TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


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lunedì 11 aprile 2022

Una prima valutazione delle presidenziali francesi

 


Una delle cose buone di internet sono le considerazioni che quasi quotidianamente Franco Astengo condivide con una cerchia di amici che comprende anche me. Non sempre le nostre visioni coincidono, ma sempre il suo contributo è uno stimolo prezioso alla riflessione. In un tempo di urlatori sbragati, compresi nomi illustri di cui per carità democristiana (tanto per citare Totò) preferisco non fare il nome tanto sono comunque noti a tutti, le pacate e argomentate considerazioni socio-politiche di Franco Astengo ci rimandano a tempi in cui la politica era forse più dura, ma sicuramente più civile.

G.A.


Franco Astengo

Una prima valutazione delle presidenziali francesi

Spoglio quasi completato per il primo turno delle presidenziali francesi svoltosi domenica 10 aprile: scriviamo, infatti, al 97% delle schede scrutinate e a questo punto è possibile tentare qualche prima valutazione posta sul piano generale, riservandosi una analisi più approfondita posta sul terreno dell’articolazione territoriale.

Molto opportunamente il sito del Ministero dell’Interno francese riporta anche le percentuali sul totale degli aventi diritto: in Italia questo tipo di analisi non si svolge quasi mai e si finisce con lo stravolgere il senso delle percentuali effettive di voto assegnandole soltanto sulla base dei voti validi (sorgono così equivoci come quello clamoroso delle Europee 2014 con il PD attestato a un fasullo 40% ottenuto semplicemente per una massiccia diserzione dalle urne).

Nella Francia 2022 l’astensione è ancora cresciuta e questo elemento deforma il valore delle percentuali ottenute dai diversi candidati.

Andando per ordine, su questo punto: nel 2017 ci si era attestati sul 77,77% dei votanti con l’1,78% di schede bianche e lo 0,78% di schede nulle. Nel 2022 il totale dei votanti è sceso al 74,86% (meno 2,91% : circa 1.500.000 in più di elettrici ed elettori che non si sono recati al seggio).

Nel computo dei voti relativi ai diversi candidati si rileva anche una forte volatilità elettorale (non ancora, però, ai livelli assunti dal fenomeno nelle più recenti elezioni italiane) con la caduta dei due grandi partiti che avevano segnato il bipolarismo francese: il partito socialista e quello gollista (ed eredi) e la grande differenza tra centri urbani e Francia profonda.

Considerato che i due candidati che arriveranno al ballottaggio hanno incrementato il loro plafond passando (al 97% dei voti scrutinati) Macron da 8.656.346 voti a 9.560.579 e Le Pen da 7.678.491 a 8.109.802 diventa fondamentale per capire cosa è successo valutare il crollo di gollisti e socialisti facendo presente prima di tutto un elemento.

Si tratta della divisione a sinistra: la presenza di 5 candidature (compresa quella dei Verdi, che nel frattempo in Francia hanno assunto una dimensione maggiormente “politica” dai tempi ruralisti di Bovè) ha impedito all’ex-socialista ora radical-populista Mélenchon di arrivare al ballottaggio.

La candidatura dell’ex-fondatore di Radio Tangeri è cresciuta in numeri assoluti da 7.059.951 a 7.605.495.

Intorno, a sinistra, registriamo: il pauroso arretramento della candidatura socialista, in questo caso Anne Hidalgo che rispetto a quella di cinque anni fa di Benoit Hamon si ferma a 604.203 voti contro 2.291.288; il comunista Roussel (non presente nel 2017) ottiene 799.352 voti; i Verdi con Jadot 1.587.541 e le due candidature trotzkiste complessivamente 461.720 voti.

Un’ipotetica candidatura da Fronte Popolare (compresi gli ecologisti) avrebbe ottenuto nel 2017 9.978.128 voti saliti nel 2022 a 10.454.108 a dimostrazione che, dal crollo dei socialisti, non si è avuto uno spostamento a destra ma ,considerato il quadro complessivo, semplicemente un maggiore frazionamento.

L’altro punto di caduta che andrà esaminato con attenzione è quello dei gollisti.

La candidatura ufficiale dei “Repubblicani” nel 2017, presentata da Francois Fillon aveva ottenuto 7.212.995 suffragi: nel 2022 Valérie Pécresse, presidente dell’Ile de France, è scesa a 1.658.377 voti con un calo di 5.554.618 suffragi.

Appare evidente che gran parte di questi voti abbiano rappresentato nel 2022 la base del consenso acquisito da Eric Zemmour, ultradestra, che ha raccolto 2.442.673 voti; un’altra parte dei perduti voti gollisti è da ricercarsi (oltre che nell’astensione) nell’incremento ottenuto dalla candidatura Le Pen.

Nella sostanza non c’è complessivamente uno spostamento a destra ma uno spostamento della destra verso l’estrema destra che Macron sta cercando di recuperare corteggiando ( come fa da tempo) l’ala più vicina all’ex-presidente Sarkozy: così la sinistra divisa si limita, pur disponendo di un notevole numero di voti, ad assistere abbarbicata al successo di Mélenchon che verificheremo quanto potrà essere trasmesso e reso efficace nelle elezioni legislative.

In sostanza si può affermare che per la prima volta la candidatura Le Pen di estrema destra non ha fatto il pieno al primo turno e dispone (al contrario dello scontro di 5 anni fa) di margini di crescita: oltre ai 2.442.673 voti di Zemmour sono da considerare anche il 1.095.703 voti di Lassalle (erede di Bayerou) e i 718.240 voti di Dupont – Aignan oltre all’incerta possibile divisione dei voti gollisti.

Macron ha portato avanti una politica di destra sottovalutando l’ampiezza del bacino della sinistra: Mélenchon ha dichiarato “non un voto per la Le Pen” ma non ha invitato a votare Macron.

