TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


Visualizzazione post con etichetta Roberto Massari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Massari. Mostra tutti i post

sabato 6 settembre 2025

Intelligenza artificiale o intellettuali artificiali?

 

















È da poco in libreria l'ultimo libro di Roberto Massari che raccoglie scritti, interventi, lettere in larga parte usciti sul Blog Utopia Rossa dal 2022 al 2025. Qui di seguito la nostra introduzione al volume.


Viviamo in tempi difficili. Grande è il disordine sotto il cielo, si sarebbe detto in un altro momento storico. Ma a differenzea di allora, la situazione non è eccellente. A pensarci bene, non lo era poi tanto neppure allora. Ma in quegli anni le cose apparivano più chiare. Come nei film western della nostra infanzia la separazione fra buoni e cattivi era netta: da una parte il male che sembrava onnipotente, dal'altra il bene che alla fine, dopo peripezie e travagli, comunque trionfava,

Oggi queste certezze non esistono più. Lo sceriffo e il fuorilegge rappresentano due aspetti della stessa realtà, ragionano e si comportano allo stesso modo. Non che allora fosse diverso, ma ci faceva velo l'ideologia di cui, senza rendercene conto,eravamo totalmente imbevuti.

Il mito dell'URSS, patria della pace e del progresso, per quelli che ancora ci credevano. Il mito della Cina per i nuovi credenti in cerca di orizzonti radiosi da cui sarebbe spuntato, più bello e più forte che pria, il sol dell'avvenir. Il mito di Berlinguer e di un PCI capace di fare finalmente di questa Italia sgangherata un paese civile, moderno e giusto. Il mito che la critica delle armi fosse comunque più efficace delle armi della critica e quindi, anche per i più miti, immagini del Che appese in ogni stanza e slogan truculenti sui nuovi partigiani che, come nel '45, avrebbero presto mitra alla mano rimesso le cose a posto.

Miti diversi e contraddittori che ci univano e allo stesso tempo ci dividevano. Insomma, come in ogni religione che si rispetti, tutti a credere nello stesso dio, ma ciascuno a modo proprio e secondo i propri riti.

L'unica cosa che veramente era comune a tutti, era la fede incrollabile nelle virtù salvifiche della classe operaia. La classe operaia deve dirigere tutto, dicevano i maoisti, e ciascuno a modo proprio faceva eco. L'internazionalismo proletario era un dogma che nessuno avrebbe osato mai mettere in discussione, nonostante le lezioni del passato, a partire dall'ormai lontanissimo 1914, ne avessero evidenziato la totale mancanza di fondamento.

Gli anni Ottanta, quelli del "riflusso", iniziarono un'opera massiccia di potatura di questa giungla intricata che era diventata la sinistra del decennio precedente. Una forma di selezione naturale alla rovescia. Dalle ceneri di gruppi e movimenti si sviluppò un nuovo ceto di politici di professione, "forchettoncini rossi" li definìsce con termine quanto mai azzeccato l'autore di questo libro, che ancora oggi restano incollati alle loro poltone, parlamentari, alle redazioni giornalistiche, ai talkshow televisivi, pronti ad adegauarsi ad ogni cambiamento e a impartire urbi et orbi lezioni di politicamente corretto.

Da allora è stato un. piano inclinato, un enorme buco nero che decennio dopo decennio ha inghottito certezze, miti, speranze, illusioni. Si è chiuso definitivamente il ciclo della fabbrica fordista e di tutto ciò che esso comportava a livello politico e sindacale, teorie sull'operaio massa comprese. Certo gli operai esistono ancora, ma sono diventati invisibili anche a sè stessi. Lo sfruttamento non fa più notizia.

I nuovi settori, come quello della logistica, dove qualche forma di combattività ancora permane, fosse altro per le durissime condizioni di lavoro, non riescono a secrnereun'avanguardia che sia di riferimento per il resto della classe. Le lotte sono lotte difensive contro dslocazioni di impianti e licenziamenti. Vertenze isolate in mancanza di un sindacato capaci di generalizzarle.

Quelle che una volta erano le cinture rosse delle città sono diventate terra di conquista elettorale di avventurieri populisti e xenofobi, dalla Lega ai Cinque Stelle. Fino ad arrivare, per chi si considera ancora "di sinistra", definizione peraltro a cui è sempre più difficile attribuire un significato organico, a vedere nella figura del Capo dlla Chiesa cattolica, dell'ultimo monarca assoluto esistente sulla terra, l'apostolo degli oppressi. E questo per qualche frase generica sulla pace, sui migranti, sulle periferie, estrapolata da discorsi che, se letti per intero, vedono confermate se non rafforzate le classiche posizioni della Chiesa su sessualità, aborto, fine vita.

Di questo viaggio verso l'assurdo sono testimonianza critica i volumi che, a partire dal 2005, Roberto Massari ha dedicato a raccogliere e rendere così fruibili ad un pubblico vasto i suoi scritti inediti. Centinaia di articoli che rappresentano una sorta di storia alternativa dell'Italia degli ultini sessant'anni, dalle promesse mancate del cento-sinistra agli anni tragici del Covid.

Pur essendo espressione di momenti contingenti, queste prese di posizione mostrano una coerenza di impostazione, una lucidità critica ed una capapacità di leggere il presente in prospettiva del futuro rare nel quadro del pensiero marxista italiano e non solo.

Dai primi passi di una sociologia non più accademica, ma intesa come strumento di comprensione delle dinamiche sociali al servizio della lotta di classe, alla denuncia della crisi irreversibile del trotskismo, al movimento del '77, ai primi sintomi della mutazione genetica di una sinistra che via via andava perdendo ogni punto di riferimento, alla battaglia contro l'invadenza di una comuncazione interamente centrata sullo spettacolo, capace di banalizzare ogni avvenimento anche il più tragico, fino al sorgere dei movimenti no-vax, gli scritti di Massari permettono di orientarsi in quello che appare a prima vista come un succedersi caotico di avvenimenti e personaggi.

Nati come strumenti di polemica politica negli anni caldi del Movimento, diventati momenti di riflessione critica negli anni freddi del riflusso e della stabilizzazione, gli scritti di Massari visti nel loro complesso posono essere letti oggi anche, e forse soprattutto, in chiave storica a disegnare nei suoi percorsi il progressivo processo di decadenza di quella che siamo abituati a definire la civiltà occidentale e che ha la sua nascita con le grandi scoperte geografiche e lo spostamento del baricentro mondiale dal bacino del Mediterraneo all'Atlantico.

Sono gli anni per intenderci del declino dell'impero americano, della progressiva marginalizzazione dell'Europa, della centralità crescente del Pacifico e di una Cina ritornata, dopo due secoli, a pensarsi come il centro del mondo.

Processi giganteschi che comportano la fine degli equilibri sanciti con la spartizione del mondo a Yalta fra l'imperialismo americano e quello russo e riaprono una contesa per la ridefinizione di nuovi equilibri adeguati al cambiamento in atto nei rapporti di forza a livello globale che rendono di nuovo la guerra fra le grandi potenze una possibilità reale.

Ciò che accade in Ucraina e in Medio Oriente sono i segno dell'approfondirsi di questa crisi. Massari vi dedica i primi tre capitoli, andando ancora una volta controtendenza, smacherando l'ipocrisia di chi in nome della pace predica la politica del fatto compiuto, della resa alle pretese imperiali di Putin, come già altri fecero negli anni Trenta con atteggiamenti tragicamente simili verso l'espansionismo hitlero-staliniano.

Ma dove il volume raggiunge il massimo di incisività è nella denuncia di un antisemitismo, di tipo nuovo che ha nella estrema sinistra le sue manifestazioni più eclatanti. Un antisemitismo che testimonia ogni giorno di più la fine ingloriosa della tradizione comunista di origine terzinternazionalista ed in particolare di ciò che resta del movimento trotskista.

Un antisemitismo che riprende ad una ad una le formule di Hamas e del fascio-islamismo di derivazione iraniana in nome di un'avversione viscerale verso tutto ciò che è percepito come Occidente. Una sorta di riflesso condizionato che ha radici in ciò che resta della cultura di un partito comunista, incapace funo all'ultimo, berlinguerismo compreso, di staccarsi radicalmente dal suo filosovietismo.

Un libro che certo non piacerà ai lettori del Manifesto, agli orfani di Berlinguer a partire dai susperstiti di Rifondazione, ai neostalinisti del sindacalismo base, ai troskoidi di ogni tendenza, insomma a tutti coloro che rifiutano ostinatamente di fare i conti con la realtà e che scambiano l'analisi marxista con la denuncia moralistica, incapaci di andare oltre la linea di galleggiamento e capire veramente ciò che accade oggi in Italia come negli USA di Trump.

Sbaglierebbe anche chi pensasse ad una visione pessimistica che in nome del realismo ha rinunciato alla lotta per un mondo diverso e al respiro dell'utopia. Nei suoi interventi Massari si rifà ad una tradizione critica capace di sintetizzare armonicamente realismo e utopia e che ha in eretici come Victor Serge e Guy Debord le sue solidissime radici. E Utopia Rossa si chiama non a caso il sito online su cui questi scritti sono apparsi, luogo di incontro e confronto di chi non si rassegna alla attuale dittatura della mediocrità, di chi non ha abdicato al dovere dell'intellettuale di andare sempre alla radice delle cose, consapevole, come il giovane Marx dei Manoscritti, che alla radice delle cose c'è sempre l'uomo e che di conseguenza una visione realmente critica dello stato di cose esistenti non può che fondarsi su di un radicale umanismo rivoluzionario. Una Utopia Rossa, di cui questa raccolta di scritti, interventi, lettere, rappresenta un grande manifesto.


Giorgio Amico


domenica 28 gennaio 2024

In ricordo di Bruno Segre, partigiano, pacifista, difensore della libertà, massone.

 









Questa mattina ho trovato nella posta una bella lettera di Roberto Massari sulla figura di Bruno Segre, che si chiudeva con l'invito di dedicargli un articolo su Vento largo. Lo faccio ben volentieri, usando le sue stesse parole. Io non saprei usarne di migliori e più adatte.

Caro Giorgio,

leggo sul Corriere di oggi che è morto Bruno Segre, alla bella età di 105 anni.

