TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 29 novembre 2018

domenica 25 novembre 2018

Colonnati divini miti e misteri




Elementi simili in ogni parte del mondo a significare il modello cosmico dell'universo.

Raffaele K. Salinari

Colonnati divini miti e misteri


Dagli albori dell’Arte architettonica, i cui fondamenti esoterici nascono col tempo stesso dell’umanità,la colonna è stata la struttura portante per antonomasia. Molto più che altre componenti architravi, ogive, trabeazioni essa rappresenta infatti l’elevazione e, al tempo stesso, la forza, la stabilità e la bellezza, caratteristiche che la rendono centrale nella simbologia delle costruzioni sacre, basti pensare solo alle due grandi colonne, Jakin e Boaz, descritte nella Bibbia all’ingresso del Tempio di Salomone. Oggi ritroviamo queste stesse colonne, il cui nome significa rispettivamente «stabilità» e «forza», all’ingresso di ogni Tempio della Libera Muratoria, ispirata da quella stessa Arte che permette all’umanità di costruire il proprio Tempio interiore a modello di quello cosmico il cui ordinatore è, per questa tradizione, Il Grande Architetto dell’Universo.

La colonna assomma il sé dunque tutta una serie di significati metaforici che la pongono al centro dei miti fondativi in culture di ogni tempo e civilizzazione: quelle di Ercole, erette dall’eroe come finis terrae col monito non plus ultra ad intimare di non oltrepassare il termine del mondo conosciuto, o le fragili e colorate colonne dei templi scintoisti che si rivolgono come preghiere alla Grande Dea Amaterasu, divinità solare da cui discendono tutte le cose. Nelle Americhe precolombiane troviamo invece il Totem, colonna identitaria che ipostatizza tutto il complesso sistema delle relazioni che intercorrono tra le componenti di uno stesso bioma.

Nei capitelli delle colonne si nascondono spesso i più reconditi segreti; Marius Schneider scoprì le sottili corrispondenze tra i canti sacri e le figure effigiate su quelli romanici di San Cugat, di Gerona, di Ripoll. A saperle ascoltare forse tutte le colonne dei luoghi consacrati cantano ancora la musica delle Sfere Celesti. Ma, nella verticalità della colonna, il principio ascensionale verso il divino è forse sancito plasticamente dalle storie dei monaci stiliti, come San Simeone, che visse all’altezza di ben sedici metri per tutta la vita. Tanti altri esempi sarebbero possibili, ma quello che a noi particolarmente qui interessa non è tanto cosa una colonna può sostenere o raffigurare, quanto ciò che essa può celare.



La colonna alefica di Borges

Molte sono le storie che narrano di qualcosa contenuto all’interno di una colonna e che dunque propongono un altro aspetto dei suoi significati simbolici: la colonna come scrigno, forziere affatto speciale per materiali o immateriali che solo al suo interno possono, e devono, restare celati e protetti, protetti perché celati, celati perché protetti, fino a quando il momento arriva e la pietra può aprirsi per liberare il suo contenuto. La colonna è allora una sorta di clessidra di pietra all’interno della quale il tempo scorre misticamente, invisibile, silenzioso e segreto, sino al suo destino.

Un esempio di permanenza misteriosa ed occulta lo troviamo nel racconto l’Aleph di J.L. Borges, in cui il Maestro argentino sostiene che «i fedeli che si recano alla moschea Amr, al Cairo, sanno bene che l’universo è racchiuso nell’interno di una delle colonne di pietra che circondano il cortile centrale. Nessuno, certo, può vederlo, ma chi accosta l’orecchio alla superficie afferma di percepire, dopo un po’, il suo incessante rumore. Esiste questo Aleph all’interno di una pietra? L’ho visto quando vidi tutte le cose e l’ho dimenticato? La nostra mente è porosa per l’oblio».



Qui l’aura alefica è generata dalla presenza di una colonna affatto uguale alle altre in cui, però, è racchiuso il misterioso punto attraverso il quale è possibile vedere tutti i luoghi del cosmo da tutte le prospettive, senza sovrapposizioni, ed in tutti i tempi, passati presenti e futuri, contemporaneamente:questo è l’Aleph. È allora la natura stessa del colonnato, i suoi rimandi specchiali, ipnotici, le alternanze di luce ed ombra che si moltiplicano all’indefinito come i tasti bianche e neri di un immenso pianoforte, a chiamarci verso la scomparsa della nostra stessa ombra, risucchiata dal vortice di quella emanata da una delle colonne. Provare per credere, il gioco è tanto straniante, ovunque venga fatto, da evocare l’Aleph: il centro percettivo in cui tra noi ed il mondo non vi è più nessuna differenza, là dove il singolo torna al Tutto.

Anche nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna, dentro una delle colonne che sorreggono il mosaico dell’adorazione dei Magi, vi è celato un Aleph. Osservandola da una certa prospettiva si vede, infatti, come la figura di una entità alata, pronta a dischiudere, a chi sospende l’incredulità, come suggeriva Samuel Taylor Coleridge, il mistero dell’Uno: «trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione dell’incredulità che costituisce la fede poetica». La fede poetica dunque, nucleo di ogni conoscenza senza dogmi, racchiusa in una colonna.



La colonna alchemica

Siamo verso il 1600, nella chiesa di Erfurt, in Germania, avviene qualcosa che nei secoli ci è stato tramandato da diverse fonti: attraverso la breccia aperta da un fulmine improvviso, sarebbero usciti da una colonna i manoscritti dell’alchimista Basilio Valentino. Nell’opera di J.J. Mangeti Bibliotheca Chemica Curiosa, edita a Ginevra nel 1702, ne troviamo a pagina 47 del primo volume la descrizione in latino: «per ictum fulminis columna Templi Erfurtensis ‚ in cuius medio diffracto scriptum, delituerat» cioè un fulmine, rompendo una colonna del tempio di Erfurt, rivelò degli scritti nascosti.

Il brano è tratto dalla biografia di Basilio Valentino, per gli studiosi dell‘Arte Regia in realtà uno pseudonimo legato a due opere fondamentali: Azoth e le Dodici chiavi. Fulcanelli, probabilmente
l’ultimo alchimista contemporaneo che abbia avuto la possibilità di operare in diretta continuità con i Maestri del passato, chiarisce nel suo Le dimore filosofali, come «il nome Basilio Valentino unisce il greco Basileus, cioè re, al latino Valens, cioè valente, al fine di suggerire il sorprendente potere della Pietra Filosofale». La stessa interpretazione la troviamo nell’Edipo chimico di Leibniz, dal quale probabilmente Fulcanelli ha tratto la sua.

Il XVII secolo è particolarmente importante per l’espansione dell’Alchimia: Spinoza stesso ci dice dell’oro scaturito da una trasmutazione ad opera della «polvere di proiezione» lasciata al suo amico Johann Friedrich Schweitzer, detto Helvetius, noto medico olandese, da un misterioso personaggio. Il Seicento è anche segnato dai manifesti rosacruciani: nel 1614, infatti, era comparso a Kassel l’opuscolo anonimo Fama fraternitatis Rosae Crucis, che raccontando la vita di Christian Rosenkreuz (Cristiano Rosacroce), poneva le basi per una ulteriore tappa di quella Tradizione che, attraverso il simbolo dell’Ordine, una croce con al centro una sola rosa rossa, rimanda a quella conoscenza d’ordine cosmologico che può essere raggiunta attraverso l’ermetismo cristiano.


Ma ciò che simboleggia meglio l’opera di Basilio Valentino è forse proprio l’episodio della colonna: perché la storia dell’Alchimia ci tramanda questo avvenimento come fondamentale nella comprensione dei suoi segreti? Ebbene in Azoth, che come sottotitolo porta «L’occulta opera aurea dei filosofi», troviamo l’acronimo V.I.T.R.I.O.L.: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, cioè visita l’interno della terra e rettificando troverai la pietra nascosta. La scritta compare su tre immagini che, secondo l’interpretazione degli adepti, riassumono sotto forma simbolico-allegorica tutte le fasi dell’Opera.

L’acronimo si trova ancora nel Gabinetto di Riflessione delle Logge Muratorie nel quale il profano neofita, letteralmente pianta nuova, viene invitato a meditare le sue scelte prima di essere eventualmente iniziato. Anche Dante, che aveva perso la «retta via», nell’affrontare la salita del Purgatorio per ritrovarla, si descrive come «rifatto sì come piante novelle, rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salir alle stelle».

Ecco allora che il lavoro interiore, il visitare la propria terra dove questa simboleggia anche le scorie del corpo e della mente che bisogna conoscere per potersi così rettificare, tornare cioè sulla «retta via», corrisponde all’opera di dissoluzione e coagulazione degli elementi che cuociono nel crogiolo alchemico. Se il lavoro dentro e fuori di noi sarà costante, meditato, umile, ispirato dagli alti valori dell’Uguaglianza, della Fratellanze e della Libertà, ecco infine che si mostrerà, come i manoscritti usciti dalla colonna di pietra, l’Occultum Lapidem, la pietra della Salvezza, metafora di una individualità libera dal giogo delle passioni ed aperta verso la conoscenza delle cose ultime.