Esiste allora un margine di incertezza da non trascurare, considerando anche l'articolazione sociale e culturale dell'elettorato di France Insoumise che risulta molto diversa da quella per così dire "classica" di PS, PCF e LO .

Sul voto per Mèlenchon sicuramente hanno insistito frange dei tanti "NO" che agitano l'estremismo europeo dall'emigrazione, all'emergenza sanitaria, alla guerra con richiami che, almeno in Italia, hanno assunto aspetti di dannunzianesimo di ritorno come nel caso del M5S che pure tentarono approcci con il movimento dei "gilet gialli".

Pesa l'incapacità della sinistra francese di valutare le proprie forze nelle diverse componenti e, di conseguenza, l'impossibilità di costruire una qualche dimensione unitaria.

Sarà l’affluenza al secondo turno a decidere il ballottaggio e soprattutto la possibile partecipazione di elettrici ed elettori della sinistra, perché la volatalità elettorale tra il primo e il secondo turno non è così scontata come si verificò invece nel 2002, quando Chirac raccolti 5.665.855 voti al primo turno volò al secondo a 25,537,956 facendo il pieno dell’antifascismo francese e surclassando Le Pen sr. Passato da 4.804.713 a 5.525.032 ( su Chirac si assestarono gli oltre 4 milioni di voti socialisti di Jospin, i quasi 2 milioni del centrista Bayerou, mentre va ricordato che in quell’occasione le due candidature trotzkiste di Lotte Ouvriere e della LCR finirono davanti a quella del PCF).


lunedì 1 marzo 2021

Ragionando di Guerra fredda

 


Anche questa breve storia della Guerra fredda fa parte del libro collettaneo sulla storia della seconda metà del Novecento, ancora in via di elaborazione.

Giorgio Amico

Ragionando di Guerra fredda

La principale conseguenza della Seconda guerra mondiale fu la radicale ridefinizione degli equilibri mondiali che risultavano ora incentrati sull'emergere, rispetto alla pluralità di potenze antecedenti la guerra, di due grandi nazioni con ambizioni di supremazia mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Nasceva un sistema di relazioni internazionali di tipo bipolare destinato a durare fino al crollo del sistema sovietico nel 1991.

Si trattava in realtà di un bipolarismo atipico sbilanciato a favore degli Stati Uniti, fortemente rafforzati dalla guerra sia sul piano economico - nel 1945 gli USA da soli contavano per la metà della produzione industriale e per 3/4 dei capitali mondiali investiti- che su quello militare grazie al possesso dell'arma nucleare i cui terrificanti poteri distruttivi erano stati testati contro il Giappone.

Proprio per questa oggettiva supremazia nel 1945 gli Stati Uniti ipotizzavano la continuazione se non dell'alleanza con l'URSS, che con la sconfitta della Germania nazista non aveva più motivazione, almeno di un clima di distensione e di cooperazione.

Le aspettative di Stalin

Analoga, secondo i più recenti studi, era l'aspettativa di Stalin. L'Unione Sovietica, benché vincitrice, usciva dalla guerra con gravissimi danni materiali nella parte europea e gravissime perdite umana calcolabili fra i 17 e i 20 milioni di morti. Il problema centrale della politica staliniana era dunque quello della ricostruzione del sistema produttivo, il rilancio dell'economia e, fatto nuovo rispetto all'anteguerra, il consolidamento del controllo sull'Europa dell'Est occupata dalle truppe sovietiche. Un'area vastissima che dai vecchi confini dell'URSS, ora spostati in avanti, arrivava fino a Berlino e a Vienna.

In estrema sintesi, le due superpotenze parevano avere alla fine del 1945 un convergente interesse al mantenimento dello status quo e dunque di rapporti non conflittuali. Il che spiega, nel caso italiano e francese, l'atteggiamento cauto di Stalin verso una Resistenza che doveva avere solo carattere antifascista e non travalicare, come parte del movimento comunista auspicava, in una lotta finalizzata alla presa del potere e alla trasformazione rivoluzionaria della società. Coerentemente con la natura ideologica del potere sovietico e con il suo ruolo di leader indiscusso del movimento comunista mondiale Stalin non rinunciava però ai proclami sul rfforzameno dell'URSS e dei partiti comunisti sia come baluardo nei confronti della possibile risorgenza in Europa di un nazionalismo tedesco che come premessa della vittoria del socialismo sull'imperialismo considerata come un portato inevitabile della storia. Così come non veniva nascosto l'obiettivo di dotarsi a propria volta di armi nucleari per colmare il gap strategico con gli Stati Uniti. Tutto questo faceva si che, nonostante la politica di cauto realismo della dirigenza sovietica, l'URSS incominciasse ad essere percepita in Occidente come una potenziale minaccia, fautrice di una politica aggressiva ed espansionistica. Insomma, come è stato ben messo in luce dalla ricerca storica soprattutto degli ultimi anni, la stessa configurazione bipolare degli assetti internazionali tendeva ad acuire l’antagonismo tra USA e URSS e la sensazione condivisa da entrambe le potenze di essere in presenza di una minaccia.

