TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


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mercoledì 11 gennaio 2023

Italia: una sinistra fatta di gruppuscoli

 


Il numero di dicembre di Le Monde diplomatique/il manifesto, dedica un corposo articolo di Hugues Le Paige al trionfo elettorale del centro-destra di Giorgia Meloni. L'articolo, molto interessante, contiene anche una riflessione, che riprendiamo, sulla crisi drammatica della sinistra.

Hugues Le Paige

Una sinistra fatta di gruppuscoli

Il Pd, al governo negli ultimi undici anni (ad eccezione dei due anni del governo Conte-Salvini), è diventato una sorta di garante delle istituzioni. È il partito che sostiene le coalizioni di unità nazionale e i cosiddetti governi «tecnici», che attuano drastiche politiche di austerità — come il governo di Mario Monti nel 2011, con il suo piano di riduzione della spesa pubblica da 20 miliardi di euro. Queste misure sono sempre presentate come inevitabili, senza alternative, apolitiche. Tuttavia, come sottolinea il politologo Arthur Borriello, «il passo indietro della politica non è altro che un'operazione politica». Da Romano Prodi, che nel 1996 ha imposto l'austerità per far sì che l'Italia rispettasse i parametri di Maastricht, fino alla coalizione guidata da Draghi, passando per Matteo Renzi e il suo «Jobs Act» che deregolamentava le condizioni di assunzione e di licenziamento, il Pd, come la maggior parte dei partiti socialisti europei, si è fuso nello stampo del social-liberismo.

Interessato più ai problemi sociali al centro delle preoccupazioni delle classi urbane benestanti che ai temi della redistribuzione, dell'occupazione e della solidarietà, il Pd ha progressivamente perso il contatto con la massa dei lavoratori precari (o meno) e dei disoccupati, nonostante in Italia le disuguaglianze stiano crescendo. Secondo l'Istituto nazionale di statistica (Istat), nel 2021 il paese contava 2,9 milioni di famiglie in condizioni di povertà relativa (con un reddito inferiore alla metà del reddito medio italiano), alle quali si aggiungono 1,9 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta — senza accesso o con accesso limitato a cibo sano, abitazioni dignitose, elettricità, istruzione e acqua potabile.

Dopo le elezioni, molti attivisti, intellettuali e dirigenti del Pd hanno avviato una forma di autocritica, mettendo in discussione la funzione puramente istituzionale del loro partito. Il Pd «si è trasformato nel portinaio sonnacchioso che dalla guardiola controlla e preserva il Palazzo», ha osservato lo scrittore Stefano Massini, in riferimento a Pier Paolo Pasolini, che aveva usato la metafora del palazzo per distinguere i luoghi del potere dal mondo popolare. Lo stesso Letta ha dichiarato all'indomani delle elezioni: «Non dobbiamo essere la protezione civile della politica.» Queste prese di coscienza tardive indicano che la strada da percorrere sarà lunga e disseminata di revisioni laceranti. Il congresso previsto per gennaio, che rischia di ridursi a una guerra di successione, non sarà sufficiente.

Mentre il Pd rimane diviso sul-la questione delle alleanze (con il Movimento 5 stelle o con il partito liberista e centrista di Renzi e Carlo Calenda) e sull'atteggiamento da tenere nei confronti del movimento pacifista, che il 5 novembre ha riunito a Roma 100.000 persone, a sinistra non prende forma nessuna soluzione alternativa. Alle ultime elezioni, Sinistra italiana, alleata ai Verdi per l'Europa, e la lista Unione popolare, che raggruppava diversi gruppuscoli politici — ma che aveva ricevuto il sostegno di Jean-Luc Mélenchon e di Jeremy Corbyn —, si sono dovute accontentare di candidature simboliche (ottenendo rispettivamente il 3,6% e P1,4%). Eppure, al di fuori della politica di partito, collettivi, associazioni e centri sociali sono attivi su diversi temi sociali e climatici, del tutto assenti dalla campagna elettorale.

In Italia la sinistra non si è mai ripresa dall'autodissoluzione del Pci nel 1991. Le sue successive metamorfosi si sono dimostrate incapaci di ricostruire un movimento combattivo. Fondato nel 2007 nella speranza di unire assieme ex comunisti ed ex democristiani, il Pd ha visto rapidamente prevalere i secondi sui primi, che da tempo avevano messo da parte la loro eredità culturale. «Il Pd è in difficoltà da quando è nato, pochi mesi prima che la crisi dei mutui subprime sconvolgesse l'ordine liberale del mondo, osserva lo storico del pensiero politico Carlo Galli (Il Manifesto, 30 ottobre 2022). (...) A quella crisi l'Unione europea ha risposto con l'austerità, che i dem hanno sostenuto (...). [Il Pd è] un partito immerso in una nebbia neoliberista, con una fiducia cieca nella globalizzazione. E quando questa è andata in pezzi, il partito è rimasto muto, non ha saputo stare dentro la ripoliticizzazione della società.» Voltando una pagina fondamentale della storia italiana — quella dell'anti-fascismo come collante della società —, la vittoria di Meloni ha gettato una luce impietosa sullo stato della sinistra italiana, alla disperata ricerca di una nuova identità.

Le Monde diplomatique/il manifesto – dicembre 2022

giovedì 21 luglio 2022

L' Italia dei furbi

 


L' Italia dei furbi

Borsa in caduta libera, spread in salita, i BTP italiani considerati carta straccia. E questo per difendere gli interessi di balneari, taxisti e fancazzisti 5 Stelle. Cioè di tutti coloro che pensano che lo Stato sia una vacca da mungere, che le tasse siano un arbitrio, che le rendite di posizione siano diritti da difendere a ogni costo. Insomma, l'eterna Italietta prima fascista, poi democristiana, poi berlusconiana, oggi populista. 

Troppo serio Draghi per una Italia che ha i suoi punti di riferimento in Salvini o Conte. Quelli del tanto prendiamo i soldi dell'Europa poi per le riforme si vedrà. L'Italia dei gattopardi, di quelli che a parole vogliono cambiare tutto perché non cambi niente. 

All'estero non capiscono, ma che il governo Draghi avesse i giorni contati si poteva capire già da questo titolo di Repubblica all'indomani delle elezioni di giugno. La coerenza costa voti, la protesta peronista ne porta. Meloni docet.

E così se ne va un uomo onesto e capace, mentre restano i furbi e i farabutti. Ne pagheremo presto il prezzo. E sarà salato.

giovedì 15 aprile 2021

2001. Un anno di politica italiana


Il quaderno raccoglie gli articoli apparsi sul mensile "L'Internazionale" per l'anno 2001.

martedì 6 aprile 2021

Franco Astengo, Un «nuovo soggetto», la campana suona per tutti

 


Franco Astengo

Un «nuovo soggetto», la campana suona per tutti

Sinistra. È evidente che non basta un “populismo gentile” autarchico, funzionale a recuperare un po’ di voti per contare al tavolo della spartizione elettorale e non è sufficiente neppure affrontare lo schema "della frammentazione e del minoritarismo del piccolo gruppo, dei pochi ma buoni, del benaltrismo senza fine"

Perché da più parti stiamo reclamando l’apertura di un confronto a sinistra finalizzato a costruire una nuova soggettività ? A giudizio di alcuni (forse molti) è arrivato il momento di capire perché può ancora servire una sinistra in grado di svolgere un ruolo incisivo nel mutamento in atto delle condizioni politiche e della dimensione sociale, fornendo anche un contributo di riaggregazione su entrambi i fronti sociale e politico.

