TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


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sabato 24 gennaio 2026

L'Ordine del Tempio tra Ponente ligure, Provenza e Basso Piemonte


 

Nel quadro della complessa articolazione giurisdizionale e territoriale del Ponente ligure tra XI e XIII secolo, la presenza dell’Ordine del Tempio non si configura primariamente come esercizio di signoria diretta o di dominazione fondiaria. Piuttosto, essa assume rilievo come fattore di integrazione sovraregionale, in grado di mettere in relazione la costa, l’entroterra e le aree transalpine attraverso una rete di insediamenti, proprietà e diritti localizzati lungo le principali direttrici di traffico commerciale. In un contesto in cui i poteri locali — ecclesiastici, comitali e comunali — sono già ampiamente strutturati, i Templari si inseriscono non tanto come un nuovo potentato che si affianca a quelli già esistenti, ma come un Ordine religioso in grado di governare la mobilità e di rendere più sicure e regolari le vie di pellegrinaggio, ma anche commerciali che attraversano il territorio.

Questa dinamica è comprensibile soltanto se si considera l’Ordine del Tempio nella sua natura profonda, cioè come organismo politico, economico e militare, in cui l’aspetto religioso è strettamente intrecciato con una capacità di gestione del territorio su scala mediterranea. È a partire da questa doppia dimensione — spirituale e pratica — che va letta la presenza templare in Liguria, in Provenza e nel Piemonte meridionale, dove la rete templare si inserisce come un’infrastruttura al servizio della mobilità e della sicurezza, più che come una semplice “acquisizione” di possessi terrieri.


Il quaderno di 15 pagine e consultabile sul sito www.academia.edu

venerdì 12 dicembre 2025

domenica 13 luglio 2025

Partigiane, ma prima di tutto donne

 


Giorgio Amico

Partigiane, ma prima di tutto donne


"Protagoniste. Storie di donne e Resistenza nel Ponente ligure” è un volume appena pubblicato da Fusta Editore , scritto da Daniela Cassini, Gabriella Badano e Sarah Clarke Loiacono allo scopo di recuperare attraverso fonti locali che vanno dall'Istituto Storico della Resistenza (ISRECIM) ad archivi privati, le figure femminili più significative della Resistenza nel Ponente ligure. Lo scopo della ricerca è dichiarato già nel titolo: colmare una lacuna pesante negli studi sulla Resistenza nella provincia di Imperia, dando voce alle storie spesso taciute delle donne che furono protagoniste della lotta di liberazione dal nazifascismo in questa area.

Vengono così raccontate storie personali, come quelle delle sorelle Evelina e Giuliana Cristel, della loro attività resistenziale a Sanremo e della loro deportazione, di Dora Kellner, ebrea tedesca e intellettuale titolare della pensione “Villa Verde” a Sanremo, rifugio per esiliati e intellettuali , delle partigiane Alba Galleano (moglie dello scrittore Guido Seborga, anche lui partigiano) e Lina Meiffret: Sbaglierebbe chi pensasse ad un collage di storie individuali. Il libro ha anche una dimensione collettiva esplorando tra l'altro le vicende dei Gruppi di Difesa della Donna nella Provincia di Imperia. A mettere in luce l'importanza della rete creata da molte donne, tra cui contadine, staffette e commercianti, che fornirono supporto fondamentale alla lotta partigiana.

Questo libro si inserisce in un filone storiografico più ampio che negli ultimi anni ha cercato di recuperare e valorizzare il ruolo cruciale delle donne nella Resistenza italiana. Per troppo tempo, infatti, il contributo femminile alla guerra partigiana è stato marginalizzato o ridotto a funzioni di mero supporto logistico. Tuttavia, studi recenti e testimonianze dirette hanno sempre più evidenziato come le donne abbiano partecipato attivamente, anche come combattenti, staffette, organizzatrici e propagandiste, contribuendo in modo significativo al successo della lotta di liberazione prima e alle battaglie per l'emancipazione femminile nel dopoguerra.