La politica di Truman

Il risultato immediato fu un radicale cambio di prospettiva nella politica americana. Il successore di Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti, Harry Truman, che aveva vinto le elezioni promettendo una maggiore fermezza verso l'espansionismo russo, denunciò la politica sovietica in Europa orientale come un tentativo di assimilazione forzata di quei paesi al sistema politico-economico russo. Definitivamente archiviata la solidarietà antifascista degli anni della guerra al nazismo, si sviluppò una narrazione che contrapponeva a un minaccioso totalitarismo sovietico (l'orso russo), un occidente libero e democratico che andava difeso ad ogni costo. Il primo risultato fu il congelamento della situazione creatasi in Germania, non dando seguito a quanto deciso nella conferenza di Potsdam nel luglio-agosto 1945 che prevedeva la ricostituzione di una Germania neutrale e smilitarizzata. La parte occidentale della Germania diventò per l'amministrazione Truman l'avamposto estremo dell'Occidente, da integrare, anche militarmente, nel sistema politico ed economico euro-atlantico in via di costituzione. Proprio quello che per Stalin era il peggio incubo, il risorgere di una potenza tedesca nel cuore dell'Europa, diventava già nel 1946 una possibilità reale. Nel febbraio del 1946, nel suo primo importante discorso pubblico dopo la fine della guerra, Stalin riaffermò la validità della tesi che il capitalismo portava inevitabilmente alla guerra e che dunque l'Unione Sovietica doveva mantenersi pronta a reagire ad ogni tipo di eventualità ed evitare quanto accaduto nel 1940 con l'attacco a sorpresa nazista. La risposta fu il discorso di Winston Churchill a Fulton, con l'affermazione, destinata a grande celebrità, che una “cortina di ferro” era discesa sul continente europeo tra la parte orientale, vittima di un brutale totalitarismo, e quella occidentale la cui libertà andava ad ogni costo salvaguardata. Era l'inizio della guerra fredda.

La guerra fredda e la politica del contenimento

Pochi giorni prima Truman aveva accolto in pieno la tesi di George Kennan, importante funzionario all'ambasciata di Mosca e ascoltato analista, che quella dell’Unione Sovietica era una politica espansionistica che non lasciava margini di mediazione. L'unica risposta possibile da parte degli stati Uniti e dell'Occidente era quella del “contenimento”, puntando sulla manifesta superiorità militare e sul monopolio nucleare. Secondo Kennan l'URSS usava spregiudicatamente i partiti comunisti in Occidente per raggiungere i suoi fini. Ne derivava la convinzione che anche la possibile avanzata per via democratica delle sinistre in Italia o in Francia facesse parte di questa guerra non dichiarata e che di conseguenza andasse fermata con ogni mezzo. Ne seguì una pesante opera di intervento nella politica interna francese e italiana, tramite una serie di operazione coperte gestite dalla CIA, appena costituita proprio come centro operativo della politica del contenimento, che culminò poi nelle elezioni italiane del 1948 quando non si escluse da parte americana neppure l'ipotesi di un aperto intervento militare in caso di vittoria delle sinistre.

La cristallizzazione degli assetti internazionali cominciò quindi a materializzarsi già nel corso del 1947. La guerra fredda diventava la normalità della situazione politica internazionale, presentata da ciascuna delle due potenze come una politica difensiva contro l'aggressività dell'altro.

Conseguentemente sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica si dedicarono al rafforzamento del proprio campo di influenza sia sul piano economico che su quello militare. Forti della loro straordinaria potenza economica gli Stati Uniti proposero un gigantesco piano di ricostruzione dell'economia europea, aperto inizialmente anche all'URSS e ai paesi dell'Est, ma a condizioni tali che di fatto ne impedivano l'accettazione da parte di questi ultimi. Il progetto, conosciuto poi come Piano Marshall, era finalizzato a integrare le economie e i mercati europei in una rete di mutue relazioni sotto controllo americano. Il risultato fu duplice e ambivalente. Sul piano economico la liberalizzazione degli scambi e un gigantesco travaso di capitali nell'area euroatlantica permise il superamento dei danni della guerra e l'avvio di una straordinaria espansione economica destinata a durare fino alla crisi petrolifera di metà anni Settanta. Sul piano politico il Piano Marshall portò l'URSS ad arroccarsi nella propria area di influenza, limitandone ulteriormente i già ridotti spazi di libertà e integrando le economie dell'Europa Orientale nel sistema di pianificazione sovietico.

Il piano Marhall

Per Stalin il Piano Marshall, come la “dottrina Truman” del contenimento, aveva un oggettivo carattere offensivo. Ne derivò la cosiddetta “dottrina dei due campi” elaborata da Andrej Ždanov secondo la quale il mondo andava ormai considerato diviso in due campi: quello imperialista e militarista egemonizzato dagli Stati Uniti e quello socialista e pacifista guidato dall’Unione Sovietica. La “dottrina dei due campi” diventò base dell'azione dei partiti comunisti di tutto il mondo e il fondamento dal settembre 1947 del Cominform, l'organizzazione di collegamento del partito comunista dell’URSS con i partiti “fratelli” dei paesi dell’Europa orientale, dell’Italia e della Francia. La nascita del Cominform, spinse ancora di più l'Italia, sede del più grande partito comunista dell'Occidente, e dove nello stesso periodo la sinistra era stata estromessa dal governo, nelle braccia degli Stati Uniti. Da allora fino almeno a tutti gli anni Settanta la politica italiana fu concepita esclusivamente in chiave atlantica, con l'obiettivo apertamente dichiarato del contenimento dell'espansione del Partito comunista. L'italia divenne una democrazia bloccata, processo non privo di effetti profondamente distorsivi dello stesso quadro democratico come testimoniano il progettato golpe del 1964, la strategia dalla tensione e delle stragi e le dinamiche legate alla Loggia P2 di Licio Gelli.

Il processo di consolidamento del blocco occidentale si estese presto dal piano economico a quello militare. Contemporaneamente al Piano Marshall (1948-1952) nell’aprile del 1949 venne dato il via alla cosiddetta alleanza atlantica (NATO) tra Stati Uniti e Canada da un lato e i principali paesi dell'Europa occidentale tra cui l’Italia. La riposta sovietica fu la formazione del COMECON e del Patto di Varsavia.