Ne avevo perso memoria, pur avendo mantenuto una corrispondenza con lui per alcuni anni e pur essendo stato lettore del suo Incontro finché il giornale è esistito. Non immagini quanti pezzi di articoli da conservare ho ritagliato da quel giornaletto vecchio stile, stampato come Bandiera rossa degli anni ’60.
Ricordo ancora che in ogni numero c’era la pubblicità ai francobolli Bolaffi, che era chiaramente un modo per finanziare il giornale da parte di qualcuno che gli voleva bene. Segre infatti era massone e fiero di esserlo. E sul giornale questo si vedeva a ogni numero.
Ebbene, nella colonna che oggi il Corriere gli ha dedicato non si accenna minimamente a questa sua militanza massonica che invece fu per lui molto importante. È una sciocca autocensura.
Il giornale era anticlericale in maniera nettissima, era in prima linea per i diritti civili (Segre era stato una punta della lotta per il divorzio), per la memoria dell’Olocausto (Segre era ebreo) e per le libertà democratiche (il comandante «Elio» era stato partigiano).
Insomma un ex partigiano ebreo, massone, anticlericale e veramente democratico che ci ha lasciato senza che la cultura italiana gli renda l’onore che si sarebbe meritato.
La buona notizia è che è campato 105 anni (come Levy-Strauss).
Fossi in te gli dedicherei un articolo in Vento Largo (e se vuoi puoi anche usare queste mi parole).

Cosa altro aggiungere? Noto solo che, come Il Corriere , anche altri giornali, vista la levatura culturale e morale del personaggio, hanno dedicato grande spazio alla notizia della morte di Segre. La Repubblica ne parla con un denso articolo nelle pagine della cultura, mettendone in luce le doti di rigoroso intellettuale, di esponente di punta delle grandi battaglie laiche come quella del divorzio. Ricordandone la militanza partigiana, lo definisce già nel titolo "Un simbolo dell'antifascismo"- Toni analoghi usa Il Manifesto che insiste particolarmente sul grande impegno pacifista di Segre.. Peccato che, oltre che concordi nell'elogio, le tre autorevoli testate siano egualmente concordi nel tacere che Bruno Segre oltre che partigiano, antifascista, difensore accanito delle libertà, fosse massone, membro autorevole del Grande Oriente d'Italia che lo commemora sulla sua pagina web ricordando come nel 2020 fosse stato insignito della massima onorificenza massonica proprio per il suo instancabile costante impegno in difesa della libertà e dei diritti dei cittadini.

Non è comunque una novità. Dei massoni sulla stampa italiana si parla solo se il nome dell'interessato è accompagnato da un avviso di garanzia. Allora quella appartenenza, anche se non c'entra nulla con gli eventuali addebiti, non solo non viene taciuta, ma enfatizzata, scritta a lettere cubitali nel titolo dell'articolo. Un segno di come profondo resti il pregiudizio antimassonico nel nostro paese. D'altronde perché stupirsi ? Fino agli anni Sessanta e al Concilio Vaticano Secondo nelle prediche domenicali e sulle pagine delle riviste cattoliche la Massoneria era definita "Sinagoga di Satana" a sottolineare il legame diretto con quei "perfidi giudei" il popolo deicida che non poteva essere perdonato. Bruno Segre, ebreo e massone, si è battuto per tutta la sua lunga vita contro questi pregiudizi, essendo stato in gioventù testimone diretto di quali orrori potesse provocare l'odio ideologico e il fanatismo.

Bruno Segre se ne è andato nella giornata dedicata alla Memoria. Lo salutiamo con affetto fraterno, ricordando come negli anni bui del terrore nazista in tutta Europa si svolse una feroce caccia ai massoni che a decine di migliaia, trentamila solo dalla Francia occupata, furono deportati e uccisi nei campi di sterminio.

sabato 27 gennaio 2024

Nazismo, stalinismo e l'attuale antisemitismo "di sinistra"

 


Solo chi non conosce la storia del Novecento può stupirsi di trovare oggi insieme a manifestare per la distruzione dello Stato di Israele uno schieramento che va  da Forza Nuova al Partito comunista dei lavoratori. Nel 1939 la seconda guerra mondiale fu la diretta conseguenza dell'accordo fra il regime nazista e quello  sovietico per la spartizione della Polonia. Che ciò comportasse lo sterminio per mano tedesca degli ebrei polacchi a Stalin non importava, L'importante era riconquistare, come oggi cerca di fare Putin, Polonia e paesi baltici. E d'altronde, mentre le SS liquidavano gli ebrei a Ovest, nella Polonia occupata dai sovietici venivano massacrati a Katyn quasi 30 mila prigionieri di guerra polacchi, mentre altre centinaia di migliaia venivano deportati nei lager siberiani a morire di fame, di fatica e di stenti. Fu solo dopo che Hitler ruppe l'alleanza e attaccò la Russia che Stalin si riscoperse antinazista. Fino ad allora l'URSS e i partiti comunisti avevano di fatto appoggiato la guerra nazista contro le odiate democrazie "borghesi" occidentali. Il fatto che oggi in prima linea fra i fascio-islamisti troviamo anche dei trotskisti dimostra solo che, come la critica storica ha ormai ampiamente dimostrato, lo stalinismo è stato non una controrivoluzione ma uno degli sviluppi possibili del bolscevismo. Anzi per certi aspetti il più coerente, tanto che fu Stalin e non Trotsky a trionfare nella lotta per il potere iniziata già prima che Lenin morisse nel gennaio 1924. per questo riprendiamo  il saggio di Roberto Massari scritto in occasione della giornata della Memoria.

Nazismo, stalinismo e l'attuale antisemitismo "di sinistra"

di Roberto Massari


(27 gennaio 2024, Giornata della Memoria)


Il primo hitlerocomunismo

Per «hitlerocomunismo» deve intendersi la corrente di pensiero politico che sorse nell’estate/autunno 1939, quando i totalitarismi nazista e sovietico si allearono per invadere la Polonia e annettere vari paesi dell’Europa orientale, scatenando così la Seconda guerra mondiale. Gli adepti dell’hitlerocomunismo (in Russia e nel resto del mondo) hanno poi approvato tutte le successive invasioni russe (Paesi Baltici, Finlandia, Cecoslovacchia, Afghanistan ecc.) fino a quella odierna dell’Ucraina. Alla base dell’hitlerocomunismo, vecchio e nuovo, vi è l’idea premoderna (per non dire medievale) che la Russia fosse e sia ancora legittimata nel compiere tali annessioni perché eserciterebbe un suo diritto storico riprendendosi i territori appartenuti all’Impero zarista. Questa posizione - reazionaria nel più pieno senso del termine - la si ritrova espressa più o meno inconsapevolmente nelle giustificazioni attuali per l’aggressione putiniana all’Ucraina e varrà ancora per eventuali possibili future aggressioni (a cominciare dai Paesi baltici).

L’alleanza sovietica col nazismo durò da agosto 1939 a giugno 1941: sono i quasi due anni che videro prendere forma definitiva al progetto di sterminio antiebraico, avviato ancor prima del Patto e che sfocerà nella cosiddetta «soluzione finale», sistematizzata nella Conferenza di Wannsee di gennaio 1942. Una delle «necessità» alle quali rispondeva questa scelta estrema del nazismo fu che nella parte di Polonia assegnata al Terzo Reich dal Patto con Stalin vivevano circa 1.700.000 ebrei: una massa di popolazione ebraica che il nazismo intendeva sterminare, secondo progetti e linee guida messe in opera già da tempo, e ben note a Stalin e al gruppo dirigente sovietico.

Per fissare delle date: il primo dei Konzentrationslager di Auschwitz divenne operativo dal giugno 1940, cioè nel pieno della collaborazione tra nazisti e sovietici; quello di Chełmno (considerato il primo lager di sterminio) nel dicembre 1941, cioè sei mesi dopo la rottura del Patto da parte nazista. Questi e altri campi di sterminio polacchi (come Treblinka, Sobibór, Bełżec) cominciarono a operare «tardi» (cioè nel 1942, «Aktion Reinhard») perché la loro progettazione fu possibile solo dopo l’invasione congiunta della Polonia nel settembre 1939; ma la loro costruzione si realizzò nel quasi biennio dell’alleanza con l’Urss: anzi, fu proprio quell’alleanza che li rese possibili. Sarebbe, però, un grave errore di prospettiva storica datare di lì l’inizio dell’Olocausto perché le persecuzioni antiebraiche erano iniziate in Germania negli anni ‘30: il lager di Buchenwald, per es., situato nella Turingia tedesca, era operativo dal luglio 1937.

Insomma, rispetto alla politica di sterminio antiebraico del nazismo, almeno tre cose furono subito chiare a chi voleva vederle allora (o che speriamo voglia cominciare a vederle chiare oggi): 1) Nello stringere il Patto con Hitler, ai sovietici non interessò minimamente il destino degli ebrei in Germania e nel resto d’Europa: delle persecuzoni antiebraiche non parlarono in documenti, atti ufficiali e sulla stampa. 2) I sovietici non ebbero la benché minima esitazione ad abbandonare quasi due milioni di ebrei polacchi nelle mani di chi intendeva sterminarli. 3) La fraternizzazione staliniana col Terzo Reich richiese che anche sull’Olocausto polacco calasse il silenzio stampa (oltre all’avvio della collaborazione delle rispettive polizie nelle consegne reciproche di prigionieri o nelle deportazioni di interi gruppi etnici).

Dopo l’aggressione nazista all’Urss

Si tenga conto che gli ebrei dell’Urss nel loro insieme non furono uccisi nei lager, ma con esecuzioni e fucilazioni di massa, seguite da seppellimenti in grandi fosse comuni. Ma ciò che normalmente si ignora è che dopo l’aggressione tedesca alla Russia (giugno 1941), il silenzio sovietico sulla Shoah non ebbe termine. Esso continuò negli anni del dopoguerra e il regime di Stalin addirittura ostacolò i tentativi ebraici di far luce sia sull’Olocausto in generale, sia sugli sterminî nei territori sovietici occupati dalla Wehrmacht e dalla Gestapo. 

Confrontiamo alcune macabre cifre: in Italia furono uccisi dal nazismo (alleato col fascismo della Repubblica sociale) circa 7.500 ebrei (in quanto ebrei e non perché comunisti o antifascisti). Ed è innegabile che dal dopoguerra ad oggi in Italia è stato fatto molto (e in misura per fortuna crescente) perché non si dimentichi l’orrore dell’accaduto - ivi comprese le responsabilità anche italiane - e si conservi e sviluppi la memoria dell’Olocausto: la cultura, il cinema, le istituzioni, i partiti, la scuola hanno contribuito a far sì che di questa immane tragedia si conservi la Memoria e non vi si pensi solo il 27 gennaio di ogni anno. [Sto scrivendo alla vigilia della giornata della Memoria 2024 e non posso non fremere d’indignazione alla vista di come quest’anno si è tentato d’infangare la Giornata commemorativa da parte di un risorgente hitlerocomunismo italiano, come tra breve dirò.]

