TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 gennaio 2017

Dalle macerie ai grattacieli. Milano, storia di una rinascita


A Palazzo Morando, le immagini di Milano sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e poi le immagini della rinascita . A noi, che veniamo da quegli anni che vivemmo bambini, viene da pensare che un po' di quello spirito di reazione e di impegno sarebbe utilissimo oggi, in un tempo ricco di merci, ma povero di speranza.

Beatrice Cassina

Fino alla ricostruzione


Anche chi non li ha vissuti in prima persona, i bombardamenti su Milano potrebbe riconoscerli quasi sentendo il rombo degli aerei: sicuramente qualcuno, che nel 1943 era solo un adolescente, glieli ha raccontati tante volte, mimando magari con la voce il suono continuo e tetro degli aerei della Raf che si avvicinavano. Per chi è nato molto tempo dopo la sua conclusione, la Seconda Guerra Mondiale ha continuato ad essere presente e ricordata attraverso i libri e i documentari, ma soprattutto con i racconti e i ricordi di nonne e nonni, e di giovanissimi futuri genitori, che in quegli anni vivevano la loro infanzia. Da tutti coloro che, nei rifugi antiaerei ci andavano correndo, proprio nelle funeste mezzanotti di quell’agosto 1943.


L’ultimo rombo

A più di settant’anni dalla fine della guerra, la città meneghina ha aperto le porte a Milano, Storia di una Rinascita. 1943-1953 Dai bombardamenti alla ricostruzione (a Palazzo Morando – Costume Moda Immagine, in via Sant’Andrea, fino al 12 febbraio 2017). Una mostra curata da Stefano Galli, vivamente consigliata a tutti: milanesi, turisti, imprenditori internazionali, chiunque arrivi nella metropoli della moda, del design, nella città da bere, del Martini, dry o con ghiaccio.
Amici di oggi e nemici di ieri, quelli che ora arrivano ogni 7 dicembre per la prima della Scala, quelli che leggono o scrivono libri sui misteri dell’Ultima Cena, anche se sarebbe assai più suggestivo ricordarsi che il vero mistero (grande e miracoloso) resta come – nella notte tra il 12 e il 13 agosto – l’opera di Leonardo, ingessata nei sacchi di sabbia, si sia salvata dai bombardamenti aerei della Royal Air Force.

La rassegna si apre con le tante – sfortunatamente troppe – immagini di una Milano piegata su se stessa e impotente, raccontata da Salvatore Quasimodo nelle poche e silenziose righe di Milano, agosto 1943: «Invano cerchi tra la polvere ,/ povera mano, la città è morta ./ È morta: s’è udito l’ultimo rombo / sul cuore del Naviglio. E l’usignolo / è caduto dall’antenna, alta sul convento,/dove cantava prima del tramonto. / Non scavate pozzi nei cortili: / i vivi non hanno più sete./Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: / lasciateli nella terra delle loro case: / la città è morta, è morta».

Le prime immagini che incontriamo sono quelle che, senza più voce, tentano una narrazione possibile della distruzione. Non è una mostra da visitare in velocità: per chi ormai conosce solo le scomodità della costruzione di una nuova linea metropolitana, incontrare gli spettri della guerra e realizzare che quelle arcate, quelle vetrate, quei mattoni erano stati ridotti in ammassi aggrovigliati e fumanti di rovine, è necessaria una pausa. Sono semplicemente moltissime immagini di scorci che i milanesi conoscono da sempre, ma che qui è complicato riconoscere.



Tra le macerie

Sono le schegge delle bombe che hanno colpito il Duomo, è Santa Maria Delle Grazie sventrata, è la Scala, con tutti i suoi palchi, i suoi loggioni e il suo soffitto, totalmente polverizzato, è la Basilica di Sant’Ambrogio, il castello Sforzesco, l’Archivio di Stato, il Duecentesco Palazzo Borromeo, il rinascimentale Ospedale Maggiore del Filarete, ossia la bellissima Università Statale. È la Galleria Vittorio Emanuele e Palazzo Reale, con la sala delle Cariatidi scoperchiata, aperta sul cielo.
Un cartellone appeso di fronte alla stazione Centrale ricorda qualche dato: «Milano distrutta dai Liberatori Anglosassoni. Chiese distrutte 83, scuole distrutte 144, Ospedali e Istituti Culturali 146, Case distrutte 10770». E ci sono gli orti di guerra in piazza Duomo, in piazza Repubblica, dell’infermeria e rifugio antiaereo in via Turati. E poi gli scatti che inquadrano i tanti sfollati che trascinano carretti con materassi, ragazze sedute vicino alle rotaie di un tram che non avrebbe portato più da nessuna parte.

Infine, la Resistenza: i 15 giovani antifascisti in piazza Loreto nel 1944 dove, un anno dopo, sarebbero stati messi, forse gettati, i corpi di Mussolini e Claretta.

Una mappa aiuta il visitatore nella ricerca dei vari luoghi colpiti dai raid nemici e, disseminati tra tutte le foto – tanto esplicite che la polvere delle macerie sembra quasi far tossire – troviamo anche reperti bellici, come le maschere antigas e il paracadute «da Bengala», usato per illuminare di notte la città prima dell’attacco. Sembra proprio che le illuminazioni notturne siano servite, soprattutto se Scala e Santa Maria delle Grazie (Cenacolo incluso), erano state identificate come obiettivi pericolosi e da distruggere.



Qualche spiraglio

Nell’agosto del 1943 Alberto Savinio, mentre si aggirava incredulo tra le rovine di Milano da poco bombardata, aveva scritto nel suo taccuino: «Sopra il portone del numero 30 di via Brera, questa insegna: Impresa Pulizia Speranza. Che dire? È detto tutto». Aveva sperato, forse come tanti, che Milano non sarebbe morta.

Il percorso segna anche la fine dell’incubo grazie agli anni postbellici e alla spinta verso la rinascita. Forse una grande rinascita, o forse solo lenta e faticosa, ma indubbiamente un risollevarsi dalla disperazione degli anni attaversati dal conflitto mondiale.



Verso i grattacieli

Ed eccola qui allora, l’altra faccia di quegli anni che, dalla polvere della distruzione, ha ricominciato a costruire e a immaginare nuove soluzioni per rimettere in piedi Milano. Le fotografie allestite raccontano l’operazione di sgombero macerie del 1946, i treni raccolta macerie, poi vediamo le persone riversarsi per la strada: tornano a vivere e a lavorare, ci sono molte biciclette e tanti operai – quelli impiegati negli stabilimenti Breda, Pirelli, Innocenti. Sono anche gli anni di Lucia Bosé, fotografata nel negozio Alemagna.

Proprio in quei decenni sarebbe cominciata l’epoca dei grattacieli, del design, delle comodità, dei frigoriferi Breda e della televisione RadioMarelli RV112, della poltrona Lady di Marco Zanuso, e della prima cabina telefonica in Italia, proprio a Milano, in Piazza San Babila. Avrebbero aperto nuovi musei e, nel 1953 sarebbe stata inaugurata la mostra su Picasso, con Guerinica nella sala delle Cariatidi di Palazzo Reale.

La narrazione della mostra prosegue anche alla biblioteca Gorla, con un approfondimento sul bombardamento del 20 ottobre 1944, in cui morirono 184 bambini nella scuola Francesco Crispi, e alla Biblioteca Gallaratese nel quartiere Q8, simbolo della rinascita della città.

Il manifesto – 14 gennaio 2017


“L’incredibile Pick”. Ovvero: il riscatto delle proprie sofferenze a favore degli altri



Il nome di Adolfo Pick ci dice poco, eppure, come ci racconta Pasquale Briscolini, fu un personaggio straordinario che dedicò la sua vita alla creazione dei “giardini d'infanzia” (l'attuale scuola dell'infanzia) e alla formazione delle maestre “giardiniere”.

Pasquale Briscolini

L’incredibile Pick”. Ovvero: il riscatto delle proprie sofferenze a favore degli altri



“Vuoi mostrarmi la dignità e la floridezza della patria? Non additarmi sontuosi palazzi, ma guidami nelle scuole!” E’ il 24 ottobre del 1874 e siamo a Venezia, nel palazzo Vivante all’inaugurazione del “Giardino Comparetti”, che l’Assessore Ruffini definirà “il più splendido istituto infantile della penisola”. Adolfo Pick sta tenendo il discorso inaugurale nel quale inserisce quella citazione che dice molto, in due righe, del suo punto di vista.

Adolfo Pick ha una vita davvero incredibile, che va raccontata sia pure per sommi capi fin dall’inizio. Nasce da una poverissima famiglia ebraica a Moskowitz in Moravia, non molto lontano da Praga, il 7 aprile 1829. Già da bambino in famiglia mette in mostra un carattere molto determinato, ma al compimento dei 13 anni – il raggiungimento della “maggiorità religiosa ebraica” – il padre lo accompagna insieme con il fratello di poco più grande al confine con l’Ungheria, dà loro la benedizione con il simbolico “vi accompagni Iddio”, e li saluta per sempre.

Da quel momento Adolfo Pick non vedrà più i genitori né avrà più loro notizie. Con grandi difficoltà raggiunge Budapest, dove riesce a sopravvivere in qualche modo facendo i lavori più umili per i primi sei anni. Poi, nel 1848, si appassiona al pensiero rivoluzionario e costituzionale di Lajos Kossuth contro l’Austria, partecipa direttamente ai combattimenti ma viene ferito e fatto prigioniero dai nazionalisti croati, costretto ad arruolarsi nell’esercito austriaco e inviato a combattere in Italia.