La guerra fredda diventa mondiale

Nel corso del 1949 la guerra fredda ebbe una ulteriore accelerazione. L'Unione Sovietica fece esplodere la sua prima bomba atomica, annullando così il potenziale deterrente nucleare americano, e i comunisti cinesi, guidati da Mao Zedong trionfarono nella guerra civile iniziata dopo la sconfitta giapponese del 1945, dando vita alla Repubblica Popolare Cinese. Di colpo il campo socialista raddoppiava di estensione, venendo a coprire buona parte di due continenti, l'Europa e l'Asia. La guerra fredda da fenomeno europeo diventava realtà mondiale. Gli Stati Uniti estesero la politica del “contenimento” all'Asia. La principale conseguenza sarebbe stata nel 1950 la guerra di Corea e poi agli inizi degli anni Sessanta quella del Vietnam. Infine, dopo la vittoria nel 1959 della rivoluzione cubana, anche l'America Latina da sempre considerata il “cortile di casa” degli USA, divenne materia di contesa. In Brasile nel 1964 e poi in Cile nel 1973 e in Argentina nel 1976 e ancora in America Centrale, in nome del contenimento della minaccia comunista, l'impero mise in campo tutta la sua potenza per bloccare l'evoluzione democratica di quei paesi. E proprio di questo tratteranno i contributi di questa sezione.

giovedì 17 ottobre 2019

Il mito dell'ONU




Di fronte all'aggressione turca ai curdi del Rojava, ancora una volta è emersa la sostanziale impotenza dell'ONU a far rispettare la pace e il diritto internazionale. Si tratta di una vecchia storia, come dimostra l'articolo, scritto nell'ormai lontano 2001 in occasione di un'altra guerra purtroppo ancora in corso, che riproponiamo considerandolo quanto mai attuale.

Giorgio Amico

Il mito dell’ONU

La guerra in Afghanistan divide la sinistra. Mentre i DS si schierano apertamente per l'intervento americano, Rifondazione, cossuttiani, Manifesto e parte della CGIL sostengono la necessità di un intervento delle Nazioni Unite, quasi che l'ONU rappresentasse una credibile alternativa all'imperialismo. In realtà, mezzo secolo di guerre con decine di milioni di morti mostrano non solo la totale impotenza delle Nazioni Unite a assicurare una gestione pacifica, diplomatica e non militare dei conflitti, ma la natura di vera e propria agenzia dell'imperialismo svolta dall'ONU in tutto il secondo dopoguerra.

Il nome "Nazioni Unite", coniato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt, appare per la prima volta nella "Dichiarazione" del 1 gennaio 1942, con cui i rappresentanti di 26 nazioni impegnano i loro governi ad una lotta a fondo contro le potenze dell'Asse. Punto di riferimento è l'esperienza da poco conclusa della Lega delle Nazioni, l'organizzazione internazionale nata all'indomani della prima guerra mondiale e definita da Lenin "covo di briganti imperialisti". Nel 1945 i governi di 50 nazioni firmano la Carta costitutiva redatta dalle potenze vincitrici: Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna e Cina. La "Carta" si presenta come un gigantesco monumento fatto di parole, piena di frasi ad effetto sui grandi principi, ma povera di indicazioni concrete e vincolanti sul come mantenere la pace. 

Nei fatti la nuova organizzazione internazionale sancisce la spartizione del mondo fra USA e URSS definita dagli accordi Yalta, relegando in un ruolo secondario le vecchie potenze coloniali GB e Francia, mentre la Cina nazionalista, dal 1949 ridotta all'isola di Taiwan, gode di un riconoscimento meramente formale. Come sempre sono gli accordi non scritti a funzionare meglio. Così nel 1950 Stalin non si avvale del diritto di veto, di cui l'URSS dispone come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, per bloccare l'intervento militare americano in Corea. Sei anni più tardi Eisenhower renderà il favore lasciando che i carri armati russi soffochino nel sangue la rivoluzione ungherese. 

Almeno fino alla fine degli anni Ottanta e al crollo dell'Unione Sovietica l'ONU funzionerà principalmente come garante degli equilibri di un mondo bipolare. L'unica politica portata avanti con determinazione sarà quella della decolonizzazione, ma sempre nell'ottica degli interessi dominanti di USA e URSS, tese a sostituirsi alle vecchie potenze europee nel controllo delle materie prime e dei mercati afroasiatici. Quando, come nel 1956 a Suez o nel 1960 in Congo, gli avvenimenti sembreranno sfuggire di mano , minacciando gli equilibri della guerra fredda, allora le Nazioni Unite con il voto determinante di Stati Uniti e Unione Sovietica faranno sentire la loro voce.

Per decenni, nell'epoca della "guerra fredda", le due superpotenze avranno mano libera all'interno ciascuna della propria sfera "imperiale", senza che l'ONU trovi qualcosa da eccepire. Al massimo vaghe proteste e ancora più vaghi pronunciamenti, in un gioco delle parti che lascia le cose come stanno, soprattutto nel cosiddetto "Terzo Mondo", campo di battaglia fra imperialismi vecchi e nuovi. Di fronte a 138 guerre "locali" con decine di milioni di morti fra il 1945 e il 1989, stanno, vero monumento all'ipocrisia del mondo borghese, migliaia di risoluzioni di condanna, tutte assolutamente prive anche del minimo effetto pratico. Tale è la risoluzione 242 del giugno 1967 che intima a Israele il ritiro dai territori occupati di Cisgiorgania e Gaza, così come i numerosi documenti di condanna del blocco americano a Cuba. 

Prodotto negli anni della seconda guerra mondiale della diplomazia americana, l'ONU è stato negli anni del bipolarismo il principale strumento della supremazia delle due grandi potenze, stanza di compensazione fra gli interessi russi e quelli americani. La fine dell'URSS e della divisione del mondo sancita a Yalta segna anche la fine di questi equilibri ed evidenzia il logoramento degli strumenti diplomatici, come l'ONU, pensati per gestirli. Il "grande gioco" in atto in Asia Centrale, come la guerra del Golfo o i conflitti nei Balcani e nel Caucaso, segnano, seguendo scrupolosamente le linee degli oleodotti e dei campi petroliferi, lo scatenarsi di nuove contese per la supremazia. La guerra torna ad essere la continuazione "con altri mezzi" della politica e dell'economia. "Socialismo o barbarie", l'accorato appello di Rosa Luxemburg ai proletari agli inizi del secolo passato, torna ad essere agli inizi di questo nuovo secolo la parola d'ordine degli internazionalisti.

