S. Kubrick, Spartacus (1960)
Tempi duri per i
comunisti: crolla anche il mito di Spartaco, lo schiavo ribelle. Uno
storico francese ne ricostruisce la storia, prendendo di mira gli
storici marxisti (e Kubrick), rei di aver creato un mito privo di
sostanza storica.
Carlo Franco
Spartaco? Un capobanda
che non ha letto Marx
«Soffriam: le catene si
spezzano alfine/ allor che pugnali, ne piaccia foggiar;/ fra un
mucchio fumante di sparse ruine/ già Spartaco è sorto tremendo a
pugnar». Brutti versi, tratti dall’Inno all’anarchia scritto dal
Pascoli nel 1878 (e riscoperto qualche anno fa), ma chiara traccia di
un mito politico, prima che storico. Per questo mito il nome di
Spartaco dice qualcosa a molti, e non solo ai professori.
La figura dello schiavo
che fuggì nel 73 a.C. dalla caserma dei gladiatori, si pose alla
guida di altri ribelli e mise insieme un’armata, e solo dopo tre
anni fu sconfitto, par fatta apposta per suscitare varie
identificazioni. O è tutto un equivoco? «Gli storici marxisti e i
registi americani, praticamente le uniche due categorie che abbiano
mostrato interesse» per Spartaco, ne «hanno restituito un’immagine
completamente falsata».
Per correggere questa
stortura Yann Le Bohec ha scritto Spartaco, signore della
guerra (Carocci, trad. di E. Thornton, pp.158, € 15,00),
smitizzando il tema e mettendo da parte le utopie del XIX e XX
secolo. Kubrick ha fatto un buon film, ma ha preso spunto da un
romanzo «comunista». Anche altri romanzi, come quello di Koestler,
ne escono male (e lo Spartaco di Giovagnoli? Non
pervenuto).
Gli storici «marxisti»,
sono poi oggetto di una polemica insistita. L’intera ricerca su
Spartaco, di ogni epoca e lingua, ha raggiunto risultati
«disastrosi». «Nessuno» ha posto le domande giuste, interi
aspetti sono rimasti «del tutto» trascurati, o liquidati con
«indifferenza». Le Bohec mostra rancore nei confronti di molti
predecessori. Una entry in bibliografia reca la simpatica chiosa: «da
evitare». In altro suo libro, Le Bohec incolpava il
marxismo-leninismo anche del declino degli studi di storia militare,
lasciati nelle mani degli ufficiali in congedo (!). Urgeva riportare
sulla retta via i temi di storia distorti dall’ideologia, compreso
Spartaco: oggi, a parte i nostalgici, «nessuno si domanda più» se
sia stato «un precomunista, un protocomunista, un comunista perfetto
o non sia stato affatto un comunista».
La terapia consiste nel rileggere le fonti. Così, spazzate via le ipotesi precedenti, ritenute inverosimili, Le Bohec ne formula altre, definite probabili, ragionevoli o plausibili (quindi esse pure sul piano del verosimile, faute de mieux). Talune notizie antiche e ricostruzioni di studiosi moderni sono liquidate con fastidio. La tradizione su Spartaco riferisce di sogni profetici o altri elementi di leggenda «carismatica»? Invenzioni, non molto diverse dai «romanzi rosa».
Sulle questioni di
topografia o cronologia o tattica l’atteggiamento è lo stesso.
Indagando la biografia di Spartaco prima della rivolta, le sue mosse
successive, la ricerca di appoggi e armi, gli scontri armati, Le
Bohec costruisce un proprio story telling (non così
originale come vorrebbe): non un eroe proletario o rivoluzionario, ma
un comandante. Più esattamente: un «capobanda», che prima non
aveva fatto parte dell’esercito romano (al più come ausiliario),
ma che poi seppe inguaiare le truppe regolari.
Roma ne sottovalutò
l’efficienza militare. I ribelli colsero importanti vittorie e
condussero una guerriglia vittoriosa per mesi. Spartaco aveva al più
una formazione da «sottufficiale», ma la sua banda divenne un «vero
esercito», il cui limite stava nella «assenza di strutture statali
e amministrative» (!), di una marina e di tecnologie per l’assedio.
Non è però spiegato in concreto quali tecniche si praticassero, e
quando fossero state apprese.
Anche sull’obiettivo
della rivolta si resta incerti. Si ipotizza che Spartaco puntasse a
lasciare l’Italia per rientrare in patria, ma i tropismi della
banda lungo la penisola (dalla Campania fino a Modena, poi ancora a
Sud, in Calabria) suggerirebbero lo sforzo di estendere le aree di
ribellione, o la ricerca di risorse, o di fuga. È ribadito che
Spartaco e i suoi non ricevettero appoggi dalla popolazione, ma
aggregarono a sé molti schiavi fuggitivi e braccianti liberi,
insomma gli ultimi di una società duramente sfruttatrice. Dunque (o
l’idea è troppo «marxista»?) il moto suscitò esteso allarme
sociale. I ribelli compirono ripetuti saccheggi e violenze: quindi,
conclude Le Bohec, Spartaco «non si comportava né come un
missionario della democrazia né come un difensore della libertà».
Altro che proletari…
Il meglio del libro si ha quando si parla (con competenza) di pratiche e istituzioni della guerra o della gladiatura. Quando si parla di schiavitù pesa la polemica contro la storiografia marxista (che però promosse estese ricerche sul tema). Spartaco guidò un «movimento sociale», ma è «poco probabile» che volesse insieme ai suoi «intraprendere una lotta di classe», perché «non avevano certo letto Karl Marx». Peccato non l’abbiano fatto. Certo si sarebbero compiaciuti della lettera a Engels del febbraio 1861, in cui Marx definisce Spartaco «il tipo più in gamba, che ci venga posto sotto gli occhi, di tutta la storia antica. Grande generale (mica un Garibaldi), nobile personalità, autentico rappresentante dell’antico proletariato».
Il Manifesto/Alias - 21
ottobre 2018