In Urss, nelle parti di territorio occupate dai nazisti dopo il giugno 1941 furono uccisi tra i 2,5 e i 3,3 milioni di ebrei. Dati difficili da elaborare e che possono oscillare all’interno di quelle cifre. (Al riguardo vedi tra gli altri l’ottimo libro di Antonella Salomoni, L’Unione Sovietica e la Shoah, il Mulino 2007.) Ciò significa che nell’Urss fu uccisa circa la metà delle vittime ebraiche dell’intero Olocausto e più della metà della popolazione ebraica complessiva residente in territori sovietici.


Il silenzio staliniano sull’Olocausto sovietico

Ci si sarebbe quindi attesi uno sforzo culturale e istituzionale da parte del regime sovietico per salvare la Memoria di questo immane Olocausto che in Russia fu circa 400 volte più grande di quello avvenuto in Italia. Ma non fu così: i fumi amari dell’hitlerocomunismo - che avevano portato lo stalinismo a fraternizzare col nazismo, nella convinzione che l’alleanza tra i due imperialismi fosse ormai saldamente consacrata dal sangue dei polacchi e degli altri popoli sottomessi - continuarono ad ammorbare l’atmosfera sovietica per molti anni a venire.

«Lo sterminio degli ebrei non fu oggetto di alcuna speciale pubblicazione. Venne largamente ignorato dalle  monografie sulla Seconda guerra mondiale e ampiamente trascurato nelle sillogi di fonti, così come non trovò quasi posto nei libri di testo per le scuole o nei tradizionali repertori» (A. Salomoni, op. cit., p. 9).

Il primo accenno ufficiale allo sterminio antiebraico che comparve in un documento sovietico è del 19 dicembre 1942, cioè circa 18 mesi (!) dopo l’aggressione nazista all’Urss e nonostante il massiccio afflusso di combattenti ebrei nelle file dell’esercito sovietico che si era verificato nel frattempo.

Dopo quella modesta interruzione, il silenzio ufficiale riprese a dominare e anzi il regime staliniano fece di tutto per ostacolare le iniziative che gli ebrei sovietici tentarono di intraprendere per denunciare le dimensioni e l’efferatezza dell’Olocausto nei territori dell’Urss. Funzione di un così assordante silenzio era di impedire il sorgere di una nuova coscienza identitaria da parte degli ebrei sovietici, del tutto incompatibile con lo sciovinismo grande-russo del regime staliniano e con la sua politica repressiva di qualsiasi iniziativa che avesse un odore anche alla lontana di extranazionalismo o cosmopolitismo.


La memoria degli ebrei sovietici

Il 24 agosto 1941 c’era già stato l’incontro dell’intellighenzia ebraica sovietica che nel comunicato finale aveva denunciato lo sterminio avvenuto e ancora in corso nei territori occupati. Nella primavera del 1942 - su iniziativa di Solomon M. Michoels (che verrà assassinato su ordine di Stalin nel 1948, a Minsk) e Šachno Epštejn - fu creato il Comitato antifascista ebraico (Eak) col preciso intento di partecipare attivamente alla guerra antinazista come componente etnica riconosciuta, alla pari degli eserciti formati su base etnica da altre nazionalità sovietiche. Ad esso però s’impose d’essere composto solo da ebrei sovietici. Ragion per cui i due dirigenti del Bund polacco (Partito operaio ebraico) - Henryk Erlich e Wiktor Alter - che avrebbero voluto dargli invece una veste ebraica internazionale, furono arrestati e fatti scomparire tra il 1942 e il 1943. Nemmeno l’Eak, del resto, ebbe vita facile proprio perché tendeva inevitabilmente a diventare uno strumento di riscoperta dell’identità ebraica: le sue disavventure meriterebbero un libro a parte.

Un altro libro a parte (ma per fortuna ne sono stati scritti vari) lo meriterebbe la storia del Libro Nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941-1945 (Чёрная Кнuга, [Čërnaja Kniga], Mondadori). Nacque da un’idea di Albert Einstein e fu compilato per iniziativa di due grandi e celebri scrittori, entrambi ebrei ucraini: Vasilij S. Grossman (1905-1964) e Il’ja G. Ėrenburg (1891-1967). Grazie alla collaborazione con l’Eak, il volume, di oltre 500 pagine, poté ricostruire una gran parte degli eccidi ebraici compiuti dal nazismo in territori sovietici. Esso rimane una testimonianza storica preziosa e insostituibile.

Il manoscritto ottenne il visto della censura nel 1945 e ciò permise di inviarlo in vari Paesi all’estero (compresa l’Italia), ma in Russia non ottenne mai l’autorizzazione alla stampa. Questo perché il regime stava ormai facendo di tutto per impedire che l’Olocausto in Urss si considerasse una tragedia specifica del popolo ebraico e non parte della più generale aggressione nazista ai popoli sovietici. Insomma, il regime ebbe paura e capì che il Libro nero avrebbe dato alimento alle crescenti tendenze identitarie degli ebrei sovietici.


L’antisemitismo sovietico nell’epoca di Stalin

Il tentativo di cancellare i tratti caratteristici dell’ebraismo (sua storia e cultura nei Paesi del blocco sovietico), si inseriva nella più generale lotta alle influenze straniere e al cosiddetto «cosmopolitismo». Tale lotta era stata avviata da Andrej A. Ždanov con la celeberrima risoluzione approvata dal Cc del Pcus il 14 agosto 1946. Uno dei primi effetti che essa ebbe fu il passaggio del controllo dell’Eak al Dipartimento di politica estera del Cc del Pcus, diretto dal grande epuratore Michail A. Suslov. (Questi, entrato nel Pc russo nel 1921, ne uscirà solo da morto, nel 1982, dopo essersi reso corresponsabile di tutte le nefandezze dello stalinismo di Stalin e dei suoi successori).

Un ruolo non secondario nel fomentare la crescente ostilità del regime staliniano verso l’ebraismo - anche se non esplicitamente dichiarata - lo ebbe anche la paura che emergesse alla luce del sole il fenomeno storico rappresentato dalla collaborazione di ampi settori dei popoli sovietici (soprattutto in Ucraina) che erano passati dalla parte del nazismo sperando in tal modo di liberarsi del regime staliniano. Scelte disastrose e represse nel sangue dall’Armata Rossa, che mostravano però quanto odio si fosse accumulato nei popoli sottoposti al giogo sovietico dopo l’illusione di essersi liberati da quello zarista. La verità non doveva emergere nemmeno a questo riguardo.

C’era poi il problema rappresentato dall’esistenza di una sorta di repubblica sovietica ebraica in Crimea e dal fallimento pratico del tentativo di creare un’Oblast’ autonoma ebraica nel Birobidžan, quasi ai confini con la Cina. Tutte pagine di storia molto complesse che furono manipolate a uso e consumo del regime di allora, ma che in rapporto alla questione ucraina sono ancora utilizzate dalla propaganda russa attuale.

Resta il fatto che in Russia fu vietata la pubblicazione del Libro Nero. Se ne ordinò il sequestro, ma alcune copie si salvarono (contenenti, tra l’altro, la prefazione di Albert Einstein che era stata eliminata). Ne uscirono versioni incomplete all’estero e solo nel 1980 a Gerusalemme fu pubblicata la prima edizione in lingua russa, seguita dall’edizione del 1991 a Kiev. L’edizione del 1994 si deve all’impegno di Irina Ėrenburg, figlia di Il’ja, e nel 2014 il libro è stato ripubblicato in Russia dalle Edizioni Corpus.

Stiamo parlando di un libro che ricostruiva la memoria della morte orrenda di quasi tre milioni di ebrei...


La storia dell’antisemitismo negli ultimi anni della dittatura di Stalin è stata ricostruita più volte ed è talmente documentata che qui non si deve far altro che ricordare alcune tappe. [Tra i lavori migliori, quelli curati da Shimon Redlich, War, Holocaust and Stalinism, Routledge 1995, e da Joshua Rubenstein-Vladimir P. Naumov, Stalin’s secret pogrom, Yale 2001.] Con una premessa riguardo allo storico voto dell’Urss - il 29 novembre 1947 - a favore della risoluzione n. 181 con cui l’Assemblea delle Nazioni Unite decideva la nascita dello Stato d’Israele. Quando il 14 maggio 1948 fu proclamato lo Stato d’Israele, tre giorni dopo l’Urss fu il secondo Stato a riconoscerlo, dopo gli Usa. E quando la Lega Araba iniziò l’aggressione contro Israele, l’Urss aiutò il neo-Stato con armi inviate tramite la Cecoslovacchia.

Si conciliava un simile comportamento con la crescente ondata di antisemitismo staliniano?

Sì, indubbiamente. A parte l’illusione politica di Stalin di poter indebolire in questo modo la presenza ingombrante del colonialismo britannico nella regione mediorientale - e magari attrarre a sé il nuovo Stato, all’epoca ancora attraversato da forti pulsioni socialistiche - c’era anche se non soprattutto la volontà di liberarsi del maggior numero possibile di ebrei in territori sovietici. Si spalancò momentaneamente la porta per l’emigrazione e tutti gli ebrei che vollero recarsi a vivere in Israele furono incoraggiati a farlo. Fu un esodo «biblico-staliniano», animato dal proposito di liberarsi di cittadini sovietici difficili da controllare (come effettivamente si vedrà in tutta la storia della dissidenza sovietica negli anni dopo Stalin), difficili da assimilare e soprattutto da irreggimentare nei nuovi schemi repressivi richiesti dall’inizio della Guerra fredda. Un segnale di questi pericoli per il regime fu dato dall’inaspettato successo della visita della delegazione israeliana condotta da Golda Meyerson (Meyer) nell’autunno del 1948.