Un libro scritto con molto cura, sensibilità tutta femminile e, perché no, con amore. Che intreccia fotografie, documenti, testimonianze e memorie familiari per ricostruire un mosaico di voci femminili di grande spessore. Un libro che restituisce finalmente dignità e notorietà alle donne del Ponente ligure che hanno lottato per la libertà.


sabato 15 marzo 2025

In cammino nella Prima Zona Liguria



 Da leggere. Perché capire i luoghi aiuta a capire gli uomini e la storia.

lunedì 10 marzo 2025

Storie dell'Italia interna.

 


mercoledì 22 gennaio 2025

L' uomo di Avrigue. Francesco Biamonti (1928-2001)


 Il quaderno, che raccoglie scritti e interventi compresi fra il 2009 e il 2024, è liberamente consultabile e scaricabile sul sito www.academia. edu

Indice

1. I luoghi
Viaggio nella terra di Biamonti
Sapevate che esiste un Rossese bianco?

2. L'uomo e lo scrittore
Francesco Biamonti, gli inizi
Biamonti, Boine e gli olivi cattedrale dei Liguri
La crisi degli olivi in Boine e Biamonti

3. Conclusioni
Biamonti, dello scrivere come testimonianza

giovedì 9 gennaio 2025

mercoledì 27 novembre 2024

D'Autunno Francesco


 

martedì 10 settembre 2024

Grande arte in piccoli borghi, un'alchimia affascinante

 Viviamo in tempi di mostre-spettacolo e di turismo culturale di massa, dove l'importante è poter dire "l'ho vista", con lo stesso spirito del bimbo che parla ai compagni delle sue figurine.

Ma l'incontro con l'arte può anche essere occasione di scoperta del territorio. Grande arte in piccoli borghi, un'alchimia affascinante.





lunedì 20 maggio 2024

giovedì 7 dicembre 2023

Il racconto del paesaggio ligure


 

mercoledì 22 novembre 2023

D'autunno Francesco


 

martedì 7 novembre 2023

Archeologia a Ventimiglia

 


mercoledì 19 luglio 2023

Mercanti d'olio

 



Nel corso del Settecento la coltura dell'olivo conobbe il massimo sviluppo in molte regioni europee, africane e asiatiche affacciate sul Mediterraneo. Alla base di queste di-namiche vi furono ragioni di convenienza o di adattamento a un mercato che evolveva rapidamente. In Italia, gli enormi investimenti di capitali e di lavoro nelle campagne vennero dettati dall'urgenza di avere quantità d'olio eccedenti da immettere con una certa continuità nei circuiti commerciali internazionali al fine di soddisfare la crescente domanda da parte della Francia e del Nord Europa.

Il volume si concentra in particolare sul Ponente ligure, di cui mette in luce vari aspet-ti: le organizzazioni che connettevano l'importante filiera olivicola e olearia di Porto Maurizio e dell'estrema Liguria occidentale all'Europa, la stupefacente vitalità degli imprenditori rivieraschi, l'entità dei traffici lungo gli assi principali, la definizione e l'ubicazione dei porti che presiedevano ai più rilevanti scambi con vasti hinterland urbanizzati e capitali centrali o periferiche.


Alessandro Carassale è dottore di ricerca in Storia moderna e cultore della materia in Geografia all'Università degli Studi di Genova. È presidente del Centro internazionale di studi per la storia della vite e del vino (cesvin) e membro del comitato scientifico del Centro studi per la storia dell'alimentazione e della cultura materiale "Anna Maria Nada Patrone" (cEsA) e dell'Istituto internazionale di studi liguri. Con Carocci edi-tore ha pubblicato Sanremo, giardino di limoni. Produzione e commercio degli agrumi dell'estremo Ponente ligure (secoli XII XIX (con L. Lo Basso; zoo 8).