Partecipa alla battaglia di Novara, in cui l’esercito austriaco guidato dal maresciallo Radetzky ha la meglio sull’esercito piemontese guidato da Carlo Alberto di Savoia e Wojciech Chrzanowski. Viene quindi assegnato alla guarnigione di Venezia, dove viene congedato quattro anni dopo: ha inizio qui la sua vita civile in Italia. D’ora in avanti dobbiamo pensare a due attività in parallelo: la prima, volta a guadagnarsi da vivere, e un’altra relativa a un interesse vero e molto profondo che finirà, dopo qualche anno, per prendere il sopravvento assoluto. Per guadagnarsi da vivere, Adolfo Pick, che conosce diverse lingue, dà lezioni private di tedesco e francese, effettua traduzioni, si fa assumere come istitutore al collegio Ravà; intanto continua a studiare le lingue.

Dopo molti anni, consegue infatti all’università di Padova l’abilitazione all’insegnamento del Tedesco negli Istituti tecnici e, nel 1869, ne ottiene la cattedra all’Istituto Paolo Sarpi di Venezia, cattedra che terrà fino alla morte. In parallelo a questo impegno “per vivere”, emerge in lui e si rafforza continuamente l’interesse per l’educazione dei bambini e, in particolare, per quella dei bambini poveri e abbandonati: è la conseguenza della propria sorte amara di “bambino ebreo, galiziano e povero”, vissuta con grande sofferenza e che ha lasciato in lui un segno indelebile.



E’ incredibile questa sua determinazione nell’esorcizzare tale sofferenza fino a farne un riscatto per gli altri. Si appassiona perciò alla proposta educativa dei Giardini d’infanzia di Fröbel, di cui diventerà il più importante diffusore in Italia. La pedagogia di Fröbel sostiene che i bambini piccoli non debbano avere alcuna costrizione né preoccupazione di “imparare cose”; al contrario, essi devono essere lasciati liberi e anzi facilitati nel gioco, che acquista tutta la sua basilare importanza. Nel guidare – ma senza invadere la loro libertà – i bambini nel gioco, le maestre hanno le migliori possibilità di osservarli nelle loro attitudini, anche le più nascoste, e lavorare quindi per farle emergere, potendo svolgere la migliore azione educatrice.

Si adegua quindi anche il linguaggio della struttura educativa che li accoglie, che diventa il “Giardino d’infanzia”, dove appunto “crescono pianticelle” sotto la guida delle “maestre giardiniere”. Per accrescere la conoscenza dei Giardini d’infanzia e comprenderne bene il funzionamento, nel 1868 Adolfo Pick compie un viaggio di istruzione in Svizzera, Austria e Baviera insieme con Adele Levi Dalla Vida, una benefattrice veneziana il cui figlio era suo allievo di Tedesco all’Istituto Paolo Sarpi. La Levi aveva in progetto di aprire un Giardino a Venezia che Pick avrebbe dovuto dirigere; il Giardino verrà aperto ma all’ultimo momento Pick si rifiuterà di dirigerlo per divergenze sull’interpretazione del metodo fröbeliano.

Apre invece nel 1871 un proprio Giardino, il “Vittorino da Feltre”, vicino a Rialto. Per tutti gli anni ’70 cresce il suo successo e la sua notorietà: il Ministero lo incarica di tenere conferenze settimanali per le allieve della Scuola Normale: è di fatto la prima cattedra per la formazione di maestre giardiniere. Tiene conferenze in molte città d’Italia.

Per diffondere le idee di Fröbel, già nel 1869 aveva fondato L’Educazione moderna, una rivista mensile nel cui profilo editoriale esposto nel primo numero si legge: “Fra i mezzi che assicurano maggiormente il conquisto della libertà nazionale primeggia l’educazione.” L’editoriale continua illustrando il nuovo metodo di Fröbel: “Ed è appunto questo il sistema alla cui diffusione ed attuamento noi ci permettiamo di indirizzare questo modesto periodico, avvertendo come, alieni da ogni principio assoluto, da ogni fatua utopia pregiudicevole in tutto, ma specialmente in materia di tanto interesse, noi, pur riconoscendo tutta la verità o meglio lo splendore del sistema Fröbeliano, riteniamo che, nell’applicarlo all’Italia, devesi por mente a tutte quelle modificazioni consigliate (...). A tutti quindi, ma singolarmente alle madri, e quelli chiamati al solenne incarico di invigilare il procedimento dell’educazione, noi rivolgiamo le nostre parole”.

    Elena Raffalovich

La rivista procederà lottando continuamente con le difficoltà economiche, sarà anche da queste costretta a chiudere per poi aprire di nuovo. Molto più avanti, verso la fine degli anni ’80, Pick fonderà una seconda rivista, L’educazione dei bambini. Fra gli eventi positivi degli anni ’70 e in particolare nel 1872 c’è da annoverare l’incontro con Elena Raffalovich, donna “straordinaria” (nel senso di “fuori dall’ordinario”) e anticipatrice della modernità, discendente di una famiglia cosmopolita originaria di Odessa e che ha lasciato e lascerà il segno in Europa. Elena è la moglie separata di Domenico Comparetti, il grande filologo e senatore del regno; ma oltre a tutto questo e soprattutto per noi, è la bisnonna paterna di Don Lorenzo Milani.

Elena si rivolge a Pick all’inizio del ’72, da Pisa: gli chiede aiuto per scuotere in senso fröbeliano lo statico ambiente degli asili pisani. Il tentativo fallisce, Elena lascia il marito e la famiglia per dedicarsi allo studio dei Giardini d’infanzia. Durante tutta l’estate di quell’anno viaggia in Germania, Svizzera e Francia per seguire corsi sulla pedagogia fröbeliana e visitare Giardini d’infanzia. Durante tutto il viaggio, tiene una corrispondenza ricchissima (sui problemi educativi, ma con una visione molto personale sulla società, sulla democrazia e sul ruolo della donna) con Adolfo Pick. Alla fine dell’anno, da Parigi, gli fa una proposta concreta: “Voglio sottoporle un progetto. Consentirebbe di rendere gratuito il suo giardino se qualcuno se ne assumesse le spese? (…..) la miseria è così grande a Venezia e le scuole così inadeguate (a giudicare dagli asili) che credo sarebbe molto utile farci una buona scuola popolare, e sarebbe una buona cosa che lei la dirigesse. Prenda il tempo per riflettere e mi risponda.”

Di fronte a una tale proposta, che di fatto gli risolverebbe tutti gli annosi problemi economici, Adolfo Pick per un attimo vacilla. Ma non cede alla tentazione, la rifiuta, e invita la signora RaffalovichComparetti a rivolgere al Comune la proposta di aprire un nuovo Giardino dell’infanzia di tipo fröbeliano. Si intraprende infatti questa strada, ma le difficoltà burocratiche sono tante (anche a quel tempo!) che passeranno quasi due anni prima che il progetto si possa concretizzare.

Elena quasi si pente di averla intrapresa, tanto che il 30 novembre dell’anno dopo così scrive a Pick da Roma: “Che cosa fa il Municipio? Avrei fatto meglio a fare i miei affari senza di loro.” In ogni caso, finalmente, il 24 ottobre del 1874 il “Giardino Comparetti” viene inaugurato nella splendida sede di palazzo Vivante. Alla presenza di tutte le autorità cittadine Adolfo Pick tiene un ampio discorso nel quale espone il suo punto di vista non solo sul Giardino e sull’iniziativa della Raffalovich Comparetti, ma sul fröbelismo in quanto tale, sullo stato dell’educazione in Italia e sulla società italiana in generale.

Soffermiamoci su alcuni stralci del discorso di Pick: “Signore e Signori, uno sguardo alle belle ed ampie sale in cui ci troviamo, un pensiero al benessere che proveranno i fanciulli destinati a deliziarsi in questo giardino ed a fruire di una educazione ed istruzione in armonia coi loro istinti e colla loro età, vi ispireranno meglio delle mie povere parole la riconoscenza che tutti noi dobbiamo alla filantropica fondatrice di questo istituto. (….)

Pick continua il suo discorso includendo nell’elogio il Municipio di Venezia, che ha acconsentito nell’unire al Giardino anche un corso regolare per maestre giardiniere che “apostoli di una educazione più naturale, diffonderanno in altre regioni d’Italia le teorie e le pratiche di un nuovo sistema più razionale, più nobile, frutto di una delle più perspicaci menti umane.” E ancora: “Io credo, o signori, che molte spese che l’Italia ha sostenuto e sostiene per ricordare con sontuosi monumenti e con splendide solennità la memoria di uomini ed eventi gloriosi, troverebbero più concorde e più calda approvazione… se fossero devolute ad aprire nuove istituzioni educative, e queste prendessero intitolazioni da quegli uomini stessi che si resero benemeriti della patria… Bene fecero all’esposizione universale di Vienna quando affissero la scritta: Vuoi mostrarmi la dignità e la floridezza della patria? Non additarmi i sontuosi palazzi, ma guidami nelle scuole!”



Pick approfondisce l’analisi della situazione sociale e la collega al funzionamento delle scuole. Siamo già in un secolo di grandi cambiamenti dei quali si capisce l’impatto su tutte le persone:

“Il concetto di una cultura universale, diffusa, che data, su può dire, da cinquant’anni appena, è già oggi in sé stesso cambiato. Apparisce di continuo più evidente la necessità di un grado superiore di cultura per tutte le classi sociali. Anche la pubblica istruzione, la scuola, hanno dovuto cercare un nuovo indirizzo: hanno esse però raggiunto lo scopo? Senza punto disconoscere l’importanza di parziali mutamenti conseguiti nel campo della scuola, noi abbiamo diritto di chiedere: ha la scuola risposto completamente alle esigenze della cultura e del grado di civiltà dei tempi moderni? …

Pur troppo le prove ed i fatti ci autorizzano a rispondere negativamente! Uno sguardo alle prigioni, riboccanti di colpevoli, l’evidente bisogno di spedali e di manicomi, la letteratura di scandalo sostituita nei gusti del popolo alla letteratura educatrice, l’impoverimento delle masse benché aumentato il lavoro, la libertà del traffico, e il continuo progresso di tutti i rami dell’industria, i suicidi, l’irreligiosità che deride ogni nobile aspirazione dell’anima umana, degenerando in un fatuo razionalismo, la sete di volgari piaceri, i facili successi che ottengono le scipite superficialità, la ciarlataneria parolaja, ed oltracciò i manifesti ingannatori dell’opinione pubblica, sono purtroppo infausti indizi evidenti, che noi non raccogliamo i frutti dell’educazione di una umanità robusta, retta, rispondente all’altezza della cultura moderna. Eppure non toccammo che di volo la superficie delle depravazioni esistenti.”