La repressione antiebraica

Abbiamo già ricordato l’uccisione di S.M. Michoels il 12 gennaio 1948. A novembre dello stesso anno furono chiusi il giornale dell’Eak in yiddish (Eynikayt) e l’unica  editrice ebraica sopravvissuta (Der Emes). Si cominciarono a chiudere le sezioni ebraiche dell’Unione degli scrittori, mentre esponenti ebraici della cultura (universitaria, scientifica, culturale ecc.) venivano gradualmente allontanati dai loro incarichi. L’Eak fu sciolto il 20 novembre 1948, mentre iniziavano gli arresti degli scrittori di nazionalità ebraica: la lista è lunga e ormai la si può leggere in libri di seria documentazione e in alcuni siti on-line.

Nell’agosto 1952 - cioè tredici anni esatti dopo il Patto con Hitler - furono processati a porte chiuse dal Collegio militare del Tribunale supremo tutti i dirigenti dell’ex Eak: 15 imputati e 13 condanne a morte. Fu condannata al carcere solo una donna (Lina Štern) e fu trattato a parte il caso di Solomon Bregman, colpito da collasso e morto in prigione nel gennaio 1953. Nonostante la segretezza delle procedure, si seppe che gli imputati erano stati sottoposti al consueto trattamento riservato a chi doveva confessare colpe inesistenti: interrogatori brutali, torture.

Nell’ottobre 1952 cominciarono gli arresti dei cosiddetti «camici bianchi», cioè il «complotto dei medici» accusati di voler uccidere vari esponenti del regime. E poiché molti di costoro erano ebrei, si è sempre pensato che fosse solo il primo passo per una nuova ondata di repressioni antisemitiche. Non se ne hanno prove certe e nessuno è poi riuscito a decifrare cosa avesse in testa «il magnifico georgiano». E questo perché il 5 marzo 1953 il più grande e più longevo dittatore della storia moderna chiuse finalmente gli occhi. Si disse poi che il «complotto» era stato una provocazione dei servizi segreti e alcune vittime del disciolto Eak furono riabilitate.


L’attuale antisemitismo «di sinistra»

Sono già intervenuto sugli aspetti teorici della questione «legittimità dello Stato d’Israele»: si veda in Utopia Rossa la mia «Risposta ad Albertani» del 26 dicembre 2023. Ad essa rinvio, soprattutto per quanto riguarda la definizione dell’antisemitismo come distinto dall’antisionismo. Per semplificare, definivo «antisemita» chi nega il diritto del popolo ebraico a tenere in vita lo Stato d’Israele che le Nazioni Unite gli hanno assegnato 77 anni fa. E delimitavo il mondo dell’antisionismo a chi, pur riconoscendo il diritto all’esistenza di uno Stato democratico israeliano, si oppone al suo carattere confessionale, ai suoi regimi di destra sorretti dalle componenti più fanatiche dell’ebraismo, ai provvedimenti antipalestinesi, al furto di terre in Cisgiordania e tutto il resto. Di questo antisionismo mi sento parte da sempre, avendo anche compiuto una delle esperienze più istruttive della mia vita trascorrendo nel 1966 un periodo di studio e lavoro in uno dei più avanzati kibbutzim dell’epoca (il kibbutz Lahav).

Le questioni teoriche sono più che chiare, per chi vuole studiare, capire e giungere a delle conclusioni compatibili con la realtà attuale dell’esistenza irreversibile di Israele: una democrazia imperfetta (soprattutto perché confessionale) che vede la sua esistenza in continuazione minacciata dalla volontà sterminatrice di alcune entità o Paesi islamici, con l’orrenda dittatura iraniana in prima fila. Nel testo citato definivo il regime dell’Iran un’autentica «vergogna per l’umanità».

Alla chiarezza delle questioni teoriche non corrisponde però altrettanta chiarezza nelle questioni politiche, anche per ragioni emotive: ci sono di mezzo popoli che soffrono, bambini vittime innocenti, bombardamenti di popolazioni palestinesi, missili su popolazioni israeliane, stupri e pogrom antiebraici, dichiarazioni di guerra unilaterali. Mi riferisco all’azione di Hamas compiuta proprio allo scopo di provocare la grave rappresaglia, incurante del male che avrebbe causato al suo stesso popolo.

Ma soprattutto ci sono tanti giovani italiani, europei, nordamericani ecc. che scendono in piazza con passione a manifestare il loro sostegno all’islamismo sterminatore di Hamas, dell’Iran, del Qatar, di Hezbollah e ora anche degli Houti. Non sanno nulla o quasi nulla della questione palestinese, della questione ebraica e del perché si è giunti a tale situazione drammatica. Reagiscono emotivamente alla tragedia di un popolo che soffre, senza stare a chiedersi se ci siano responsabilità della vecchia Lega Araba con la sua prima aggressione nel 1948; se non ci sia stato un cinico gioco da parte del governo sovietico nell’alimentare la politica fallimentare e suicida di Al Fatah/Olp; se gli Stati arabi più ricchi non abbiano altrettanto cinicamente usato la causa palestinese come arma diplomatica o di ricatto commerciale; se sia stato giusto da parte di questi stessi Stati tenere per decenni i profughi palestinesi in campi-ghetto, invece di assimilarli nelle proprie strutture sociali (come invece è avvenuto sia per i 7-800.000 ebrei espulsi dai Paesi arabi, sia per gli arabi rimasti in Israele).

Non si può non vedere, però - soprattutto nel caso italiano, ma non solo - che questi movimenti di giovani manifestanti o membri di gruppi di presunta «estrema sinistra» sono animati per lo più dagli stessi hitlerocomunisti che rifiutano di solidarizzare col popolo ucraino. Hitlerocomunisti - dichiarati o inconsapevoli - che, nella richiesta di arrendersi (camuffata da «pace» o «tregua») rivolta all’Ucraina fin dal primo momento, si schierano inevitabilmente dalla parte degli aggressori, cioè dell’invasione neocolonialistica di Putin. Ora però non chiedono ad Hamas di arrendersi e consegnare gli ostaggi.

Giovani che non fanno più alcuna differenza tra democrazie e dittature, ma anzi sembrano a volte prediligere proprio quest ultime a scapito della loro stessa esperienza di vita, che invece si svolge in paesi imperfettamente democratici o postdemocratici, nei quali essi non accetterebbero nemmeno la più microscopica riduzione dei loro diritti (ignorando tuttavia il come e il quando questi loro diritti sono stati conquistati). C’è una componente razzistica in questo ritenere che la democrazia vada difesa in Italia o in Occidente, quindi per noi stessi, e sia invece superflua per gli altri, i popoli poveri e oppressi. Come è tendenzialmente razzistico approvare gli atti di terrorismo di Hamas e Hezbollah, giustificandoli con la loro arretratezza politica e culturale, mentre in patria si difende - giustamente - fino all’ultimo comma del diritto di sciopero.

Insomma, tra ignoranza e rifiuto della democrazia (per gli altri, insisto) emerge l’immagine di un mondo antisraeliano culturalmente confuso e teoricamente disarmato. Un mondo in cui la lotta contro lo Stato d’Israele diventa un’entità astratta, visto che non si sa che fine dovrebbero fare le israeliane e gli israeliani (ebrei, non ebrei, vari tipi di ebrei, arabi, cristiani, protestanti, atei ecc.).

La lotta a favore dei movimenti palestinesi che vogliono distruggere Israele e sterminare il suo popolo (come recita la Carta costituzionale di Hamas del 1988, ma viene in continuazione ripetuto in tutti i comunicati, anche i più recenti), significa negare al popolo ebraico il diritto di essere nazione e il diritto di avere un proprio Stato. E questo è antisemitismo, addirittura genocida nelle intenzioni, anche se nessuno di questi giovani ha chiaro cosa sia il genocidio o quale storia stia dietro questa definizione giuridica, autentica conquista dell’umanità pagata con le vite di sei milioni di esseri umani.

Hamas in continuazione dichiara intenzioni genocide verso il popolo ebraico, in genere facendo appello anche al martirio dei poveri palestinesi ed evocando la volontà d’Allah. Lo stesso fanno l’Iran e Hezbollah. L’Arabia Saudita e l’Egitto hanno smesso da un po’ di tempo di farlo, ma anche in questi paesi esistono correnti mussulmane fanatiche, antisemitiche che continuano a invocare Allah perché si decida finalmente a far scomparire gli ebrei dalla faccia della terra.

Ma questo antisemitismo si può considerare anche razzista? La risposta è no e mi avvio a conclusione, tornando anche al tema iniziale dell’antisemitismo staliniano.

L’antisemitismo hitleriano fu certamente razzista, giacché il suo disprezzo per gli ebrei si fondava anche su teorie pseudoscientifiche, pseudoantropologiche, pseudodemografiche, pseudobiologiche ecc.: razziali in questo senso del termine. Il loro massimo punto di riferimento teorico poteva essere il conte Joseph Arthur de Gobineau (1816-1882) che nel suo Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane (1853-54) aveva posto le basi di tutte le moderne teorie razzistiche, sviluppate poi in ambienti positivisti (Lombroso, Le Bon ecc.) e altrove. Ebbene l’antisemitismo nazista (come quello dei segregazionisti negli Usa o degli attuali suprematisti, «potere bianco» ecc.) era pienamente razzista per la sua adesione a teorie razziali. Non sembri un gioco di parole.

Non si può però dire lo stesso dell’antisemitismo staliniano o sovietico, che non accennarono mai, neanche inconsapevolmente, a caratteristiche biologiche o razziali nelle loro campagne antiebraiche. E se per caso lo avessero voluto fare, avrebbero dovuto scomodare Trofim D. Lysenko (1898-1976) e le sue pseudoteorie genetiche che Stalin fece diventare un dogma ad agosto 1948, nonostante gli effetti disastrosi che avevano avuto sulla già tanto disastrata agricoltura sovietica.

L’hitlerocomunismo staliniano fu antisemita in senso politico e non razziale. E tali sono oggi i giovani che in preda a isteria antiebraica, inneggiano ad Hamas e più o meno inconsapevolmente chiedono la distruzione d’Israele e lo sterminio dei suoi popoli (Non si rendono conto, infatti, che proprio questo accadrebbe se Hamas e l’Iran per disgrazia riuscissero a prevalere, con conseguenze devastanti come la crescita delle componenti più barbare dell’islamismo, già in piena crescita per conto loro.)

Insomma, questi giovani politicamente antisemiti - non razzisti, ma sostenitori delle dittature purché in casa altrui, filoputiniani senza accorgersene, molti anche no-Vax (e ciò non è da sottovalutare perché dice molto sul loro rapporto col sapere e con la scienza), mobilitabili oggigiorno tramite i social e i telefonini (altro che noi del Vietnam con i volantini e le riviste teoriche!) - questi giovani, dicevo, stanno vivendo un loro rito giovanile di iniziazione collettiva.