La ragione di questa richiesta non risiede semplicemente nel cercare di far sì che si esca da una fase di irrilevanza per questa frantumata sinistra, una irrilevanza che si accompagna ad una vera e propria “apatia sociale” che sembra pervadere il Paese.

Eppure questa richiesta di ricerca di soggettività non deve essere intesa come un semplice richiamo politicista il cui scopo sarebbe quello di realizzare un recupero di presenze istituzionali per ricostruire così quello che potremmo definire un “ceto politico” mascherato da “classe dirigente” (un film già visto in questi anni dalle parti di PD, Lega, M5S). Neppure serve partire da uno schema di alleanza politica stipulata semplicemente per “fermare la destra” e tanto meno da ipotesi preventivamente “governista”.

I nodi sono due, ineludibili: l’autonomia ideale e politica, la tensione egemonica. Il discorso sulle alleanze può soltanto essere sviluppato sulla base di poter disporre di questi due fondamentali elementi distintivi. Si tratta di riflettere ed esprimere una capacità di proposta per metterci in condizione di affrontare temi aperti come interrogativi (per i quali chi scrive ovviamente non dispone di risposta):

1) ”Ha vinto Amazon”, così Miguel Gotor conclude il suo “L’Italia nel novecento” appena uscito da Einaudi e che può essere giudicato come un “articolato affresco”. A questa affermazione “Ha vinto Amazon” lo sciopero di qualche giorno fa ha aggiunto un punto interrogativo: e su quel punto interrogativo dovremmo lavorare. E’ il caso allora di chiederci: siamo ineluttabilmente diretti verso un indirizzo di “democrazia pilotata” racchiusa in un orizzonte di egemonia tecnocratica? Con quali strumenti possiamo contrastare l’estensione dei meccanismi di sfruttamento che pesano sulle espressioni quotidiane e vitali frutto della complessità di contraddizioni delle quali fino a qualche anno fa avevamo vago sentore e che adesso sono esplose anche in forme del tutto impreviste (come quelle dettate da un’emergenza sanitaria globale che non si concluderà nel momento di un allentamento della morsa epidemica) ? Può essere ancora possibile proporre un’alternativa allo sfruttamento complessivo esercitato dal dominio tecnocratico?;

2) Come si sta ristrutturando in Italia il complesso dei poteri nel momento in cui si sta trasformando il quadro globale? Un quadro globale (quello che Limes definisce “caoslandia”) segnato dall’idea di una “nuova alleanza” dell’Occidente patrocinata dalla presidenza americana. L’esito delle elezioni statunitensi ha chiuso sia la fase del “gendarme del mondo” e quella della “America first” e si trova a dover fronteggiare contemporaneamente una superpotenza in grado di competere sul piano economico e, nel contempo, la costruzione di una articolazione non prevista di schieramento (a partire dal ripresentarsi di una faglia est/ovest all’interno dell’Unione Europea).

Allora come si articola attorno a questi elementi l’insieme del sistema di potere economico e politico del nostro Paese dopo gli sbandamenti del governo giallo verde, la Brexit, l’apertura già ricordata di una frattura Est/Ovest all’interno dell’Unione Europea, la parte orientale del Mediterraneo in mano russo/turca e tutto il resto che sta cambiando in una situazione di vera e propria corsa al riposizionamento strategico?

Insomma: non è un capriccio chiedere con forza l’apertura di una discussione di fondo all’interno di ciò che rimane della sinistra italiana intorno al tema della possibile costituzione di una soggettività adeguata, di ricostruzione di una identità posta al di fuori da stilemi ormai evidentemente inadeguati.

È evidente che non basta un “populismo gentile” autarchico, funzionale a recuperare un po’ di voti per contare al tavolo della spartizione elettorale e non è sufficiente neppure affrontare lo schema “della frammentazione e del minoritarismo del piccolo gruppo, dei pochi ma buoni, del benaltrismo senza fine.”

La campana suona per tutti, ha scritto Norma Rangeri, ma dobbiamo disporci per non farla suonare invano.

Il manifesto, 6 aprile 2021

domenica 23 febbraio 2020

Da Greta alle Sardine, un nuovo modo di fare politica

L'incontro avrà inizio alle ore 16.00

domenica 26 gennaio 2020

Il dovere di scegliere da che parte stare



Nel 1933 nella Germania di Weimar la sinistra si presentò divisa alle elezioni. Per i comunisti il principale nemico non erano i nazisti ma i socialdemocratici. Una lezione che ancora oggi non è stata assimilata da una sinistra parolaia e massimalista, capace di grandi proclami, ma di scarso realismo politico.

Il dovere di scegliere da che parte stare

Norma Rangeri

Il voto utile è spesso un ricatto, un forte limite alle scelte libere di chi vuole essere presente nelle istituzioni e viene condizionato, nel diritto alla rappresentanza, dalle decisioni politiche altrui. A volte però diventa necessario. Perchè può essere davvero determinante non solo per evitare una sconfitta, ma soprattutto per non “regalare” un territorio, una storia, a chi è non un avversario ma un nemico pericoloso: per i cittadini, per i diritti civili e sociali, per la cultura e la democrazia. Per il paese tutto.
Quel che è stato fatto e detto – dalle posizioni ostili sull’immigrazione alle decisioni contro le Ong, dal rifiuto delle diversità all’odio scatenato via web, dalle strumentalizzazioni dei bambini allo squadrismo del citofono – incarna il promemoria di quel che Salvini, Meloni e Berlusconi (si, ancora lui) potrebbero scatenare nella società e nelle istituzioni.
Per questo l’utile diventa doveroso. E oggi chi vive in Emilia-Romagna e appartiene al mondo democratico ha il dovere di non consegnare la Regione alla peggiore destra della Storia italiana. In ballo non c’è soltanto la presidenza regionale, ma il governo nazionale, non si discute di buona o cattiva amministrazione, gestita da decenni dal centro sinistra, ma il futuro, il cambiamento, la convivenza civile. Dentro il voto c’è poi il senso di appartenenza ad una società che ha spesso interpretato la parte più avanzata della comunità nazionale. Possiamo dire che in Emilia-Romagna vive un forte sentimento popolare, diffuso, radicato, profondo. La più chiara espressione di questo “vivere sociale” l’ha manifestata il movimento delle Sardine, che ha raccolto intorno a sé la migliore gioventù e le generazioni over 60 che hanno sempre scelto come “campo politico” quello democratico.
Grande sarebbe la responsabilità che ricadrebbe dunque sui 5Stelle – e sulle minoranze di sinistra/sinistra – se le destre dovessero prevalere a causa di una volontà di autoaffermazione, di un presenzialismo distruttivo, della miopia politica di chi pensa che Bonaccini e Borgonzoni pari sono. Sarebbe perciò imperdonabile negare il voto disgiunto, che appunto consente di essere fedeli al proprio partito ma non ciechi di fronte alle possibili conseguenze che potrebbe determinare una manciata di voti.
Lo stesso ragionamento vale anche per la Calabria, dove si sfidano Pippo Callipo, un candidato civico largamente stimato, e Jole Santelli, una berlusconiana ripescata: girarsi dall’altra parte, oltretutto in una terra sfigurata dalla n’drangheta, dove i magistrati vivono sotto scorta, sarebbe un drammatico errore.
Tutto questo non cancella le responsabilità delle amministrazioni regionali a guida Pd. Come appunto dimostrano la crisi calabrese e la recente, storica sconfitta in Umbria. Perchè nel campo democratico c’è una questione morale, sono troppi gli errori gestionali, manca una prospettiva di reale cambiamento, prevalgono ancora le lotte di potere, scarseggia una politica di forte difesa dei diritti sociali e dell’ambiente. Ma oggi la partita è diversa, se non si vuole trasformare l’Italia in un grande Papeete al ritmo del Bunga-Bunga.

il Manifesto, 26 gennaio 2020

mercoledì 15 gennaio 2020

"Il rosso non è il nero"


lunedì 5 marzo 2018

E' la democrazia, bellezza. Potere al popolo


    (Da L'espresso del 4 marzo 2018)

E' la democrazia, bellezza. Potere al Popolo


Che il voto rispecchi lo stato d'animo di un paese è un dato tanto ovvio da essere quasi banale. E allora perchè stupirsi di ciò che è appena accaduto nelle urne? Saranno contenti i sostenitori dell'esistenza di una società civile contrapposta alla politica. Oggi questa frattura, ammesso che ci sia mai stata, è finalmente ricomposta. Mai come ora si può dire come gli antichi romani, che di casini elettorali se ne capivano, Vox populi, vox dei.