(Dalla quarta di copertina)


Alessandro Carassale
Mercanti d'olio
Circuiti commerciali dalla Liguria all'Atlantico (1709-1815)
Carocci 2023





venerdì 24 marzo 2023

Ulivi, streghe e Madonne consolatrici nella Liguria del Cinquecento

 



Un mito moderno: la civiltà degli olivi

Capita spesso di leggere di una millenaria civiltà ligure dell'olivo, addirittura “greca e fenicia”, in realtà siamo in presenza di un mito nato in epoca moderna. Certo, gli ulivi in Liguria ci sono da tempo immemorabile, forse come olivastro selvatico da sempre. Ma la civiltà di cui vediamo i resti nella rete di muretti a secco che ancora avvolgono le nostre montagne e nella marea di oliveti che sommergono le nostre vallate, quella no, non è millenaria, i Fenici e i Greci non c'entrano molto. E neppure i Benedettini, così tante volte citati a sproposito.

Quella degli oliveti, della monocultura dell'olivo è tutta un'altra storia, ben più prosaica. Una storia recente e tutto sommato breve, destinata ad esaurirsi in pochi secoli. Un portato della modernità che in Liguria si presenta fin dal Quattrocento sotto il segno di un capitale mercantile che cerca nel ritorno alla terra una possibilità di valorizzazione che la crisi del commercio mediterraneo, causata dall'affermarsi delle nuove rotte atlantiche e dal controllo turco del Levante, non offre più. Processi ben descritti da Massimo Quaini nel suo studio sulla storia del paesaggio agrario in Liguria, apparso nei primi anni Settanta nella rivista della Società Ligure di Storia Patria.

La nascita dell'olivicultura in Liguria

Sulla base di una grande mole di dati Quaini dimostra come a partire dagli inizi del Cinquecento la monocultura dell'olivo si sostituisca in tutte le vallate del Ponente, con l'eccezione del Dianese dove è già attestata da almeno due secoli, alla preesistente cultura promiscua. Nei documenti (dagli Statuti agli atti notarili, giudiziari e fiscali) di Porto Maurizio, delle comunità delle valli d'Oneglia, di Albenga, Pietra L., Finale, Noli, Savona, Albisola, Celle non si trovano tracce di una preminenza dell'olivo. Quasi ovunque è la vite la coltura privilegiata. In molte realtà dell'entroterra, a partire dallo stesso Onegliese, l'olivo ha minore importanza nell'economia locale persino della produzione di fichi e castagne. Una realtà che emerge anche dagli archivi delle abbazie benedettine di San Pietro in Varatella, di San Eugenio di Bergeggi e soprattutto del grande monastero di Bobbio dove l'approvvigionamento d'olio per gli usi liturgici e per la mensa si basa in larga parte sugli oliveti del Garda.

Perse le colonie d'Oriente, soppiantato il Mediterraneo dall'Atlantico le grandi famiglie genovesi, da un lato si dedicano alla finanza e dall'altro tornano alla terra. Una sorta di rifeudalizzazione delle campagne ponentine totalmente inserita nel più generale processo di riassestamento degli assetti socio-economici delle campagne europee così ben studiati da Ruggiero Romano e Fernand Braudel. Gli ulivi investono le valli, le risalgono fino a 800 metri. Nel territorio compreso tra Taggia e Laigueglia nel giro di un secolo l'olivo diventa “coltura esclusiva”.

Una società, basata sull'uso promiscuo della terra e su una produzione mirata soprattutto all'autoconsumo, deve confrontarsi per la prima volta con le logiche del mercato. Un processo che non sarà indolore, ne deriverà la disintegrazione del tradizionale mondo contadino delle vallate. Non è un caso che proprio questo periodo veda accendersi i roghi delle streghe, a Triora e non solo, mentre i domenicani del convento di Taggia danno la caccia agli eretici provenienti dalle vicine Alpi Marittime e Tenda che si favoleggia essere un covo di “valdesi”.

Il processo di Triora

Emblematico, si diceva, il caso di Triora. Negli anni 1585-1587 una grave carestia colpisce la Valle Argentina, conseguenza diretta del profondo cambiamento avvenuto nella valle nei decenni precedenti. Per evitare tumulti il Parlamento degli Anziani, espressione del notabilato triorese, imputa ciò che accade all'azione malefica delle streghe. A ottobre i due vicari mandati ad indagare dal vescovo di Albenga fanno apprestare le carceri e fanno arrestare una ventina di donne. Tutte sottoposte a tortura, confessano e denunciano altre donne, alcune di buona famiglia. A questo punto, spaventato dagli sviluppi non previsti, nel gennaio 1588 lo stesso Consiglio degli Anziani invia al governo della Repubblica di Genova una dura protesta contro gli inquisitori denunciando i labili indizi, la ferocia delle torture che hanno causato la morte di due donne, l'elevato numero delle donne incarcerate.