Dove approderanno? L’antisemitismo, il fioloputinismo, l’antidemocrazia e il disprezzo per la scienza potrebbero far prevedere il peggio. Ma poi, trattandosi di una fase transitoria, per l’appunto giovanile e da rito di iniziazione, non è detto che vadano a finire peggio delle decine o centinaia di migliaia di giovani che «hanno ballato una sola estate» (nel ‘68) e poi rientrarono nei ranghi del sistema, scoprendo troppo tardi che quei ranghi erano pessimi e che avrebbero fatto molto meglio a continuare a lottare, ma soprattutto a studiare il funzionamento del sistema contro il quale avevano tentato da giovani di combattere.

Shalom e buona giornata della Memoria.


www.utopiarossa.blogspot.com



sabato 30 dicembre 2023

Se questi sono uomini... Dalla Ceka a Kronstadt al Gulag.

 


È in via di pubblicazione l'ultima ricerca di Roberto Massari dedicata a sfatare il mito tanto caro alla sinistra comunista, sia trotskista che bordighiana, di una netta cesura fra la fase leninista e quella staliniana della storia dell'URSS. Una continuità evidenziata non tanto da una visione politica, a partire da quella "teoria leninista del partito" di cui Massari mosta la natura mitica, ma dalla storia degli apparati repressivi che dalla primitica Ceka conduce al KGB e, per certi aspetti, ancora permane nella Russia putinina.

Un libro di grande interesse di cui offriamo in anteprima la copertina e l'indice.




venerdì 4 novembre 2022

Hegel, un illusionista della parola?

 


Giorgio Amico

Hegel, un illusionista della parola?


In tanti abbiamo studiato Hegel a scuola o all'università, ma in quanti davvero lo abbiamo letto una volta terminati gli studi? Hegel resta nel nostro bagaglio culturale come un ricordo, legato a un momento particolare della nostra vita, ma niente di più. Il filosofo della dialettica e il ricordo svanisce. Per chi ha avuto una militanza politica, che non fosse il Pci, i gruppi m-l o Lotta continua, ma ricordasse ancora qualcosa del pensiero di Marx, il filosofo diventava una sorta di babbo svagato che il figlio discolo e ribelle rimetteva sui piedi trasformando il suo idealismo in un robusto pensiero materialista. Ma anche in questo caso, se pochi fra noi hanno letto gli scritti giovanili in cui Marx faceva i conti con la sua originaria formazione hegeliana, chi è tornato alla fonte verificando quanto Hegel aveva scritto davvero?

Hegel resta, al di là delle formulette che poi in realtà nulla dicono davvero, per noi uno sconosciuto. A conoscerlo meglio prova ora Roberto Massari, che si applica allo studio del filosofo tedesco con lo stesso feroce metodo critico che anni fa dedicò ad una rivisitazione di Lenin che fece scandalo per come smontava miti considerati intangibili.

Altrettanto drastica è la conclusione a cui arriva il suo studio del pensiero hegeliano: un grande niente, avvolto in un vorticoso giro di parole altisonanti ma vuote. Il gioco, insomma, di un illusionista che abilmente ci porta a vedere ciò che non esiste.

Scandaloso? Certo! Sicuramente legioni di non-lettori di Hegel si indigneranno dell'offesa arrecata al Maestro. Ed in effetti, Massari non ci va leggero, ma va detto porta a sostegno della sua critica testimoni del calibro di Schopenhauer, Kierkegaard, Fries, Marx, Brecht, Russell, Popper.

Il libro, pur trattando di temi filosofici, si legge con grande piacere. Insomma, Massari non ripete l'errore di astrattezza che imputa a Hegel e scrive con chiarezza, non per pochi addetti ai lavori, ma per chiunque possa essere interessato alla questione, non risparmiandosi anche in qualche passaggio una punta d'ironia.

Insomma, un libro da leggere. Anche se non ne condividiamo del tutto l'impostazione. Troppo forte resta l'impressione che ci fece ai tempi dell'Università la lettura dell'Estetica per accettare in toto questa radicale demolizione. Ma riconosciamo e apprezziamo il grande coraggio intellettuale di Roberto Massari. “Signori, il tempo della vita è breve. Se vivremo, vivremo per calcare i nostri piedi sui corpi dei re”, così scrive Shakespeare e citazione non fu mai più adatta perché sia Lenin che Hegel restano, nonostante ogni critica, due re del pensiero e solo chi ha animo forte può affrontarli senza timori reverenziali.


Roberto Massari
Hegel: una «mistificazione»
Massari Editore 2022

mercoledì 17 agosto 2022

Se la sinistra diventa reazionaria.

 


Giorgio Amico


Se la sinistra diventa reazionaria.
A proposito dell'ultimo libro di Roberto Massari


È da poco disponibile in libreria l'ultimo lavoro di Roberto Massari, Reazionari sinistri, che raccoglie articoli, riflessioni, lettere che vanno dal 2007 ad oggi. La parte più consistente,e anche ovviamente la più attuale del volume, è quella dedicata all'Ucraina. Senza alcun timore di andare controcorrente Massari si schiera, senza se e senza ma, a fianco del popolo ucraino aggredito e inchioda alle loro contraddizioni una sinistra fatta di orfani: orfani di Lenin, orfani di Stalin, orfani di Mao, orfani del “Grande PCI”. Ma anche orfani di Trotsky, al cui pensiero per larga parte della sua vita Massari si è rifatto, da militante e da studioso del movimento operaio. In polemica feroce fra loro, ma accomunati da un amore smisurato per ogni forma di regime o movimento che si dichiari antiamericano. Perché, come per gli ayatollah iraniani, gli Stati Uniti ( e Israele) sono il “Grande Satana”. E dunque, proprio come il presidente dell'ANPI Pagliarulo, che da quegli ambienti proviene, pensano che Putin abbia avuto le sue ragioni e che se la guerra continua è perché gli Ucraini rifiutano di arrendersi e continuano ostinatamente a resistere.

Da qui il titolo, malizioso e ambivalente come un palindromo. I reazionari sono “sinistri” perché portano dentro l'idea di morte, ma questi “sinistri”, gli orfani di cui si diceva, sono reazionari perché vivono nel passato, in un mondo di spettri che spacciano per il mondo reale. E si trattasse solo di pochi imbecilli isolati, “comunisti da tastiera”, non meriterebbero neppure un rigo, ma purtroppo parliamo di quello che resta di partiti politici che pure in passato ebbero largo seguito. Come, tanto per citare il più noto, il Partito della rifondazione comunista o almeno quello che ne resta.

Messi tutti insieme, neosindacalisti compresi, rappresentano l'equivalente a sinistra di aree come quella dei No Vax, a cui comunque si sono abbondantemente mescolati. Sono il partito dell'irrazionalismo e dell'anticultura. Perché, essendo comunisti “a prescindere”, come li avrebbe catalogati Totò, non hanno bisogno di documentarsi e studiare perché tanto, proprio in quanto “comunisti” sanno già tutto. Anzi, i libri fanno male, perché possono creare qualche dubbio in chi invece vive di certezze granitiche. Figurarsi che c'è perfino chi scrive che nel '39 Stalin e Hitler furono alleati nel scatenare la seconda guerra mondiale aggredendo la Polonia, la Finlandia e i paesi baltici! O che nazismo e stalinismo sono stati per molti versi regimi gemelli che si sono copiati a vicenda.

Dunque meglio non sapere. Che il leggere è già in sé il primo passo sulla via del pensare e dunque del dubbio. Convinti come sono che il compito di un rivoluzionario (si fa per dire) non sia prima di tutto porsi domande, ma dare solo e sempre risposte. Ovviamente le più semplici possibili.


Di seguito la parte finale della prefazione:

Robero Massari

Reazionari sinistri

Sono infatti tempi duri per la Ragione, assediata d’ogni parte dall’estensione del fenomeno che nel passato definii i «da-soliideologici»: cioè i sinistri misantropi (in genere «leninisti-senzamai-un-partito») che dal proprio blog fingevano di dialogare col mondo, pur di evitare il confronto con la realtà e con gli altri.

Questa variante «sinistra» dei cretini digitali di Michel Desmurget, dell’Homo videns di Giovanni Sartori, dei frenetici informatissimi idioti di Franco Ferrarotti, è cresciuta a dismisura e coincide in gran parte col popolo degli io-non-me-la-bevo: quelli che invece si bevono tutto, purché venga da links o dai social, ma non da analisi teoriche serie, esposte negli odiatissimi libri.

Sono ignoranti, ma presuntuosi; disperatamente soli, ma in connessione permanente; non leggono, ma diffidano di chi legge; angosciati dalle proprie insufficienze intellettuali, si creano dei super-Superego. Sono ovviamene complottisti, dietrologi e prede delle più varie paranoie. Convinti che solo loro abbiano capito l’ultimo inghippo del Potere, sono antieuro («le Banche...»), no-vax («le Big Pharma...»), antiucraini («la Nato...»), antiqualsiasi-cosa pur di poter gratificare il proprio narcisismo ripetendo a se stessi: «Solo io ho l’intelligenza per capirlo...».

(…) Simpatizzano per le dittature stabili (quelle d’origine staliniana come Russia e Cina, o islamica come l’Iran), purché siano antiamericane.

Indifferenti alla morte di milioni per Covid e di migliaia di ucraini sotto le bombe, non provano il minimo senso di umana pietas.

A differenza di «noi del Vietnam», tifano per Golia contro David, per gli aggressori contro gli aggrediti, non riuscendo più a sentire l’appartenenza e la solidarietà di specie...


Roberto Massari
Reazionari sinistri
Quelli del «io-non-me-la-bevo» tra guerre e pandemie (2007-2022)
Massari editore, 2022
544 pagine, 20 euro

giovedì 21 aprile 2022

Aspettando il 25 aprile


 

lunedì 4 aprile 2022

Orvieto etrusca

 


Che la storia degli etruschi sia piena di misteri è un luogo comune. Uno di questi è la collocazione della città di Velzna, capitale politica e religiosa della Dodecapoli etrusca. Tra la fine dell'Ottocento e primi decenni del Novecento si sviluppò una vivace, ma anche confusa, diatriba se Velzna dovesse essere identificata con l'attuale Orvieto o con Bolsena. Un dibattito che, come dimostra Massari nell'introduzione che riprendiamo quasi integralmente, prese poi negli anni del fascismo carattere politico e perfino economico, legato com'era al commercio dei reperti etruschi. Insomma, un vero e proprio giallo. E piacevole come un giallo è leggere il libro di Pericle Perali, uscito originariamente come saggio nel 1905 e poi in volume nel 1928. Una vera e propria riscoperta di un testo colpevolmente dimenticato per decenni e ancora oggi ostracizzato dagli “addetti ai lavori” per motivazioni, come dimostra Massari, non sempre confessabili.