Le reliquie di San Marco e la spada di San Venceslao

Una colonna scissa miracolosamente la troviamo anche nella storia delle reliquie di San Marco. Sappiamo che furono due mercanti veneziani, Rustico da Torcello e Bono da Malamocco, che ne trafugarono le spoglie ad Alessandria e, celatele in una cesta contenente carne di maiale, impura per i musulmani, le riportarono in laguna, sua destinazione finale. L’Evangelista, infatti, era già stato a Venezia: giunto a Roma assieme a Pietro, viene da lui inviato ad Aquileia dove converte Ermagora che sarà così il primo vescovo della città. Dopo quest’opera apostolica Marco parte per Alessandria d’Egitto, ma viene costretto da una tempesta ad approdare alle «isole realtine», il nucleo della nascente Venezia, oggi in corrispondenza del ponte di Rialto. Addormentatosi viene visitato in sogno da un angelo che lo saluta con la nota frase «Pax tibi Marce, evangelista meus», e gli promette che in quell’isola avrebbe riposato fino al Giorno del Giudizio; giunto ad Alessandria ne diviene vescovo e subisce il martirio il 25 aprile del 78. È dunque da questa città che i due mercanti trafugano le sue reliquie nel 829.

L’onore, e l’onere, di poter ospitare le spoglie del Santo legato alla sua fondazione, spinse la Serenissima a costruire la chiesa omonima per consentirne la venerazione. Nel 1063 ebbero così inizio i lavori della Basilica di San Marco che subì, però, un incendio devastante, dovuto a moti politici, tanto che l’edificio dovette essere ricostruito. Nel 1094 la chiesa era finalmente pronta per essere consacrata a Dio e a San Marco. Purtroppo, in questa circostanza, si scoprì che la teca contenente le spoglie era scomparsa. Grande cordoglio e sgomento, ma il Doge Pietro Orseolo decise che la cerimonia restasse fissata, cosi che il 25 giugno del 1098, giorno della consacrazione, accadde il miracolo tramandato in diverse versioni negli annali e nei racconti di Venezia.

La prima ci narra di un braccio che, rompendo una colonna, indicò quella dentro la quale erano racchiuse le reliquie, un’altra che da una colonna apparve l’immagine stessa del Santo. Ma noi preferiamo quella del Fratello Giacomo Casanova che, nelle sue Memorie, ci dice: «Nel momento
culminante della celebrazione eucaristica, sulla colonna contenente i sacri reperti, apparve l’immagine del Leone alato, simbolo marciano. Subito venne scissa la colonna indicata e miracolosamente le reliquie riapparvero. E così la Serenissima salutò San Todaro, primo protettore  della città, per affidare le sue fortune e il suo orgoglio all’Evangelista dal Leone alato il cui libro aperto significa pace, chiuso, guerra».



Anche nella magica Praga, la città del Golem, che ancora oggi vaga di notte per le stradine strette di Stare Mesto, la città vecchia splendidamente descritta nell’omonimo libro di Angelo Maria Ripellino, è una delle colonne del ponte Carlo a custodire la spada invincibile di San Venceslao. Piantata originariamente in uno dei pilastri del ponte, ad un certo momento scomparve, forse trafugata da dei bambini, spiriti innocenti e vicini alla Fonte della Vita, custodi, da allora, delle fortune della città; oppure, dice un’altra versione della leggenda, inglobata all’interno della stessa colonna, custodita nello scrigno di pietra in attesa del momento in cui, se mai ce ne fosse bisogno, un eroe possa estrarla dalla sua vagina di pietra e brandirla: una Excalibur totalmente immersa nella roccia.

Quattro colonne, quattro storie, come i numeri che compongono la mistica tetraktis pitagorica.

Il manifesto/Alias – 24 novembre 2018

giovedì 22 novembre 2018

Gli uomini di Mussolini




domenica 18 novembre 2018

I Tricaroli. Una storia dalla Liguria di montagna



Una storia dall'estremo Ponente ligure, da quella Liguria di montagna che conserva ancora qualcosa della sua cultura millenaria. Per Francesco Biamonti una sorta di vecchia Castiglia di contro a una costa ormai totalmente devastata. Il racconto è di un vecchio amico di Vento largo, Roberto Trutalli, da sempre impegnato nella tutela del territorio dagli assalti speculativi che anche lì purtroppo non mancano.

Roberto Trutalli

I Tricaroli

Stè e Ninò (i Tricaroli), vivevano in Piazza Colla la porta a fianco alla nostra, due fratelli nati cresciuti in La Cola in quel ritaglio di spazio che andava dalla loro casa alla stalla ubicata qualche decina di metri più avanti e le campagne che coltivavano, una fra tutte, forse con più assiduità, a Madonna di Campagna.dove avevano gli orti ed i conigli.

Erano tutti e due alti di statura, quasi due metri e per quel tempo una anomalia nei nostri paesi, io avendo conosciuto anche la loro madre Marietta, una signora anziana come le tante che in quegli anni vivevano in paese, donne cresciute già anziane, nei vestiti nelle acconciature ed in quelle gesta quasi discrete e timorose, mi chiedevo da dove provenisse quell’altezza , da chi l’avevano ereditata , una volta alla povera Marietta applicarono delle ventose sulla schiena (vasetti in cui veniva posto un pezzo di cotone intriso di alcool e fatto bruciare ed applicato subitaneamente sulla parte dolorante) allora usava molto come rimedio contro il mal di schiena, ma le lasciarono in opera tutta la notte ed al mattino la povera donna aveva la schiena nera come un tizzone..

I due erano quasi coetanei li separavano pochi anni, Stè più vecchio, credo che si allontanò da Pigna per la prima ed unica volta quando parti soldato e fu spedito in Albania come Artigliere nel secondo conflitto mondiale, li prese anche la patente, era alto due metri, doveva essere un pezzo d’uomo, Ninò credo che abbia passato tutta la sua esistenza a Pigna, anche perché affetto da una scoliosi invalidante che lo aveva ridotto a camminare quasi del tutto piegato in avanti.


Fino ai primi anni settanta li ho sempre visti con il bue, poi lo vendettero ed acquistarono un’ape Piaggio, con la quale si recavano a Campagna, dal 1966 si era costruita la nuova strada interpoderale e lentamente ed inesorabilmente gli animali da soma e da lavoro per altri motivi, vennero venduti, finiva in quegli anni un mondo che non serviva più a nessuno. Loro arrivavano a casa in serata sempre dopo le nove nelle giornate estive, scaricavano davanti a casa nostra e poi rigovernavano il bue nella stalla la quale era preceduta da un lungo corridoio stretto in discesa, mi divertiva vederli fare scendere la povera bestia in quel budello, vi passava a stento. 

Un anno erano rimasti senza bue, e credo che come molti aspettassero la fiera di San Michele alla fine di settembre, per riacquistarne uno, bene, quell’anno verso la fine di giugno, nel periodo che va da San Giovanni a San Pietro e Paolo, quassù a Campagna era tempo di levare le patate e di seminare sul terreno che le aveva ospitate i fagioli bianchi, essendo senza bue la cosa non era semplice, Ninò ebbe un lampo di genio e propose al fratello; visto che tu Stè sei più robusto ti leghi l’aratro (a versoio) ed io da dietro lo governo, tu tiri ed io mantengo il solco, e così fecero. Ma dopo pochi metri Ninò, che intanto aveva in una mano la corda e nell’altra una venka (un sottile bastone) colpi ripetutamente il povero Stè, il quale d’impulso ed incredulo si girò e gli disse ; ma dai i numeri mi colpisci anche, e Ninò candidamente gli rispose; e se non tiri per forza con il bue si fa così.



giovedì 15 novembre 2018

Essere nel tempo


La Grande Guerra. Una patria per le donne



Questa sera presso la Biblioteca comunale di Quiliano la Prof.ssa Augusta Molinari parlerà del ruolo svolto dalle donne nella Prima Guerra Mondiale. Come introduzione alla serata proponiamo alcuni passaggi dell'introduzione del suo libro “Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra”.


Augusta Molinari

Una patria per le donne

Introduzione

Fu a metà degli anni Novanta del secolo scorso che cominciai a interessarmi della mobilitazione femminile nella Grande Guerra. Nell’ambito delle attività dell’Archivio ligure della scrittura popolare dell’Università di Genova, un centro di studio e di raccolta di archivi familiari, mi capitò di reperire la corrispondenza di una madrina di guerra. Dalle ricerche svolte per ricostruire la figura e l’attività di questa«madrina», emerse un quadro della partecipazione delle donne alla mobilitazione civile che, all’epoca, mi stupì.

