TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


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martedì 21 agosto 2018

Misteri di Langa. La testa murata di Paroldo



A poca distanza dal traffico e dai rumori invadenti della modernità la Langa nasconde misteri senza tempo.


Giorgio Amico

Misteri di Langa. La testa murata di Paroldo

L'Alta Langa nasconde misteri senza tempo. E' il caso di Paroldo, il “paese delle masche” come si legge sui cartelli stradali.

E qualcosa di stregonesco in effetti c'è, basta guardarsi attorno e vedere l'orribile pista da motocross, uno scempio davvero “diabolico” del territorio che ha pochi eguali. Un grande fracasso, tante macchine, gente che guarda le moto andare su e giù su una collina ridotta a pista di terra battuta.


Poco sotto ritroviamo la Langa che amiamo, mucche pazienti ci guardano passare.


Poco prima di arrivare al paese su una collina, dove un tempo si ergeva il possente castello dei Del Carretto si intravvede la chiesa di San Sebastiano. Qui, naturalmente non c'è nessuno e il silenzio è totale.


Il luogo è magico e nasconde non pochi misteri. A partire dalla testa murata nella parete che vigila minacciosamente digrignando i denti con espressione davvero poco accogliente.


E' il guardiano della soglia, il genius loci di un edificio sacro quasi sicuramente risalente all'XI secolo, volto a Oriente secondo un'antichissima tradizione e poi girato, quando la Chiesa ha deciso di puntare solo sulla grandiosità e la magnificenza “profana” e abbandonare il simbolismo dei primi costruttori medievali. Ed è stato il trionfo del barocco. Sul fianco della facciata segni di un'antica arcata e pietre di recupero probabilmente dell'antico castello di cui in paese si dice restasse un mozzicone di torre ancora all'inizio del secolo scorso.


Nella parte posteriore troviamo le tracce dell'antica facciata. I resti di un grande rosone e di epoca più recente (quando i Del Carretto rendono esplicito il loro dominio) lo stemma dei feudatari.


Ma la cosa che ci colpisce di più è il grande pozzo circolare davanti all'ingresso originario. Qualcuno lo lega alle pestilenze del Seicento e lo interpreta come sede di sepolture collettive. Nulla impedisce di pensare che sia stato utilizzato anche così, ma a noi piace pensare ad una storia più antica e più affascinante.



Un originario pozzo sacro? Magari poi ingrandito e diventato pozzo del castello. E la contiguità alla chiesa che ci colpisce. E allora si dovrebbe pensare ad una sacralità del luogo ben anteriore alla cristianizzazione delle Langhe e a un rapporto con la testa murata che inevitabilmente rimanderebbe alle tradizioni dei celto-liguri antichi abitanti di questi luoghi.



giovedì 21 giugno 2018

Diavoli, santi e streghe nelle Alpi Marittime. San Bernardino di Triora



Noi Liguri siamo gente di montagna e il nostro immaginario più che di mare è fatto di pietra.

Giorgio Amico

Diavoli, santi e streghe nelle Alpi Marittime. San Bernardino di Triora

Ci sono porti dove è impossibile prima o poi non approdare. Almeno per noi liguri, marinai di montagna, navigatori di valli e crinali. Proprio noi che sempre abbiamo guardato al Mediterraneo come ad una grande pianura racchiusa fra monti. E che per questo non smettiamo mai (come fa Angelo Nicolini nella sua splendida ricerca su Savona alla fine del Medioevo) di ringraziare Fernand Braudel per aver dedicato tutta la sua opera (e la sua vita) a chiarirci questo concetto, che comunque ci portavamo già dentro, lascito delle generazioni che ci hanno preceduto.


San Bernardino di Triora e il suo ciclo di affreschi è uno di questi porti dell'animo. Non dimenticando Taggia, antica e nobile città, ricca di palazzi e di chiese che testimoniano di un passato glorioso.


Fontane dove si abbeveravano carovane di muli prima di partire per le vie del sale, portici ombrosi dove un tempo si accatastavano mercanzie arrivate da lontano, dal mare o dalla linea grigia dei monti che tiene la valle come in un abbraccio.