Roberto Massari

Una congiura del silenzio ben poco etruscologica

Premetto d’essere partigianamente a favore dell’opera che qui presento dell’orvietano Pericle Perali. Lo considero, infatti, l’unico etruscologo (a parte il paletnografo Ugo Antonielli, altro orvietano e suo entusiasta sostenitore) ad aver mostrato la logica storico-archeologica che sottende e unisce due tesi in genere tenute separate o erroneamente accorpate: la Velzna etrusca stava dove doveva stare (sui colli Volsinei) e il Fanum di Voltumna stava dove doveva stare (cioè a Orvieto). Aggiungo che, per mia ignoranza del testo di Perali all’epoca in cui scrivevo il mio Volsinii etrusca nelle fonti greche e latine (Bolsena 2020), non ebbi modo di segnalarlo come il principale antecedente della teoria che nel libro formulavo su Orvieto. Mi resta solo il dubbio se in passato qualcun altro - oltre a Francesco Orioli (†1856) - ha formulato l’ipotesi per ora solo mia, secondo cui i riferimenti liviani al Fanum indicano anche il nome dell’antica zona sacra sita sulla rupe orvietana e intorno ad essa, come il dato archeologico sta confermando definitivamente. Ed è con questo spirito totalmente partigiano che invito il lettore ad accompagnarmi nella riscoperta di uno studioso colpito dalla damnatio memoriae ad opera dei suoi stessi ingrati concittadini.

Oblio ingiusto di due grandi studiosi orvietani

Nel 1928, quando uscì l’edizione rinnovata di Orvieto etrusca - in forma di libro e non più come saggio del 1905 interno a una rivista specialistica - la congiura del silenzio contro l’opera di Perali non era ancora cominciata. Anzi, tutto il contrario, se si pensa che il libro fu pubblicato «a cura del Podestà di Orvieto» e stampato a Roma dalla Tipografia del Senato. E anche la dotta ed entusiastica introduzione di Ugo Antonielli - uno dei massimi paletnografi italiani, successore di Luigi Pigorini (un monumento nazionale nel campo dell’etnografia preistorica, morto tre anni prima) e direttore del Museo omonimo - contribuiva ad accrescerne l’ufficialità. Si aggiunga che il 1928 non fu un anno qualsiasi nella storia d’Italia, perché allora nacque effettivamente il «regime» fascista: adozione della nuova legge elettorale; instaurazione del totalitarismo in campo scolastico, linguistico, giudiziario, corporativo-sindacale, di stampa e radio; partenza a pieno ritmo dell’azione politico-repressiva da parte del Tribunale speciale (attivo dal 1927) con condanne a valanga, mentre si preparava il Patto col Vaticano che sarà firmato l’anno dopo. Ebbene, l’etruscologia non fu neutrale. Ci fu un utilizzo ideologico del dibattito sulla provenienza tur(s)enica (orientale o autoctona), con strumentalizzazioni razziste e nazionalistiche, e con diramazioni in campo artistico e letterario1: il tutto sotto impulso dei principali etruscologi, i più noti dei quali, fascistissimi e collaboratori del regime in campo culturale, furono tra gli altri, oltre a Massimo Pallottino, Doro Levi (Trieste 1898-Roma 1991), Pericle Ducati (Bologna 1880-Cortina d’ampezzo 1944) e Giulio Quirino Giglioli (Roma 1886-1957), scopritore dell’Apollo di Veio, deputato del Partito nazionale fascista nel 1934. Ma fascista e filohitleriano fu anche Ranuccio Bianchi Bandinelli [1900-1975], prima di convertirsi all’antifascismo militante (Partito d’Azione e poi Pci) nel 1944.

Un atto importante per la futura valorizzazione propagandistica (ma anche scientifica) dell’etruscologia era stato compiuto nel 1925 con la fondazione a Firenze dell’Istituto nazionale di Studi etruschi e italici. Sotto la sua supervisione s’iniziò nel 1927 la pubblicazione della rivista annuale Studi Etruschi e tra aprile e maggio del 1928 - l’anno di Orvieto etrusca - fu convocato il I Congresso Internazionale Etrusco. Il lavoro di Perali e la concorde introduzione di Antonielli non potevano che essere valide carte di presentazione per entrambi nell’àmbito dei lavori di tanto illustre consesso. E quanto illustre esso fosse lo sta a dimostrare la lista dei 360 partecipanti italiani ed esteri, in larga parte membri dell’Istituto. Più o meno nella stessa epoca a Perali fu intestata una strada a Roma, nei pressi della stazione di Ottavia (terminata nel 1927), come atto onorifico giacché nella stessa zona erano stati trovati l’ipogeo degli Ottavi (nel 1920) e tracce d’epoca etrusca pertinenti l’asse viario proveniente da Veio. Mai però fu intestata, nella loro città natale, una strada a lui e all’altro celebre orvietano, Ugo Antonielli. Ancor oggi i loro nomi sono sconosciuti nella toponomastica di Orvieto. Ragion per cui, le brevi note che seguono cercheranno di fornire elementi per una prima riflessione su questo grave vulnus (sgarbo?) alla loro memoria di studiosi. E si vedrà che non è stato mai perdonato loro di aver così strenuamente difeso l’ubicazione bolsenese e non orvietana dell’antica Velzna etrusca.

Dal garbuglio all’imbroglio

Conviene partire da alcuni dati sugli inizi della questione, per darle un minimo d’inquadramento storico. Nel 1905, quando uscì la 1ª versione di Orvieto etrusca, l’argomento era ancora oggetto di una discussione teorica, anche se ben poco scientifica, fra etruscologi. Esisteva una lunga tradizione, a dir poco bimillenaria, che aveva sempre riconosciuto nella città sita sui colli volsinei la diretta discendente della città-stato di Velzna, capitale politica e religiosa della Dodecapoli etrusca centroitalica. Era quindi dato per acquisito che il centro cittadino si fosse spostato dalle alture (Mozzeta di Vietena e dintorni) a siti in maggiore prossimità al lago (Poggio Moscini e dintorni) dopo la repressione della rivolta servile (264 a.C.), di cui parlano ampiamente le fonti latine e greche. Riguardo a tale forzoso spostamento urbanistico, il consenso era stato sempre generale, includendo anche fonti autorevoli come George Dennis (1814-1898) e Karl Otfried Müller (1797-1840) nel suo Die Etrusker del 1828 (vol. I, pp. 220-2). Lo stesso Müller, però, aveva avuto un parziale ripensamento e nello stesso tomo, in una noticina di p. 451, aveva espresso il dubbio che Velzna fosse ubicata originariamente a Orvieto. Una semplice frasetta che però, nell’edizione del 1877, il curatore Wilhelm Deecke (1831-1897) farà scomparire, considerandola probabilmente controproducente per lui che credeva sul serio che Velzna stesse a Orvieto. Sicché col tempo la frasetta del 1828 era diventata irreperibile, ma in qualche modo doveva esser girata la voce che Müller aveva cambiato idea, tant’è vero che alcuni studiosi di fine Ottocento cominciarono a far propria tale posizione, attribuendola artificiosamente allo studioso prussiano, senza distinguo di sorta e soprattutto senza mai citare la famigerata frasetta. Era nata comunque la leggenda che esistesse una «teoria» di Müller sull’ubicazione orvietana di Velzna: credenza ancor oggi in pieno auge presso i principali etruscologi che continuano a ignorare il testo mülleriano e, per ignoranza o malafede, non citano la frasetta in questione.

Nel corso dell’Ottocento la tesi degli «orvietani» (d’ora in avanti chiamerò in tal modo i sostenitori dell’ubicazione di Velzna in Orvieto, per distinguerli dai «bolsenesi») trovò proseliti, ma anche oppositori e a volte una confusa mescolanza dei due, creando una sorta di garbuglio teorico, se non un vero e proprio guazzabuglio. I contributi alla discussione dati da studiosi come Chevalier Bunsen (1791-1860), Niccola Palma (1777-1840), Francesco Orioli (1783/85-1856), Luigi Canina (1795-1856) e gli altri sopra citati, sono stati comunque tutti analizzati nel mio lavoro già segnalato, dove credo di essere riuscito a dipanare in gran parte il garbuglio.

A parziale spiegazione, e forse giustificazione della confusione tra gli etruscologi di fine Ottocento, va detto che le ricerche archeologiche sui colli volsinei (e non nella sola città etrusco-romana) stentavano a partire, e soprattutto ancora non era stato intrapreso lo scavo di una parte dei 6 km della cinta muraria di Velzna (che comincerà solo negli anni ’40), anche se Perali aveva parlato già da tempo di quei «grandiosi muri tufacei etruschi nelle vicinanze della moderna Bolsena» (per es. nella conferenza per la Società Storica Bolsenese, a luglio del 1905).

Va riconosciuto, comunque, che si trattò pur sempre di una discussione teorica, con argomenti più o meno condivisibili da una parte e dall’altra, venata di quel tanto di toni polemici che non possono mancare nelle diatribe fra studiosi, meno che mai in campo archeologico. Ma quando nel 1881, un pezzo da novanta dell’etruscologia come Gamurrini scrisse il saggio appena citato, il piatto della bilancia sembrò pendere dalla parte «orvietana». Per incredibile che possa sembrare, quel testo così ingenuo, rimane ancor oggi l’unico saggio che si sia posto il compito di dimostrare che Velzna stesse a Orvieto e non a Bolsena. Gli altri etruscologi «orvietani», infatti, si sono sempre guardati bene dal proporre un’analisi complessiva a dimostrazione della propria tesi: si limitano a brevi cenni all’argomento (spesso in forma di frecciatine polemiche), si danno ragione o si rinviano gli uni con gli altri, oppure (vedi per es. «Società e cultura a Volsinii» [1985] di Giovanni Colonna) forniscono una descrizione dell’antica Orvieto dando per acquisito che essa fosse Velzna.