Gli studi italiani sulla Grande Guerra, non lasciavano supporre vi fosse stato un vasto e diffuso coinvolgimento femminile nella mobilitazione. Decisi, così, di proseguire un percorso di studio che mi parve, già da subito, di grande interesse.Un lungo lavoro di ricerca su fonti archivistiche e a stampa, in particolare sondaggi sulla pubblicista del «fronte interno», ha permesso, nel corso del tempo, di delineare un quadro della mobilitazione femminile che ne documentasse dimensioni, caratteristiche, finalità. Pur nelle varietà di esperienze, il contributo femminile alla guerra si configura, essenzialmente, come un’opera di assistenza civile. Anche in piccoli comuni, subito dopo l’inizio del conflitto, le donne partecipano all’organizzazione della mobilitazione civile e si occupano dell’assistenza ai combattenti e alle loro famiglie

Di queste attività che coinvolsero migliaia di donne «comuni», appartenenti, per lo più, ai ceti medi urbani, in par-ticolare quelli intellettuali e delle professioni, la storiografia italiana, con qualche eccezione (...) raramente si è occupata. Ha prevalso, a lungo, la convinzione che il contributo femminile alla mobilitazione fosse limitato a qualche gesto di beneficenza di donne aristocratiche e alto borghesi.



Dalla documentazione archivistica e a stampa, emerge, invece, come, in tutto il paese, fossero le donne a occuparsi di gran parte dell’assistenza civile: la tutela dell’infanzia, l’assistenza alle vedove e agli orfani, la confezione di indumenti per l’esercito, la corrispondenza tra i soldati e le famiglie. (...)

Furono le caratteristiche di tragica «modernità» della guerra a coinvolgere le donne nella mobilitazione civile. Da un lato, l’esperienza della morte di massa sollecitò un bisogno di assistenza che rese necessaria la valorizzazione sociale delle doti femminile «di cura». Dall’altro, la rappresentazione in termini morali del conflitto, fece del patriottismo un elemento di identificazione nazionale anche per le donne. Nel corso della guerra l’impegno nella mobilitazione diede alle donne una condizione di «temporanea cittadinanza» che rappresentò, per molte, un riconoscimento indiretto di diritti. (...)



mercoledì 14 novembre 2018

Amadeo Bordiga e il Partito Comunista Internazionalista (1948)



Riprendiamo dal sito Avanti barbari! una lettera che Amadeo Bordiga scrisse nel 1948 ad alcuni compagni e collaboratori. Essa è successiva al Congresso di Firenze (6-9 maggio) del Partito Comunista Internazionalista; la posizione di Bordiga, che non era iscritto al partito, è chiara e non lascia adito a dubbi. Le persone citate (Covone, Tarsia e Otto sono amici e compagni di militanza di Bordiga, Otto è Ottorino Perrone che mantenne con Bordiga una intensa corrispondenza fino alla morte nel 1957). Un documento importante che evidenzia le contraddizioni interne del PC Int. e la crisi che porterà poi alla scissione del 1952.


Napoli, domenica 13 giugno 1948

Carissimi,

mantengo l'impegno di scrivere la domenica sebbene non abbiate risposto alla mia di una settimana fa. È qui Covone con una vaga speranzella di de(non di)ttatura ma io sono in una situazione negativissima. Comunque manterrò per Prometeo se seguirete il collegamento come proposto.

Il n. 35 di Internationalisme contiene un dispettoso ed acido articolo sul vostro congresso e partito, che fa porre alcune domande: perchè avete invitato certi fessi dal fegato supercritico? Perchè non avete saputo evitare che nel congresso affiorasse un dissidio che non è nemmeno una contrapposizione di orientamenti? Perchè avete fatto il congresso, contro il parere di non farlo e perchè quanto meno non lo avete materiato della discussione sui due punti della fase del mondo capitalistico e della lezione della degenerazione rivoluzionaria che consentivano una tappa del lavoro preliminare di riordinamento teorico? Una delle due: o vi mettevate prima di accordo tra voi in modo che il centro proponesse ai delegati un chiaro insieme di direttive o almeno di valutazioni, o se davvero avevate tra voi dei dubbi amletici vi ponevate in grado di farveli risolvere dall'apporto della base, ma evidentemente sia l'una cosa che l'altra vi è mancata, e la giusta soluzione per l'attività del partito non è nemmeno in una di queste due strade, abusate e vecchie entrambe, da cui si ritorna ad un'altra domanda: perchè avete costituito anticipatamente il partito?

Comunque il partito c'è, il congresso vi è stato, e per arrivare alla chiarificazione bisogna che, sia pure in cerchio stretto, vi lavoriate sopra superando punto per punto i vecchi intoppi. Pensando a ciò ho gradito pochissimo il testo del CE sulle Direttrici di marcia, in cui credo sia stato ben concentrato tutto ciò su cui sbaglia ciascuno dei gruppi o dei compagni che si contrappongono, mentre tantissime cose avremmo da dire e ridire e ribattere che sono di patrimonio comune.

Come si sia potuto passare da un ottimismo errato a un non meno esagerato pessimismo non lo posso capire. Più o meno consapevolmente la maggior parte di noi, se pensava che il metodo del fronte antifascista e del partigianismo era bestiale, a questa giusta posizione tattica associava però l'errore valutativo della situazione (e quindi errore di principio perchè la valutazione della situazione non è un amminicolo che può andare colla moda come le gonne corte o lunghe, ma è la sostanza stessa della dottrina), che con la sconfitta del fascismo e la vittoria dei suoi avversari militari si sarebbe creata una fase di buone possibilità e di ripresa rivoluzionaria, come lotta contro il capitalismo e come lotta contro l'opportunismo. Invece la vittoria militare di una delle parti era un conto, l'evoluzione del sistema borghese in senso totalitario era un altro, qualche migliore buona possibilità poteva venire caso mai -avendo noi le mani pulite da ambo i partigianismi, naturalmente- proprio dalla vittoria militare dei fascismi, meglio detto, dalla sconfitta dei paesi capitalistici democratici e della Russia.

Comunque non essendo stato questo chiaro vi è stata sorpresa che caduto il fascismo a guadagnarne sia stato proprio il falso comunismo da una parte e le influenze borghesi dall'altra, e non sia sorto per generazione spontanea il gran partitone classista magari con un tonante Bordiga sul palcoscenico. Altra più o meno confessata attesa era quella che dalla successiva rottura tra le due ali del blocco antifascista sarebbe uscita comunque una lotta civile e una ripresa di classe, ad elezioni vinte o perdute o che so io, mentre si tratta di processi e forze concomitanti e collaboranti etc.

Ma da questo a proclamare in una dichiarazione solenne che il proletariato non esiste più come classe, anzi che la classe operaia è l'elemento cardine della ricostruzione capitalistica etc., etc. ci corre, o meglio si resta alla stessa altezza quanto a scorrettezza di formulazione e fallacia di pensiero.

Tutte queste cose si dicono ben diversamente e le abbiamo sempre sapute impostare ed esporre. Un conto è il civettare letterariamente con espressioni audaci e brillanti, un conto è la estrema prudenza scientifica da porre nello aggiornare, aggiornare soprattutto alla variante situazione di chi ci ascolta, le nostre tesi e le nostre formule. Non sono un modello ad uso universale ma vi prego considerare quanto delicatamente in lunghi decenni io abbia cambiate pochissime parole nelle dimostrazione dei nostri punti essenziali, malgrado lo stridente carattere di controcorrente di quanto enuncio ed enunciamo insieme, e la distanza enorme dalle mode conformiste e dalla demagogia corteggiatrice anche delle masse.

Qui si tratta di rimettere a posto tutti i termini della dottrina della lotta di classe quanto a cause determinanti, a fattori agenti e a rapporti di forze, cosa che a fatica cerco di fare ogni volta che vi mando qualcosa, ma in cui poi certi scritti entrano come la classica vacca infuriata nel negozio di cristallerie.



Lascio questa parte politica generale e vengo alla quistione sindacale. È chiaro che turba i vostri sonni ma il meglio che potete fare è una iniezione serale di luminal. Anche qui avete patapunfato tre o quattro asserzioni una più sconvolgente dell'altra. Volete scendere in pieno problema della prassi, ma ciò si fa sempre male quando non si è ben esaurito il campo della interpretazione e valutazione. Comunque il quesito "che fare" non è del nostro tempo e della nostra organizzazione. La storia lo pone quando crede e il buon marxista si vede dal saper accorgersene, allora, in quei rari momenti, ha il diritto di farsi venire la tarantola, senza tuttavia perdere il senno.

A questo quesito date una serie di risposte negative: non lavorare nel sindacato attuale, organo ormai, e sta bene, della borghesia e dello stato -non fondare un altro sindacato scissionista colla parola dell'autonomia- non intraprendere la demolizione del sindacato. Tutto ciò formulato con poco ordine, e culminando nel proclamare la indifferenza. Ma la indifferenza non si proclama, chi è indifferente tace, ecco tutto, e allora il famoso argomento che se non si dice qualcosa alla base tutto si sfascia si dimostra una preoccupazione insussistente. Non proiettate nessuna luce facendo ombra da tutti i lati.