L'Italia degli odiatori maniacali su Facebook, il paese dei creduloni nelle scie chimiche e nella nocività dei vaccini, il popolo degli evasori fiscali, dei costruttori abusivi, degli imprenditori spregiudicati che non vogliono controlli e regole; l'Italia dei talkshow televisivi, degli urlatori di professione e dei cacciaballe, il paese dei “non sono razzista, ma”, il popolo di chi pensa che ci vorrebbe di nuovo Mussolini, la massa di chi parcheggia sul posto dei disabili “tanto è per un minuto”, di chi lascia l'auto in doppia fila per andare al bar; in una parola, l'Italia dei furbi, degli analfabeti orgogliosi di esserlo, degli insofferenti delle regole ha finalmente un'adeguata rappresentanza politica.

Vedremo cosa sapranno fare. Per ora auguriamo Buona fortuna a tutti gli altri. Ne avranno davvero bisogno.

venerdì 6 maggio 2016

Non ci piace Salvini, ma i libri non si bruciano



Non ci piace Salvini, ma i libri non si bruciano

Non ci piace Matteo Salvini e il suo modo di cercare il consenso giocando sulle paure di un'Italia disorientata, ma ci piace ancora meno quello che è avvenuto a Bologna.

Forse qualcuno dovrebbe ricordare ai giovani “alternativi” del Collettivo Hobo di Bologna che erano le camice brune naziste a distruggere pubblicamente i libri e l'arte “degenerata”.

Distruggere i libri come atto politico esemplare non ci appartiene, non è parte della nostra storia. E' solo l'ennesima riprova di come la mancanza di memoria storica e di cultura generi mostri anche a sinistra.


Vento largo

domenica 31 gennaio 2016

''Si può ancora parlare di sinistra oggi?''



Lunedì 1 febbraio 2016
alle ore 20.45
presso la S.O.M.S. “Abba” di Cairo Montenotte (SV)

''Si può ancora parlare di sinistra oggi?''
Primo incontro del seminario tematico organizzato dalla associazione INTRABORMIDA

Relatore Giorgio Amico
Moderatore Giovanni Moreno


Rosa Fenoglio

Si può ancora parlare di sinistra oggi?” Riflessione collettiva interrogando la politica

“Libertà e eguaglianza sono termini concettualmente e assiologicamente molto diversi anche se spesso ideologicamente congiunti” scriveva Norberto Bobbio nel 1995. La riflessione del grandissimo (anche se attualmente quasi dimenticato) filosofo torinese presente nell’opera “Libertà e uguaglianza” è mossa dalla volontà di pensare i concetti e le parole che utilizziamo, mettendoli in discussione e dimostrando come spesso non corrispondano ai significato che attribuiamo loro.

Il ciclo di seminari tematici “Eredità e attualità delle ideologie” organizzate dal consigliere comunale Giovanni Moreno, portavoce di Intrabormida, si pone sulla medesima linea di riflessione e di autoriflessione. Il primo appuntamento “Si può ancora parlare di sinistra oggi?”, tenuto da Giorgio Amico si terrà lunedì primo febbraio alle 20.45, presso la S.O.M.S. di Cairo, indirizzato specificatamente ai giovani, si pone l’obiettivo di ripensare la “sinistra”, come termine e come concetto.

«La scelta della S.O.M.S. come luogo di dibattito non è casuale: vogliamo ricordare l’importanza che le società operaie hanno avuto durante il secolo scorso e la loro funzione di officine di quei fermenti che hanno portato al consolidamento delle ideologie politiche che saranno argomento di discussione nei seminari» Il dibattito, spiega Amico : «Sarà semplice, finalizzato alla riflessione. Non verranno fornite ricette, ma chiavi di lettura per ripensare e rivedere alcuni concetti»

Alla riflessione storica si sovrapporrà un’analisi della contemporaneità per riconsiderare termini cardine del pensiero di sinistra come la solidarietà, il pacifismo e il ruolo dei governanti. «Verrà riconsiderata la posizione gramsciana secondo la quale il governo del paese sarebbe stato a portata di ogni cuoca» riprende Amico e continua: «Personalmente non  condivido la posizione né allora né oggi. In un mondo ogni giorno più complicato la capacità e la preparazione sono sempre più necessari. Anche la questione dell’immigrazione verrà problematizzata: non sono ammissibili, infatti, sia le posizioni razziste e inumane, ma neanche il semplice buonismo».

    Salone della Società Operaia "Abba"

La parola “sinistra” ha ancora senso? Massimo Cacciari da trent’anni sostiene di no. In una recente intervista a “Repubblica” dichiara: “A me hanno insegnato che una parola ha senso all’interno di una frase, non da sola. Sinistra era una parola della fase keynesiana, democratico-antifascista, che non ci serve più, non ci sono più i fascisti , siamo tutti democratici. Se insisto a dire sinistra, mi porto dietro una “dicotomia” che è segnata dalla storia, mi ancora a un passato.   

Giorgio Amico si ricollega, invece, alla posizione di Bobbio, associando alla destra e alla sinistra il concetti di “Io” e “Noi”, rispettivamente legati a sistemi politici liberisti o socialisti. La libertà indicherebbe uno stato individuale che non richiede altro per sussistere mentre l’eguaglianza è un concetto di relazione, che acquista senso solo posto insieme ad altre entità. “X è libero” è una frase che esprime un significato; “X è eguale” no. Dichiara Agosto: «Naturalmente è necessario rivedere le posizioni e i termini per reimpostare i problemi, ma continuo a credere che la differenza tra un sistema fondato sull’Io o sul Noi rimanga, ancora oggi, un discrimine politico e culturale fortissimo».

I prossimi appuntamenti, che verranno segnalati e approfonditi, si svolgeranno lunedì 22 febbraio con l’incontro “I cattolici e la questione politica” (relatore: Nico Cassanello) e lunedì 7 marzo si svolgerà il tema “Federalismo: storia di un’utopia” (relatore: Guido Araldo).

Carta Bianca – 04/2016 - 26 gennaio 2016


mercoledì 15 luglio 2015

Sputi in faccia e porcate: il PD e la Centrale di Vado




Pubblichiamo una pagina de Il secolo XIX di oggi che riporta i colloqui telefonici fra il presidente della regione, esponenti PD di governo, funzionari, amministratori e tecnici preposti alla tutela della salute su come sbloccare la Centrale elettrica di Vado e (parrebbe di capire) mettere fuori gioco i magistrati che stanno indagando su centinaia di morti per tumore.

Non commentiamo, nè diamo giudizi sulle persone. I fatti parlano da soli.

Come bene hanno capito i liguri alle ultime elezioni regionali.