L'Internazionale, n.29 – Novembre 2001

domenica 12 agosto 2012

Pier Francesco Zarcone, Riflessioni sulla Siria





Un'analisi utilissima tratta dal bel sito Utopia Rossa per orientarsi nel caos siriano al di là delle semplificazioni e delle forzature dei mass media

Pier Francesco Zarcone

Riflessioni sulla Siria

Nel mondo di lingua araba a una “primavera” troppo precipitosamente proclamata dai media occidentali, e da essi stucchevolmente ripetuta, è seguita la stagione delle grandi e devastanti piogge. Gli scrosci sono le gesta a tutto campo dell’estremismo islamico, che notoriamente fu istigato e armato dagli apprendisti stregoni statunitensi in funzione antisovietica ed è a tutt’oggi sovvenzionato dall’Arabia Saudita, il primo Stato islamico integralista dell’epoca contemporanea. 

L’integralismo islamico, ormai saldamente impiantato nello Yemen, si sta radicando nell’Africa subsahariana (a partire dal Mali), massacra in Nigeria e sta trovando nuove forze nella guerra civile siriana. Qui ci occupiamo della Siria, rimandando ad altra occasione il discorso sull’Islam subsahariano e sulle complessità specifiche dell’area in cui opera. 

 Il mosaico etno-religioso siriano

 Per fornire una miglior cornice alle riflessioni che seguono è necessario avere ben presente quale sia in Siria la complessità etno-religiosa. Forse in un’ottica in cui la religione fosse equivalente solo di “fatto religioso”, e l’etnia solo di “fatto etnico”, si dovrebbe parlare di complessità religiosa ed etnica. Tuttavia, a motivo dei fortissimi vincoli comunitari esistenti fra gli appartenenti alle varie confessioni religiose siriane, che si intrecciano ai vincoli tribali-famigliari e sulla base delle identità-distinzioni sono la base della dialettica “noi/gli altri”, sì da far assumere ai gruppi religiosi connotazioni assimilabili a quelle etniche, abbiamo preferito disporre gli aggettivi nel modo suddetto. Per capire come tutto questo incida sull’organizzazione sociale, e sulle esistenze individuali, si ricordi l’assoluta “normalità” dell’esistenza di quartieri urbani e villaggi separati. L’eccezione sono le convivenze in aree “miste”.  

 La popolazione della Siria è in maggioranza (90%) di discendenti degli antichi Aramei, arabizzati da molti secoli; a nord-est c’e una minoranza curda di un certo rilievo (9% circa); a ovest una piccola rappresentanza armena (1%?) e alcuni turcomanni e circassi.

 Più composito è il panorama delle confessioni religiose. Qui sta il vero mosaico. Almeno il 74% della popolazione (74%) è musulmana sunnita, che considera o eterodossi o eretici tout court le altre confessioni musulmane. E in Siria un buon 13% della popolazione appartiene a questo mondo discriminato dai Sunniti: abbiamo gli Alauiti, che formano un ramo specifico dello Sciismo, detengono il potere con la famiglia degli Assad e costituiscono lo zoccolo duro delle Forze Armate; gli Sciiti detti Duodecimani (come in Iran e Iraq); a sud i Drusi, sulla cui ereticità anche i simpatizzanti devono convenire; gli Sciiti Ismaeliti (il cui capo è l’Agha Khan).

 Vi è poi un 10% di Siriani per lo più appartenenti alle Chiese orientali (sono presenti essenzialmente nel nord): per metà fanno parte della Chiesa Ortodossa (Patriarcato di Antiochia), ma ci sono anche quelli delle Chiese Ortodossa Siriaca, Apostolica Armena, Assira, piccole minoranze protestanti, e Cattolici di vario rito (Melchiti, Maroniti, Siri, Armeno-cattolici, Caldei). Gli Ebrei rimasti sono poche decine a Damasco e Aleppo. 

La distribuzione degli elementi del suddetto mosaico risulta dalla mappa.





Il labirinto politico siriano

Il regime di Bashar al-Assad, dopo aver dato una risposta solo militare alle contestazioni di piazza essenzialmente non violente, ma senza porvi fine, si è poi trovato a fronteggiare una vera e propria rivolta armata tradottasi in guerra civile. A questo punto il regime di Damasco non ha saputo, o non ha potuto, infliggere alle opposizioni armate un colpo di maglio del tipo di quello - terrificante, spietato, di brevissima durata ma decisivo - dato nel 1982 dal vecchio Hafez al-Assad, alla città di Hama, centro dell’integralismo dei Fratelli Musulmani siriani, che avevano iniziato azioni armate contro il regime. Oggi fare il bis non è più possibile, con le due maggiori città della Siria – Damasco e Aleppo – trasformate in campi di battaglia, e la defezione di una parte dell’esercito. Oggi al-Assad sembra contrattaccare, più che attaccare dove vuole lui, ed aumenta per i suoi avversari il margine di scelta dei luoghi dello scontro. 

I profughi sono ormai centinaia di migliaia, l’economia siriana è da tempo in ginocchio, il paese è nel caos, i livelli di odio e ferocia reciproca sono alle stelle, e non si vede una via d’uscita realistica. In più alla frontiera settentrionale la Turchia riscalda i muscoli (vedremo il perché in seguito), elementi delle solite forze speciali statunitensi sono all’opera nelle zone controllate dai ribelli, e questi ultimi sono armati e finanziati da due alleati arabi degli Usa, l’Arabia Saudita e il Qatar onnipresenti dovunque l’integralismo islamico possa impiantarsi e propagarsi. 