A parte il linguaggio, di cui peraltro Pick si scusa continuamente riconoscendone i limiti derivanti anche dalle sue origini, molti degli aspetti toccati potrebbero essere riscontrati anche nella nostra società attuale, di 150 anni dopo. Poi aggredisce caratteristiche che a noi risultano ancora più familiari, come l’ipocrisia e il prevalere dell’apparenza sulla sostanza: “Egoismo nelle sue forme più basse fino alle più raffinate, avidità spilorcia, incredulità meschina, menzogna sotto tutti gli aspetti, ecco i vizi in cui il vostro occhio potrebbe incontrarsi; li vedreste mettersi scaltramente all’opera; vestiti di finzione, ed ornati delle opposte virtù. Si adopera l’apparenza, e questa esercita tale prestigio nell’odierna società, che la fede nel puro e disinteressato bene è del tutto sparita, il vero sacrificio è posto in dubbio, calunniato, deriso, e l’uomo che tende alla propagazione del bene è non di rado condannato alla vera lotta del martire.”

A partire dai difetti della società, Pick passa alle critiche al funzionamento della scuola, che in particolare sarebbe carente in quella che noi oggi chiameremmo “educazione emotiva, o emozionale”: “una buona parte va senza dubbio ascritta alla mancanza di educazione del cuore, di energia della coscienza e di esercizio della volontà morale”. Serve quindi una educazione nuova: “Uomini nuovi soltanto, o signori, saranno in grado di creare circostanze e basi nuove e migliori. Tali uomini però non possono essere che il risultato di una educazione nuova….”.

Perché come funziona la nostra scuola attualmente? “le nostre odierne scuole offrono una sequela di parole, torturano gli scolari con definizioni scientifiche, con lunghe ed insipide risposte, dettate da manuali, i cui autori sono ignari delle più elementari regole di psicologia, e l’istruzione, anziché sviluppare avviluppa, confonde e affievolisce le forze dello spirito.” E’ quindi necessario andare verso una educazione nuova improntata su principi chiari fin dall’inizio.

E qui Pick fa l’elogio incondizionato del fröbelismo: “Nel fanciullo dell’età dai 3 ai 6 anni non può predominare altra occupazione, né altro lavoro che non vesta il carattere del giuoco; è questa la spontanea attività istintiva, generata dal piacere e dal benessere; il fanciullo si abbandona con inesprimibile gioia a tutto ciò che lo alletta e stimola, …. Però tutta questa attività e anche il suo prodotto è proprio il ricchissimo materiale su cui lavora l’educatore: “Per giudicare convenientemente e riconoscere le attitudini del fanciullo, e da queste poter trarre norme per educarlo, non dobbiamo limitarci a giudicare ciò che fa e come agisce, ma piuttosto considerare le sue produzioni e le sue creazioni e da queste tirare conseguenze e giudizi per la sua vocazione”.



Un altro aspetto molto interessante è quello in cui Pick segnala la differenza tra l’entità e la rapidità del progresso tecnologico e industriale, da un lato, e, dall’altro lato, la lentezza del progresso umano e sociale: “Gigantesche quanto le piramidi egizie sono le conquiste fatte dall’ingegno e dall’industria umana dei nostri giorni, e senza impiegarvi dei secoli si realizzano le opere più grandiose, mentre con vertiginosa velocità il mondo fisico intorno a noi cambia d’aspetto. Ma lento e pur troppo appena percettibile si opera il processo della trasformazione morale!...” Prima di concludere il suo discorso, Adolfo Pick raccomanda in modo accorato alle maestre di dedicare una cura particolare ai bambini “delle ultime classi sociali”:

“Tra quei bambini provenienti dalle ultime classi sociali ve ne possono essere, anzi ve ne saranno di screanzati, indisciplinati, sudici, abituati a sconcio linguaggio, appreso nei trivi o dai monelli di strada, non di rado viventi in mezzo alle turpitudini di ogni genere. Ebbene, a questi più che agli altri voi dovete consacrare le vostre cure affettuose, voi dovete compatirli e con amorevole pazienza emendarli ed innalzare fino a voi. Solo così operando voi risponderete nel miglior modo alla fiducia che in voi ripongono l’illustre fondatrice e la benemerita autorità municipale.”

Il Giardino Comparetti, inaugurato con il discorso così ampio e impegnativo di Adolfo Pick il 24 ottobre del 1874, accrescerà le iscrizioni e il consenso presso le famiglie per tutti gli anni ’70; come già detto, in quegli stessi anni è grande anche il consenso di cui gode il professor Pick. Ma nel decennio successivo il vento verso il fröbelismo cambia direzione: tutti gli oppositori, e soprattutto i cattolici, riprendono a rafforzarsi dopo l’indebolimento seguito all’unità d’Italia.

    Adolfo Pick

Al Giardino Comparetti non si consente di partecipare ai festeggiamenti, a Dresda, per il centenario della nascita di Fröbel: questa situazione contribuirà ad aggravare ulteriormente il persistente disagio di Elena Raffalovich, fino a farla di fatto e consapevolmente scomparire dalla scena. Anche Adolfo Pick subisce uno “sgarbo” che lo segnerà umanamente ben oltre l’entità del danno reale: gli viene sottratto il corso sul metodo-Fröbel alle maestre giardiniere. Certo, non tutto crolla per quanto riguarda lui e la sua notorietà continua con altri incarichi.

Per esempio, il Comune di Roma lo nomina ispettore dei giardini d’infanzia e, soprattutto, nel 1887 il ministro Coppino lo incarica di guidare a Maas una delegazione di maestri per studiare l’insegnamento del lavoro manuale; l’anno successivo pubblicherà sull’argomento un lavoro dal titolo “Sul lavoro manuale” (Torino, 1988).

La sottrazione del corso per le maestre giardiniere a Venezia aveva però creato una lacerazione del suo rapporto con la città, definita un tempo la sua seconda patria. Matura così l’idea di non lasciare a Venezia la sua unica eredità, costituita dalla sua biblioteca, che racchiude tutti i suoi libri, le sue riviste, le lettere, i suoi scritti e appunti di vario genere. Prende così forma l’idea di lasciare tutto questo suo “capitale” alla biblioteca Joppi di Udine.


Grazie in particolare all’opera di Luigi Pècile, suo grande estimatore, e degli appartenenti alla Società dei giardini d’infanzia di Udine (sorta nel 1874), e grazie anche ad iniziative filantropiche come la costruzione dell’asilo voluto da Marco Volpe, il Comune di Udine è per Adolfo Pick “il più degno di lode pel suo ordinamento scolastico infantile elementare e secondario”. Dopo una vita sofferta, ma intensa e caparbiamente determinata nella difesa delle proprie idee, Adolfo Pick muore all’improvviso, tra i bambini di un giardino d’infanzia (come forse avrebbe voluto) di Venezia il 25 luglio del 1894.  

lunedì 30 gennaio 2017

Per non dimenticare...


Praga, città magica, capitale della letteratura del ventesimo secolo



Sintesi emblematica della storia del mondo, la città boema è stata soprattutto una dimensione del passato per molti autori, oggi riproposti: da Rilke a Kafka, a Perutz a Werfel.

Luca Crescenzi

Praga, capitale del ventesimo secolo

La biografia delle città, non diversamente da quella di un qualsiasi individuo, si compone di verità e menzogne, di fatti e finzioni, di illusioni e disillusioni; così pure la memoria del passato si confonde con la leggenda di ciò che non è stato, ma avrebbe avuto ragione di essere, offrendo altre possibilità al rigido corso della storia. Forse per questo la biografia di Praga è stata riscritta innumerevoli volte: come se la città potesse compensare la tragedia del proprio destino storico attraverso i suoi testimoni e i suoi cronisti.

Del resto, se Parigi è stata la capitale del diciannovesimo secolo, in Praga si sono rispecchiate tutte le contraddizioni e le tragedie del ventesimo. In un succedersi di mutamenti e catastrofi paragonabili solo a quelli vissuti da Berlino la città ha visto tramontare il mondo di cui era parte e, con esso, l’età degli imperi; è stata capitale di una repubblica democratica cancellata dall’invasione nazionalsocialista; ha patito lo sterminio della popolazione ebraica e gli orrori della guerra; è stata repubblica socialista oppressa e inquieta; ha dato vita a un eroico tentativo di riformare la sua vita politica subendo, nel 1968, la seconda invasione nel giro di trent’anni; ha vissuto la dissoluzione dell’impero sovietico ed è tornata, infine, capitale di una repubblica democratica, ma separata dalla sua metà slovacca e da buona parte della sua identità storica.