Vero Paita?




mercoledì 12 novembre 2014

Alberto Cane, Povera mia Liguria



Riprendiamo dal bel blog (che invitiamo tutti a visitare) di Alberto Cane, grande fotografo e amico di Vento largo, questo post che condividiamo interamente e che ci pare la cosa migliore per capire quanto accade oggi in Liguria. Altro che le dichiarazioni ridicole sull'abusivismo di un ministro fantasma, qui della cementificazione di un'intera regione con l'avallo di chi governa e di chi sta all'opposizione (PD-PDL) si tratta!

Alberto Cane

Povera mia Liguria

Ripubblico questo post del luglio 2008. Da allora qualche politico e qualche imprenditore citato nel libro ha varcato le patrie galere, da allora qualche porto in costruzioine è diventato una cattedrale nel deserto (umido), da allora la politica poco o niente ha fatto per combattere l'incultura criminale che saccheggia la Terra, la nostra terra di Liguria.

Quando frequentavo il liceo e prendevo la corriera per Ventimiglia, superato Camporosso mi appariva la visione del mare. Poi, condominio dopo condominio, non rimase nemmeno più un buco di azzurro. Cemento, nient'altro che cemento a formare una muraglia impenetrabile e odiosa. Il naturale skyline che avevo visto fin da piccolo si era trasformato in un artificiale skifoline. Sagome accatastate in maniera casuale senza capo né coda

Questo un'era fa. L'altro giorno viaggiavo sul treno che da Genova porta a Nizza e osservavo con interesse l'espressione di una giovane donna che sedeva di fronte a me. Dal finestrino scorrevano uno dietro l'altro anonimi palazzi su anonimi palazzi, distanti l'uno dall'altro sì e no un metro. Sembrava di essere nella brutta periferia di una qualsiasi metropoli. Lei si accorse che la stavo guardando e mi indicò quello spettacolo indegno con un dito. Non ci fu bisogno di parole.

Dopo essersi appropriati con i denti della rara terra vicino al mare, dopo aver sbancato, famelici, colline e colline più a monte, adesso i pescecani del cemento armato si stanno impadronendo del mare. Si sa che la voracità non ha limiti.

Proprio di questo parla un libro inchiesta uscito da pochi giorni, Il partito del cemento, scritto da due bravi giornalisti, Ferruccio Sansa e Marco Preve. E la storia documentata, punto per punto, dei maneggi che si svolgono nei retrobottega della politica frequentati da imprenditori e banchieri, quasi tutti prima o poi inquisiti, qualcuno passato anche per le patrie galere, che intrecciano con gli amministratori pubblici rapporti quantomeno dubbi e quantopiù indecenti e sul filo dell'illegalità. 

Non c'è differenza tra destra e sinistra, i veri inciuci sono questi, fatti sottobanco, molto più pericolosi per la democrazia di quelli dichiarati alla luce del sole che generano scandalo solo negli sprovveduti. 



Nel libro si parla delle furbate per aggirare le leggi, come quella, che sarebbe ridicola se non fosse troppo seria, delle torri antincendio che diventano ville, dello spregio cinico di questa classe dirigente per questa terra bellissima che ha trasformato, nell'arco di un cinquantennio, in una regione che si sta estinguendo. Si estingue nei posti di lavoro, nella popolazione, nella cultura, e rimane, di quello che era stata, solo uno struggente ricordo.

Vogliono impadronirsi del mare dunque. E lo fanno costruendo porti ovunque, grandi, medi, piccoli. I posti barca nel 2000 erano in totale 14.500, nel 2008 sono diventati 20.500 ed è già pronto un piano per altre ottomila imbarcazioni. Porti vuol dire anche appartamenti, centri servizi, centri commerciali, negozi. Follia pura. Chi frequenta queste coste conosce, solo per dirne una, i problemi snervanti dei parcheggi e delle code chilometriche sull'Aurelia, che esistono anche in quelle cittadine che il porto non ce l'hanno, come Ventimiglia, ma che fra un po' l'avrà anche lei e allora voglio proprio vedere dove metteranno le macchine. L'ho già detto e lo ripeto. Follia.

Il libro scava a fondo sui due potentissimi Claudii. Claudio Scajola, ex DC ora Pdl, ministro del governo Berlusconi, e Claudio Burlando, ex PCI ora Pd, presidente della Regione. Si scoprono così intrecci insospettati nelle varie amministrazioni pubbliche, nei cda della miriade di società, e legami di sangue che diventano ragnatele di un potere come al tempo del Medio Evo.

Dopo la lettura si potranno avere reazioni diverse. C'è chi disgustato si allontanerà definitivamente dalla politica visto il degrado infimo a cui è arrivata, c'è chi si indignerà come non mai e farà di tutto per diffondere le notizie che ha letto, e ci sarà anche chi si darà da fare per impedire questo scempio. Alla fine del libro c'è un capitolo ad hoc "Prontuario anticemento".


martedì 1 luglio 2014

Difendere i piccoli migranti



Quando si capirà che il fenomeno dei migranti non è una emergenza temporanea, ma un fattore strutturale di una economia globalizzata che produce barbarie? In una parola, il lato oscuro (assieme alla guerra e al disastro ambientale) di un capitalismo senza più avversari. Riprendiamo un intervento (di qualche tempo fa ma purtroppo attualissimo) di Raffaele Salinari che dimostra come sia possibile intervenire concretamente già da ora iniziando dalla tutela dei bambini. 

Raffaele K. Salinari

Protezione internazionale per i piccoli rifugiati

Solo l’estrema disperazione può spingere dei genitori ad affidare a dei trafficanti di esseri umani senza scrupoli i propri figli, sapendo che lì da dove vengono per loro non c’è futuro ma che dove vanno forse non arriveranno mai.

Eppure spinti da una volontà di vita e di libertà, oramai sono migliaia i minori stranieri non accompagnati, MSNA, così si chiamano in gergo giuridico i bambini migranti senza un adulto che li accompagni, ad intraprendere un’avventura rischiosissima pur di far brillare ancora nei loro occhi la scintilla della speranza di un domani migliore, fatto di accoglienza e diritti.

Ieri, ma non è né la prima né certamente l’ultima volta, erano in maggioranza ragazzini gli immigrati somali sbarcati a Porto Empedocle. Su un totale di 97 persone 61 erano minori stranieri non accompagnati.

Ma, a farci capire, se fosse ancora possibile vedere con gli occhi ciò che ci sta sotto gli occhi, la portata epocale delle ingiustizie che vivono ogni giorno queste popolazioni, sull’imbarcazione c’erano anche 16 donne, comprese 5 incinte di cui una al nono ed una all’ottavo mese.

Di fronte a questa ordinaria normalità dovuta alla globalizzazione ineguale che stiamo vivendo, e molti subendo, la politica, specie quella italiana, in occasione delle imminenti elezioni europee, si deve interrogare sul suo ruolo e sulle possibili soluzioni che possono essere riassunte in alcuni punti ben precisi.

A livello europeo, in vista del semestre italiano: riconoscimento del fenomeno dei minori migranti quale assoluta priorità per tutta l’Unione Europea che deve essere affrontato sulla base del principio chiave di una loro effettiva ed efficace protezione, indipendentemente dal Paese di arrivo. Per farlo effettivamente bisogna modifica il cosiddetto «Sistema Dublino» che scarica sul primo Stato membro di arrivo tutto l’onere non solo dell’accoglienza ma della verifica dello status di rifugiato o richiedente asilo.

Questa necessaria revisione dovrebbe portare in primis ad aprire veri e propri corridoi umanitari per permettere ai minori in fuga un approdo sicuro; in seconda battuta armonizzare il sistema di accoglienza in Unione Europea così da mettere fine alla circolazione irregolare di minori a rischio di sfruttamento ed al respingimento di madri con bimbi alle frontiere.