Sulla storia di come il garbuglio divenne imbroglio tornerò tra breve. Si può immaginare lo scompiglio che nel mondo etruscologico si verificò quando nel 1896 Gamurrini ritrattò pubblicamente la sua precedente posizione e affermò che Velzna era stata sempre a Bolsena (v. avanti, pp. 121 sgg). Certo, nei primi del Novecento restavano ancora degli accaniti difensori della tesi «orvietana» (in primis Luigi Adriano Milani [1854-1914]) o un po’ meno accaniti (come Ettore Gabrici [1868-1962]); ma tornando al 1928, si può dire che la fase più accesa della polemica era sostanzialmente superata e ormai nel mondo etruscologico italiano la maggior parte degli studiosi propendeva per la tesi «bolsenese». Fosse stato altrimenti, Perali e Antonielli non avrebbero avuto tanto riconoscimento ufficiale proprio nel 1928.

La conferma concreta di quanto appena detto l’abbiamo nel 1939, quando il trentenne Massimo Pallottino (Roma 1909-1995) - già emerso alla celebrità con il libro sulla lingua etrusca (1936) e al quale il regime aveva conferito importanti incarichi come la Sovrintendenza alle Antichità di Roma (1933) o la direzione del Museo di Villa Giulia (1937) - pubblicò la 1ª edizione del suo celebre manuale: Gli Etruschi (C. Colombo, Roma, 296 pagine). È una «1ª edizione» che non viene mai citata, preferendo fingere che la prima sia stata nel 1942 (Hoepli, stesso formato, stesso numero di pagine e contenuti simili, ma titolo mutato in Etruscologia). E la ragione è molto semplice: nell’ed. del 1939 Pallottino aveva affermato chiaramente che Velzna si trovava accanto al lago di Bolsena (p. 197), mentre in quella di gennaio 1942 (edizione rivista quindi nel corso del 1941, quando l’Italia era entrata in guerra a fianco di Hitler) Bolsena scompare (salvo rari e generici accenni), mentre di Orvieto si dice solo che era «una grande città etrusca della quale ignoriamo il nome antico» (p. 135).

Insomma, Bolsena e Orvieto etrusche erano state di fatto cancellate! Qualcosa era accaduto o qualcuno era intervenuto perché Pallottino facesse marcia indietro sulla questione Velzna bolsenese. Ma lui, pur tacendo, aveva trovato il modo di ribadire più o meno celatamente che Orvieto non era stata Velzna. Nel 1947, nella 2ª edizione del manuale (la 3ª, nel mio conteggio), Velzna ricomparve miracolosamente sui colli bolsenesi e, visto ciò che lì stava emergendo grazie a Raymond Bloch e all’École française, Pallottino fece anche un riferimento ai «ritrovamenti di una certa importanza che si sono fatti» (p. 144). Con parole analoghe e varie aggiunte questa sarà la sua posizione in tutte le edizioni successive fino alla 6ª (in realtà la 7ª) del 1968 che ebbe 4 ristampe, ogni volta riviste («integrate») fino al 1980. (Nel mio libro le ho tutte citate, riportando sempre i numeri di pagina.)

Ora ci dobbiamo concentrare invece sulle tre date «pallottiniane» perché gettano un fascio di luce sinistro sull’intera vicenda: abbiamo detto che nel 1928, domina ufficialmente la posizione «bolsenese» (Perali, Antonielli ecc.); nel 1939 Pallottino lo conferma nell’edizione in anteprima del suo celebre libro; nel 1942 (in realtà 1941), Pallottino tace sull’argomento e solo indirettamente fa capire che continua a pensarla come prima; nel 1947 Pallottino torna a difendere esplicitamente la posizione «bolsenese», come del resto farà fino al 1980.

Cos’era accaduto tra il 1939 e il 1947?

La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo. In mezzo a quelle due date c’era stata la guerra, con un crescente avvicinamento del regime fascista al nazismo, e con un aumento vertiginoso dell’influenza nazista in Italia, sfociata poi nell’occupazione vera e propria dopo il settembre 1943. Ed è noto che i nazisti andarono a caccia di reperti etruschi, così come avevano fatto e continuavano a fare alcuni ricchi esponenti dell’aristocrazia orvietana e della Tuscia. Ma i nazisti, a differenza della maggioranza degli studiosi italiani, avevano alle spalle anche una tradizione teorica tedesca di stampo «orvietano» risalente all’Ottocento (vedi Deecke e altri) e via via rafforzatasi. Inoltre in Germania le questioni accademiche e archeologiche dipendevano dal Ministero della propaganda nazista diretto da Joseph Goebbels, mentre in Italia erano in mano al MinCulPop, cioè il Ministero della cultura popolare, dal quale dipendevano anche istituti economici come l’Ente nazionale per le industrie turistiche e il Comitato per il credito alberghiero. Parlando quindi del periodo bellico va detto che, al di là della dimensione teorica e secondo le ben note leggi di mercato, cominciò a prevalere la dimensione commerciale, nel senso della valorizzazione (=accrescimento di valore) che potevano acquisire i reperti etruschi comprati o trafugati, se si fosse potuto garantire che la loro provenienza era dalla capitale della Dodecapoli etrusca e non semplicemente da tombe sparse nella valle del Paglia o da una rupe tufacea della cui città posta in cima s’ignorava il nome. In realtà il trafugamento e il mercato dei reperti esistevano da oltre un secolo, ma il contesto bellico e il connubio nazi-fascista (con tutta l’illegalità che essi rendevano più facile) favorì inaspettatamente tale «commercio».

Fu quindi per ragioni economiche che la teoria «orvietana» riprese vigore, grazie al nazismo e alla collaborazione dei gerarchi fascisti, locali o di altre città. E fu così che anche alcuni «collezionisti» italiani di etruscherie trovarono più utile ricominciare a imporre la teoria «orvietana» a detrimento della «bolsenese». Ma fu anche questa la ragione per cui il nome di Perali e il suo Orvieto etrusca caddero nell’oblio, dal quale li trae fuori ora, dopo quasi un secolo, questa pubblicazione. Mi rendo conto di non aver prove concrete per quanto affermo, perché il mio ragionamento è fondamentalmente d’ordine logico-storico. Sono però pronto ad ascoltare chiunque riesca a spiegarmi 1) perché nel 1941-42 Pallottino dovette tacere sulla questione Velzna «bolsenese» che aveva invece difeso nel 1939; 2) perché nel 1947 poté tornare a esprimerla liberamente; ma soprattutto 3) perché la tesi «orvietana» riprese vigore nel dopoguerra, proprio quando era divenuta più che mai indifendibile in séguito allo scavo di 6 km di mura ciclopiche sui colli volsinei.(...)

E comunque, se la tesi «orvietana» riprese vigore durante la guerra non per nuove scoperte teoriche o archeologiche, ma per ragioni puramente materiali, significa che si trattò di una truffa. E di questa ora dobbiamo parlare, avvisando che essa ha perso da tempo gli originari connotati economici (pur restando un qualche strascico in campo turistico), e ha invece acquisito dimensioni accademiche ferree: da decenni, infatti, non viene più consentita la carriera universitaria o archeologica a coloro che non sottostanno al diktat di alcuni titolari di cattedra, di alcuni responsabili di Sovrintendenze o di istituzioni museali. Tra tutti costoro si è da tempo stabilita una sorta di omertà «etruscologico-orvietana», per cui solo continuando a fingere che Velzna stesse a Orvieto si può sperare di accedere alle relative carriere. Se un paio di studiosi affermati, seguendo l’esempio di Gamurrini, avessero il coraggio di denunciare dall’interno delle istituzioni l’inconsistenza della tesi «orvietana» (come ha fatto il sottoscritto, ma da outsider) il castello crollerebbe e si vedrebbe che l’imperatore è nudo.

La paura che la verità emerga spiega anche comportamenti frutto di autentica paranoia o inquisitoriali come quelli che riporto al termine di questo libro.

mercoledì 9 marzo 2022

Ucraina. Il genocidio dimenticato

 


Roberto Massari

Ucraina. Il genocidio dimenticato

Mi è stato chiesto da più parti, in Italia e all’estero, perché tardassi a intervenire sui tragici fatti in corso in Ucraina - a titolo personale, ovviamente, non avendo Utopia rossa, per definizione e per scelta fondativa, una linea politica comune. (Senza dimenticare però che il secondo dei suoi Princìpi di adesione ideale recita: «Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione indipendentemente dalle loro direzioni politiche».)

Ho evitato di intervenire finora per le seguenti ragioni:

1. Speravo di ricevere dei materiali daI compagni di Utopia rossa in Ucraina (Kiev e Odessa), ma non riesco più a entrare in contatto con loro e ne ignoro la ragione.

2. Mi sembrava inutile e superfluo entrare nella sconclusionata discussione scatenatasi in Rete sulla necessità o no di impedire il massacro del popolo ucraino, di sostenere o no la sua resistenza all’invasione russa. Ma per uno con la mia storia personale - che l’unica lotta per l’autodeterminazione che non ha potuto sostenere (quella ungherese del 1956) è stato solo perché avevo dieci anni - e che per l’intera sua vita si è schierato attivamente sempre a favore della vittoria dei popoli in lotta per la loro indipendenza, che altro potevo dire o aggiungere per la lotta del popolo ucraino?

Schieratissimo per gli algerini contro la Francia, per i congolesi contro il Belgio, per i tibetani contro la Cina, per i vietnamiti contro gli Usa, per i palestinesi contro Israele, per i cecoslovacchi contro l'Urss, per gli angolani contro il Sudafrica, per gli eritrei contro l’Etiopia, per gli abitanti di Timor Est contro l’Indonesia, per gli abitanti di Grenada contro gli Usa, per gli irlandesi del Nord contro la Gran Bretagna, per i baschi contro lo Stato spagnolo, per i ceceni contro l’Urss, per i kosovari contro la Serbia, per gli afghani contro l’Urss e poi contro gli Usa, per gli iracheni contro gli Usa, per i curdi contro la Turchia… e sicuramente nella foga sto dimenticando qualche altra lotta importante per l’autodeterminazione, nel qual caso mi scuso presso i diretti interessati.

Date queste premesse di un’intera vita, che altro dovrei o potrei aggiungere per la lotta degli ucraini, senza cadere in vuoti slogan o considerazioni banali nella loro ovvietà?