Perchè non dare invece una buona storia del movimento sindacale, un buon confronto del sindacato classico con quello attuale, spiegare il rapporto economico mutato e la nuova meccanica, non più fondi per la resistenza, non più quote che l'operaio paga sottraendole al salario, in quanto la quota è tolta sulla paga, sicchè non ha più senso stare o non stare nel sindacato e nei suoi ruoli, anzi il metodo fascista si sviluppa logicamente dai successori, il contributo sindacale lo paga oggi addirittura il datore di lavoro etc., etc. Così si mettono a fuoco le questioni prima di dividersi in gruppi per fare la contraddanza sulle diverse soluzioni della prassi uscire entrare demolire e simili soggettivismi, che peccano di volontarismo e finiscono nel peggiore abulismo impotente. Così hanno ragione di dirci astensionisti nel senso che ad ogni offerta rispondiamo grazie non bevo, come quell'ospite che finì col dire lo stesso alla offerta della padrona di casa, hanno ragione di ridurre l'argomento a quello dell'impotenza come da 40 anni fanno gli opportunisti. Il nostro astensionismo 1919 non si costruiva con: parlamento? no; elezioni? no; sabotaggio comizi? no, come storcimenti di naso alla lista di un pranzo, era un vero tentativo di spostare la rotta della battaglia proletaria di novanta gradi in una fase in cui vi era qualcosa da decidere.

Questa brontolata non vi porta nulla di costruttivo e del resto non ho io il carico di fare di tutti  pezzi le vostre messe a punto, ma arrivate almeno a questa conquista che si attua coll'evitare di darsi una importanza non esistente; una formula teoricamente ottima è quella di stare zitti sui punti scabrosi. Quando saremo stati zitti non succederà nulla, poichè non abbiamo alle labbra le trombe di Gerico o il corno di Roncisvalle. Ma non avremo tratto dagli immaginari strumenti il suono di Barbariccia...

Mando questa lettera a Otto e la faccio vedere a Tarsia e Covone.

Cari saluti e scrivete.

Amadeo

(Dal sito Avanti barbari!)

Omaggio a Francesco Biamonti





venerdì 9 novembre 2018

"Maledetta sia la guerra". Gli Occitani e la prima guerra mondiale




Riprendiamo il documento del PNO (Partito della Nazione Occitana) sul centesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale (che in Francia si festeggia l'11 novembre).

11 novembre 1918: si deve celebrare la «vittoria»?

E' il centesimo anniversario dell'armistizio dell' 11 novembre 1918, che fu seguito dal Trattato di Versailles. Questo trattato, punitivo verso i vinti, non fu un trattato di pace. Esso è all'origine dell'ascesa del nazismo in Germania e in Austria, del fascismo in Italia e della seconda guerra mondiale.

Il bilancio di questo conflitto mondiale durato poco più di quattro anni è spaventoso: 18 milioni di morti di cui poco più della metà militari. Quanto allo Stato francese: 1,4 milioni di soldati e 300 mila civili uccisi, più di 4 milioni di feriti in una guerra che, secondo il Partito della Nazione Occitana, nulla poteva giustificare, ma che si spiega con lo scontro degli imperialismi francese e tedesco.

L'esercito francese ha mandato alla morte migliaia di soldati occitani e degli altri popoli di Francia per riprendere alla Germania un territorio che era e che è sempre etnicamente tedesco: l'Alsazia.

L’Occitania ha pagato un pesante tributo a questo conflitto che non la riguardava per nulla. Una generazione di Occitani nel fiore dell'età è stata decimata. La loro morte ha accelerato l'indebolimento della nostra lingua nazionale, l'occitano.

Il Partito della Nazione Occitana ritiene che l'occasione non sia quella di una celebrazione indecente di un macello e ancor meno di una vittoria di Pirro, ma piuttosto quella del raccoglimento e del ricordo dei nostri cari scomparsi.

Chi infatti non ha avuto nella sua famiglia almeno un morto o un ferito a causa di questa guerra atroce che avrebbe potuto essere evitata, cosa che avrebbe a sua volta probabilmente evitato la seconda guerra mondiale?



Decine di comuni occitani hanno eretto monumenti ai morti «pacifisti», che, come quelli di Gentioux o d’Aniane, proclamano «Maledetta sia la guerra» o «La guerra qu’an volguda es la guerra a la guerra / Son morts per nostra terra et per tota la terra». (« La guerra che hanno voluto è la guerra alla guerra/sono morti per la nostra terra e per tutta la terra»)

L’Europa unita, malgrado tutti i suoi difetti, è il frutto di questi due conflitti sanguinosi. Essa è stata concepita dai suoi fondatori per impedire la guerra e per stabilire definitivamente la pace tra i popoli d'Europa così pronti a massacrarsi.

Il Partito della Nazione Occitana invita le elettrici e gli elettori a ricordarsene al momento delle elezioni europee dell'anno prossimo.

Il Partito della Nazione Occitana non si riconosce dunque nella battaglia manichea che Emmanuel Macron ci invita a condurre per il progressismo e contro ciò che egli chiama nazionalismo e populismo.

L’Unione europea attuale riunisce degli Stati in maggior parte divisi da questi conflitti o da altri più antichi; certi negano l'esistenza di più nazioni nel loro seno o non concedono a queste che una relativa autonomia.

Il Partito della Nazione Occitana invece auspica un'Unione europea dei popoli, che riconosca il diritto dei Catalani, dei Baschi, degli Occitani, ecc. a uno Stato indipendente allo stesso titolo dei Francesi, degli Spagnoli e degli Italiani.  

PNO – Partito della Nazione Occitana

Bordiga, il nemico del PCI. Ritratto CIA di un comunista contro




Nel 1944 l'OSS (l'antenato militare della CIA) si interessò a Bordiga. Scopo dell'indagine valutare adeguatamente forza e posizioni dei comunisti in Italia, dentro e fuori il PCI. Il rapporto, molto interessante in quanto uno dei pochissimi documenti su cosa Bordiga pensasse durante la guerra, fu scoperto e in parte pubblicato da l'Espresso nel 1995 e ripreso poi nel 2011 dal sito “Avanti barbari”. Lo riproponiamo premettendo l'introduzione apparsa in quell'occasione.

“Verso la fine della seconda guerra mondiale i servizi segreti "alleati" si interessarono alla figura di Amadeo Bordiga. Riproduciamo qui stralci (purtroppo solo stralci) di un rapporto CIA su Bordiga pubblicati da L'Espresso nel 1995.
Anche i russi, dopo la formazione del governo Badoglio a Salerno, giunsero in Italia e si interessarono alla figura di Bordiga. Lo testimonia un libro recentemente apparso  (Marco Clementi, L'alleato Stalin. L'ombra sovietica sull'Italia di Togliatti e De Gasperi, Rizzoli, 2011, pag. 87) da cui estraiamo queste frasi:
Il 30 novembre Fitin toccava un altro degli argomenti per i quali i sovietici dimostravano un particolare interesse, ossia la presenza e l'azione di formazioni trotzkiste in territorio italiano. A tale proposito aveva raccolto informazioni su Amadeo Bordiga, che girò a Dimitrov. Bordiga all'epoca aveva cinquantasei anni ed era il leader di un'organizzazione comunista napoletana che faceva ancora proseliti. A dire di Fitin, manteneva per indole un giudizio indipendente, cosa che a suo tempo aveva contribuito a farlo espellere dal Pcd'I quando nel 1929 non aveva voluto seguire gli ordini provenienti da Mosca”. [Avanti barbari]


Bordiga, il nemico del PCI
Ritratto CIA di un comunista contro

L'office of Strategic Services era molto interessato al partito comunista. Tra le figure di comunisti ritenute meritevoli di attenzione vi era Amadeo Bordiga. Ecco alcuni stralci di un rapporto su di lui, del 19 ottobre 1944.

Amadeo Bordiga, illustre pensatore marxista italiano uscito dalla vita pubblica dal 1926, vive attualmente a Roma. E' tuttora una dinamo umana e un gigante intellettuale. Incontra leaders politici di tutti i partiti in colloqui informali, ma smentisce ogni intenzione immediata di azione politica contro i comunisti con cui ruppe sulla scelta tra rivoluzione mondiale immediata o temporeggiamento..

Dal settembre 1943 ha vissuto in stato di estrema ristrettezza a Formia, a sud di Roma, a poca distanza dal fronte, con sua moglie e sua figlia medico. Intende tornare alla sua professione di ingegnere industriale. Non ha un soldo e rifiuta ogni genere di aiuto. Sua moglie vive nel terrore che anche lui, come Trotsky, possa essere assassinato qualora decida di rispondere agli appelli di migliaia di suoi fanatici seguaci e diventi così il capo di un partito comunista indipendente che può portare alla rovina l'attuale partito comunista ufficiale. Togliatti troverebbe in Bordiga un potente concorrente. E tuttavia molti pensano che se Bordiga venisse assassinato come Trotsky, Togliatti e l'intera direzione del partito comunista rischierebbero lo sterminio fisico da parte dei bordighiani fanatici. Le stesse persone, perciò, pensano che un tipo calcolatore come Togliatti preferisca un metodo più conveniente  e meno rischioso: una campagna di calunnie e di persecuzioni da parte degli Alleati contro Bordiga (...).