A livello Italiano è necessario velocizzare la messa a punto di una Banca Dati per la mappatura delle disponibilità in tempo reale dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati su tutto il territorio nazionale, così da evitare blocchi e sovraesposizione al fenomeno di talune Regioni soltanto.



Per questo la Banca Dati deve essere sostenuta dalla garanzia, in tempi brevi per i Comuni ospitanti, dell’accesso sicuro alle coperture finanziarie di cui al Fondo Nazionale per l’Accoglienza dei Minori Stranieri così da sbloccare il sovraffollamento dei migranti in poche regioni, ormai al collasso. Per tutto questo serve un Piano Nazionale e procedure organiche a livello Paese per l’accoglienza dei minori migranti, che adottino parametri atti a garantire la tutela del «superiore interesse del fanciullo» come dice l’ONU, in tutte le fasi di accoglienza, assicurando in questo modo la concreta attuazione alla Risoluzione del Parlamento UE del 12 settembre 2013, in particolare per quanto attiene alle procedure di accoglienza dei MSNA e per le procedure di determinazione della minore età.

Ma, al di là delle leggi da sistematizzare o da far applicare, l’esperienza ci dice che è fondamentale riconoscere l’importanza strategica delle prime 48 ore di accoglienza garantendo al minore sin da subito una sistemazione in luogo salubre e protetto.

Questo implica una qualità dell’accoglienza sin dalle prime ore dallo sbarco, con una forte rassicurazione circa la loro posizione legale e sociale in Italia, che li aiuti a sentirsi accolti e ascoltati così da evitare il rischio di decisioni affrettate che portino ad autolesionismi o alla fuga.

Questo significa garantire a ciascun minore la pronta nomina di un Tutore che lo assicuri sull’effettiva pieno godimento dei diritti riconosciuti dalla normativa. Tutto questo si può e si deve fare, senza aspettare che altri morti misurino la già scarsa tenuta di quella amorfa cosa che chiamiamo valori occidentali.


Il Manifesto – 13 maggio 2014

venerdì 6 giugno 2014

Politici e padroni si mangiano l'Italia, ma la polizia se la prende con i ragazzi dei centri sociali. Noi stiamo con il Buridda!



Mentre bande di delinquenti in giacca e cravatta (vedi solo per citare gli ultimi i casi Carige-Berneschi, Scajola, Expo, Mose) si spartiscono beni e denari pubblici con l'avvallo di partiti (che sempre più assomigliano a organizzazioni a delinquere) e rappresentanti delle Istituzioni (messi lì da quegli stessi partiti a garantire che gli affari procedano), lo Stato si accanisce a Roma, a Genova, in Valle Susa contro chi cerca di dare risposte concrete ai problemi dei giovani e della gente (dalla casa al bisogno di aggregazione). E allora fioccano gli arresti e le accuse addirittura di terrorismo. Una volta, quando eravamo giovani ed estremisti, lo definivamo lo Stato dei padroni. Oggi, ormai vecchi, sempre più pensiamo che avevamo ragione quando avevamo torto.


Katia Bonchi

A Genova Buridda sgomberata, blitz e corteo di protesta

«Non ne sape­vamo niente». Il comu­ni­cato stampa dif­fuso ieri mat­tina dal Comune di Genova dopo lo sgom­bero del Labo­ra­to­rio sociale Buridda è stato reci­tato come un man­tra dalla giunta Doria o, quan­to­meno, dagli asses­sori che si sono resi repe­ri­bili. Sì per­ché il sin­daco, in tra­sferta a Roma per la deli­cata ver­tenza Piag­gio, non ha com­men­tato nep­pure a distanza la nuova e pesante frat­tura con la città, dopo l’affaire De Gen­naro. Quella di Doria e, sulla carta, la giunta più a sini­stra che abbia mai ammi­ni­strato la città della Lanterna.

Il Labo­ra­to­rio sociale Buridda è, o meglio era, uno spa­zio sociale attra­ver­sato da undici anni da realtà di ogni tipo. Un luogo da sem­pre aperto alla città dove fino a ieri ave­vano sede labo­ra­tori arti­stici, una pale­stra di for­ma­zione cir­cense, una di boxe, una sala di posa, un labo­ra­to­rio di seri­gra­fia e di gra­fica, una sala di tea­tro, cinema, pre­sen­ta­zioni di libri. Geno­vesi, e non, hanno affol­lato gli spazi di via Ber­tani per il festi­val delle auto­pro­du­zioni o per l’appuntamento più atteso, il Cri­ti­cal Wine.

L’ex sede della Facoltà di Eco­no­mia e Com­mer­cio di via Ber­tani, la cui pro­prietà era pas­sata al Comune di Genova poco dopo l’occupazione del 2003, è uno spa­zio di circa 6 mila metri qua­dri in uno dei quar­tieri «bene» della città. Com­mer­cial­mente è molto appe­ti­bile. Un vero «teso­retto» per le casse sem­pre vuote di Tursi se fosse riu­scito a ven­derlo. Anche per que­sto la giunta dell’ex sin­daco Marta Vin­cenzi ini­ziò nel 2010 una trat­ta­tiva con i cen­tri sociali geno­vesi che pre­ve­deva alcuni spo­sta­menti e «rego­la­riz­za­zioni». Per la Buridda era pre­vi­sto il tra­sfe­ri­mento negli spazi dell’attuale mer­cato ittico di Piazza Cavour, una volta che il mer­cato fosse stato spo­stato altrove.Con il cam­bio di giunta, il per­corso si è interrotto.

Il Comune di Genova sostiene di non avere più i soldi per tra­sfe­rire il mer­cato. L’assessore alla Lega­lità e ai Diritti Elena Fio­rini ha pro­po­sto agli occu­panti di «accon­ten­tarsi» dei pic­coli locali sopra al mer­cato. La pro­po­sta è stata rispe­dita al mit­tente. «Trat­ta­tiva are­nata su posi­zioni troppo diverse» ha con­fer­mato l’assessore. A fine 2012 è arri­vato il decreto pre­ven­tivo di seque­stro dell’immobile fir­mato da un giu­dice ormai in pen­sione e rima­sto per oltre un anno e mezzo sulla scri­va­nia del Que­store. Nel frat­tempo, due aste per la ven­dita dell’edificio sono andate deserte. «È suc­cesso che il Pd ha preso il 41% dei voti» rispon­dono i ragazzi del Buridda.

Mar­tedì scorso, nel comi­tato per l’ordine e la sicu­rezza pub­blica a cui hanno par­te­ci­pato il sin­daco di Genova Marco Doria e l’assessore Fio­rini, la «pra­tica» Buridda è riap­parsa magi­ca­mente sul tavolo. Da Tursi giu­rano: «Non sape­vamo che aves­sero inten­zione di sgom­be­rare oggi». Secondo alcune indi­scre­zioni, sarebbe stato pro­prio il sin­daco a dare l’ok allo sgom­bero. Indi­scre­zioni pesanti, che hanno fatto il giro della città sca­te­nando iro­nia e indi­gna­zione. Il vice sin­daco Pd Ste­fano Ber­nini, a sgom­bero ancora in corso, ha affer­mato che per il Buridda «oggi il com­pra­tore c’è». Dichia­ra­zioni che hanno sca­te­nato la rab­bia dei gio­vani dei cen­tri sociali.