I ribelli sono all’attacco, ma appaiono ancora lungi dal vincere, e l’esercito siriano continua a combattere. Dai media politicamente corretti si ricava, nella sostanza,  l’immagine di un equivalente siriano della resistenza delle forze mercenarie e tribali di Gheddafi. Si tratta di un’equiparazione facile a farsi in un’ottica semplificatrice, ma non molto corrispondente alla complessità siriana; al pari di quell’altra semplificazione che vede nella guerra civile in Siria il momento culminante di una lotta finalizzata semplicemente a far cadere un regime tirannico. 

Che all’inizio sia stato così è innegabile, ma con il degenerare della situazione e l’assunzione di un carattere radicalmente sunnita – con elementi jihadisti - da parte del fronte di opposizione, la situazione è un po’ cambiata. Per quanto il regime perda pezzi eccellenti (da ultimo un Primo Ministro) ormai è in corso una guerra fra la maggioranza sunnita e le consistenti minoranze siriane, a cui forse si aggiunge ancora una parte della borghesia sunnita. Cioè a dire, detta radicalizzazione fa in modo che ben più di ieri la sorte di queste minoranze dipenda dalla tenuta del regime di al-Assad. Lo zoccolo duro dell’esercito regolare è indubbiamente formato da Alauiti e Sciiti, ma anche le altre minoranze ben sanno che l’eventuale vittoria dei ribelli vorrebbe dire lo scatenarsi di un’ondata di vendette e rappresaglie non controllabili (tanto più che è lecito dubitare dell’esistenza di una forte leadership sul versante della rivolta). Piaccia o non piaccia (a loro e agli altri) per i non Sunniti il regime resta la difesa contro l’integralismo sunnita, mai estirpato del tutto e la cui presenza va crescendo. È significativo che il ministro della Difesa, generale Daud Rayha, ucciso in un attentato il 18 luglio, fosse un Cristiano ortodosso; significativo in una duplice accezione: che fosse arrivato a quel vertice in uno Stato musulmano, e che egli – cristiano - facesse parte dell’esercito siriano.

Per il labirinto siriano non si deve solo tenere conto della possibilità (tutt’altro che teorica) dell’avvento di un altro regime tirannico, suscettibile di fare rimpiangere il precedente a chi vivrà sotto di esso; si deve altresì dare per scontato che la precedente stabilità della Siria “laica” era una garanzia di stabilità per tutto il Vicino Oriente, e che la sua fine – con una transizione al buio – darà certamente luogo a turbolenze e pericoli per tutti e di creerà nell’area tali scombussolamenti da far piangere (ancora una volta) lacrime amare sulla mancanza di classi politiche europee, nordamericane (e russe) dotate di adeguata conoscenza delle situazioni sul tappeto e di capacità per non giocarvi col fuoco. In fondo il regime degli Assad era di garanzia anche per Israele, atteso che – alla luce della fattualità della politica estera siriana, e non delle tipiche rodomontate propagandistiche arabe – l’espansionismo di Damasco, dopo aver toccato più volte con mano quanto non convenisse cozzare militarmente contro l’entità sionista, si era concentrato sul Libano, Stato artificiale creato dall’imperialismo francese dopo la Grande Guerra, su un territorio che aveva fatto parte della Grande Siria per secoli e secoli.  

Che scenari sono al momento ipotizzabili in Siria?

Attualmente non sono molti. Il primo – Assad lascia la Siria e si instaurano negoziati fra le parti in causa per una transizione pacifica – è tanto auspicabile quanto irrealista nelle condizioni attuali.

Il secondo scenario – suscettibile di verificarsi anche a prescindere da un’eventuale uscita di scena di Bashar al-Assad – consiste nella fine della recente unità territorial/politica della Siria (avvenuta solo dopo la I Guerra Mondiale), paese che ha vissuto la maggior parte degli ultimi 5.000 anni senza essere Stato sovrano. Le minoranze religiose, cioè a dire, potrebbero costituire uno Stato – magari laico - nelle aree non sunnite, come la costa con Latakya, con le montagne adiacenti, e le montagne del sud. Dalla mappa risulta una distribuzione delle componenti etno/religiose abbastanza omogenea per quanto riguarda Alauiti e Sunniti. A essere dispersi, sono invece i Cristiani. Con l’ovvio esodo (non necessariamente forzato) dei Sunniti dalla zona alauita, sarebbe possibile costituire uno Stato siro-alauita oltre tutto geograficamente contiguo all’area libanese di maggior presenza degli Sciiti Duodecimani.   

È di tutta evidenza che questo non vorrebbe dire cessazione della conflittualità armata. Anzi! Ma almeno si tratterebbe di un’entità territoriale più omogenea della Siria odierna, verso cui potrebbero migrare anche altri gruppi minoritari psicologicamente e culturalmente meglio attrezzate a convivere fra loro.  

 Un terzo scenario – tutt’altro che ipotetico – è dato dall’estensione del conflitto ad altri paesi, laddove esistono comunità i cui elementi identitari le leghino a quelle siriane. La perenne polveriera libanese – dove è poderosa la presenza degli Sciiti di Hezbollah – sarebbe la prima a esplodere, e il Libano sprofonderebbe di nuovo nel caos della violenza interreligiosa.

 E Israele? A parte la certezza di una sua azione aerea se ci fossero problemi concreti circa l’arsenale chimico/batteriologico siriano, è chiaro che turbolenze libanesi potrebbero provocarne l’intervento, ma i suoi problemi aumenterebbero in caso di avvento di un governo islamista a Damasco, tanto più che già i recenti avvenimenti in Egitto hanno provocato il rafforzamento militare israeliano al confine egiziano. 

Il quarto e ultimo scenario oggi ipotizzabile è quello della vittoria totale dei ribelli, con inerente bagno di sangue ed esodi di massa, maggiori degli attuali. Questo per la Siria. Va poi messo in conto la diffusione del contagio islamico sunnita nei paesi circonvicini, come Libano e Giordania, ma anche Turchia, pur prescindendo da come lì andrebbe a finire per la particolare posizione dell’esercito (o di buona parte di esso).  