Il 21 gennaio il vicario vescovile manda un lungo rapporto a Genova: si difende dall'accusa di aver ecceduto nelle torture, dichiara che la morte delle due donne (una sotto tortura, l'altra per suicidio) era opera del diavolo, infine sostiene che “tutte nel loro primo exame senza altra minaccia di tormenti hanno confessato di aver fatto quella scellerata professione nelle mani del diavolo”

La tortura – continua il rapporto - durava solo un quarto d'ora, al massimo un'ora, il fuoco ai piedi dato solo a tre o quattro delle più irriducibili e “con misura”, a tre si dette la veglia per “Il dubbio che havevamo che quelle tali non havessero nell'altre sorte di tormenti qualche maleficio di taciturnità”

Ai primi maggio 1588 il padre inquisitore di Genova si reca personalmente a Triora. Interroga le donne che ritrattano (tutte meno una) le confessioni rese e denunciano la violenza delle torture subite.

L' 8 giugno arriva un commissario straordinario governativo che allarga le indagini, arresta alcune donne, le sottopone alla tortura del fuoco, ne individua infine quattro di Andagna che accusa di aver causato la morte e la malattia di fanciulli e bestiame, tempeste e grandine con distruzione delle vigne, oltre all'uccisione di due adulti, uno a Savona e l'altro a Finale.

Nuove denunce (una ventina) si aggiungono a Badalucco, Montalto ligure, Porto Maurizio e a Sanremo. Una donna, certa Luchina di Badalucco, muore sotto tortura. Significativo il verbale dell'accaduto steso dal Commissario Scribani:

et havendola ieri sera a 22 ore fatta porre al tormento del cavalletto se ne è morta, cosa certo che mi ha alterato assai et fatto restar molto stupido perchè essendo che in Triola delle donne assai più vecchie di lei et per quanto si poteva scorgere di più debole complessione sono state nel medesimo tormento chi 32 hore continue e chi 25 senza avere riportato pericolo di vita... io ho gran sospetto che da lei stessa si sia fatta qualche fattura col mezzo del diavolo per non havere causa...”

Il 22 luglio 1588 sempre lo Scribani condanna a morte le 4 donne di Andagna, citando contro la tesi difensiva che si tratti di sogni e illusioni, l'autorità del Malleus maleficarum, il testo guida degli inquisitori domenicani.

Di fronte a questi nuovi fatti le autorità locali si appellano di nuovo a Genova, facendo notare come il commissario non ha distinto tra delitti comuni e quello di “stregheria” riservato all'Inquisizione. Intanto cresce il numero delle condanne. Tre donne sono condannate a morte a Badalucco, Castelvittorio e Baiardo.

La protesta delle autorità locali determina la nascita di un conflitto di competenza tra magistratura civile e Inquisizione. In attesa di decidere a chi spetta l'onere del processo, nell'ottobre le donne arrestate sono trasferite a Genova.

Nel frattempo la pratica viene trasferita a Roma per un parere del Santo Uffizio. Il governo genovese vuole liberarsi da una causa diventata troppo ingombrante. Ma Roma prende tempo e così nel febbraio 1589 la Repubblica Serenissima preme sulla Congregazione della Fede a Roma perché, si legge, “dette fattucchiere si vanno consumando... che già tre di loro sono morte”

A maggio nuova pressione del governo genovese per accelerare la causa, visto che altre due donne sono morte nel frattempo.

Finalmente il 28 agosto si annuncia da Roma il termine della causa. Il Commissario genovese Scribani viene scomunicato per “essersi ingerito nelle cose pertinenti alla Sancta Inquisizione contro la disposizione de' sacri canoni”. Di fatto il processo viene sospeso. Misteriosa resta la sorte delle donne detenute a Genova. Nessun documento ne parla più. Qualcuno degli storici che si sono occupati della vicenda le da per morte, altri per liberate.