Montagne mai viste come separazione o frontiera, ma come ponte fra terre e genti. Luogo di passaggio per pastori transumanti, mercanti e pellegrini e anche qualche volta soldati. Terre alte, popolate da uomini rudi e silenziosi, che sentivano tuttavia il dovere dell'accoglienza e dell'ospitalità, come testimonia ancora oggi l'antico Ospedale di Taggia .

    

Salendo da Molini, San Bernardino ci appare all'improvviso, appena sotto il borgo. Chiesa anomala e misteriosa a partire da quell'ingresso laterale porticato, forse testimonianza sopravvissuta di una più antica cappella di epoca carolingia di cui si è persa memoria.


Costruita all'inizio del XV secolo, affrescata a più riprese (e forse da mani diverse) fra il 1466 e i primi anni del Cinquecento, già in precarie condizioni nel 1701 quando la Curia lamentò che l'edificio fosse diventato un deposito per i covoni di grano. Un dato riscontrabile anche in altre realtà delle Alpi Occidentali e che forse andrebbe letto a partire da una diversa angolazione, quella antropologico-culturale utilizzata da Nicolas Carrier et Fabrice Mouthon nel loro studio sulle Alpi nel Medioevo.


E misteriosa San Bernardino lo è soprattutto per il grande ciclo di affreschi che, davanti allo sguardo stupito degli abitanti di Triora, iniziarono a riapparire nel 1895 da sotto lo spesso strato di calce che nel 1586 Monsignor Mascardi, visitatore apostolico proveniente dalla Curia di Albenga, aveva fatto stendere a coprire quelle rappresentazioni per lui al limite del blasfemo. Corpi nudi di dannati, uomini e soprattutto donne, attorniati da diavoli, raffigurati in posizioni talmente allusive da essere per il colto monsignore la dimostrazione insopportabile della rozzezza barbarica di quelle popolazioni. E dunque meglio cancellare tutto e che non ne restasse neppure il ricordo.



Scene terribili di sofferenza e di disperazione, raccontate con un realismo potente, disegnano un mondo infero, regno di un Satana insaziabile, dove il posto d'onore spetta a “fattucchiere e gazari”: luogo comune della narrazione pittorica di allora e al tempo stesso inquietante premonizione di ciò che proprio a Triora sarebbe realmente accaduto quasi un secolo più tardi.



Dolore e disperazione che preludono alla rappresentazione del Purgatorio, recente acquisizione (come ci ricorda Jacques Le Goff) dell'immaginario collettivo cristiano, e poi del Paradiso, Gerusalemme celeste, luogo di armonia e di pace.



Sulla controfacciata una bellissima crocifissione evidenzia la bravura dei pittori: Giovanni Canavesio probabilmente, forse anche i fratelli Biazaci.


E poi, cammeo isolato, una straordinaria scena di mare, quasi di sicuro un ex voto, ci ricorda che siamo nelle Alpi del mare e che i liguri sono marinai di montagna.











lunedì 21 maggio 2018

Camminare sui sentieri dei partigiani a Paraloup



Siamo stati a Paraloup, culla della Resistenza. E abbiamo imparato qualcosa.

Giorgio Amico

Camminare sui sentieri dei partigiani a Paraloup.

Ci arriviamo con la nebbia. Il bosco, imperlinato dalla pioggia , appare e scompare in una massa bianca e impalpabile. Tutto attorno a noi è silenzio, solo il rumore di cento torrentelli accompagna il nostro cammino.

Stiamo salendo a Paraloup, culla del movimento partigiano e non solo nel Cuneese. Qui subito dopo l'8 settembre 1943 si attestò la prima banda. «Strano gruppo di improbabili guerrieri – la definisce Marco revelli - che avrebbe senza dubbio fatto arricciare il naso a più d’uno dei numerosi ufficiali di Stato maggiore che rifiutavano la collaborazione con i “ribelli”, perché non la consideravano una cosa seria». (Marco Revelli, Resistenze, quelli di Paraloup, Edizioni Gruppo Abele).