Più che una semplice città, Praga è stata, negli ottant’anni delle sue drammatiche metamorfosi, la sintesi emblematica della storia del mondo. Per questo, forse, la sua narrativa resta al centro di un interesse testimoniato dalla frequenza delle sue riapparizioni. Anche nella sua età più felice, di metropoli absburgica ricca e moderna, Praga è stata percorsa da conflitti etnici e politici tra la sua componente slava, povera e largamente maggioritaria, e la borghesia tedesca e ebraico-tedesca. Non per nulla molti suoi grandi scrittori l’hanno sofferta come una prigione e, presto o tardi, l’hanno abbandonata. Rilke – che la lasciò poco dopo i vent’anni – non vi fece più ritorno e creò di sé l’immagine del poeta esiliato e senza casa.


In una delle prose scritte poco dopo l’arrivo a Monaco – contenuta nei Racconti da poco ripubblicati da Guanda nella classica traduzione di Giorgio Zampa e Adriana Apa (pp. 364, euro 18,00) – racchiude però il destino di un personaggio che lo rappresenta in questa similitudine: «Il mondo? Ma egli in tutte le città aveva cercato solo quanto era suo: come uno che entra in una stanza buia per prendere un dato oggetto». Madre generosa trattata con rara ingratitudine dai suoi figli, la città è stata per questi ultimi soprattutto una dimensione del passato, il ricordo di un’infanzia o di un’adolescenza osservata dalla distanza dell’età adulta e della lontananza. Per questo la ricerca delle tracce di Praga nell’opera dei suoi autori, diventata un’ovvietà culturale dopo esser stata, per decenni, una moda, è una strada ambigua.

Prendiamo l’esempio di Kafka, il più grande dei suoi scrittori e, in apparenza, il più inseparabile dal suo luogo d’origine. Reinhard Stach, di cui Adelphi ha tradotto la raccolta di testimonianze intitolata Questo è Kafka? (pp. 360, euro 28,00) – dalla quale emerge un’immagine evidentemente anticonvenzionale dello scrittore – ha inserito tra i documenti riprodotti le cartoline infe rocite che il Kafka ventenne, piantato in asso a Monaco, invia all’amico Paul Kisch che avrebbe dovuto introdurlo alla vita letteraria della città ed è invece scomparso. È il riconoscimento rabbioso di una sconfitta che lo riporta a casa, agli studi di giurisprudenza e alla città che definirà – in questa occasione – «una mammina con gli artigli». Per Kafka, Praga è una costrizione; e tale resta fino a quando, ormai tardi, riesce a trasferirsi a Berlino. Difficile però dire se, senza Praga, un Rilke o un Kafka sarebbero mai nati.



La progressiva dispersione e diffusione nella periferia d’Europa della cultura nata nelle grandi capitali dell’ottocento trasporta da Londra e Parigi a Dublino, Monaco e Praga frammenti di discorsi tradizionali e sistemi di pensiero i quali, mentre dimostrano la loro fragilità, si riaggregano in forme diverse nei nuovi contesti. Se gli intellettuali conservatori di fine ottocento avevano visto in questa atomizzazione della cultura, in questa «perdita del centro», il grande male della decadenza moderna, i disillusi scrittori e filosofi del nuovo secolo ne fanno il fondamento della loro visione del mondo.

Accade così che a Praga, come in molti altri luoghi emblematici del nuovo secolo, non si affermi più una cultura dominante dalla chiara e riconoscibile impronta, ma si sviluppino forme e modi di pensare e scrivere disparatissimi, scaturiti dalle più diverse fonti, che producono un’esplosione di narrativa e di riflessioni diverse. A Praga si incontrano e si intrecciano le mode e le tendenze più eterogenee: l’eredità del realismo e quella del romanticismo, l’avanguardismo, il naturalismo, il simbolismo e l’espressionismo. Tutto è disponibile e tutto può finire per fondersi in qualcosa di nuovo. Per questo, ancora oggi, la letteratura praghese, genera riscoperte e successi editoriali.

È accaduto anche, in tempi relativamente recenti, con Leo Perutz, di cui Adelphi ha da poco pubblicato il settimo titolo, La neve di San Pietro, tradotto ottimamente da Fabio Cremonesi e F. Bovoli (pp. 183, euro 18,00), ed e/o Di notte sotto il ponte di pietra (traduzione di Beatrice Talamo, pp. 237, euro 13,00). Non certo un grande scrittore, Perutz è tuttavia un abile manipolatore di generi con cui imbastisce storie tanto avventurose quanto tortuose e inverosimili. Eppure la mescolanza, nei suoi libri, di elementi del fantastico tardoromantico, di forme del romanzo storico e del racconto d’avventura ha finito per trasformarlo in un caso mondiale all’insegna del marchio «praghese».


La neve di San Pietro è una storia – una delle tante di Perutz – in cui un personaggio qualsiasi vive un sogno (o una realtà) rivelatori: stavolta, un conte che vive ai margini del mondo e vagheggia la possibilità di rimettere sul trono dell’Impero romano di nazione germanica l’ultimo erede della corona di Svevia, informa un medico innamorato a sua volta di una misteriosa e bellissima scienziata, che porta l’improbabilissimo nome di Kallisto Tsanaris, circa gli esperimenti mediante i quali vuol far risorgere il sentimento religioso nel mondo. Il verosimile e l’inverosimile si confondono, come d’abitudine, e il finale è un’apoteosi del paradosso; ma tutto scorre in una tessitura lieve e brillante.

Pubblicato nel 1933, l’anno della presa del potere da parte di Hitler, La neve di san Pietro si conclude, forse non a caso, con la descrizione dell’insorgere di una follia rivoluzionaria. Ma tutto resta immerso nell’ambiguità caratteristica della narrativa di Perutz e questo – con buona pace degli ammiratori dello scrittore praghese – fa apparire il libro come un esito parziale, come il prodromo di possibilità inespresse.

Una coincidenza ha accostato nel tempo la ripubblicazione di questo romanzo (apparso per la prima volta in italiano nel 1998 per le edizioni Fazi) con la riedizione di un altro romanzo del 1933, I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, che gli Oscar Mondadori hanno da poco ripresentato nella storica traduzione di Cristina Baseggio, cautamente riveduta da Elena Broseghini, con una perfetta introduzione di Massimilano De Villa (pp. 910, euro 20.00). Il contrasto non potrebbe risultare più stridente. Il romanzo di Werfel è uno dei capolavori della letteratura tedesca del Novecento, il più grande epos mai dedicato alla storia del genocidio armeno e, insieme, il modello esemplare di quel che è la narrativa praghese di lingua tedesca, nel ventesimo secolo.

Se questa è caratterizzata dalla fusione di forme, generi e linguaggi diversi, il romanzo di Werfel è, quasi, un archetipo dell’ibrido modernista, in cui la superficie del racconto rifrange infinite possibilità di lettura. Narrazione corale costruita su una documentazione minuziosa, ottenuta da Werfel direttamente dall’ambasciatore tedesco ad Aleppo, Walter Rößler, la storia della strenua resistenza che le popolazioni di un paio di villaggi armeni guidate dallo «straniero» Gabriel Bragadian oppongono alla potenza distruttiva della politica e dell’esercito ottomani arroccandosi sul «monte di Mosè» è, insieme, romanzo di montaggio, racconto mitologico, cantare epico e cronaca di guerra in cui si riflette il destino biblico del popolo ebraico e di tutti i popoli salvati e cancellati dalla storia.


Le saghe e le leggende di molte etnie scorrono nei mille rivoli del romanzo di Werfel, che contamina la Bibbia e l’Iliade in un affresco tolstoiano. E nella lingua del romanzo, in cui l’armeno, il turco, il francese e il tedesco si confondono creando una specie di esperanto delle minoranze di ogni tempo, Werfel traduce l’immagine della propria identità originaria di autore segnato dallo stigma della sua provenienza ebraico-tedesca nel cuore slavo dell’impero asburgico, ovvero della sua identità praghese.

Perché per tutto il Novecento Praga resta un destino infausto. Lo raccontano le biografie dei suoi grandi scrittori non meno di quelle di tanti suoi figli meno famosi. Nelle memorie di Heda Margolius Kovály, che Adelphi, con grande merito, pubblicherà in primavera nell’eccellente traduzione di Silvia Pareschi, Sotto una stella crudele Una vita a Praga 1941-1868, si trova qualcosa di simile a una cronaca postuma della Praga raccontata dai libri.

Unica sopravvissuta della sua famiglia alla deportazione ad Auschwitz con una fuga disperata, Heda Bloch si salva grazie all’aiuto di alcuni partigiani e dell’uomo che sposerà, Rudolf Margolius, che diventato in seguito ministro del commercio estero nel governo comunista di Klement Gottwald, viene condannato a morte come traditore, nel 1952, a seguito del processo intentato dalla fazione filosovietica ai dirigenti politici (per lo più ebrei) vicini all’ex segretario generale del partito Rudolf Slánský.


Rimasta sola, con un figlio, priva di mezzi e costretta dal suo nome alla pericolosissima condizione di disoccupata (vietata per legge nella Repubblica Socialista Cecoslovacca), Heda Margolius sopravvive fino alla riabilitazione postuma del marito, conseguenza della svolta del 1956, in alloggi impossibili, accettando i lavori più umili e in condizioni di salute drammatiche. Ancora una volta si salva grazie all’aiuto di colui che diventerà il suo secondo marito, Pavel Kovály. Finisce per aderire con entusiasmo alla stagione delle riforme di Alexander Dubcek che vede spegnersi con l’invasione dell’agosto 1968 e fugge negli Stati Uniti, dove diventa una famosa traduttrice e autrice.

Solo cinque anni più tardi, ancora una volta da lontano, Heda Margolius Kovály riuscirà a scrivere, in inglese, la storia della sua vita precedente: la «stella crudele» è quella di Praga, la «mammina con gli artigli» di Kafka; la stella della città che da sola ha rappresentato il Novecento europeo e che al suo secolo, insieme alle molteplici forme della sua letteratura, ha restituito qualcosa di simile all’infelicità di una coscienza.


