsione di Bordiga e in cui diventa avvertibile l'isolamento di Gramsci rispetto al partito.

L'ulteriore precipitare della situazione nel partito russo con il passaggio di Zinov'ev e Kamenev all'opposizione insieme a Trotsky e i metodi sempre più violenti con cui Stalin porta avanti la sua battaglia determina un profondo ripensamento all'interno del PCI. Nell'autunno del 1926 Gramsci invia a nome dell'Ufficio Politico del partito italiano una lettera alla dirigenza sovietica in cui si chiede di "evitare le misure eccessive" contro l'opposizione e di considerare come in un partito comunista "l'unità e la disciplina... non possono essere meccaniche e coatte". Pur schierandosi a fianco della maggioranza, anche se con evidenti esitazioni, Gramsci da voce alle preoccupazioni dei comunisti italiani per "l'acutezza della crisi... e le minacce di scissione aperta o latente che essa contiene". (66)


La lettera evidenzia una concezione dei rapporti tra i partiti comunisti dell'internazionale e i dirigenti russi che non ha nulla in comune con quanto si attendono i dirigenti russi dai partiti "fratelli". Per Gramsci sono gli interessi del proletariato internazionale che devono determinare la politica russa la quale va subordinata a quegli interessi. Pur esprimendosi, anche se cautamente e con riserve, a favore della linea Stalin-Bucharin, nella lettera si denuncia con coraggio come la politica intransigente della maggioranza verso l'opposizione di sinistra comporti il rischio di una possibile degenerazione.

"Voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate (...) la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin", giunge a scrivere Gramsci che auspica una ricomposizione unitaria del partito nella più autentica tradizione bolscevica. La lettera suscita una profonda irritazione in Stalin e il timore che il PCI passi all'opposizione trotskista. (67)

Con una lettera dai toni sprezzanti Togliatti intima a Gramsci di "tenere i nervi a posto" e di non intromettersi nei fatti dei russi.

"Vi è senza dubbio - scrive - un rigore nella vita interna del PC dell'Unione. Ma vi deve essere. se i partiti occidentali volessero intervenire presso il gruppo dirigente per far scomparire questo rigore, essi commetterebbero un errore assai grave. Realmente in questo caso potrebbe essere compromessa la dittatura del proletariato".

Esprimere dubbi o perplessità riguardo agli atteggiamenti della maggioranza vuol dire porsi dalla parte dell'opposizione. La politica di Stalin va appoggiata in blocco senza sottilizzare troppo sui metodi usati per imporla:

"Quando si è d'accordo con la linea del CC, il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea senza porre nessuna limitazione". (68)

E' la rottura definitiva, politica e personale, fra i due che non si scriveranno più, mentre nei confronti di Bordiga, nonostante la durezza della battaglia del 1925-1926, Gramsci manterrà, ricambiato, fino alla fine della sua vita sentimenti fraterni e di grande rispetto politico. (69)