Un santuario in ogni vallata

Segni della resistenza di un mondo rurale che si ribella ad una trasformazione imposta dall'alto, alla sparizione delle terre comuni, all'abolizione dei diritti d'uso di pascoli e di boschi che si stanno mutando in proprietà private. Una resistenza che la Chiesa combatte con campagne di devozione e il richiamo alla fede.

Uno dopo l'altro nelle valli investite dalla nuova coltura sorgono santuari mariani, posti il più delle volte agli snodi di antichissime vie di transumanza in luoghi da tempo immemorabile segnati nell'immaginario popolare dalla presenza del numinoso. Alla fine se ne conteranno una cinquantina tra cui quello di Savona, costruito dopo l'apparizione del 1536 e presto diventato, fino alla costruzione nell'Ottocento del santuario di Lourdes, il principale centro di devozione mariana della cristianità.

Valle dopo valle l'arrivo degli oliveti si accompagna alle apparizioni miracolose della Vergine che chiama i contadini alla rassegnazione in nome della Misericordia e non della Giustizia. Il clima è quello della controriforma tridentina, con il rigido controllo sulle confraternite e il disciplinamento delle feste popolari, con il barocco che si sostituisce negli edifici sacri via via ad un romanico considerato ormai troppo rozzo, con il rito religioso che da momento comunitario diventa spettacolare ostentazione di potere e ricchezza. Chiese risplendenti d'oro per un popolo impoverito, come impoverite sono le campagne nel Sud del mondo attuale che sulla monocultura vivono in balia degli andamenti di un mercato mondiale che non possono in alcun modo controllare.

Ulivi e pastori transumanti

Ma non muta solo il paesaggio, cambiano anche le relazioni sociali. Muta l'atteggiamento verso i pastori transumanti, signori delle vie di crinale, questi si rappresentanti la vera civiltà millenaria della Liguria di Ponente, di cui si regolamenta in modo sempre più restrittivo il passaggio. Lo documentano eloquentemente gli Statuti delle comunità; come Triora che a partire da questo periodo disciplina in modo estremamente fiscale il transito delle greggi con particolare riguardo agli oliveti e il cosiddetto “de damno dato in olivis” causato dalle pecore e dalle capre.

Dopo secoli di convivenza il pastore diventa un intruso, un “ladro d'erba” secondo la bella espressione dell'antropologo Marco Aime che al tema della transumanza ha dedicato un libro bellissimo. Transumanza che comunque continuò fino ai primi anni del Novecento, spingendosi le greggi in inverno dalla terra brigasca alla costa in particolare nella zona di Bordighera e fino sulle pendici del Monte Mao fra Spotorno e Vado Ligure

Epilogo

Quello dell'olio fu un mercato in espansione per almeno due secoli. Nel giro di cinquant’anni, tra il Settecento e l’Ottocento, solo nella Valle di Oneglia vennero impiantate 250.000 nuove piante di olivo, destinate soprattutto ad alimentare la crescente produzione industriale di saponi nell'area di Marsiglia. Una vita felice tutto sommato breve, chè già dagli ultimi anni del Settecento il mercato è in crisi e fra gli economisti della repubblica di Genova inizia un vivace dibattito sui rischi della monocultura, che certo risente della suggestione delle teorie fisiocratiche allora in pieno rigoglio, che precorre nelle argomentazioni molte tesi degli attuali critici di una economia fondata sulla monocultura in molte aree del Sud del mondo.

Ma quella della crisi della “civiltà degli ulivi”, per citare Boine che vi dedicò il suo scritto più famoso, come si suol dire, è un'altra storia che merita una trattazione specifica.


Giorgio Amico



sabato 17 settembre 2022

Castelvittorio e Pigna, alla ricerca del Canavesio e di Calvino. Pagine di diario.

 


Giorgio Amico


Castelvittorio e Pigna,  alla ricerca del Canavesio e di Calvino.
Pagine di diario.


