TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 19 dicembre 2018

Spartaco? Un'invenzione dei comunisti.


    S. Kubrick, Spartacus (1960)

Tempi duri per i comunisti: crolla anche il mito di Spartaco, lo schiavo ribelle. Uno storico francese ne ricostruisce la storia, prendendo di mira gli storici marxisti (e Kubrick), rei di aver creato un mito privo di sostanza storica.

Carlo Franco

Spartaco? Un capobanda che non ha letto Marx


«Soffriam: le catene si spezzano alfine/ allor che pugnali, ne piaccia foggiar;/ fra un mucchio fumante di sparse ruine/ già Spartaco è sorto tremendo a pugnar». Brutti versi, tratti dall’Inno all’anarchia scritto dal Pascoli nel 1878 (e riscoperto qualche anno fa), ma chiara traccia di un mito politico, prima che storico. Per questo mito il nome di Spartaco dice qualcosa a molti, e non solo ai professori.

La figura dello schiavo che fuggì nel 73 a.C. dalla caserma dei gladiatori, si pose alla guida di altri ribelli e mise insieme un’armata, e solo dopo tre anni fu sconfitto, par fatta apposta per suscitare varie identificazioni. O è tutto un equivoco? «Gli storici marxisti e i registi americani, praticamente le uniche due categorie che abbiano mostrato interesse» per Spartaco, ne «hanno restituito un’immagine completamente falsata».

Per correggere questa stortura Yann Le Bohec ha scritto Spartaco, signore della guerra (Carocci, trad. di E. Thornton, pp.158, € 15,00), smitizzando il tema e mettendo da parte le utopie del XIX e XX secolo. Kubrick ha fatto un buon film, ma ha preso spunto da un romanzo «comunista». Anche altri romanzi, come quello di Koestler, ne escono male (e lo Spartaco di Giovagnoli? Non pervenuto).



Gli storici «marxisti», sono poi oggetto di una polemica insistita. L’intera ricerca su Spartaco, di ogni epoca e lingua, ha raggiunto risultati «disastrosi». «Nessuno» ha posto le domande giuste, interi aspetti sono rimasti «del tutto» trascurati, o liquidati con «indifferenza». Le Bohec mostra rancore nei confronti di molti predecessori. Una entry in bibliografia reca la simpatica chiosa: «da evitare». In altro suo libro, Le Bohec incolpava il marxismo-leninismo anche del declino degli studi di storia militare, lasciati nelle mani degli ufficiali in congedo (!). Urgeva riportare sulla retta via i temi di storia distorti dall’ideologia, compreso Spartaco: oggi, a parte i nostalgici, «nessuno si domanda più» se sia stato «un precomunista, un protocomunista, un comunista perfetto o non sia stato affatto un comunista».

La terapia consiste nel rileggere le fonti. Così, spazzate via le ipotesi precedenti, ritenute inverosimili, Le Bohec ne formula altre, definite probabili, ragionevoli o plausibili (quindi esse pure sul piano del verosimile, faute de mieux). Talune notizie antiche e ricostruzioni di studiosi moderni sono liquidate con fastidio. La tradizione su Spartaco riferisce di sogni profetici o altri elementi di leggenda «carismatica»? Invenzioni, non molto diverse dai «romanzi rosa».

Sulle questioni di topografia o cronologia o tattica l’atteggiamento è lo stesso. Indagando la biografia di Spartaco prima della rivolta, le sue mosse successive, la ricerca di appoggi e armi, gli scontri armati, Le Bohec costruisce un proprio story telling (non così originale come vorrebbe): non un eroe proletario o rivoluzionario, ma un comandante. Più esattamente: un «capobanda», che prima non aveva fatto parte dell’esercito romano (al più come ausiliario), ma che poi seppe inguaiare le truppe regolari.

Roma ne sottovalutò l’efficienza militare. I ribelli colsero importanti vittorie e condussero una guerriglia vittoriosa per mesi. Spartaco aveva al più una formazione da «sottufficiale», ma la sua banda divenne un «vero esercito», il cui limite stava nella «assenza di strutture statali e amministrative» (!), di una marina e di tecnologie per l’assedio. Non è però spiegato in concreto quali tecniche si praticassero, e quando fossero state apprese.


Anche sull’obiettivo della rivolta si resta incerti. Si ipotizza che Spartaco puntasse a lasciare l’Italia per rientrare in patria, ma i tropismi della banda lungo la penisola (dalla Campania fino a Modena, poi ancora a Sud, in Calabria) suggerirebbero lo sforzo di estendere le aree di ribellione, o la ricerca di risorse, o di fuga. È ribadito che Spartaco e i suoi non ricevettero appoggi dalla popolazione, ma aggregarono a sé molti schiavi fuggitivi e braccianti liberi, insomma gli ultimi di una società duramente sfruttatrice. Dunque (o l’idea è troppo «marxista»?) il moto suscitò esteso allarme sociale. I ribelli compirono ripetuti saccheggi e violenze: quindi, conclude Le Bohec, Spartaco «non si comportava né come un missionario della democrazia né come un difensore della libertà». Altro che proletari…

Il meglio del libro si ha quando si parla (con competenza) di pratiche e istituzioni della guerra o della gladiatura. Quando si parla di schiavitù pesa la polemica contro la storiografia marxista (che però promosse estese ricerche sul tema). Spartaco guidò un «movimento sociale», ma è «poco probabile» che volesse insieme ai suoi «intraprendere una lotta di classe», perché «non avevano certo letto Karl Marx». Peccato non l’abbiano fatto. Certo si sarebbero compiaciuti della lettera a Engels del febbraio 1861, in cui Marx definisce Spartaco «il tipo più in gamba, che ci venga posto sotto gli occhi, di tutta la storia antica. Grande generale (mica un Garibaldi), nobile personalità, autentico rappresentante dell’antico proletariato».

Il Manifesto/Alias - 21 ottobre 2018