E invece cosa seria era, anzi serissima. Tanto che da quel piccolo gruppo di combattenti, dodici in tutto, guidati da Duccio Galimberti, prese vita e forza il movimento partigiano. Tanto seria che con tutta la loro forza e crudele ferocia fascisti e tedeschi non riuscirono più a sradicare quei combattenti, sempre più numerosi e motivati, da quelle montagne fra Valle Stura e Valle Grana.

Paraloup, piccolo borgo di alta quota di pastori e contadini, diventa un simbolo di forza e tenacia. Il suo nome risuona come un grido di battaglia.Italia libera” si chiama il movimento che lo anima. Sono giellisti, intellettuali, borghesi, contadini, operai. Fra loro figure storiche della Resistenza come Duccio Galimberti che finirà fucilato dai tedeschi, e tanti giovani destinati poi a lasciare un segno nell'Italia del dopoguerra: Dante Livio Bianco (anche grande alpinista), Nuto Revelli, Giorgio Bocca.


E' proprio Nuto Revelli, che a Paraloup arrivò nel febbraio del 1944, dopo la tragica esperienza della Russia, a rendere storia viva la guerra di Paraloup: «Fra le povere baite tutto è vivo, in movimento: partigiani che puliscono le armi, che spaccano la legna, che tornano dalle corvées con i muli. Strano esercito. Uomini senza gradi, senza divise, sbrindellati: gente che parla tutti i dialetti, dal piemontese al siciliano. Molti i colori: maglioni e giubbotti rossi, gialli, con il grigioverde di sfondo, proprio come apparivano i campi di sci prima della guerra». (Nuto Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi)

Con gli anni del “miracolo” Paraloup, come tutta la montagna, si spopola. I giovani scendono a valle. Da montanari si fanno classe operaia, ma non perdono combattività e fierezza. Saranno gli operai della Michelin dell'autunno caldo. Ma la borgata resta deserta e lentamente va in rovina, muta testimonianza di una storia che troppi in alto hanno voluto dimenticare in fretta.

Dove resta la memoria è in basso, fra la gente più semplice, fra quegli uomini e quelle donne che furono carne e sangue della lotta contro i fascisti. Italia libera li voleva cittadini di un paese finalmente democratico e giusto, il dopoguerra li ha resi di nuovo gli ultimi, gli invisibili, i dimenticati.


E allora Nuto Revelli ritorna a Paraloup, risale la montagna e la Langa, cerca quegli uomini e quelle donne, ormai invecchiati, raccoglie le loro storie. Uno dopo l'altro escono libri che ricostruiscono la memoria viva di quei luoghi e della sua gente. Il mondo dei vinti e poi L'anello debole sono pietre a edificare un monumento a chi il potere trascura e dimentica, a chi la storia l'ha fatta davvero ogni giorno della sua vita con il fucile, come negli anni infuocati della Resistenza, e con la zappa nella vita di ogni giorno. Una vita difficile, tirata con i denti, ma che non ha tolto dignità a chi voleva prima di tutto essere e restare uomo libero. Nonostante la miseria, nonostante lo spettacolo indecente di una Italia che si riscopre ricca e senz'anima.

Ricostruita la memoria, ora tocca ricostruire le case. Grazie alla Fondazione Nuto Revelli, animata dal figlio Marco, lentamente Paraloup viene ricostruito, casa dopo casa. L'obiettivo diventa dimostrare che si può tornare a vivere in montagna, che la battaglia non è persa. E così pietra su pietra Paraloup rinasce e oggi ospita un rifugio, accoglientissimo grazie all'impegno di un gruppo di giovani donne, oltre che mostre, incontri, proiezioni, reading e conferenze, organizzati dalla Fondazione Revelli.