Sarà la bellezza aspra dei luoghi o che lì affondiamo le nostre radici, ma in nessun altro luogo ci è capitato come nelle vallate dell'estremo Ponente ligure di sentire il richiamo archetipale della terra che fu dei padri. Lungo sarebbe l'elenco dei luoghi dove ci siamo sentiti a casa, come Ulisse nella sua Itaca ritrovata. Alcuni di questi luoghi negli anni sono cambiati. Snaturati dal turismo di massa, non li sentiamo più nostri. Affollatissimi, sembrano aver ripreso nuova vita, ma in realtà non hanno più anima né identità. Esiste purtroppo anche una chirurgia estetica dei luoghi che non elimina le rughe lasciate dal tempo, ma le utilizza trasformando il paesaggio, che da esperienza interiore, diventa cartolina o, peggio ancora, set da fiction televisiva.

Non è il caso dell'alta Val Nervia, di Pigna e Castelvittorio. Terra aspra, che pare chiusa al forestiero, ma che in realtà è pronta a concedersi a chi sappia coglierne la profonda bellezza. Ricordo sbiadito, ma ancora vivo, di tempi lontani in cui cuore dei liguri era la montagna e non la costa. I tempi delle vie del sale, dei pastori transumanti, dei pellegrinaggi annuali al Santuario di Nostra Signora del Laghetto quando le montagne non dividevano, ma univano e di cui resta l'eco in un dialetto che sa di Provenza.

Per Calvino, che la percorse tutta, prima ragazzo al seguito del padre agronomo e cacciatore, e poi da partigiano, una “terra di montagne coperte dai boschi fittissimi dove si nascondono i cinghiali”. 

Una terra attraversata da sentieri punteggiati da cappelle, chiesette, piloni, croci a proteggere il viandante dai pericoli del cammino, ma ancora di più a sancire la sacralità di quei luoghi dove un tempo il Signore delle vette manifestava la sua potenza dall'alto del Monte Bego con la tempesta e la folgore simboli terribili della presenza del numinoso nell'esistenza quotidiana degli uomini. E ancora più indietro, al tempo in cui su animali e piante regnava la Dea che nel potere vivificante delle fonti si mostrava Grande Madre. Un passato testimoniata ancora oggi dal santuario di Nostra Signora del Fontan, ma anche dalla implacabile caccia a chi nonostante lo scorrere del tempo e delle culture, continuava a tramandare ciò che la Dea aveva insegnato alle donne. Quelle herbarie, guaritrici e ostetriche, bruciate come streghe.

Terre aspre, di montagna, rifugio di eretici, catari e valdesi, a cui i Signori di Tenda offrivano riparo dai domenicani che dal grande convento di Taggia si partivano per dar loro una caccia spietata.

Fin qui, si è detto, saliva da Sanremo nei primi anni Trenta il giovane Calvino, seguendo il padre che, titolare di una cattedra ambulante di olivicoltura, veniva, lui scienziato insigne, ad istruire i contadini nei primi rudimenti di un'agricoltura moderna che non si risolvesse solo in fatica e scarno frutto.

Contadini tenaci, abbarbicati a fazzoletti di terra, strappati alla montagna con un lavoro di secoli e passati con orgoglio da padre in figlio, generazione dopo generazione. Pastori transumanti che scendevano dagli alti pascoli diretti al mare e finivano a svernare con le greggi sulla costa, lontano fino alla spiaggia di Spotorno.

Liguri di montagna, duri come la pietra, dai volti rugosi come gli ulivi, carichi di memoria come il Pietravecchia o il Toraggio, ma capaci di erigere chiese simili a gioielli di luce dove l'arte del Canavesio ancora ci colpisce con la sua forza visionaria. Lucente come la spada dell'Arcangelo Michele o magica come il grande fiore di pietra che adornano la facciata della Parrocchiale di Pigna.

Comunità libere di uomini liberi, ribelli per natura ad ogni forma di oppressione. “Chi canterà – scrive Calvino che in quelle valli combatté giovanissimo partigiano- la gloriosa popolazione di Castelvittorio, i vecchi cacciatori di cinghiali insorti alla difesa del loro paese, che resistettero con tanto valore?”.

Non saranno certo gli uomini a cantare questa canzone, lo sappiamo bene, ma il vento che soffia dal Toraggio e che di inverno porta la neve, assieme al canto degli uccelli e allo scrosciare dei torrenti che scendono a valle.