Il manifesto – 22 gennaio 2017

Simboli e riti del culto di Mitra


Seconda parte dello studio di Guido Araldo in cui vengono analizzati simboli e riti del culto di Mitra per molti aspetti evocanti la moderna massoneria che resta (con l'alchimia) il più grande teatro di archetipi dell'Occidente.

Guido Araldo

Simboli e riti del culto di Mitra


La narrazione della leggenda di Mithra, dalle profonde implicazioni cosmologiche e teologiche, s’intersecò in Occidente con l’armonia cosmica dei numeri di Pitagora e alla sua musica arcana: un connubio finora raramente esplorato, ma estremamente interessante. Si trattò di un salto di qualità e di una metamorfosi del culto.

Labili tracce indicano sette gradi iniziatici, corrispondenti peraltro ai giorni della settimana in un periodo in cui nell’impero romano erano in uso le pridie e le idi; per cui la suddivisione dell’anno in settimane, di sette giorni ciascuna, era sconosciuta. Fu proprio l’imperatore Aureliano, seguace del culto di Mithra a proporre la rivoluzione del calendario introducendo una nuova ripartizione dei mesi, in settimane, il 25 dicembre 274, durante una memorabile cerimonia. E i giorni della settimana corrispondevano ai gradi iniziatici dei riti mitraici, collegati ai sette “pianeti” all’epoca noti.


Il primo grado era quello di Cautopates, quasi il Bagatto dei Tarocchi, che inizia il percorso con la fiaccola rivolta verso il basso, ad indagare “le cose arcane” sotto il benefico influsso della luna. Ed ecco il lunedì.

Seguiva il miles, il soldato di Marte-Dioniso; dio delle gemme e dei germogli, della rinascita e della potenza della natura, che induce il seme a germogliare rigenerando il mondo, la gemma a sbocciare, abbellendolo; il membro maschile a inturgidirsi, rinnovando l’umanità. Ed ecco il martedì.

Terzo grado era il corax: il nero corvo, corrispondente al cielo di Mercurio, già allora simbolo della prima metamorfosi alchemica, l’opera al nero: la nigredo. Ed ecco il mercoledì.

Seguiva il leone corrispondente al pianeta Giove, signore delle folgori e quarto pianeta: il leone simbolo della forza, meglio ancora della fortitudo, la prima virtù. Ed ecco il giovedì.

Quinto grado il nymphus: candido sposo di Venere, intriso di bellezza, seconda virtù, speculare al cielo della dea. Il candore è quello bianco dell’albedo: l’opera al bianco, seconda metamorfosi alchemica. Ed ecco il venerdì.

Seguiva il cielo di Saturno, il padre dell’umanità, il signore dell’età dell’oro; alludeva al completamento dell’opera alchemica, il piombo o mirra finalmente trasformati in oro: l’opera al rosso, l’ultima metamorfosi, la rubedo, l’adepto simile ad araba fenice che rinasce rigenerato dalle proprie ceneri. Saturno era anche il dio della conoscenza e pertanto allegoria della terza virtù: la sapienza. Ecco il giorno di Saturno, trasformato nel sabato ebraico dai cristiani; ma nella lingua inglese è rimasto il senso originario: Saturday, ovvero giorno di Saturno. All’epoca in cui il giorno di Saturno divenne il sabato, le legioni romane già avevano lasciato la Britannia.



Settimo e ultimo grado l’heliodromus, il corriere del sole, corrispondente al settimo cielo, settimo pianeta: la fiaccola ben alta verso il cielo ad illuminare la strada. Cautopates è diventato Cautes!I due fratelli che s’incontrano sotto i raggi del solo nella XVIIII carta cedei Tarocchi. Il percorso iniziatico è finito, si è giunti all’empireo, esattamente il viaggio in paradiso di Dante. Il settimo giorno della settimana era la festa del “dies solis”, finché un decreto dell’imperatore Teodosio, su ispirazione di sant’Ambrogio, lo trasformò nel “dies dominicus”: giorno del Signore. Come Dio si era riposato nel settimo giorno della Genesi, così ogni abitante dell’impero si sarebbe riposato, rispettando e onorando quel giorno sacro.

Fu inizialmente un giorno di riposo per le liti giuridiche, per gli affari, per la riscossione dei debiti; ben presto esteso a tutte le attività umane. Anche in questo caso l’editto non fu recepito nella grande isola della Britannia, dove l’ultimo giorno della settimana restò il giorno del sole: Sunday mentre in tutto l’Impero Romano i padri della Chiesa si adoperarono con estrema celerità a cancellare qualsiasi riferimento mitraico nelle feste cristiane. Malgrado tanto zelo e fervore, nelle grotte Vaticane, proprio sotto la basilica di San Pietro, è ancora visibile un bellissimo mosaico raffigurante Cristo nelle sembianze del “Deus Solis”, databile all’incirca all’anno 250.

Cosa portavano i “re magi” giunti dall’Oriente, dove si alza il sole e dove il canto degli uccelli è più melodioso, quando si recarono in rispettosa visita a Gesù bambino nella grotta? La mirra: allegoria della nigredo; l’incenso, ovvero l’albedo, e l’oro, la rubedo. Maghi alchemici mitraici?

La traccia più importante è costituita dal misterioso “papiro magico” di Parigi, che descrive la tauroctonia mitraica, accompagnata da inni religiosi-magici.

    Mitreo di Santa Prisca

Tre divinità, altamente simboliche, accompagnavano i misteri mitraici – pitagorici: Afrodite, Marte – Dioniso custode della forza arcana che induce il seme a germogliare, la gemma a sbocciare, il membro maschile a inturgidirsi, e Cibele – Minerva, nota presso i cristiani come pistis Sophia. Divinità non andate perdute, anche se Ercole ha sostituito Marte – Dioniso. E poi il berretto frigio indossato da Mithra, inaspettato simbolo della Rivoluzione Francese allorché le logge parigine cercarono di cavalcare l’impeto popolare…

Mithra si manifestava in cielo in due occasioni, ai solstizi: il 25 dicembre e il 24 giugno, quando il sole inverte palesemente il suo cammino. La Chiesa vi sovrappose i due Giovanni: san Giovanni Evangelista, scivolato al 27 dicembre per lasciar posto al dies Natalis e a santo Stefano, e san Giovanni Battista. I “fuochi” notturni che un tempo accompagnavano queste due date: il “gioco delle scintille “le feye” in piemontese, da non confondere con le “smuye”, nella notte di Natale, e i falò di san Giovanni al solstizio d’estate (“la luna e i falò” di Cesare Pavese). Momenti di purificazione e divinazione, quando la rugiada si fa magica e le fate volano in cielo, come l’etrusca Strenia, da cui "strenna", trasformate successivamente in streghe. “Fuochi benaugurali” in sintonia con ben più antiche “feste del fuoco” zoroastriane.

Il mitraismo pitagorico perseguiva il perfezionamento individuale lungo un sentiero di simboliche prove. E’ noto, ad esempio, che l’aspirante al terzo grado, quello consono a Marte - Dioniso, veniva introdotto nel tempio nudo, con un cappuccio in testa e una corda al collo, simboleggianti rispettivamente la cecità del profano e i vizi umani che lo rendono schiavo. In ginocchio, davanti all’ara, gli veniva offerta una corona sulla punta di una lancia: nell’accettarla esclamava “il dio Mithra è la mia corona!” Allora era indotto a bere un misterioso intruglio inebriante a base di miele, dolciastro, che alludeva alla dolcezza interiore arrecata dallo svelamento dei misteri di Mithra e Pitagora. Nel grado del leone, associato a Giove, si teneva un banchetto rituale a base di focacce, il pane, e vino: alludeva all’ultima cena del dio con i suoi compagni, prima della sua ascesa sul carro celeste del sole.

    Iniziazione massonica

Gli iniziati s’identificavano tra loro con particolari strette di mano. Proprio da queste strette di mano ebbe origine il saluto più comune, tuttora in uso. Più importante e altamente simbolica la catena “psichica”, oggi nota come catena d’unione, in grado di convergere forze telluriche e celesti in coloro che la praticano.

Il mitraismo pitagorico ambiva dischiudere l’orizzonte del “mondo oltre il mondo”. Oggi restano molti segni esteriori, tipici di quel rito misterico: la recita di preghiere simili a un mantra, come nel caso del santo rosario; le mani giunte, la genuflessione, la pubblica confessione delle proprie colpe, con relativa penitenza; l’unzione, tipica del settimo e ultimo grado, trasformata in cresima dal cristianesimo; l’esposizione dell’ostia, allusione al disco solare; il sacerdozio maschile trattandosi di un culto solare, il concetto di Paradiso: parola che in persiano significa giardino, la speranza di rinascita, l’uso dell’incenso e dell’aspersorio, i lumi accesi davanti all’ara, il copricapo dei vescovi che ancora oggi, non a caso, continua a chiamarsi mitra; la stola, l’architettura delle basiliche desunta dai grandi mitrei più che dai tribunali.

Dopo tredici secoli di buio, a parte fugaci squarci di luce, come nelle chiese di Rosslyn in Scozia e di Saliceto sulle Langhe più alte, nell’emblematico giorno di san Giovanni d’estate, il 24 giugno del 1717, tre logge londinesi e una di Westminster si riunirono nella taverna dell’Oca e della Graticola e da quell’incontro ebbe origine la Gran Loggia d’Inghilterra e una storia nuova per l’umanità. Non fu un inizio facile! Ben presto gli “Antichi” si contrapposero ai “Moderni”, con l’intento di preservare i caratteri originali di ordinamenti antichi contaminati dalle nuove costituzioni di Anderson e dei duchi di Wharton. Ci fu gran fermento nelle logge speculative di “liberi muratori, scalpellini e carpentieri” risalenti ai primi anni del secolo precedente, operative in Scozia e in Inghilterra, se non nelle nuove colonie del Nord America che avrebbero generato gli Stati Uniti.