Queste le idee di Bordiga così come le ha espresse in un'intervista.

a) Bordiga ha detto che sta nascendo un nuovo partito comunista, diverso dal partito di Togliatti. Questo sarà il vero partito comunista. Condurrà una lotta senza tregua contro ogni deviazione dalla linea storica della sinistra marxista, contro il partito di Togliatti, contro la democrazia borghese, per il rovesciamento della borghesia e per l'avvento della dittatura del proletariato (...).

d) Si stanno formando gruppi comunisti di sinistra che sono già al lavoro in tutta Italia. Bordiga vuole un partito fortemente centralizzato, così come lo richiede la lotta rivoluzionaria per la dittatura del proletariato. Secondo Bordiga il movimento della sinistra comunista è molto forte nei centri industriali d'Italia ed è guidato da suoi vecchi amici e collaboratori come Fortichiari, Repossi e Damen (...).

g) Secondo Bordiga, Togliatti e il suo partito non sono comunisti. Sono solo uno strumento dello Stato russo. Bordiga disprezza Nenni, ma ha più rispetto per un socialista riformista come Modigliani (...).

i) il fascismo, ha continuato Bordiga, è la forma politica ed economica più moderna del capitalismo. Dopo la guerra il fascismo si spargerà in molti paesi capitalisti sotto diversi nomi. Il movimento della sinistra comunista farà altrettanto. La democrazia è una bugia, in nessun posto la gente vive democraticamente. Sono tutti guidati da piccoli gruppi. Quel che esiste è una dittatura della borghesia sotto nomi diversi. Il compito di un partito rivoluzionario della classe operaia è distruggerla e instaurare la propria dittatura. (...).

n) Secondo Bordiga, sia i fascisti sia i cosiddetti antifascisti in questa guerra hanno dato prova di grande vigliaccheria. I fascisti sono stati tanto vigliacchi da non riuscire a difendersi, gli antifascisti troppo vigliacchi per rivoltarsi. Ha ripetuto che il fascismo è stato rovesciato dagli Alleati e dal re.

o) Bordiga ha detto che l'attuale atteggiamento di implorare pietà dagli Alleati è ridicolo. Se il partito rivoluzionario della classe operaia fosse già stato formato ed egli ne fosse il capo, la loro linea sarebbe totalmente diversa. Ha detto: «Noi diremmo agli Alleati: forza, castigate la nostra borghesia, punitela senza pietà! E in questo modo gli Alleati ci aiuterebbero a distruggere il nostro principale nemico».

L'Espresso, n. 1, 5 gennaio 1995


mercoledì 7 novembre 2018

L'antifascismo non è questione di partito




L'antifascismo non è questione di partito

“E' doveroso contestare l'antifascismo quando esso diviene retorica o ideologia che irrigidisce la storia, ma tale critica non può avere nulla in comune con quella versione aberrante del revisionismo che vorrebbe porre sullo stesso piano chi combatteva per impedire Auschwitz e chi oggettivamente combatteva – qualsiasi fossero le sue motivazioni o illusioni personali – per mantenere ed estendere Auschwitz”.

Lo scriveva nel 1997 sul Corriere della sera Claudio Magris, intellettuale notoriamente non di partito.

Chi fa dell'antifascismo questione di partito, chi fra fascismo e antifascismo si dichiara apartitico, fa proprio questo: dimentica Auschwitz.

Ma Auschwitz c'è stata e non si può cancellare.

I morti di Auschwitz, i milioni passati per il camino, non smettono di chiedere a ognuno di noi: di fronte a tutto questo, tu da che parte stai?

Per questo la memoria fa paura.

Per questo tirarsi fuori, non prendere posizione significa comunque schierarsi.

martedì 6 novembre 2018

Michele Fatica, Bordiga il comunista cancellato



Continuiamo a riproporre i materiali del sito “Avanti Barbari” recentemente oscurato. Oggi riprendiamo un articolo di Michele Fatica preceduto dalla presentazione che ne fece Sandro Saggioro.


Questo articolo di Michele Fatica, apparso nella edizione napoletana di  «La Repubblica» del 25 ottobre 2002, annuncia e presenta il Convegno «Scienza e politica in Amadeo Bordiga» che si tenne a Milano il 24 e 25 ottobre 2002 al quale lo stesso Fatica partecipò con una relazione il cui titolo era «Amadeo Bordiga di fronte alla prima e alla seconda guerra mondiale del secolo XX».
Michele Fatica, studioso e storico napoletano, aveva conosciuto alla metà degli anni sessanta Amadeo Bordiga che ne aveva  apprezzato gli studi sul movimento operaio napoletano e precisamente «Il movimento socialista napoletano tra la fine dell'età giolittiana e il congresso di Ancona» (Critica storica, n. 3, 31 maggio 1967) e  «La settimana rossa a Napoli» (Critica storica n. 4 e 5, 1968), lavori che sfoceranno poi nel 1971 nel  bel libro «Origini del fascismo e del comunismo a Napoli [1911-1915]», (La Nuova Italia, Firenze, 1971). Michele Fatica inoltre partecipa, dalla sua costituzione, all'attività della «Fondazione Amadeo Bordiga». Ci sia permesso infine correggere due piccoli errori  presenti nel testo: Bordiga fu espulso nel 1930 e non nel 1929 e «Il Soviet» non fu mai un quotidiano.

Michele Fatica

Bordiga il comunista cancellato. Geometria e rivoluzione i due volti di Bordiga

Milano ricorda Amadeo Bordiga con un convegno internazionale (si chiude oggi) organizzato dalla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano, patrocinato dal Dipartimento di Filosofia e Politica dell'Università degli Studi di Napoli L'Orientale e dalla Fondazione, che porta il suo nome, sorta a Formia per volontà della consorte Antonietta De Meo. La scelta di Milano non è casuale, perchè in quella città negli anni cinquanta fu pubblicata per la prima volta da Giorgio Galli presso l'editore Schwarz una storia del partito comunista italiano che metteva in luce la spinta prioritaria che venne da Bordiga alla fondazione di quello che prese il nome di Partito comunista d'Italia, sezione della Terza Internazionale. Lo stesso Galli è l'animatore del convegno, per il quale ha messo a disposizione un finanziamento ottenuto dal Cnr.

Galli ebbe molto coraggio, in tempo di imperante stalinismo, a ristabilire il ruolo che Bordiga ebbe nella fondazione di quel partito che la vulgata voleva creato da Antonio Gramsci e dal gruppo torinese che faceva capo all' Ordine Nuovo. Si stravolgevano i fatti perchè Bordiga entrò in contrasto con Mosca, che lo estromise dalla direzione del partito, già quando fu arrestato nel 1923, e accentuò il contrasto con il centro moscovita man mano che si affermava l'astro di Stalin.

Negli anni di controllo delle direttive e degli uomini di tutti i partiti comunisti del mondo da parte di Mosca, Bordiga, che aveva osato attaccare Stalin per il suo nazionalismo, l'oscena campagna contro Trockij e l'ossessione di creare il socialismo in un solo paese, fu espulso per frazionismo nel 1929 dal Partito comunista d'Italia e il suo nome fu evocato solo quando si trattava di coprirlo di ingiurie e di calunnie. Una delle accuse ricorrenti era che aveva pensato, alla stregua di uomo della camorra, a fare soldi costruendo case.

Chi ebbe la possibilità di visitarlo, nella periferia di Formia, nella minuscola casetta costruita in riva al mare di proprietà di Antonietta De Meo, può solo testimoniare di uno stile di vita spartano, quasi povero, che nulla aveva a che vedere con arricchimenti di qualsiasi genere.

La sua biografia è certamente singolare. Veniva da una famiglia di studiosi di media borghesia novarese, ma era nato nel 1889 a Resina, perchè il padre, Oreste, insegnava economia rurale presso quello che allora si chiamava Istituto Superiore di Agricoltura (poi facoltà di Agraria) di Portici. Un fratello del padre, Giovanni, insegnò geometria proiettiva presso la facoltà di Scienze dell'Università degli Studi di Padova. Era una famiglia dove i libri circolavano e, insieme ai libri anche idee liberali. La famiglia paterna riteneva di aver portato un contributo all'unificazione italiana con la serietà degli studi, mentre il nonno materno, Michele Amadei, era stato cospiratore antipontificio e, negli anni Ottanta del XIX secolo, ministro di Agricoltura, Industria e Commercio.

Alcuni valori gli vennero dalla famiglia: rigore nello studio, sobrietà di vita, accoglimento della versione democratica della unificazione italiana soprattutto come un fatto di volontariato, presto sfruttato dalla dinastia sabauda. Ma rifiutò l'adesione alla massoneria, cui appartenevano sia Oreste che Giovanni. Il rifiuto della massoneria nei primi due decenni del Novecento significava anche rifiuto della democrazia. Questo rifiuto in Bordiga era motivato soprattutto dalla consapevolezza  che nella fase democratico-giacobina della Rivoluzione francese, nel 1793, era stata introdotto la coscrizione obbligatoria, quindi la guerra totale, in cui poveri contadini e operai erano privati di qualsiasi autonomia di giudizio, ridotti ad automi costretti solo a ubbidire.