È campato per aria in Siria il pericolo dell’integralismo islamico?

Giorni fa al Cairo un vecchio oppositore del regime siriano (vecchio anche anagraficamente: ha 81 anni!), Haytham al-Malenteh ha annunciato di essere stato incaricato, da una coalizione di quindici personalità indipendenti senza alcuna affiliazione politica, di formare un governo transitorio della Siria. Sulla questione Il fatto quotidiano ha intervistato un altro dissidente siriano, il cristiano Bassam Ishak, attivista dei diritti umani e membro del Consiglio Nazionale Siriano (Cns) di Istanbul, finora ritenuto l’organo ufficiale della dissidenza, di cui fanno parte esponenti di tutte le comunità religiose siriane (secondo le percentuali esistenti), altresì espressione di varie correnti politiche: socialista, comunista, nazionalista, liberale, islamica. L’intervista è stata pubblicata il 7 c.m.

 In essa Ishak denuncia che il gruppo da cui al-Manteh avrebbe ricevuto il predetto incarico è formato da uomini di affari siriani operanti nei Paesi del Golfo, noti per il loro supporto ai settori salafiti; e altresì come nella loro neonata organizzazione politica le minoranze siriane non siano rappresentate, a parte un Druso di facciata. Ma al-Manteh in Siria è popolarissimo, mentre i membri del Cns di Ishak sono per lo più Siriani dell’esilio; e questo incide sulla loro popolarità e incidenza.

 C’era da aspettarsi che gli integralisti si muovessero politicamente, ma questo riguarda – pur senza voler disprezzare nulla – la sfera dei giochi politici preliminari all’ingresso in una “stanza dei bottoni” non ancora espugnata. Il vero problema è chi abbia in mano le armi, perché in Siria comanderà domani il vincitore armato. Non pare però che l’autodenominato Esercito Libero Siriano” a tutt’oggi risponda a una dirigenza politica, o che abbia intenzione di farlo a stretto giro. E chi sono costoro? Restando senza risposta la domanda, al rischio dell’espansione integralista a seguito dell’eventuale sconfitta di Assad, se ne aggiungono altri due: la formazione di una dittatura militare in nuce se l’Esercito Libero Siriano avesse un ferreo centro di comando, o un’instabilità di tipo vuoi libanese vuoi iraqeno in caso contrario.



Gli interessi sauditi e turchi 

Nel fronte degli Stati orientali attivamente impegnati contro Assad sono presenti interessi non omogenei: quelli della Turchia sono essenzialmente tattici, a motivo dell’afflusso destabilizzante di profughi dalla Siria e del pericolo di una saldatura fra Curdi anatolici e Curdi della Siria (autoctoni o profughi); quelli di Arabia Saudita e Qatar sono invece strategici, nel quadro del mai cessato conflitto fra Sunniti e Sciiti in genere e con l’Iran in particolare, e ai fini della proliferazione dell’integralismo sunnita nell’area, la cui disastrosità è di tutta evidenza. Il rapimento dei pellegrini iraniani sulla strada per l’aeroporto di Damasco fa parte di questa lotta ed è un bruttissimo segnale.

Per la Turchia – che ha già dovuto ingoiare (o sta facendo finta di ingoiare) il rospo di un’ampia autonomia curda nel nord dell’Iraq, ed è un’autonomia che rasenta la confederazione di fatto – l’indebolimento del controllo del regime di Assad nella parte settentrionale della Siria costituisce un problema più grave di quello dell’enorme afflusso di profughi in Anatolia.     

Il fatto è che i Curdi attualmente hanno assunto il controllo del nord-est della Siria. Essi sono sunniti, non hanno particolari motivi di affezione verso i governi siriani (senza eccezioni tutti quelli succedutisi dall’indipendenza a oggi) a motivo delle discriminazioni e dei maltrattamenti cui li hanno sottoposti. I Curdi in Siria per lo più non hanno la cittadinanza e non possono lavorare in enti pubblici, non hanno assicurazione sanitaria, non possono fruire di servizi scolastici e non sono tutelati nella lingua e nella cultura. Potendo contare sui Curdi iracheni e su quelli anatolici, non è escluso che diano vita a iniziative dalle ripercussioni pericolose in Turchia. È casuale che ci sia una recrudescenza della guerriglia curda in Turchia? Non c’è bisogno della palla di vetro per ritenere che se i Curdi siriani si muoveranno male sarà realistica l’ipotesi di un intervento militare turco, la cui onda d’urto non si fermerebbe peró alla Siria, ma creerebbe grossi problemi politici e militari in Iraq al governo (filo iraniano) dello sciita Nuri al-Maliki (e l’Iraq è a maggioranza sciita). 
  
Mentre l’indignazione ufficiale monta, le diplomazie…

I soliti “bene informati” sostengono che Assad – alla luce della concretezza degli interessi economico/energetici dei paesi occidentali, e della minore incidenza dell’indignazione delle anime belle di un’effimera opinione pubblica – sia convinto della possibilità di ripetere il bis dell’Algeria durante la terribile guerra civile di fine secolo. All’epoca, l’Algeria sprofondò in un incubo di sangue e massacri dopo che i capi delle Forze Armate vollero l’annullamento di elezioni formalmente democratiche vinte dal partito islamico, e la situazione non era molto dissimile da quella siriana attuale. Atrocità senza nome furono compiute da integralisti islamici, militari e paramilitari, e almeno 200.000 persone di ogni sesso ed età furono uccise. Ma mentre l’indignazione straniera giungeva al calor bianco, il controllo di enormi risorse di petrolio e gas naturale da parte del governo algerino fece sì che venisse lasciato libero di condurre alla sua maniera la guerra civile fino alla sconfitta totale (per il momento) degli islamisti.