Non erano gradite le nuove “costituzioni di Anderson”. A loro parere lassù, attorno al Vallo di Adriano, non c’erano soltanto le legioni, ma i “collegia artificum et fabrorum” che fornivano il necessario supporto tecnico, il cui sincretismo religioso non era andato perduto. Sant’Albano, l’evangelizzatore della Britannia, ebbe a lamentarsi di come il culto mitraico fosse radicato nella grande isola dei Britanni e riscontrò difficoltà nel debellarlo; soprattutto nel suo centro di massimo radicamento: la città di Eburacum, l’attuale York, dov’erano morti due imperatori romani dediti ai misteri mitraici: Settimio Severo e Costanzo Cloro.


Nel lento fluire dei secoli, i “collegia artificum et fabrorum” si rivelarono preziosi nella costruzione di castelli e, soprattutto, di cattedrali e monasteri. Per questo motivo furono apprezzati e tollerati, nonostante i loro segreti corporativi. Si trattava di corporazioni itineranti, con approdi sicuri nei monasteri. Poi, lentamente, sembrarono scomparire nelle tenebre dell’alto medioevo, ma così non fu: ricomparvero dopo un sonno lungo quattro secoli, nell’epoca romanica e gotica; ai tempi della rinascita dell’Europa. La loro presenza fu particolarmente significativa nell’Italia Settentrionale, nella Francia normanna e in Inghilterra; per nuovamente scomparire dopo la caduta dell’Ordine dei Templari.

Gli “Antichi” si opposero risolutamente alla modernità illuministica delle costituzioni di Anderson, finché non fu riconosciuto il filone esoterico avulso dalla soffocante tradizione cristiano-giudaica. Come evidenziato da ricercatori e studiosi, la misteriosa formula V.I.T.R.I.O.L. deriverebbe da culti mitraici – pitagorici e l’enigmatico acronimo alchemico “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem” ne sarebbe la sintesi: soltanto scendendo negli ipogei mitrei, correggendo il proprio comportamento, si potrà rinvenire la pietra nascosta.

Altrettanto enigmatica la triangolazione tra pitagorismo, mitraismo e orfismo, dove il rigoroso studio della matematica, della musica, della geometria, dell’astronomia e della filosofia si amalgama a riti misterici antichissimi. Un afflato culturale insolito ma importantissimo: autentica anticipazione della cultura moderna.

Giamblico, nella “Vita di Pitagora”, ricorda: “Di fronte ad estranei, i profani come sono da loro chiamati, i pitagorici parlano attraverso simboli, a volte usando frasi banali, dal significato recondito”.

L'originalità della scuola pitagorica consisteva nell’eccezionale presenza di una comunità scientifica, inedita nell’antichità: un’aggregazione di filosofi che, per un breve periodo, riuscì a governare aristocraticamente grandi città della Magna Grecia.

Per i pitagorici il peccato era una sintesi di brutalità e ignoranza. Soltanto liberandosi dal peso di “questo piombo” ci avvicinava all’oro dell’intelligenza divina: il pneuma o soffio che alita nell’universo, rendendolo armonioso. L’amore per la conoscenza: la filosofia φιλεῖν (fileîn) amare e σοφία (sofìa), sapienza, costituisce la vera libertà. Ancora una volta l’esortazione dell’Ulisse dantesco: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.


2. Fine

domenica 29 gennaio 2017

Filosofia e poesia. "Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti" di Nicla Vassallo


Martedì 31 gennaio – ore 18.00
Presso la Libreria Feltrinelli di Genova
sarà presentato
Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti
(edizioni Mimesis)
ultima raccolta poetica di Nica Vassallo
Sarà presente l'Autrice


Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti

In conclusione della raccolta di poesie “Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti”, Nicla Vassallo scrive: “D’improvviso, ieri, in giardino, hai chiesto: come mi viene in mente una poesia? Non ho una risposta. E non saprei insegnare a scrivere poesie, né a scrivere in modo creativo. Dall’enigma rimango affascinata. So nuotare bene e, se mi domandi come mi viene in mente di nuotare, non saprei che dire. So sciare discretamente e scierei per mesi e so insegnare a sciare. Forse passioni e desideri giocano ruoli basilari in tutto ciò. Qualcosa si può tuttavia estirpare dal post scriptum: dei tanti avvenimenti, dalla mia nascita alla conclusione della presente raccolta, dei tanti avvenimenti, spesso non segnalo i più eclatanti, banalmente perché si trasformano in spettacolari (l’11 settembre, per esempio) – considero la spettacolarizzazione della realtà una delle peggiori vergogne della nostra epoca; o in devastanti, quali un Donald Trump alla Casa Bianca.

Jorge Louis Borges giudica ogni poesia misteriosa. L’idea non mi aggrada. Perché dare in pasto a lettrici e lettori versi incomprensibili? I misteri rimandano a sette segrete e ai loro ciechi seguaci. La poesia, invece, contiene chiare profondità e sensualità. Con le parole di Federico Garcia Lorca, ‘la poesia non cerca seguaci, cerca amanti’. Palese, non contiene ragionamenti validi o buone argomentazioni, e perciò Platone rimprovera il filosofo che immette poesia nel suo filosofare; ciò non vieta di inserire gocce di filosofia nella poesia, come ho tentato qui di fare.

A tratti trovo tuttavia comico che un filosofo, il cui pane quotidiano consiste nel ragionare bene, si trasformi in un poeta. E allora non posso che consolarmi con Wisława Szymborska e il suo ‘preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne’.

Poesie queste, che, come quelle di “Orlando in ordine sparso”, non hanno un ordine cronologico. Poesie che contengono più amore e più dolore, insieme a una sorta di spietatezza, spietatezza che Grazia (magnifica editor, superba amica, purtroppo scomparsa, e senza fine in me presente) mi ha sempre raccomandato nei confronti di quelle donzelle che s’imbevono di crudeltà, spietatezza, al fine che io non cada nei luoghi comuni, nelle ipocrisie, nei paternalismi: non tutte le donne posseggono virtù effettive, benché molte donne le posseggano, mentre io, da non masochista, al porgere l’altra guancia a chi mi sta annientando o usando, non concedo quanto la sadica si attenderebbe.



Nelle poesie di questa raccolta ho tentato di conseguire una semplicità ricercata, liberata da alcune facili contorsioni, per me, per lettrici e lettori, ma non cercate di prendermi in quanto poeta: vi scapperò tra le dita. Così afferma Alda Merini dei poeti”.

Purché di professione eserciti quella della filosofia pura (è professore ordinario di filosofia Teoretica), per di più con una matrice anglosassone, ovvero improntata sulla razionalità, e, purché Platone, da filosofo, si esprima contro la poesia, è in via di uscita in libreria (il prossimo 19 gennaio) la seconda raccolta di poesie di Nicla Vassallo (www.niclavassallo.net), dal titolo ‘Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti’ (Mimesis Edizioni 2017). Una raccolta amara, a volte caustica, sofferta e sofferente, a volte gioiosa, sull’omosessualità femminile, omosessualità, ancor oggi, ben più nascosta di quella maschile.

Si tratta di un coming out dell’autrice? Oppure si tratta di una sorta di “sdoganamento”, di un’immedesimazione per trasmettere, tramite la poesia, che l’eterosessualità non rappresenta l’unico destino delle donne, sebbene l’omosessualità non garantisca sempre loro paradisi terrestri? Oppure si tratta di ammettere la necessità di nascondersi di troppe donne, di qualunque orientamento sessuale, per comunque balzare tra inconsapevolezze standardizzate e dolorose ribellioni da pozzi della solitudine? Tuttavia, in ‘Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti’, Nicla Vassallo mette in gioco se stessa, sotto il profilo della sessualità (non del sesso), forse nel tentativo di confidarlo con intellettualità, a chi non ha osato e a chi non osa. Rimane, a suo avviso, una questione di libertà. E, per di più, nelle sue poesie si “gioca” con altri intellettuali, pure cantautori, italiani e stranieri. Senza limiti. 

La poesia non consiste in argomentazione. Eppure osare o non osare è ormai (purtroppo) questione “diversa”: deve esserci una questione di reale amore, che, in troppi non accettano e sono ben lungi dal comprendere, nelle loro fortificate rigidezze: basta un nonnulla, affinché non ti vengano improvvisamente annullati mesi e mesi di amicizia. Il cosiddetto “esame di coscienza” pare svanito nell’egocentrismo, nel narcisismo di troppi.

A contare è anche che in molti/e si domanderanno il valore poetico di questa raccolta, in cui Nicla Vassallo sperimenta un linguaggio assai diverso rispetto alla precedente opera poetica.







La questione Trotsky nel partito e nell'Internazionale. Il congresso di Lione


Lo scontro aperto nel partito russo fra Stalin (e Bucharin) e Trotsky determinò il precipitare della situazione anche nel partito italiano. Il Congresso di Lione segnò la fine della prima fase della storia del Pcd'I e l'inizio di un nuovo corso destinato a durare fino alla svolta di Salerno. Iniziava l'era del monolitismo stalinista, da quel momento non ci sarebbe stato nel partito e nell'internazionale più spazio per i seguaci di Trotsky e Bordiga.