Luoghi magici dove la voce tonante del Signore delle vette e il canto armonioso della Dea ancora risuonano.

Savona, 1 ottobre 2016






domenica 28 agosto 2022

Due poesie dal ponente ligure

 


Da tempo (decisamente troppo) Vento largo non si occupa più di poesia. Iniziamo a colmare questo vuoto ospitando due poesie, entrambe legate al Ponente ligure. La prima - in dialetto di Dolcedo - di un caro amico, Tommaso Lupi, prima classificata all'edizione 2022 del prestigioso premio di poesia dialettale “Giannino Orengo”. La seconda, omaggio all'opera di Francesco Biamonti, è arrivata al blog da un autore di cui non sappiamo nulla. Entrambe ci parlano della perdita e del ricordo con una malinconica dolcezza. La foto di copertina è sempre di Tommaso Lupi, tratta da un suo recentissimo lavoro sul “Ponte dei cavalieri di Malta” di Dolcedo.

G.A.


Tommaso Lupi

U baloccu da vitta


Cōřa Amiga,
da luntàn i m’àn dītu che
ti te ne sei andàita via sulla,
maladettu viru.
Cumme da fiö, Gianna,
a sun andàu de cursa
sutta a-u ponte de fèru
int’a crotta di ařimai de cà
dunde a te vegnivu darē
a dōghe recattu,
a te sercōvo cumme aluřa
pe’ rivēte esse, illüsu,
in te chellu scüřu in ruvīna
a l’ò truvàu numa u regordu
de candu tü žuvenetta,
ti m’ài fàitu cunusce
u baloccu da vitta.


Il balocco della vita

Cara Amica,/da lontano m’han detto/che te ne sei andata via sola,/maledetto morbo./Come da ragazzo, Gianna,/sono andato di corsa/sotto il ponte di ferro/nell’antro degli animali di casa/dove ti seguivo /ad accudirli,/ti cercavo come allora/per rivederti essere, illuso,/in quel buio in rovina/ho trovato solo il ricordo/di quando tu giovinetta/mi facesti conoscere/il balocco della vita.


***

Gregorio Lanteri

Omaggio a Francesco Biamonti


Lente le stelle calano a ponente
Tra ulivi argentati gonfi di pena
Di antichi desideri il cuore è pieno
E rimpianti

Fari d’auto rivoltano la notte
In alto sull’autostrada
Mentre il vento lacera le foglie
Su crinali d’ombra

Avrigue, Aurno, Luvaira
Borghi di pietra screpolata
Sentieri diventati rovo
Miraggi nella luce incerta dell’alba

Sulla costa cementosa
Un cielo senza colore mostra le sue rughe
Anche il mare muore
Nel grido dimenticato dei gabbiani



venerdì 29 luglio 2022

lunedì 11 aprile 2022

Micro considerazioni su arte e cultura materiale

 


Giorgio Amico

Micro considerazioni su arte e cultura materiale

Santuario di Montegrazie. Particolare degli affreschi dei fratelli Biazaci (1483). Come da una scena di un affresco della fine del XV secolo, si possono trarre preziose indicazioni "archeologiche" per uno studio della cultura materiale soprattutto dei ceti dominanti dell'epoca. La scena fa parte della storia di S. Giovanni Battista ed è un particolare del riquadro in cui Salomè durante un banchetto porta a Erode la testa del profeta. Noi abbiamo ripreso il dettaglio della tavola imbandita. Da notare la qualità del vetro delle bottiglie (una per l'acqua e l'altra per il vino), la mancanza di forchette (che appariranno solo nel Settecento), la carne servita già tagliata in piccoli pezzi, i piatti quadrati di foggia modernissima, la disposizione del pane, la finezza della tovaglia. Il vino naturalmente è bianco come la maggior parte dei vini liguri di allora.

giovedì 21 ottobre 2021

Francesco Biamonti: le carte, le voci, gli incontri


San Biagio della Cima. Convegno di studi nel ventennale della morte di Francesco Biamonti




Per ingrandire cliccare sull'immagine