Note

(52) In una lettera alla moglie da Vienna Gramsci ammette di non conoscere "ancora i termini esatti della discussione che si è svolta nel partito" russo. Si dichiara però sconcertato dell'attacco di Stalin a Trotsky che considera "assai irresponsabile e pericoloso" (Cfr. A. Gramsci, Vita attraverso le lettere, cit., p. 51). Quanto alla sua progressiva evoluzione filo-buchariniana utili indicazioni si ritrovano in L. Paggi, Le strategie del potere in Gramsci, Roma 1984.
(53) La Conferenza clandestina di Como si svolge nella primavera del '24. Gramsci, appena tornato in Italia grazie all'acquisita immunità parlamentare scopre di essere in maggioranza nel Comitato Centrale ma in minoranza nel partito.
(54) Cfr. il resoconto dell'intervento di Gramsci apparso su Lo Stato operaio del 29 maggio 1924, ora in A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista, cit., pp. 459-462.
(55) Mozione del CC sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti, pubblicata su Lo Stato Operaio del 19 febbraio 1925, ora in La liquidazione della sinistra del PCd'It. (1925), cit., p. 49.
(56) A. Bordiga, La questione Trotzky, L'Unità del 4 luglio 1925, ora in La liquidazione..., cit., pp. 50-58.
(57) B. Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, cit., p 154.
(58) “Non si lascia - commenta Damen - una base organizzativa come quella della sinistra e soprattutto quadri saldamente formati in balia degli eventi senza una direzione, senza una responsabilità organizzativa. Il compagno Bordiga, defenestrato d'autorità dal centro del partito, si era praticamente autodefenestrato dalla vita politica attiva e non assumeva nessuna responsabilità ufficiale, neppure nell'ambito della sua stessa corrente". ( O. Damen, Gramsci tra marxismo e idealismo, cit., p. 103)
(59) Una efficace ricostruzione dell'esperienza del Comitato d'Intesa e dei metodi utilizzati contro di esso dal gruppo dirigente gramsciano si può trovare in La sinistra comunista e il Comitato d'Intesa, Quaderni Internazionalisti, Torino 1996.
(60) L. Maitan, Il marxismo rivoluzionario di Antonio Gramsci, Milano 1987, p. 20.
(61) P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. 1, cit., pp. 444-447.
(62) G. Berti, I primi dieci anni di vita del PCI, cit., p. 188.
(63) A Lione la sinistra ottiene il 9.2 dei voti, contro il 90.8 della centrale, ciononostante Gramsci insistette perché la sinistra fosse rappresentata nel CC con due rappresentanti, così come si adopererà perché Bordiga possa partecipare in rappresentanza della minoranza al Sesto Plenum dell'Internazionale. Sul Sesto Plenum e sul violento scontro tra Bordiga e Stalin che vi si svolge cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. II, Torino 1976, pp. 3-17.
(64) Sul Congresso di Lione esiste una vasta letteratura. Particolarmente interessanti gli atti del seminario svoltosi a Cortona nel novembre 1987, ora raccolti in AA.VV., Le Tesi di Lione. Riflessioni su Gramsci e la storia d'Italia, Milano 1990. Per quanto riguarda Bordiga Cfr. Progetto di tesi per il III Congresso del partito comunista presentato dalla sinistra, ora in In difesa della continuità del programma comunista, Milano 1970, pp. 91-123.
(65) Definitive ci paiono a questo proposito le conclusioni a cui perviene Ferdinando Ormea in Le origini dello stalinismo nel PCI, Milano 1978. Cfr. anche gli scritti di Leonetti, Tresso e Ravazzoli raccolti in Crisi economica e stalinismo in Occidente, a cura di F. Ormea, Roma 1976.
(66) A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista, cit., pp. 124-131
(67) Cfr. la lettera di Jules Humbert-Droz a Giuseppe Berti in data 6 maggio 1964, pubblicata in Berti, I primi dieci anni di vita del PCI, cit., p. 259 n.
(68) Cfr. la lettera di Togliatti a Gramsci del 18 ottobre 1926, ibidem, p. 133.
(69) Cfr. le lettere ai familiari da Ustica in cui Gramsci testimonia della grande amicizia che lo lega a Bordiga che nell'isola lo ha iniziato ai segreti della cucina e dello scopone scientifico (A. Gramsci, Vita attraverso le lettere, cit., p. 153). Altrettanto significative sono le molte lettere di Bordiga a Gramsci nel 1927, così come il tentativo di farlo fuggire da Ustica (Cfr. C. Ravera, Diario di trent'anni 1913-1943, Roma 1973, p. 283) o i contatti intercorsi tra i due fra il 1934 e il 1935 a Formia, proprio poco prima che Gramsci morisse. (Cfr. la testimonianza di Leonetti in Peregalli-Saggioro, Amadeo Bordiga. Gli anni oscuri (1926-1945), Firenze 1997, pp. 34-35.
Ancora nel 1970, a pochi mesi dalla morte, Bordiga dichiara a Giuseppe Fiori: "Ci stimavamo vicendevolmente. La diversità di formazione culturale, le contese ideologiche, non ebbero mai la conseguenza d'incrinare i nostri buoni rapporti". (Fiori, Bordiga, un combattente coraggioso e dogmatico, in Stampa Sera, 27 luglio 1970, citata in Livorsi, Amadeo Bordiga, cit., p. 301).



5. Fine