Giorgio Amico

La questione Trotsky nel partito e nell'Internazionale. Il congresso di Lione

L'esplodere alla luce del sole della lotta di frazione nel partito russo segna un salto di qualità nella crisi di direzione del partito italiano. Il problema rappresentato da un Bordiga volontariamente ai margini ma con ancora un largo seguito si va inevitabilmente ad intrecciare con quella che ormai apertamente viene definita la "questione Trotsky". Superato un iniziale momento di sconcerto, Gramsci andrà via via allineandosi con il gruppo dirigente del Partito russo e dell'Internazionale, dove le sue simpatie vanno spostandosi sempre più da Zinov'ev a Bucharin. (52)

E' un Gramsci che non riesce a cogliere la portata storica della battaglia ingaggiata da Trotsky. Pur parlandone con rispetto, Trotsky ai suoi occhi resta l'avversario della politica di apertura ai contadini, l'uomo della guerra di movimento, il potenziale affossatore di quella NEP che gli appare sempre più come l'unica via praticabile per il consolidamento del potere sovietico. Questa incomprensione segna l'intero atteggiamento di Gramsci e spiega sia l'assimilazione forzata che egli compie di Bordiga a Trotsky sia i metodi amministrativi con cui, come vedremo, verrà liquidato il dissenso interno. Egli è realmente convinto che le critiche di Trotsky rappresentino una minaccia per la stabilità del potere sovietico, di conseguenza anche il dissenso bordighiano non può più essere tollerato. Nel suo intervento alla conferenza di Como (53) Gramsci per la prima volta accomuna apertamente Bordiga a Trotsky:

"Quanto è accaduto recentemente in seno al PC russo - dichiara - deve avere per noi valore di esperienza. L'atteggiamento di Trotsky in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale del compagno Bordiga. Trotsky, pur partecipando "disciplinatamente" ai lavori del Partito, aveva col suo atteggiamento di opposizione passiva - simile a quello di Bordiga - creato un senso di malessere in tutto il partito il quale non poteva non avere sentore di questa situazione. Ne è risultata una crisi che è durata parecchi mesi e che oggi soltanto può dirsi superata. Ciò dimostra che una opposizione - anche se mantenuta nei limiti di una disciplina formale - da parte di spiccate personalità del movimento operaio, può non solo impedire lo sviluppo della situazione rivoluzionaria ma può mettere in pericolo le stesse conquiste della Rivoluzione". (54)

    Amadeo Bordiga

Posto in questi termini il confronto non può non assumere via via toni sempre più duri. Il 6 febbraio 1925 il C.C. approva, nonostante forti resistenze da parte dei rappresentanti della federazione giovanile, una mozione di condanna che nel colpire Trotsky mira in realtà ad assestare un duro colpo alla sinistra.

"E' evidente - si afferma nella mozione con trasparente riferimento a Bordiga - che deve essere considerato come controrivoluzionario ogni atteggiamento che tenda a diffondere nel Partito una generica sfiducia negli organismi dirigenti della Internazionale e del Partito russo, sia travisando a questo scopo la questione Trotzky, sia ritornando sopra questioni definite dal V Congresso". (55)

Alla durissima presa di posizione del CC segue il 18 febbraio un rapporto di Togliatti con il quale si informa la Segreteria del Comintern che all'interno del PC permane una forte corrente filo-trotskista animata dai bordighisti. Al rapporto Togliatti allega un articolo dello stesso Bordiga su "La questione Trotsky", in cui Bordiga difende vigorosamente il capo dell'Armata Rossa, denunciando gli argomenti e i metodi denigratori usati dalla maggioranza del partito russo. (56)

E' da Mosca che arriva agli italiani l'ordine di mettere da parte ogni riguardo nei confronti dell'opposizione di sinistra. Nel corso della Quinta sessione dell'Esecutivo allargato dell'IC Stalin in persona chiede al delegato italiano Scoccimarro di rompere gli indugi e di unirsi apertamente al linciaggio di Trotsky. Mentre Gramsci significativamente tace, il 3 aprile Scoccimarro prende la parola per denunciare la "deviazione" trotskista divenuta sintesi di "tutte le deviazioni antibolsceviche".

La lotta nel PCd'I contro Bordiga e la sinistra è ormai inseparabile dalla più generale campagna nel partito russo e nel Comintern per la liquidazione definitiva di Trotsky e della sinistra internazionale. E', infatti, impossibile spiegare il durissimo contrasto che nel '25-'26 lacera il partito esclusivamente in base alle divergenze fra Bordiga e Gramsci sulla organizzazione comunista (sezioni territoriali o cellule), sulla politica sindacale (comitati operai invece che ricostruzione dei sindacati) o sulla tattica aventiniana.



Ma non è solo Stalin a pensare che la questione italiana sia solo uno dei terreni della più generale battaglia per il pieno controllo del Comintern. Anche per Bordiga il contrasto è di fondo e parte da una profonda sfiducia nella direzione del Comintern, per cui in mancanza di una vera svolta nella dirigenza o nella linea del partito mondiale, il PCd'I semplice sezione nazionale, non potrà fare che una politica oscillante e perdente. Su queste basi, nel contesto di un'Internazionale ridotta sempre più a mera appendice dello Stato russo, quella di Bordiga è una sconfitta annunciata.

Resta ancora oggi poco chiaro quale conoscenza Bordiga avesse della battaglia in corso nel partito russo e nel Comintern e quanto ciò contribuisse a determinare un atteggiamento "aventiniano" che gli aliena molte simpatie e offre argomenti preziosi ai suoi denigratori. Di sicuro Bordiga nutre la ferma convinzione che a Mosca la partita non sia chiusa e che la situazione dei rapporti di classe a livello mondiale possa ancora evolversi positivamente fino a determinare un radicale cambiamento di prospettiva per l'Internazionale. Ragion per cui ai rivoluzionari basta porsi in posizione d'attesa, mantenendo nel contempo le mani libere nei confronti di una politica destinata a sicura sconfitta.

Uno dei principali esponenti della sinistra, Bruno Fortichiari, ha accennato a contatti con esponenti dell'Internazionale che Bordiga avrebbe avuto immediatamente prima di Lione.

"Forse - scrive Fortichiari - egli da Mosca ha riportato questa convinzione, che ci fossero delle possibilità di azione, se non immediate almeno col tempo. Ha avuto questa convinzione che contrastava con la nostra convinzione, mia, di Damen e di Repossi, che non abbiamo mai avuto questa speranza. Per noi la rottura c'era e c'era poco da fare, e interessava secondo noi affermare pubblicamente la rottura cioè quasi sfidare la direzione minoritaria del partito ad un provvedimento". (57)

Al di là delle possibili interpretazioni, resta il fatto che la sinistra e in particolare un Bordiga prigioniero di una visione astrattamente oggettivistica dell'azione politica, giocano male le carte ancora rilevanti di cui dispongono, (58) il tutto aggravato dal mutamento in atto nel partito che non è più per composizione lo stesso di Livorno e del 1921-1923.

Un partito passato dopo gli sbandamenti dovuti alla vittoria della controrivoluzione fascista, da 9 a 30 mila iscritti, in gran parte giovani proletari senza "memoria politica" e quindi privi di timori reverenziali nei confronti del "padre fondatore". Giovani, affamati d'azione, speranzosi in una possibile rivincita, a cui l'attendismo meccanicistico di Bordiga non può che risultare incomprensibile. Una leva di militanti conquistati al Partito dall'attivismo gramsciano, dalla sua visione, in questo compiutamente leninista, della centralità della politica come continuo sforzo di definizione di obiettivi transitori praticabili a livello delle più larghe masse. Quanto ai quadri dirigenti, nazionali e locali, del partito risulta determinante nello spiegare il quasi generale abbandono delle suggestioni bordighiane lo sconcerto prima, l'aperta irritazione poi nei confronti di un atteggiamento considerato quasi una diserzione dalle responsabilità proprie di un dirigente rivoluzionario.

Non va, tuttavia, sottaciuto che la sconfitta di Bordiga è anche il frutto dell''uso sistematico nel dibattito interno al partito di metodi amministrativi e intimidatori nei confronti della minoranza a partire almeno dalla campagna contro il cosiddetto "Comitato d'Intesa". (59)



E' questa una pagina oscura nella storia politica di Antonio Gramsci che nella lotta contro la sinistra tollera l'uso di "toni da caccia alle streghe contro il 'frazionismo', una interpretazione poliziesca delle differenziazioni politiche, una predisposizione ad accettare espulsioni con eccessiva disinvoltura, un giudizio favorevole sui voti unanimi alla direzione dell'Internazionale". (60)

Che in realtà, contrariamente a quanto pare pensare Bordiga, a Mosca i giochi siano fatti viene a confermarlo il Quinto Esecutivo allargato dell'Internazionale Comunista (marzo-aprile 1925) che afferma senza esitazioni la piena identità tra bordighismo e trotskismo. Il linguaggio ormai è quello dell'invettiva, i dissidenti sono definiti piccolo borghesi, opportunisti, destri mascherati. Agli italiani viene richiesto esplicitamente di scegliere "tra il leninismo e la tattica di Bordiga". (61)

Nel Comintern non c'è più spazio per posizioni in qualche modo vicine alla opposizione trotskista, Stalin intende chiudere definitivamente la partita con la minoranza. Date queste premesse, non stupisce l'annotazione di Giuseppe Berti per cui "obiettivamente (...) bisogna dire che se la Conferenza di Como fu preparata troppo poco, anzi per nulla, e diede, quindi, i risultati ben noti, il congresso di Lione (...) fu, forse, preparato un pò troppo nel senso che preliminarmente la Conferenza di dicembre separò il grano dal loglio e fece in modo che a Lione l'estrema sinistra bordighiana venisse rappresentata in maniera non adeguata alle forze che ancora essa contava nel Partito". (62)

Sarebbe, tuttavia, un errore considerare il Congresso di Lione come un'operazione esclusivamente burocratica volta a sanzionare con il voto della base la liquidazione politica di un Bordiga irrecuperabile alla politica del Comintern. Certo, Gramsci sostiene con forza le posizioni della maggioranza dell'Internazionale, ma non si prefigge la sistematica distruzione di ogni dialettica interna al partito; (63) così come totalmente irriducibili allo stalinismo sono le tesi di Lione, forse il documento maggiormente rappresentativo di un Gramsci compiutamente approdato ad una visione matura e leninista dell'azione rivoluzionaria.