Nel pome­rig­gio hanno dato vita a un lungo cor­teo per le vie del cen­tro con un mini blitz finale al cir­colo del Pd del cen­tro sto­rico: un por­tone aperto a calci, diverse scritte e qual­che sedia rove­sciata. Pochi danni, ma un mes­sag­gio chiaro: l’obiettivo della pro­te­sta resta il sin­daco, accu­sato di aver «tra­dito» le istanze sociali di cui sem­brava essersi fatto por­ta­tore e di non essere capace di instau­rare un vero dia­logo con la città. «Marco Doria come Sca­jola, nean­che lui lo sapeva» uno degli slo­gan lan­ciati dal cor­teo. «Que­sto è uno di quei momenti dove manca la voce e non solo di Don Gallo – ha com­men­tato Dome­nico Chio­netti della Comu­nità di San Bene­detto — un vuoto dif­fi­cile da col­mare , ma è chiaro da che parte stare».


Il Manifesto – 5 giugno 2014


giovedì 26 settembre 2013

Erri De Luca: Sabotaggio quando la memoria aiuta



E' notizia di oggi l'apertura di indagini riguardo alle dichiarazioni del filosofo Gianni Vattimo e dello scrittore Erri De Luca sui fatti della Val Susa e il sabotaggio. Soffia di nuovo una brutta aria che ci ricorda gli anni '70 e la repressione militar/giudiziaria del dissenso. Ancora una volta occorre decidere da che parte stare. E il nostro modo di farlo è cercare di fare chiarezza. Cosa vuol dire “Sabotaggio” e cosa c'entra con la lotta per il lavoro e la democrazia? E' davvero assimilabile al terrorismo? A queste domande rispondiamo riproponendo l'intervento di Erri De Luca che ha scatenato la polemica e una nostra piccola nota storica.

Erri De Luca

Sabotaggio, quando la memoria aiuta

Uno storico ufficiale, stipendiato per trasmettere storia, che trascura i fatti a beneficio di una sua tesi, commette omissione in atti di suo ufficio. Stabilito questo, non sono uno storico ma ho il vantaggio di avere buona memoria. Negli anni '70 ho fatto parte di una organizzazione rivoluzionaria di nome Lotta Continua che interveniva attivamente nelle lotte di fabbrica, sotto la guida di intellettuali e di operai. Nacque e si ramificò negli impianti industriali del nord. Un paio di strofe di canzoni politiche di allora: «Sabotar la produzione, non c'è altra soluzione» (Canzoniere del Potere Operaio di Pisa). «Pensa un po', pensa un po': avvitare due bulloni e il terzo no».

Nelle officine di quegli anni si cominciarono a praticare forme di sabotaggio della produzione che rafforzarono enormemente il potere contrattuale degli operai: il salto della scocca, gli scioperi a gatto selvaggio. Il salto della scocca era un'operazione di montaggio non effettuata del singolo pezzo in transito sulla postazione di lavoro. Faceva impazzire i reparti di lavorazione a valle. Sciopero a gatto selvaggio: senza preavviso interrompeva brevemente e a casaccio le lavorazioni di piccole unità, imballando tutta la linea di produzione a monte e a valle. Erano forme di lotta che costavano poco agli operai e molto al padronato.

Sono stato operaio in quei capannoni, ho visto, ho praticato. Da quelle interruzioni partivano i cortei interni dentro la fabbrica che andavano a bloccare anche i reparti che continuavano a lavorare. Il chiasso delle officine veniva sovrastato dal frastuono di un corteo di operai che s'ingrossava a torrente finendo in un'assemblea spontanea. Gli operai prendevano così la parola e non la restituivano. I grandi impianti a catena di montaggio erano efficienti ma fragili di fronte a queste nuove forme di lotta. Questa pratica diffusa era un dichiarato sabotaggio della produzione e procurò la grande ondata di lotte operaie degli anni '70 , vincenti e di massa. Successe così in Italia il più forte decennio di riscatto della manodopera industriale di tutto l'occidente.

Quelle lotte massicce per quantità e compattezza produssero contratti di lavoro favorevoli, imponendo aumenti in paga base uguali per tutti, bonifiche di ambienti lavorativi malsani come i reparti di verniciatura. Di recente scioperi a gatto selvaggio sono stati indetti e praticati dai sindacati metalmeccanici degli stabilimenti Indesit di Melano e Albacina. Basta un po' di memoria di testimone per mettere la parola sabotaggio dentro la più certa tradizione di lotta operaia. Uno storico che si permette di ignorarla è un rinnegato della sua professione.

Il manifesto 15 settembre 2013



Giorgio Amico

Lotta operaia e sabotaggio. I Molly Maguires

Verso la metà dell'Ottocento una grande ondata migratoria partì dall'Irlanda diretta verso gli Stati Uniti. Questi uomini fuggivano la fame e l'oppressione coloniale inglese. Cercavano lavoro e libertà, finirono nel West a costruire ferrovie o nelle miniere di antracite della Pennsylvania.

Scoprirono presto che l'America sognata poteva essere tanto oppressiva quanto l'Irlanda da cui erano fuggiti. Discriminati perchè cattolici, ridicolizzati come ubriaconi e attaccabrighe, gli unici lavori che trovarono furono i meno pagati e i più pericolosi, quelli che nessuno voleva fare.

Molti si arruolarono nell'esercito e finirono a combattere i nativi nel West; i film di John Ford li resero immortali, ma erano oppressi che combattevano altri oppressi. I più si trovarono a scavare carbone in miniere prive di ogni misura di sicurezza, senza diritti.

The Molly Maguires (1970)



















Poichè la legge vietava ogni tipo di associazione operaia, i più coraggiosi e decisi fra loro costruirono un'organizzazione segreta, L'antico Ordine degli Iberni. Il loro modello erano i Molly Maguires, leggendari combattenti per la libertà nelle campagne irlandesi contro le angherie dei proprietari terrieri inglesi. La forma di lotta fu il sabotaggio degli impianti, la dinamite la loro arma.

Scioperare non aveva senso. I padroni delle miniere sostituivano i minatori in sciopero con crumiri, altri immigrati appena sbarcati in America, uomini disperati, pronti a lavorare a qualunque condizione. Come costringere i signori del carbone a trattare? Come fermare la produzione? La soluzione fu il sabotaggio. Nei monti Appalachi apparvero i Molly Maguires e iniziarono a far saltare i pozzi. Contro questa forma di lotta il crumiraggio era impotente e così i fucili delle milizie padronali.






















Nel 1875 un grande sciopero bloccò le miniere. I pozzi saltavano e la mobilitazione cresceva. L'America inorridì. I giornali descrissero i Molly Maguires come pazzi sanguinari. I padroni si rivolsero ai Pinkertons, un'agenzia investigativa privata specializzata nella repressione delle lotte operaie.

James McParlan, un irlandese agente della Pinkerton, fu infiltrato fra i minatori in sciopero. Reclutato nell'Antico Ordine degli Iberni, McParlan denunciò i suoi compagni. 60 minatori furono arrestati, 20 condannati a morte e impiccati come Molly Maguires.

Il 21 giugno 1877 i loro corpi pendevano dalle forche. Giustizia era fatta e i benpensanti tirarono un respiro di sollievo. La democrazia americana era salva.

Ma i Molly Maguires non furono dimenticati. Troppo forte era stata la paura che avevano messo ai signori del carbone. Quasi mezzo secolo dopo ancora se ne scriveva. In “La Valle della paura” (1915) Sherlock Holmes indaga sugli ultimi seguaci della setta (dipinta come spietata e criminale) che vogliono vendicare i loro martiri.

Il movimento degli anni '60 li fece suoi. Nel 1970 Martin Ritt raccontò la loro storia in uno splendido film (The Molly Maguires diventato “I cospiratori” nella versione italiana) proprio mentre nei Monti Appalachi, i minatori di Harlan County portavano avanti una grande lotta contro la mancanza di sicurezza nelle miniere. Ancora una volta contro l'intransigenza padronale il sabotaggio degli impianti diventò forma di lotta, espressione della volontà operaia di non cedere alla repressione.