Queste posizioni lo resero subito odioso alla Unione socialista napoletana, largamente controllata dalla massoneria, che si era staccata dal Partito socialista, rivendicando la sua autonomia sulla base delle condizioni particolari di Napoli. Certo, data la presenza di una plebe non certo minoritaria, non era facile fare proselitismo socialista a Napoli. Ma sia l'Unione socialista, sia la Borsa del lavoro (l'organizzazione sindacale), con quadri dirigenti provenienti dalle associazioni artigiane e dalla chiesa battista, fondata da diffusori delle Bibbie protestanti arrivati a Napoli al seguito di Garibaldi, mostravano scarso interesse alla cintura proletaria ad est (Poggioreale) e a ovest (Bagnoli), preoccupati solo di difendere le loro piccole posizioni di comando e di continuare le trame con i partiti "democratici" dirette alla conquista del comune di Napoli.



Questa esperienza autonomistica non ebbe un felice risultato, perchè Unione e Borsa si dissolsero dopo che la gran parte dei suoi dirigenti fu favorevole all'intervento dell'Italia nel primo conflitto mondiale e alcuni tra i dirigenti più noti iniziarono la loro collaborazione al "Popolo d'Italia" di Mussolini. La dissoluzione delle organizzazioni autonomistiche coincise con il crescente successo della linea politica di Amadeo Bordiga. Ostile non solo all'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale, ma già da prima alle guerre balcaniche e alla guerra italo-turca si guadagnò una larga influenza prima tra i giovani socialisti e poi nel partito, imponendosi come un dirigente autorevole a livello nazionale nel 1915.

Ebbe la fortuna di iniziare la sua militanza nella cintura industriale di Napoli, in primo luogo in quella parte della conurbazione che vantava una presenza operaia fortissima, Torre Annunziata, Castellamare di Stabia, S. Giovanni a Teduccio. Fondò periodici che ebbero subito un certo numero di lettori. "Il Lavoro" di Portici, "La Voce" a Castellamare di Stabia. Dopo la rivoluzione bolscevica fondò il settimanale, poi quotidiano "Il Soviet", ricostruì la Camera del Lavoro napoletana aderente al Cgl e la sezione socialista.

Durante la guerra fu fautore di una soluzione non molto diversa da quella russa e, a guerra conclusa, si recò in Russia per partecipare al secondo congresso dell'Internazionale comunista, partecipando alla stesura delle 19 condizioni per aderirvi. Il suo prestigio crebbe sul piano internazionale e la sua corrente "comunista astensionista" ebbe il ruolo più importante nella formazione a Livorno nel 1921 del Partito comunista d'Italia. Le sue disavventure iniziarono con l'affermazione della teoria del socialismo in un solo paese e con la sua critica di quanto veniva fatto in Russia (critica da sinistra, tenne sempre ad insistere, mai di destra): tuttavia nel neonato Partito comunista, fu, sotto la sua direzione, vivo il dibattito e proficuo lo scambio di idee, perchè alla sua educazione liberale, ripugnò sempre l'autoritarismo caporalesco.



Bordiga fu anche ingegnere ed architetto, tenendo moltissimo al suo titolo (forse più che a quello di dirigente politico). Dopo aver conseguito la licenza liceale presso il liceo-ginnasio "Garibaldi", si laureò in ingegneria brillantemente. Avrebbe potuto intraprendere la carriera universitaria, ma preferì impiegarsi nelle Ferrovie dello Stato, dalle quali fu licenziato per aver partecipato nel giugno 1914 allo sciopero della Settimana Rossa. Negli anni del fascismo lavorò presso studi privati, potendo esercitare liberamente la professione solo dopo il crollo del regime. Partecipò attivamente al dibattito per la revisione del piano regolatore di Napoli del 1939, chiamato a far parte della commissione Piccinato. Denunziò già nei primi anni del secondo dopoguerra il rischio della cementificazione della città e della distruzione della parte produttiva del quartiere gravitante attorno al porto. E' un capitolo della biografia di Bordiga poco noto, su cui getterà luce Luigi Gerosa, uno studioso che ha avviato presso l'editrice Graphos di Genova l'edizione di tutti gli scritti di Bordiga.

Il convegno con la partecipazione di Luigi Cortesi, di Liliana Grilli, di Franco Livorsi ed altri, promuoverà le riflessioni su aspetti noti e poco noti, oscuri e a volte inquietanti della singolare figura del Bordiga, morto a Formia nel luglio del 1970.

«La Repubblica» (edizione di Napoli), 25 ottobre 2002

lunedì 5 novembre 2018

La Grande Guerra. "Uomini contro" di Francesco Rosi


6 novembre 2018
Alle ore 21.00
Biblioteca Civica A. Aonzo
Piazza Costituzione - Quiliano
Proiezione film "Uomini contro" di Francesco Rosi
A cura del Cineforum QUEI BRAVI RAGAZZI - Quiliano
Introduzione storica: Giorgio Amico



Véronique Massenet, Mon Bois


Agenore Fabbri. La passione della materia




AGENORE FABBRI
la passione della materia
a cura di Riccardo Zelatore e Sandro Ricaldone

Entr’acte
via sant’Agnese 19R – Genova
7 – 30 novembre 2018
orario: mercoledì-venerdì 16-19

inaugurazione: mercoledì 7 novembre 2018, ore 18

Nella ricorrenza del ventennale della scomparsa di Agenore Fabbri ((Quarrata, 1911 – Savona, 1998) Entr’acte partecipa al ciclo di mostre “Agenore Fabbri. La passione della materia” curato da Riccardo Zelatore, che vede protagoniste l’ArtGallery La Luna di Franco Carena e Alessandro Capato (Borgo San Dalmazzo, 20/10/2018-13/1/2019), Balestrini Arte Contemporanea di Alessandra e Cristina Balestrini (Albissola Marina, 10/11/2018-13/1/2019).

Attorno al “Personaggio lunare”, una scultura in bronzo del 1962, esempio fra i maggiori della ricerca compiuta dall’artista in ambito – a dispetto del titolo - non schiettamente figurativo, la mostra riunisce disegni e schizzi appartenenti a due distinti periodi.

Il primo, riferito ad un arco temporale che dal 1949 si protende nel decennio successivo, è rappresentato anzitutto da due chine di matrice astratto-biomorfa, caratterizzate da svolgimenti sinuosi e da un sapiente gioco fra pieni e vuoti, cui fanno seguito tre abbozzi a carboncino ritraenti animali tratteggiati con un segno pesante, secondo un impianto nel quale l’espressività marcata si coniuga con un dinamismo di stampo futurista, ben noto all’autore che dopo il trasferimento dalla Toscana ad Albisola, nel 1932, aveva potuto incontrare in quella sede taluni fra i principali esponenti di quel movimento.

La seconda congiuntura si colloca invece attorno al 1960, illustrata da una sequenza di tecniche miste su carta d’impronta segnatamente informale, ove la memoria della figura, ancora avvertibile nei primi fogli evolve gradualmente verso una pura sensibilità atmosferica.

La mostra è affiancata da un catalogo con testi critici e le riproduzioni di tutte le opere esposte nelle mostre del ciclo.

domenica 4 novembre 2018

Amadeo Bordiga. Il fondatore dimenticato



Continuiamo con la ripubblicazione dei materiali raccolti da Sandro Saggioro e ormai non più disponibili in rete. Sandro definiva questo articolo di Giorgio Bocca, apparso nel 1973 su «Storia Illustrata» “interessante, simpatico e corretto”. Ed in effetti si tratta di uno dei primi articoli seri dedicati al fondatore del PCI dopo la stagione delle calunnie.

Giorgio Bocca

Amadeo Bordiga. Il fondatore dimenticato

Per lunghi anni Amadeo Bordiga è stato il «diavolo» del nostro comunismo ortodosso, l'equivalente italiano di Trotzki, il nemico, l'eretico; e siccome il comunismo italiano ortodosso ha avuto ed ha il monopolio dei documenti e degli archivi, siccome anche la revisione critica su Bordiga è passata e passa, in gran parte, attraverso i canali storici del PCI, si corre anche oggi il rischio di dare di Amadeo Bordiga una immagine deformata, come del resto lo si corre con Gramsci e con Togliatti, Abbiamo cercato perciò, nei limiti dell'abbozzo biografico di tenere presente anche una conversazione con Bruno Maffi, uno dei «figli di Bordiga» e storico della sinistra comunista.

Come Togliatti, come Gramsci, come quasi tutti i dirigenti comunisti, Amadeo Bordiga è di estrazione borghese: nasce il 13 giugno 1889 a Resina dal professor Oreste, un piemontese sceso a Portici alla scuola agraria; la madre invece è fiorentina e nobildonna; ricorderà Ruggero Grieco nel 1923, nel saluto a Bordiga, arrestato dai fascisti, che «agli agi della sua famiglia di antica nobiltà... ha preferito farsi condottiero di masse». Non è qui il caso di ricostruire nei dettagli la fanciullezza e la gioventù di Amadeo; basterà ai fini di questo ritratto dire che egli è, naturaliter, una persona colta, abituata alla frequentazione degli intellettuali, il che gli consentirà fin dai primi anni della attività politica e giornalistica di guardare alla cultura del suo tempo con sufficiente distacco, senza infatuazioni e venerazioni, scegliendovi liberamente i suoi interessi: «Non aveva letto» ricorderà Giuseppe Berti «una pagina di Croce e di Gentile -se ne vantava , ed era vero - trovava il positivismo infastidente ed approssimativo, gli sembrava che come filosofia il marxismo largamente bastasse».