3. Va anche detto che, a differenza della maggior parte delle lotte sopra elencate, questa volta gran parte dell’umanità è schierata dalla parte dei più deboli, cioè dalla parte degli ucraini contro gli invasori. Nel passato le cose non furono sempre così chiare, anche perché esisteva la penosa illusione che l’Urss e la Cina fossero paesi socialisti e per molti ciò rappresentava un freno ad esprimere solidarietà ai popoli da loro aggrediti, secondo la famigerata e orrenda teoria del «fine che giustifica i mezzi». E come all’epoca del Vietnam, oltre alla resistenza del popolo aggredito, vi sono anche movimenti di protesta in seno al paese aggressore. Mentre scrivo sono già 14.000 i russi imprigionati per aver protestato contro la guerra. Sarà infatti compito dello stesso popolo russo (come già per gli Usa del Vietnam) - e senza interventi esterni - contribuire alla fine della guerra, anche se non sarà possibile nell’immediato una vittoria degli ucraini. Ma col tempo verrà anche questa, come già per i vietnamiti, gli afghani o i cecoslovacchi.

4. Una ragione in più per tacere o mantenere un profilo defilato è il frastuono orchestrato in Rete da centinaia di siti che nella più totale ignoranza della storia mondiale del Novecento e in preda a deliri di protagonismo narcisistico, dicono le cose più disparate sul conflitto in corso, quasi tutti indaffarati a trovare delle giustificazioni all’intervento russo se non addirittura ad applaudirlo. Nel gergo di Internet sono i cosiddetti «putiniani» (schiera che includerebbe anche personaggi tra i più impensabili come Trump, Berlusconi fino all'altroieri, l’attuale metropolita ortodosso di Mosca).

A loro vanno affiancati quelli del «né coi russi né con la Nato», che è come dire: «noi viviamo sulla luna e quello che voi, governo russo, state facendo al popolo ucraino non ci riguarda perché noi siamo degli antimperialisti puri, quindi siamo anche contro la Nato e perciò non muoveremo un dito per impedirvi di proseguire il massacro: continuate pure, ma ricordatevi della nostra posizione politica equidistante e soprattutto così ben formulata…». Si ricordi comunque che questa posizione è difesa da quella stessa Rifondazione comunista che nel 2006 votò a favore della missione italiana in Afghanistan e a favore di tutte le altre missioni militari, fossero o non fossero sotto il cappello della Nato.

A questo mondo profondamente malato non vale la pena di rispondere e comunque sarebbe impossibile perché non ci si trova davanti a correnti di pensiero caratterizzate e unificate come nel passato (belle o brutte che fossero), ma davanti a una miriade sparsa di individui gesticolanti: ognuno si è fatto il proprio sito, ognuno sta pensando fondamentalmente al proprio ego, ognuno sta mettendo in pratica la propria autoglorificazione sulla scia del «io non me la bevo», già emersa tristemente con il mondo dei no-vax (che spesso e volentieri coincidono con i «putiniani»).

Questa del «io non me la bevo» è diventata ormai una delle leve principali per l’autocelebrazione del proprio io e assisteremo nel futuro a una crescita esponenziale di questo espediente «privato», al quale si può dare una netta definizione psicopatologica solo in termini di disturbi della personalità.

Del resto, come potremmo chiamare diversamente lo stato mentale di una persona che non sente sulla propria pelle le ferite non metaforiche che vengono impresse al corpo sociale di una nazione? non riesce a vedere il fratello uomo o la sorella donna nelle persone che vengono uccise in queste ore insieme ai loro figli e figlie? che razza di essere umano è un simile individuo incapace di commuoversi, incapace di solidarietà umana, incapace in fondo di essere egli stesso umano?

Può la politica assolvere tutto ciò, vale a dire questa disumanizzazione «programmatica»?

Se sì, al diavolo allora l’analisi politica se essa deve diventare un pretesto per affermare la propria bestialità verso altri esseri umani. Che dico, «bestialità»: gli animali mi perdonino, perché sappiamo che essi uccidono solo per difendersi o per nutrirsi. Mentre qui ci si trova davanti a individui mascherati da blog che glorificano i massacri in corso, addirittura inneggiano a un folle capo di Stato che ha minacciato di scatenare la guerra atomica se qualcuno gli ostacola l’aggressione. Il quale Putin è probabile che faccia la stessa fine di Berija, liquidato da una congiura dei «boiardi», cioè gli oligarchi ai quali questo ex poliziotto, staliniano e megalomane, sta facendo più danni che tutta la Comunità europea messa insieme. 

E riguardo alla minaccia nucleare lanciata da Putin, con che faccia si presenteranno i suoi improvvidi sostenitori nelle prossime mobilitazioni per il Pianeta, per il cambio climatico e tutto il resto, dopo aver trovato normale che un folle dottor Stranamore  minacci nuovamente la sterminio atomico, a 60 anni di distanza dalla paura che già si prese la mia generazione.

A questo mondo profondamente malato è comunque impossibile rispondere perché, trattandosi di una miriade di individui, occorrerebbe formulare una miriade di risposte diverse, laddove invece sarebbero molto più appropriati degli interventi terapeutici individualizzati di altra natura.

Non ha senso quindi cercare di far sentire la propria voce in questo frastuono. Ho quindi pensato di rendermi utile in una forma più modesta (del resto che altro potrei fare per aiutare il popolo ucraino nella sua lotta?), rivolgendomi ai giovani che, a differenza dei «da soli ideologici», hanno tutto il diritto di ignorare le vicende del passato che hanno portato alle tragedie del presente. Per loro quindi cercherò di far comparire su questo blog dei materiali formativi, sperando che circolino e passino di mano in mano… pardon, di video in video. Tali materiali, nella loro brevità, dovranno avere soprattutto l’effetto di stimolare la ricerca da proseguire su altri libri o saggi. Parleremo quindi del holodomor, della concezione leniniana dell’autodeterminazione dei popoli (l’unica cosa valida del patrimonio teorico di Lenin e che egli non ha mai cambiato, a differenza di tutte le altre), di Chernobyl, di piazza Maidan e, speriamo, anche della fine del conflitto.

Oggi cominciamo quindi dal genocidio dei contadini ucraini nel 1931-33: un crimine contro l’umanità non lo si dimentichi, e che tale è stato definito da alcune istituzioni internazionali. Dò quindi la parola a uno storico tra i più onesti, accurato nella sua metodologia di ricerca: il lucano Ettore Cinnella.




UCRAINA

IL GENOCIDIO DIMENTICATO

di Ettore Cinnella


[…] Ancor prima che la loro terra conquistasse l’indipendenza [nel 1991], gli ucraini all’estero equipararono a un vero e proprio genocidio nazionale quello che oggi chiamiamo holodomor [la morte per inedia imposta da Stalin agli agricoltori ucraini togliendo loro il ricavato dei raccolti e anche le semenze da piantare (n.d.r.)]. Dopo il 1991, poi, gli storici e l’opinione pubblica del nuovo Stato indipendente hanno accolto senza tentennamenti questa tesi, chiamando talvolta il martirio subìto dal loro popolo all’inizio degli anni Trenta l’«olocausto ucraino». Quest’ultimo termine a me sembra improprio e andrebbe riservato solo allo sterminio degli ebrei per mano dei carnefici nazisti. È invece lecito, e perfino doveroso, definire genocidio sociale la carestia terroristica che, nel 1932-1933, rubò la vita ad alcuni milioni - da tre a quattro - di agricoltori ucraini. Del resto, sono molti gli storici, anche russi, che concordano nel considerare un genocidio sociale la decimazione della popolazione contadina, anche ucraina, decisa da Stalin per collettivizzare le campagne. Quel che essi negano risolutamente è che il caso ucraino sia stato diverso da tutti gli altri, che cioè gli agricoltori di quella terra siano stati crudelmente puniti non solo perché contadini, ma anche perché appartenenti ad una determinata comunità nazionale.[…]

Sull’Ucraina la vendetta dell’onnipotente del Cremlino si abbatté qualche settimana più tardi che altrove, ma fu ancor più funesta, non foss’altro che per l’elevatissimo numero di agricoltori caduti  nei mesi della grande carestia, in modo simile al resto del paese: uccisi lentamente dall’inedia, falciati dalle tante epidemie, spentisi in séguito alle malattie contratte mangiando tossici surrogati di cibo o carne di carogne e di cadaveri. Sorge spontaneo, a questo punto, il quesito se possa definirsi genocidio, e di che tipo, il lento sterminio per fame di tre o quattro milioni di ucraini. […]

Gli abitanti delle campagne ucraine furono decimati in quanto contadini o subirono quel tremendo castigo anche per altre ragioni?

Rispondere alla prima domanda in modo affermativo, come si può e si deve, non chiude la questione e non appaga chi vuole indagare su quell’orribile misfatto storico. Anzitutto, assieme alla guerra senza quartiere contro i contadini, in quegli stessi anni Stalin sferrò un furibondo attacco all’intellighenzia ucraina, cioè ai custodi della memoria storica della nazione, e represse finanche il locale Partito comunista, reo di non obbedire compattamente agli ordini di Mosca.

Come interpretare tutto ciò se non come segni della volontà di annullare gli spazi di autonomia di cui l’Ucraina ancora godeva? D’altronde, proprio negli anni della collettivizzazione la coscienza patriottica dei contadini ucraini, qualunque essa fosse stata prima, fece passi da gigante individuando nel giogo sovietico e moscovita la vera causa dei mali della loro terra. […]

La coscienza nazionale dell’Ucraina contemporanea aveva preso corpo per la prima volta dopo la Rivoluzione bolscevica, quando il paese conobbe per pochi anni [1917-1922 (n.d.r.)] l’esperienza dell’indipendenza. La difficile via dell’autonomia nell’ambito dell’Urss fu percorsa negli anni ’20, ma si interruppe bruscamente in séguito alla svolta politica centralizzatrice decisa da Stalin. Il calvario del holodomor creò tra Ucraina e Russia un baratro, che non si è più colmato. Malgrado le ingenuità e le intemperanze dell’odierno nazionalismo ucraino, non si può dar torto a quanti pensano e dicono che, se non avesse fatto parte dell’Urss, l’Ucraina non avrebbe conosciuto un’esperienza annichilente come lo sterminio per fame di milioni di pacifici e laboriosi agricoltori.

La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’essere conosciuta anche da chi vuol capire qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo.

Anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia contribuisce a riaprirle, facendole sanguinare ancora una volta.

(tratto da: Ettore Cinnella, Ucraina. il Genocidio dimenticato, Della Porta Editori, Pisa 2015.)

www.utopiarossa.blogspot.com