Di nuovo si sentiva nel vento la canzone dei Molly Maguires:

Make way for the Molly Maguires.
They're drinkers, they're liars, but they're men.

Make way for the Molly Maguires.
You'll never see likes of the again.

Fate largo ai Molly Maguires.
Erano bevitori e bugiardi, ma erano uomini.
Fate largo ai Molly Maguires.
Non si vedranno mai più uomini come loro.





domenica 4 agosto 2013

L'antisemitismo socialismo degli imbecilli

Nazibolscevichi russi












Giorgio Amico

L' antisemitismo socialismo degli imbecilli


    “E' che nel petto non avete null'altro che il vuoto, siete sionisti. Dai vostri giornali, dalle vostre televisioni potrete chiamarci antisemiti.
    Siamo antifascisti e antirazzisti.
    Ciò che odiamo è solo il vostro essere infami, iscariota, giudaglia senza rispetto, sionistume sudicio come incrostazione sul pianeta.
    Siete una mafia di 14 milioni di sicari sparsi ai quattro angoli del pianeta e la vostra Corleone sta a Tel Aviv.”

No, non è il manifesto antisemita di un groppuscolo nazista, ma il contenuto delirante di un post pubblicato due giorni fa sul sito savonese del Partito Comunista Sinistra Popolare.

Inutile ricordare a questi “rivoluzionari” le posizioni di Lenin e dei bolscevichi (molti dei quali ebrei e per questo attaccati appunto come “giudaglia” dalle squadracce zariste dei Centoneri) sulla questione ebraica o la storia gloriosa del Bund (il partito socialista degli operai ebrei di Polonia e Russia) o l'esistenza di “giudei” morti per la rivoluzione, come Rosa Luxemburg o Beer Borochov, sionista di sinistra, caduto nel 1917 combattendo nelle fila dell'armata Rossa (del “giudeo” Trotsky) contro i bianchi.

Inutile, perchè per costoro l'ebraismo è “sionistume sudicio”, una “incrostazione del pianeta” che evidentemente sperano presto di poter ripulire magari con le camere a gas o i gulag come i loro maestri Hitler e Stalin.


Davvero il sonno della ragione genera mostri. Davvero, come scrisse Lenin, “l'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”.


mercoledì 17 luglio 2013

Fuori i razzisti dal parlamento. Solidarietà a Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci denunciati dal leghista Calderoli.



Giovedì 18 luglio prossimo a Cassino ci sarà l'udienza preliminare del processo che vede  imputati, con l'accusa di diffamazione nei confronti di Roberto Calderoli, Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci in quanto autori del volume Svastica verde – uscito due anni e mezzo fa per gli Editori Riuniti. Si proprio quel Calderoli che da dell'orango a una donna di colore, nonchè ministro della Repubblica, e si giustifica dicendo di aver scherzato. Da parte nostra massima solidarietà a Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci. Fuori i razzisti dal parlamento e dalle piazze.

Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci sono indagati per il reato di diffamazione (art.595 c.3 c.p.) perché sulla copertina del libro “Svastica Verde: il lato oscuro del va’ pensiero leghista”, e a fianco di una sintesi dei contenuti (eversione, xenofobia, razzismo ma anche affarismo e ingordigia di potere. Antologia tratta dall’unico partito del nostro paese in costante ascesa) figura l’immagine di Roberto Calderoli. La diffamazione si concretizzerebbe, secondo l’accusa, nell’associazione tra titolo e occhiello della copertina e la fotografia del senatore leghista.

Ma a parte l’assurdità di imputare agli autori una scelta, come quella della copertina, notoriamente attribuibile alla casa editrice, che viceversa non è neppure citata, risulta difficile considerare reato la semplice sintesi del credo leghista, tra cui le campagne contro l’affermazione, la celebrazione della supremazia del popolo padano e il conseguente atteggiamento discriminatorio nei confronti di chi è “diverso”. I contenuti riassunti nel titolo e nell’occhiello non sono riferite con tutta evidenza alla persona del senatore Calderoli, ma al partito politico Lega Nord. Tali giudizi rientrano nell’esercizio del diritto di critica politica, che consiste nella libertà di diffondere attraverso la stampa notizie e commenti, anche lesivi della reputazione (Cass. Civile sez III n. 6973 del 22 marzo 2007).

Più precisamente, poi, in tema di diffamazione a mezzo stampa, la giurisprudenza ha affermato (Cass. Pen. sez. V, 28 ottobre 2010 n. 44938) che “la critica politica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale che non può per sua definizione pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica. Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è essenzialmente quello del rispetto della dignità altrui, non potendo lo stesso costituire mera occasione per gratuiti attacchi alla persona ed arbitrarie aggressioni al suo patrimonio morale”.

Sul punto si è pronunciata la Cassazione a Sezioni Unite, ribadendo la legittimità dell’utilizzo di un “linguaggio colorito e pungente, purché non lesivo dell’integrità morale del soggetto”(Cass. S.U. sent. 690/2010). E appare evidente come questi parametri siano stati rispettati dagli autori.


 E’ sconcertante in conclusione che mentre Calderoli e altri dirigenti della Lega Nord non vengono processati e sanzionati per la costante attività di incitamento all’odio razziale, vengano processati per diffamazione chi documenta tale incitamento con puntuali citazioni – come fa Svastica verde – lo denuncia e lo critica.


martedì 26 febbraio 2013

Ma chi vota Berlusconi? Votare PDL e vergognarsi di ammetterlo




Giorgio Amico

Votare Berlusconi e vergognarsi di ammetterlo

L'Italia reale non è quella dei sondaggi. Questo ci dice l'esito delle elezioni. Visto le intenzioni espresse prima del voto, non si capisce chi abbia votato Berlusconi. Non è la prima volta che accade. Succedeva anche con la DC.

Nel maggio 1968, nel pieno della contestazione, si tennero le elezioni politiche. Migliaia di lavoratori emigrati in Francia e Germania tornarono in Italia per votare. Furono organizzati treni speciali per riportarli a casa. Nelle stazioni, giovani comunisti della FGCI, li aspettavamo con cartelli e bandiere. Vennero diffuse migliaia di copie de “l'Unità” “Forza compagni, che questa volta vinciamo!”, dicevano gli operai di ritorno a casa per votare. “Questa volta manderemo a casa la DC che con la sua politica ci ha costretto ad emigrare”.

I treni ripartivano carichi di bandiere rosse e noi tornavamo a casa pieni di entusiasmo e speranze. La Dc vinse con il 39% dei voti, facendo il pieno di consensi proprio nei paesi del sud dove erano tornati quegli emigranti pieni di voglia di cambiare.

In quei paesi quegli uomini tenevano casa e famiglia. Avevano figli da sistemare, favori da chiedere, potenti da rispettare. Nelle fabbriche tedesche e francesi erano degli sfruttati, ma nelle loro case e piccoli poderi (in rovina) del meridione si sentivano proprietari e parte dell'ordine costituito.

Capimmo allora che l'idea di una società civile pulita rispetto ad una politica sporca (come si diceva anche allora con riguardo alla DC e al centrosinistra) era un'illusione intellettuale e che aveva ragione Machiavelli a scrivere che gli uomini perdonano più facilmente l'uccisione del padre che la perdita della roba. E lui gli italiani li conosceva bene. Come Berlusconi... appunto.



giovedì 21 febbraio 2013

La lingua è più del sangue. Parole e violenza politica




A Padova la destra di "Fratelli d'Italia" realizza uno spot elettorale pesantemente omofobo, ad Ascoli un manifesto della stessa forza politica presenta un teschio e ossa incrociate (simbolo delle Waffen SS) sui volti di Bersani e Vendola. Solo parole?