Gli studi universitari in ingegneria lo portano a Pavia e poi a Napoli e a 21 anni ha già fatto la sua scelta politica, si è iscritto alla sezione socialista di Portici, ha già iniziato la collaborazione ad Avanguardia, il giornale della gioventù socialista, e al foglio intransigente La soffitta, assieme a Lazzari e a Serrati nonché al foglio locale La Voce di Castellamare.

Si può dire che sia proprio questa sua sicurezza nei confronti della cultura, questa sua conoscenza della cultura borghese, a fornirgli la prima occasione di affermarsi a livello nazionale. Nel 1912, al congresso giovanile socialista di Bologna, e per lettera su L'Unità di Salvemini, inizia infatti una polemica con Angelo Tasca che non passa inosservata nel partito. E' la polemica che va sotto il nome di «culturista». Raccogliendo una idea salveminiana, Tasca ha accusato il partito socialista. i giovani in particolare, di essere incolti ed ha attribuito a questa incoltura i ritardi del movimento. Bordiga rifiuta questa posizione: il problema del socialismo. dice, non è quello di una cultura che è e resta borghese e che nessun riformismo riuscirà a cambiare, il vero problema del socialismo italiano è di trovare una sua unità ideologica e di azione, è di sconfiggere «il localismo e il particolarismo».

Il Bordiga del 1912 ha dunque già sufficientemente chiara la visione critica del vecchio partito che poi Gramsci chiamerà il Barnum, il grande vaso in cui si raccolgono le forze più disparate, dai sindacalisti rivoluzionari ai riformisti di destra. Non è questo il partito che può piacere all'intransigente napoletano il quale, sempre nel 1912, ha fondato il Circolo Carlo Marx assieme a Ruggero Grieco e a Oreste Lizzadri, primo strumento di una opposizione che durerà fino alla scissione socialista: «In tutto il periodo compreso tra il 1912 e il 1919» osserverà Andreina De Clementi «la sua vicenda si identificò con la storia della sua progressiva presa di coscienza... della estraneità del PSI ai principi marxisti».

Nella storia del comunisti ortodossi Bordiga appare solo nel 1921 e come antitesi del gruppo torinese ordinovista di Gramsci e Togliatti. Diciamo piuttosto, secondo la verità storica, che Bordiga, come Tasca, sono già noti nel partito socialista nel 1914 mentre Gramsci e soprattutto Togliatti sono degli illustri sconosciuti. Ma a parte la notorietà, a parte il peso dentro il partito, vi è fra il Bordiga e il Gramsci del 1914 un certo parallellismo. Entrambi sono mussoliniani come lo sono molti fra i giovani, entrambi vedono in Mussolini l'uomo che ha sbancato i riformisti del partito e che sembra capace di guidarlo in senso rivoluzionario. «Anche Bordiga» ammette la sua biografa De Clementi «aveva dato credito alla irruenza mussoliniana e tra i due si era stabilita una corrente di viva, reciproca simpatia, sfociata nella collaborazione del giovane napoletano alla rivista teorica Utopia». 

Dal congresso socialista di Ancona alla settimana rossa il giovane Bordiga segue Mussolini nella sua lotta contro i massoni e contro i riformisti. E' solo nell'ottobre del 1914 che questa alleanza si rompe sul tema dell'interventismo. E' già in corso la guerra mondiale fra gli imperi centrali, descritti come reazionari e feudali, e le democrazie occidentali, che passano per le continuatrici della rivoluzione francese, per le sostenitrici dei principi di indipendenza nazionale e di autodeterminazione dei popoli. Si tratta di definizioni molto opinabili così come sono opinabili i giudizi che si possono dare del conflitto; ma è su esso che il movimento socialista italiano si spacca una prima volta. Il partito socialista ha fatto della neutralità, del rifiuto della guerra il suo ubi consistam ideologico, il suo comune denominatore; e fa scandalo che improvvisamente il 24 ottobre del 1914 proprio il direttore dell' Avanti!, Mussolini, la metta in dubbio, la discuta con un articolo che ha per titolo «Per una neutralità attiva ed operante» e qui finisce anche il parallellismo con Gramsci il quale invece commenta in modo quasi favorevole l'articolo mussoliniano e poi, con Togliatti, imbocca la strada dell'interventismo.

Bordiga, dicevamo, non ha esitazioni e non si limita ad articoli teorici. Scrive, con altri, Il soldo del soldato, un opuscolo destinato ai coscritti in cui si rifiuta ogni distinzione fra guerra offensiva e difensiva perchè la guerra, comunque, è imperialista e volta allo sfruttamento del proletariato. Una tale guerra va sabotata, osteggiata. Sono le idee che un Bordiga isolato a Napoli, tagliato fuori dal movimento socialista internazionale, svilupperà nel corso del conflitto riscoprendo in certo senso il disfattismo rivoluzionario di Lenin.



Alla fine della guerra, cadute le prudenze imposte dal conflitto la sinistra socialista riprende con rinnovato ardore l'opposizione dentro il partito, e la sorregge, la sprona l'entusiasmo per la rivoluzione russa, per la nascita del primo stato socialista del mondo. Si vive in un periodo, è bene ricordarlo, in cui l'attesa rivoluzionaria si è diffusa in tutta Europa, in cui la fine del vecchio ordine pare imminente; e i giovani premono perchè il partito si adegui, perchè sia pronto. Bordiga e la sua corrente hanno preso il sopravvento a Napoli, il sindacato che controllano ha 7000 iscritti, il 22 dicembre è uscito il giornale di corrente Il Soviet in cui il giovane leader espone le sue idee, sempre quelle: «il partito politico ... non è nel concetto nostro organo di conquiste elettorali per gli intellettuali che dirigono il movimento, ma è l'organo politico di una classe sociale che, solo affratellata in una collettività che superi gli individui, i gruppi, le categorie, le razze, le patrie, potrà dare e superare le sue definitive battaglie». L'eterno immutabile Bordiga del partito dei puri, rivoluzionario che farà dire a Zinoviev: «Voi siete come un palo telegrafico, siete sempre lì».

Cerchiamo di capire, per brevi tratti, la situazione del partito socialista nei primi anni del dopoguerra: la mobilitazione delle masse contadine ed operaie, le inquietudini della media e piccola borghesia, lo hanno ingigantito e al tempo stesso svuotato; ha conquistato moltissimi seggi nelle elezioni, è il partito con il maggior numero di iscritti ma è anche un partito che mira ai voti, ai municipi assai più che alla rivoluzione. Non è questo partito che può piacere ai socialisti intransigenti riuniti attorno al Soviet di Bordiga, e neppure a quelli che leggono l' Ordine Nuovo a Torino e che hanno Gramsci come leader.

Ma i due gruppi hanno idee diverse su modo di uscire dalla crisi: Gramsci punta tutto sui consigli operai che prima si impadroniscono delle industrie e poi dell'intero Paese; Bordiga capisce invece che l'Italia non è Torino, che le avanguardie operaie non bastano a guidare le masse contadine, che bisogna creare un partito politico capace di arrivare alla conquista del potere politico. Posizioni polemiche, ma di reciproca stima intellettuale: Bordiga sale spesso a Torino per convincere Gramsci e gli ordinovisti e nasce fra i due un rapporto critico ma affettuoso. Bordiga non permetterà mai che si parli in sua presenza in termini spregiativi di Gramsci, e quando sarà al confino offrirà il suo aiuto disinteressato per la liberazione di Antonio.

Allorché finalmente, sotto la spinta di Lenin e della nuova internazionale comunista si arriva alla scissione di Livorno del 1921, Bordiga è l'incontrastato leader del partito e il dominatore del congresso. La storia sacra dei comunisti ortodossi arriverà a dire, come è noto, che Gramsci e Togliatti sono stati i fondatori del partito comunista, ma è vero il contrario; Togliatti è a Torino a fare il giornalista e Gramsci riesce a stento ad entrare nella direzione. E presto tutti gli ordinovisti, con la sola eccezione di Antonio, forse, sono degli accesi bordighisti, lo seguono nella sua linea intransigente. Impressiona, in questo Bordiga, la sicurezza in se stesso, il sentimento di indipendenza, la certezza di aver cercato e trovato una vita autonoma al socialismo. Gli dicono che Lenin è in disaccordo con lui sull'astensione dalle elezioni? Risponde: Lenin ed io siamo figli di Marx a parità di diritti. E la situazione russa non è quella italiana. Ai bolscevichi, ai rivoluzionari sovietici Bordiga appare come la personalità dominante del partito italiano. Dirà di lui Kamenev: «Amadeo è un leone».