La Siria sul piano energetico non è l’Algeria, però può giocare un suo ruolo geostrategico, a cui l’economia occidentale (particolarmente in una fase di acuta e diffusa crisi) non può restare indifferente. Non ci si lasci ingannare dal fatto ormai notorio dell’appoggio militare Usa ai ribelli, perché giocare contemporaneamente su più tavoli, anche senza una logica apparente, è tipico della diplomazia imperialista.    

Orbene, a giugno il giornale britannico Independent ha parlato di trattative segrete in corso fra Stati Uniti, Russia e Unione Europea per concludere un accordo che lascerebbe Assad al potere per almeno altri due anni, a fronte di concessioni siriane ad ampio spettro (includendovi l’Arabia Saudita) e di tutela degli interessi russi. In sostanza, sul tavolo dei negoziati sarebbero stati messe le seguenti ipotesi: l’Arabia Saudita e il suo alleato Qatar otterrebbero maggiori e migliori posizioni per i Sunniti in Libano e Iraq, a fronte però del riconoscimento statunitense e russo dell’influenza dell’Iran sull’Iraq; la Russia avrebbe ampie garanzie sia sul mantenimento della sua base navale siriana di Tartus, sia sui rapporti amichevoli di un eventuale nuovo regime a Damasco, quand’anche influenzato dall’Arabia Saudita, ma dovrebbe fare buon viso al vero obiettivo occidentale, per il quale Usa e Ue sarebbero disposti a lasciare ad Assad il tentativo di risolvere i suoi problemi alla maniera algerina: sono in gioco due oleodotti che li renderebbero meno dipendenti dalla Russia per gli approvvigionamenti energetici. Entrambi passerebbero per la Siria - uno proveniente dal Qatar e dall’Arabia Saudita attraverso la Giordania, e l’altro proveniente dall’Iran attraverso l’Iraq meridionale – ed entrambi destinati a raggiungere il Mediterraneo e l’Europa  

L’accordo potrebbe anche non essere raggiunto, ma un tale esito nulla toglierebbe alla esemplarità di quelle trattative.

E la sinistra araba (superstite)?

Gli avvenimenti siriani hanno causato nelle sinistre arabe, come negli altri settori laici, divisioni attorno a scelte disomogenee. Ma non è il caso di gettare la croce addosso a chi ha optato, come vedremo, per posizioni che il rigore ideologico farebbe definire quanto meno “poco corrette”. Infatti, se la coerenza ideologica è in sé un bene, sovente in rapporto alle situazioni concrete (che si sviluppano ignare delle esigenze teoriche altrui) essa può apparire come un bene astratto, e anche un male. Il fatto è che nel mondo arabo sinistre e laici vivono sulla loro pelle l’immediatezza dell’integralismo islamico, ne hanno giustamente paura e stanno vedendo a cosa porti per una vita personale e sociale libera anche quell’islamismo “moderato” che i media occidentali ancora presentano in termini benigni. La crisi siriana, con quel che sta venendo fuori, ha innescato una situazione tale (come il più delle volte è accaduto nella storia) da mostrare i limiti vuoi pragmatici vuoi teorici di ogni scelta possibile, e come in definitiva non vi sia coincidenza fra “salvezza dell’anima” e difesa del presente e del futuro.

Le posizioni esistenti nelle sinistre arabe sono in concreto tre. In primo luogo ci sono i “puristi” – minoritari - che appoggiano incondizionatamente la rivolta siriana. In genere formano l’estrema sinistra della sinistra e sono di filiazione maoista (come Via Democratica in Marocco) o trotskista (come i Socialisti Rivoluzionari egiziani e il Forum Socialista libanese). Tutti hanno relazioni con l’opposizione di sinistra siriana, ma sono ostili al Cns siriano impiantato in Turchia temendo che il loro collaborazionismo con governi o imperialisti o reazionari sia contrario agli interessi della ribellione contro Assad. Ci sono poi (ma anch’essi minoritari) quanti – fatte le debite pesature – hanno ritenuto necessitato dalla realtà l’appoggio momentaneo al governo siriano nella speranza che la rivolta (per come si è andata connotando) venga sconfitta. Poi si vedrà. Infine ci sono i fautori della cosiddetta terza via: formale opposizione al regime siriano e messa in allarme per il ripetersi di situazioni di tipo libico.

Questo sul piano degli schieramenti più o meno definiti, giacché non mancano affatto – e sono in molti – coloro che non sanno quali  “pesci” prendere. In questo settore di definito ci sono solo le preoccupazioni: per l’integralismo montante, per la militarizzazione della rivolta a scapito della politica, per l’incremento di interventi stranieri, per una situazione geopolitica che fa della Siria una pedina nello scontro fra Usa e monarchie del Golfo, da un lato, e Russia, Iran e forse anche Cina dall’altro. Per cui ne risulta una certa prudenza in relazione alla rivolta siriana che non può non assumere i connotati della presa di distanza e dell’auspicio (al momento ottimista) che dalla crisi si esca riformisticamente, e non con l’abbattimento del regime di al-Assad da parte delle milizie ribelli.  

Un tipico esempio di ciò l’ha dato nello scorso mese di maggio l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (Ugtt), sindacato in cui è forte la presenza di elementi di sinistra. Ebbene, l’Ugtt, se ha sottolineato il valore degli interessi democratici del popolo siriano, ha anche denunciato i complotti in atto degli Stati coloniali e delle monarchie reazionarie. Prudenza fatta propria dal Partito Comunista Libanese, che non ha partecipato a nessuna delle manifestazioni svoltesi a Beirut davanti all’ambasciata siriana.        

In definitiva, un elemento accomuna per ora tutti i settori della sinistra araba, eccezion fatta per le ali estreme: la paura in un esito della crisi siriana che veda la vittoria degli interessi statunitensi e sauditi. Di modo che sono in molti a pensare, per quanto non sempre lo dicano, che la vittoria di Assad sarebbe all’atto pratico il male minore, in mancanza di altre possibili scelte.


(Da: www.utopiarossa.blogspot.com)