Da qui l'estrema attenzione posta dalle tesi all'analisi della fase e all'individuazione delle forze motrici della rivoluzione italiana, non in astratto secondo schemi meramente ideologici, ma nel concreto del quotidiano confronto di classe. Ne deriva, elemento del tutto nuovo per il partito italiano, la centralità degli obiettivi intermedi e transitori e l'adozione di uno stile di azione politica che permetta all'avanguardia rivoluzionaria di dialettizzarsi con gli strati profondi della classe. Temi che riprendono suggestioni antiche già presenti nell'esperienza ordinovista, ma ora definitivamente depurate, anche grazie al profondo sodalizio con Bordiga del 1921-1923, da ogni influenza spuria di origine bergsoniana o soreliana. (64)

Nonostante i metodi usati a Lione non si può, dunque, parlare di stalinizzazione del partito, almeno per il breve periodo della direzione Gramsci. Per affermarsi definitivamente nel PCI lo stalinismo dovrà passare attraverso la spaccatura del gruppo dirigente gramsciano, l'espulsione di Tresso e Leonetti e l'abbandono definitivo del progetto politico definito dalle Tesi di Lione in favore di una supina acquiescenza alle svolte della politica estera sovietica. (65) Non è un caso che la "svolta" avvenga nel 1930 che è anche l'anno della definitiva espulsione di Bordiga e in cui diventa avvertibile l'isolamento di Gramsci rispetto al partito.

L'ulteriore precipitare della situazione nel partito russo con il passaggio di Zinov'ev e Kamenev all'opposizione insieme a Trotsky e i metodi sempre più violenti con cui Stalin porta avanti la sua battaglia determina un profondo ripensamento all'interno del PCI. Nell'autunno del 1926 Gramsci invia a nome dell'Ufficio Politico del partito italiano una lettera alla dirigenza sovietica in cui si chiede di "evitare le misure eccessive" contro l'opposizione e di considerare come in un partito comunista "l'unità e la disciplina... non possono essere meccaniche e coatte". Pur schierandosi a fianco della maggioranza, anche se con evidenti esitazioni, Gramsci da voce alle preoccupazioni dei comunisti italiani per "l'acutezza della crisi... e le minacce di scissione aperta o latente che essa contiene". (66)


La lettera evidenzia una concezione dei rapporti tra i partiti comunisti dell'internazionale e i dirigenti russi che non ha nulla in comune con quanto si attendono i dirigenti russi dai partiti "fratelli". Per Gramsci sono gli interessi del proletariato internazionale che devono determinare la politica russa la quale va subordinata a quegli interessi. Pur esprimendosi, anche se cautamente e con riserve, a favore della linea Stalin-Bucharin, nella lettera si denuncia con coraggio come la politica intransigente della maggioranza verso l'opposizione di sinistra comporti il rischio di una possibile degenerazione.

"Voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate (...) la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin", giunge a scrivere Gramsci che auspica una ricomposizione unitaria del partito nella più autentica tradizione bolscevica. La lettera suscita una profonda irritazione in Stalin e il timore che il PCI passi all'opposizione trotskista. (67)

Con una lettera dai toni sprezzanti Togliatti intima a Gramsci di "tenere i nervi a posto" e di non intromettersi nei fatti dei russi.

"Vi è senza dubbio - scrive - un rigore nella vita interna del PC dell'Unione. Ma vi deve essere. se i partiti occidentali volessero intervenire presso il gruppo dirigente per far scomparire questo rigore, essi commetterebbero un errore assai grave. Realmente in questo caso potrebbe essere compromessa la dittatura del proletariato".

Esprimere dubbi o perplessità riguardo agli atteggiamenti della maggioranza vuol dire porsi dalla parte dell'opposizione. La politica di Stalin va appoggiata in blocco senza sottilizzare troppo sui metodi usati per imporla:

"Quando si è d'accordo con la linea del CC, il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea senza porre nessuna limitazione". (68)

E' la rottura definitiva, politica e personale, fra i due che non si scriveranno più, mentre nei confronti di Bordiga, nonostante la durezza della battaglia del 1925-1926, Gramsci manterrà, ricambiato, fino alla fine della sua vita sentimenti fraterni e di grande rispetto politico. (69)



Note

(52) In una lettera alla moglie da Vienna Gramsci ammette di non conoscere "ancora i termini esatti della discussione che si è svolta nel partito" russo. Si dichiara però sconcertato dell'attacco di Stalin a Trotsky che considera "assai irresponsabile e pericoloso" (Cfr. A. Gramsci, Vita attraverso le lettere, cit., p. 51). Quanto alla sua progressiva evoluzione filo-buchariniana utili indicazioni si ritrovano in L. Paggi, Le strategie del potere in Gramsci, Roma 1984.
(53) La Conferenza clandestina di Como si svolge nella primavera del '24. Gramsci, appena tornato in Italia grazie all'acquisita immunità parlamentare scopre di essere in maggioranza nel Comitato Centrale ma in minoranza nel partito.
(54) Cfr. il resoconto dell'intervento di Gramsci apparso su Lo Stato operaio del 29 maggio 1924, ora in A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista, cit., pp. 459-462.
(55) Mozione del CC sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti, pubblicata su Lo Stato Operaio del 19 febbraio 1925, ora in La liquidazione della sinistra del PCd'It. (1925), cit., p. 49.
(56) A. Bordiga, La questione Trotzky, L'Unità del 4 luglio 1925, ora in La liquidazione..., cit., pp. 50-58.
(57) B. Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, cit., p 154.
(58) “Non si lascia - commenta Damen - una base organizzativa come quella della sinistra e soprattutto quadri saldamente formati in balia degli eventi senza una direzione, senza una responsabilità organizzativa. Il compagno Bordiga, defenestrato d'autorità dal centro del partito, si era praticamente autodefenestrato dalla vita politica attiva e non assumeva nessuna responsabilità ufficiale, neppure nell'ambito della sua stessa corrente". ( O. Damen, Gramsci tra marxismo e idealismo, cit., p. 103)
(59) Una efficace ricostruzione dell'esperienza del Comitato d'Intesa e dei metodi utilizzati contro di esso dal gruppo dirigente gramsciano si può trovare in La sinistra comunista e il Comitato d'Intesa, Quaderni Internazionalisti, Torino 1996.
(60) L. Maitan, Il marxismo rivoluzionario di Antonio Gramsci, Milano 1987, p. 20.
(61) P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. 1, cit., pp. 444-447.
(62) G. Berti, I primi dieci anni di vita del PCI, cit., p. 188.
(63) A Lione la sinistra ottiene il 9.2 dei voti, contro il 90.8 della centrale, ciononostante Gramsci insistette perché la sinistra fosse rappresentata nel CC con due rappresentanti, così come si adopererà perché Bordiga possa partecipare in rappresentanza della minoranza al Sesto Plenum dell'Internazionale. Sul Sesto Plenum e sul violento scontro tra Bordiga e Stalin che vi si svolge cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. II, Torino 1976, pp. 3-17.
(64) Sul Congresso di Lione esiste una vasta letteratura. Particolarmente interessanti gli atti del seminario svoltosi a Cortona nel novembre 1987, ora raccolti in AA.VV., Le Tesi di Lione. Riflessioni su Gramsci e la storia d'Italia, Milano 1990. Per quanto riguarda Bordiga Cfr. Progetto di tesi per il III Congresso del partito comunista presentato dalla sinistra, ora in In difesa della continuità del programma comunista, Milano 1970, pp. 91-123.
(65) Definitive ci paiono a questo proposito le conclusioni a cui perviene Ferdinando Ormea in Le origini dello stalinismo nel PCI, Milano 1978. Cfr. anche gli scritti di Leonetti, Tresso e Ravazzoli raccolti in Crisi economica e stalinismo in Occidente, a cura di F. Ormea, Roma 1976.
(66) A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista, cit., pp. 124-131
(67) Cfr. la lettera di Jules Humbert-Droz a Giuseppe Berti in data 6 maggio 1964, pubblicata in Berti, I primi dieci anni di vita del PCI, cit., p. 259 n.
(68) Cfr. la lettera di Togliatti a Gramsci del 18 ottobre 1926, ibidem, p. 133.
(69) Cfr. le lettere ai familiari da Ustica in cui Gramsci testimonia della grande amicizia che lo lega a Bordiga che nell'isola lo ha iniziato ai segreti della cucina e dello scopone scientifico (A. Gramsci, Vita attraverso le lettere, cit., p. 153). Altrettanto significative sono le molte lettere di Bordiga a Gramsci nel 1927, così come il tentativo di farlo fuggire da Ustica (Cfr. C. Ravera, Diario di trent'anni 1913-1943, Roma 1973, p. 283) o i contatti intercorsi tra i due fra il 1934 e il 1935 a Formia, proprio poco prima che Gramsci morisse. (Cfr. la testimonianza di Leonetti in Peregalli-Saggioro, Amadeo Bordiga. Gli anni oscuri (1926-1945), Firenze 1997, pp. 34-35.
Ancora nel 1970, a pochi mesi dalla morte, Bordiga dichiara a Giuseppe Fiori: "Ci stimavamo vicendevolmente. La diversità di formazione culturale, le contese ideologiche, non ebbero mai la conseguenza d'incrinare i nostri buoni rapporti". (Fiori, Bordiga, un combattente coraggioso e dogmatico, in Stampa Sera, 27 luglio 1970, citata in Livorsi, Amadeo Bordiga, cit., p. 301).



5. Fine