Bordiga ha doti tribunizie, è un oratore trascinante. Gramsci è seguito soprattutto per la sua intelligenza, ma in Amadeo l'intelligenza si accompagna alla passione. E' uomo vivo, pieno, gran bevitore, gran mangiatore, quando capita in casa Maffi a Milano non dimentica di portare i dolci napoletani; ha sposato Ortensia, una compagna bella con occhi luminosi, grande combattente anche lei, pronta a «giustiziare» Mussolini quando tradisce il partito, capace di rifiutare la mano al comunista francese Cachin che giudica troppo spostato a destra. Bordiga non ha complessi di inferiorità neppure di fronte alla mitica Terza Internazionale meglio nota come Comintern. La divergenza compare quasi subito: l'Internazionale crede di poter pensare alla strategia generale del movimento a cui i singoli partiti devono adattarsi in modo tattico: il partito italiano per esempio tenga presente la situazione italiana di fascismo nascente e si adegui, cerchi una alleanza tattica con i socialisti.

Bordiga non ci crede: per lui il fascismo non è che un aspetto del governo borghese; se viene il fascismo un buon comunista non deve rinunciare ai propri ideali gridando viva la democrazia che è l'altro aspetto del governo borghese; deve invece serrare le file, tenere in piedi l'organizzazione rivoluzionaria, e tenerla in piedi evitando le contaminazioni socialdemocratiche. E' certamente un errore: il fascismo passerà più facilmente con un antifascismo diviso e sarà in grado di distruggere tutte le organizzazioni rivoluzionarie.

Bordiga, va però sottolineato, espone questa tesi prima della esperienza fascista e non è giusto giudicarlo con il senno di poi, sul metro di un fascismo rivelatosi alla nazione e al mondo come un fenomeno nuovo. Si tratta comunque di due posizioni, quella della Internazionale e quella di Bordiga, difficilmente conciliabili. Ma non è giusto, come si è fatto da parte dei comunisti staliniani, presentare Bordiga solo come un cocciuto schematico e astratto: Amadeo ha una sua idea del partito rivoluzionario che non ha più avuto alcuna possibilità di essere verificata da quando il movimento comunista ha rinunciato a quel tipo di rivoluzione.



Nel 1923, a marcia su Roma compiuta, Bordiga venne arrestato dai fascisti. Il partito dei «puri», come lo ha voluto, non ha opposto resistenza al colpo di stato fascista; si impone in extremis, la necessità di rovesciare la sua politica, di cercare una alleanza con i socialisti. Nel giugno del 1923 l'esecutivo allargato dell'Internazionale sconfessa Bordiga, e impone un rinnovamento della direzione in cui entrano i «destri» come Tasca e Vota. Amadeo, dal carcere, risponde con la abituale fierezza: «Non pretendo di rappresentare altro che il signor me stesso, ma dichiaro ...  che non collaborerò in alcun modo al lavoro di direzione del partito. Dall'esecutivo sono lieto di essere già escluso ... Non mi dimetto da non so che cariche che mi hanno dato a Mosca, ma se dovessi uscire, non andrò laggiù neanche per poco tempo».

Il partito è lacerato, non vuole rompere con Mosca ma non vuole neppure ripudiare l'amato leader. L'operazione per estromettere Bordiga e i suoi fedelissimi dalla direzione sarà diretta da Gramsci, e durerà fino al 1925, con una lenta conquista dei quadri. Bordiga però non si dà per vinto e, se volesse, il suo ruolo all'Internazionale resterebbe di primo piano: il gruppo Bucharin-Stalin che dirige il partito russo non è sicuro di Gramsci, Bordiga potrebbe servire come carta di riserva. Ma Bordiga non è uomo da stretti calcoli di potere, Bordiga guarda alle questioni di fondo. Egli è il primo che abbia il coraggio di porre ai sovietici e a Stalin la domanda decisiva: «Dove sta andando l'Unione Sovietica?». Sta costruendo davvero il socialismo o sta fabbricando un colossale capitalismo di stato?

Il 1° marzo 1926 c'è fra Bordiga e Stalin un incontro storico. Bordiga chiede informazioni sui programmi industriali, sul modo socialista di industrializzare il paese e poi pone una domanda decisiva: «Il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione russa e dei problemi interni del partito russo è legato allo sviluppo del movimento proletario internazionale?». Come a dire: voi sovietici vi preoccupate ancora della rivoluzione mondiale o badate soltanto al socialismo nel vostro paese? E Stalin con sdegno, non sappiamo se sincero o simulato, risponde: «Questa domanda non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che un comunista potesse rivolgermela. Dio vi perdoni di averlo fatto».

Uno scontro duro, dignitoso, non lo Stalin che umilia e ridicolizza Bordiga come  si leggerà nella storia sacra togliattiana. Bordiga è così poco umiliato che ventiquattro ore dopo al VI Plenum dell'Internazionale pronuncia il solo vero discorso di opposizione entrando nel merito della questione russa, nel merito dei metodi russi: «In questi ultimi tempi si impiega nel partito uno sport che consiste a colpire, intervenire, spezzare, aggredire; ed in questi casi i colpiti sono spesso degli ottimi rivoluzionari. Trovo che questo sport del terrore nell'interno del partito non ha nulla di comune con il nostro lavoro... L'unità si giudica dai fatti, non da un regime di minaccia e di terrore. Quando gli elementi deviano in modo evidente dal cammino comune bisogna colpirli, ma se in una società l'applicazione del codice criminale diventa la regola, ciò significa che la società è imperfetta... Ci occorre assolutamente un regime più sano nel partito, è assolutamente necessario che si dia al partito la possibilità di costruire la sua opinione... Il partito russo lottava in condizioni speciali cioè in un paese in cui l'aristocrazia feudale non era stata ancora sopraffatta dalla borghesia capitalistica. E' necessario per noi sapere come si attacca uno stato democratico moderno...» E' difficile immaginare una critica più pertinente al sistema staliniano in formazione, e una formulazione più esatta dei problemi fondamentali della rivoluzione dei Paesi avanzati.

Togliatti, che rappresenta a Mosca il partito italiano di Gramsci, se ne avvede e deve dire: «Avete sentito tutti Bordiga, e sembra che abbiate una certa simpatia per lui. Pone i problemi in modo sincero e pare avere la forza di un capo. Ma noi non crediamo che sia un grande capo rivoluzionario». E magari è così, ma resta aperta la questione se ai fini del socialismo sia stata più utile la sua intransigenza, o il realismo togliattiano. Bordiga, arrestato jnel 1926, mandato al confino, viene espulso dal partito comunista nel 1930, dopo che Togliatti si è arreso senza condizioni a Stalin, e approfittando delle purghe che Stalin pretende in tutti i partiti dei presunti trotzkisti. La identificazione di Bordiga con Trotzki è quanto mai approssimativa e vale come tutte le altre identificazioni fra i nemici dello stalinismo.



Le calunnie degli stalinisti

Bordiga torna a Napoli, si dedica alla sua professione di ingegnere, e sopporta l'isolamento politico e la calunnia a cui i comunisti ortodossi lo sottopongono dall'esilio. L'odio e l'indignazione dei togliattiani nei riguardi dell'ex-leader sono artificiosi, fatti per compiacere Stalin, per rafforzare nei militanti di base l'odio verso l'eresia trotzkista. E nel periodo del peggiore stalinismo le requisitorie contro Bordiga si succederanno ossessivamente. Si arriva a scrivere che «l'avversione a Bordiga e al bordighismo è sempre stata profonda in Togliatti, direi quasi fisica». E poiché ha assistito al matrimonio di una nipote, a cui sono presenti anche dei fascisti, lo si accusa di essere «una canaglia trotzkista, protetto dalla polizia e dai fascisti».

In verità Bordiga vive isolato nel suo alloggio di corso Garibaldi a Napoli, e i suoi unici amici sono i comunisti, pochi, che non lo hanno abbandonato. Egli è convinto che l'uscita dallo stalinismo prenderà un tempo molto lungo, e sa che un uomo come lui non ha il minimo spazio: o lo reprimono i fascisti, o lo eliminano gli stalinisti. Meglio dunque attendere, e intanto ripensare il marxismo, ripensare il partito rivoluzionario.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Bordiga prende atto che lo stalinismo non è finito, e che una sua uscita in campo aperto contro il partito togliattiano non avrebbe alcuna possibilità di successo. Ma è in questi anni fra il 1944 e il 1965 che svolge un enorme lavoro ideologico, scrivendo su Programma comunista e compilando saggi come il Dialogato con Stalin del 1953 e Dialogato coi morti del 1956, in polemica con Krusciov.

A Napoli egli ha più ammiratori che compagni di partito, i militanti più numerosi sono al nord. Negli ultimi anni Bordiga era stato colpito da una paresi, ma continua a pensare, a scrivere, a parlare come si è visto in una drammatica intervista televisiva trasmessa post mortem.

Il breve abbozzo biografico di Amadeo Bordiga si ferma qui. Certamente l'uomo non è stato mondo di difetti e di errori come pretenderebbero i suoi seguaci. Certamente alla prova del fascismo Bordiga ha compiuto errori gravi di analisi e di scelta tattica, ma da tutti i suoi scritti, da tutti i suoi atti emana una intelligenza sincera, generosa, nobile, che lo accomuna più a Gramsci che a Togliatti. E che comunque gli merita un giudizio più equo e una storia più onesta di quelli usciti fin qui dal partito comunista togliattiano.

«Storia Illustrata», n. 189, agosto 1973