Giorgio Amico

P come parole

L'obiezione che da destra si muove a chi denuncia la violenza del linguaggio della Lega Nord o dei gruppi neofascisti (da La Destra a Casa Pound) è che in fondo si tratta solo di parole. E le parole, questo è il senso sottinteso, se restano parole, non fanno danni. L'esperienza tragica del Novecento ci racconta un'altra storia: il linguaggio politico non solo non è neutro, ma ha profonde ricadute sui comportamenti sociali. La lingua è performativa: crea comportamenti e stati d'animo, individuali e collettivi. Perchè, come scrisse Franz Rosenzweig, “la lingua è più del sangue”.

Ce lo ricorda Victor Klemperer, nel suo La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, un libro straordinario che è ad un tempo testimonianza umana e indagine scientifica sulla funzione centrale del linguaggio nella costruzione dei sistemi politici totalitari.

Figlio di un rabbino, ma convertito al protestantesimo, dal 1915 docente di letteratura francese all’università di Dresda, Klemperer (1881-1960) formatosi nell'illusione comune a gran parte della borghesia ebraica di potersi integrare nella società tedesca, vede la sua vita distrutta dall'avvento del nazismo.

Privato della cattedra nel 1935 in seguito alle leggi razziali, internato a Dresda e costretto al lavoro forzato, nel 1945 riesce a fuggire e, abbandonata la città, conduce una vita da profugo fino alla fine della guerra.

Fin dal 1932, Klemperer tiene un diario in cui annota minuziosamente ciò che accade attorno a lui. In particolare lo colpisce l’uso che i nazisti fanno della lingua mediante la trasformazione del senso delle parole e la creazione di un nuovo linguaggio che egli chiamerà LTI, Lingua Tertii Imperii.

Le parole diventano una zattera a cui aggrapparsi per non affondare: “Il diario –scrive - è stato continuamente per me il bilanciere per reggermi in equilibrio, senza il quale sarei precipitato mille volte. Nelle ore del disgusto e della disperazione, nella desolazione infinita del monotono lavoro in fabbrica, al letto degli ammalati e dei moribondi, presso le tombe, nelle angustie personali, nei momenti dell'estrema ignominia, quando il cuore si rifiutava di funzionare –sempre mi ha aiutato questo incitamento a me stesso: osserva, studia, imprimi nella memoria quel che accade, domani le cose appariranno diverse, domani sentirai diversamente: registra il modo in cui le cose si manifestano e operano”.

Fondamentale fu l'incontro, immediatamente dopo la fine della guerra, in un campo profughi in Baviera con una operaia berlinese già deportata per propaganda antinazista. Richiesta del perchè fosse stata incarcerata, la risposta della donna fu semplice: "Beh, per delle parole...".

"Fu per me un’illuminazione" - scrive Klemperer - "grazie a quella frase vidi chiaro. ‘Per delle parole...’, per questo e su questo avrei ripreso il mio lavoro sui diari. Così è nato questo libro, non tanto per vanità, spero, quanto ‘per delle parole’".

Nasce così nel 1947 La lingua del Terzo Reich, una lucida riflessione su come il male si annidi nella «normalità» di ogni giorno, negli slogan ripetuti in modo ossessivo, nelle bugie che l'uso quotidiano rende verità, nel ripetere senza più vergogna quello che fino al giorno prima era considerato impensabile.

La lingua del Terzo Reich è una lingua povera, monotona, fissata, ripetitiva e proprio per questo straordinariamente pervasiva. La LTI cambia il segno delle parole. Termini come “cultura” o “filosofia”,presentati come gli strumenti di cui gli ebrei (e i comunisti) si servono per corrompere l'animo del popolo tedesco, assumono una valenza negativa. Parole come “fanatismo” o “violenza” diventano positive acquistando valore salvifico. Il nemico è “l’ebreo”,diventato una categoria astratta su cui riversare le paure e le insicurezze profonde della società .

Concetti che ripetuti continuamente avvelenano gli animi. “Le parole – annota Klemperer - possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”

Parole che esprimono il disprezzo per il diverso e la volontà di annientare colla forza ogni opposizione, che feriscono come pietre. Gli oppositori vengono insultati e derisi, le loro affermazioni sono messe in dubbio attraverso il sarcasmo, con l’uso delle “virgolette ironiche”(come le chiama Klemperer).

Hitler parla in modo semplice, da uomo del popolo, usando toni che vanno dal volgare al predicatorio. Si rivolge al popolo, non al singolo e così col tempo il singolo finisce col percepire se stesso solo come elemento del gruppo eletto. Egli urla, minaccia, serra i pugni: l'odio sostituisce il pensiero.

Il Lagerjargon (il linguaggio del Lager) è l'ultima, estrema manifestazione di questo processo.

“Non mi rendevo conto, e me ne resi conto solo molto più tardi, che il tedesco del lager era una lingua a sé stante (…) legata al luogo ed al tempo. Era una variante, particolarmente imbarbarita, di quella che un filologo ebreo tedesco, Klemperer, aveva battezzato Lingua Tertii Imperii (…).È ovvia l’osservazione che, là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio.”

Chi parla è Primo Levi che ci presenta un linguaggio connotato dalla violenza, dal disprezzo, dalla volontà di disumanizzare i prigionieri.

“Ci siamo accorti subito, fin dai primi contatti con gli uomini sprezzanti dalle mostrine nere, che il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. Con chi li capiva, e rispondeva in modo articolato, si instaurava una parvenza di rapporto umano. Con chi non li capiva, i neri reagivano in un modo che ci stupì e spaventò: l’ordine, che era stato pronunciato con la voce tranquilla di chi sa che verrà obbedito, veniva ripetuto identico con voce alta e rabbiosa, poi urlato a squarciagola, come si farebbe con un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto del messaggio.Se qualcuno esitava (esitavano tutti, perché non capivano ed erano terrorizzati) arrivavano i colpi, ed era evidente che si trattava di una variante dello stesso linguaggio: l’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo, era caduto in disuso. Era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo più: con noi, come con le vacche o i muli, non c’era una differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno. Perché un cavallo corra o si fermi, svolti, tiri o smetta di tirare, non occorre venire a patti con lui o dargli spiegazioni dettagliate; basta un dizionario costituito da una dozzina di segni variamente assortiti ma univoci, non importa se acustici o tattili o visivi: trazione delle briglie, punture degli speroni, urla, gesti, schiocchi di frusta, strombettii delle labbra, pacche sulla schiena, vanno tutti ugualmente bene. Parlargli sarebbe un’azione sciocca, come parlare da soli, o un patetismo ridicolo: tanto, che cosa capirebbe?”.

Ma se con le parole dei nazisti si era consumata la repressione e l’annichilimento, le parole dei deportati e degli oppressi diventano strumento di speranza e percorso di salvezza.

Lo dimostra la storia di Wilhelmina “Mina” Pächter, morta a Theresienstadt nel 1944. Di lei ci resta un ricettario, scritto nel lager insieme ad altre donne, la cui vicenda è raccontata in Sognavamo di cucinare, un piccolo libro appena tradotto in italiano.

Donne che resistono alla violenza subita, che tentano di mantenere un legame con le proprie radici, con i sapori e i colori e i ricordi dell’infanzia, della famiglia, delle feste, delle usanze. Che cucinano “a parole”seguendo la memoria e non soccombono al tentativo di disumanizzarle. Invincibili perchè non perdono l’umanità e la speranza.

(Da: I Resistenti, febbraio 2013)