A Paraloup si respira libertà, tra quelle case di pietra e legno il sogno di Duccio Galimberti e Nuto Revelli continua a vivere. Scendiamo e a casa ci accolgono i telegiornali con l'ultima puntata della telenovela Di Maio-Salvini, ma stranamente non ci arrabbiamo. Sarà l'aria di Paraloup che ci ha dato speranza. Passerà anche questa, ora si deve resistere.





lunedì 22 maggio 2017

Il cuore antico della Valle Maira


Giorgio Amico

Il cuore antico della Valle Maira

La Valle Maira da secoli custodisce gelosamente un tesoro. Chiese, cappelle e piloni a punteggiare antiche vie del sale. San Salvatore si affaccia sul Maira, carica di storia. Luogo di ristoro dei pellegrini, segnato da una antichissima devozione.


Intorno al 1460 un ignoto maestro ne affrescò le pareti. Apostoli, martiri, santi dallo sguardo indecifrabile.


Ma più in alto spiccano gli ancora più antichi affreschi romanici del XII secolo. Tracce di un passato di cui si è persa quasi completamente la memoria.


Risalendo il ripido cammino che porta ad Elva, appare la chiesa di San Peyre circondata dalla silenziosa bellezza delle montagne.


All'interno, un pastore da secoli suona il suo strumento


cullando il sonno del Bambino.



E poi Elva, perla delle Alpi



tetti di pietra sullo sfondo del Pelvo


Qui, fra diavoli che non riescono a spaventarci


e muti custodi della soglia


Hans Clemer ha mostrato quale forza visionaria potesse esprimere un fiammingo, cresciuto al sole della Provenza,  venuto a vivere e a dipingere fra le montagne.



La sua crocefissione travolge per l'intensità degli sguardi


Le sue donne piangenti hanno la bellezza un po' triste delle donne della montagna


di chi conosce la fatica quotidiana del vivere.


Una fatica che solo la bellezza dei luoghi rende sopportabile.




lunedì 3 aprile 2017

A Saliceto, alla ricerca del segreto del tempo




Sant'Agostino di Saliceto, un tesoro d'arte quasi sconosciuto.

Giorgio Amico

Sant'Agostino di Saliceto

Entrati nella chiesa di S. Agostino, diventata bocciofila e ora in via di recupero, nulla colpisce l'attenzione, ma aperta una porticina sulla parete di fondo di questo stanzone disadorno, si è catapultati di colpo in un'altra dimensione. Una stanzetta angusta custodisce quello che resta degli affreschi tardogotici dell'abside dell'antica chiesa. L'impressione è straordinaria, la luce che emana dagli affreschi intensissima.



Una Madonna, dalla veste trapunta, domina la scena, circondata da santi e da penitenti.



Sulle pareti laterali sorrisi di fanciulle 



e persino un gatto accoccolato nel vano di una finestra, incurante da secoli di ciò che lo circonda.



Al di là dei colori, sono i volti che colpiscono. Sguardi intensi, profondi che ci scrutano, quasi a chiederci il perchè della nostra visita.



Volti di contadini, raffigurati in abiti di vescovi e di santi.





L'anima profonda della Langa ci osserva con il sorriso appena accennato di chi conosce il segreto del tempo.




giovedì 23 marzo 2017

L'altra Venezia



Le foto di Giovanni Cocco svelano angoli di una Venezia quasi inimmaginabile dalla gran parte dei turisti: silenziosa, privata, sempre più vuota di abitanti e meravigliosamente autentica.

Caterina Serra
Fotografie di Giovanni Cocco

L'altra Venezia: la città souvenir persa nel vuoto


Guarda, l'aquila di mare è tornata in laguna. Insieme al germano reale, l'alzavola, l'oca lombardella, il piovanello partito dalla Siberia, la garzetta che sembra un airone ma ha il becco nero come le zampe che finiscono gialle. Vengono tutti a svernare a Venezia. Un flusso migratorio gentile, un popolo aereo, che viene e va senza pretese di occupazione né temporanea né permanente. La città alza gli occhi al cielo, con l'aria un po' stanca, stordita dal milione di voci che la assordano, sfinita dal conto dei passi di gente che ogni giorno gira in tondo, si ferma, riparte, si perde. Dove sono? Chiede qualcuno con la cartina della città in mano. Ogni tanto ci gode, a farli perdere, a confonderli, spezzandogli davanti agli occhi la strada, improvvisando un canale che interrompe il cammino. Ogni tanto invece offre ponti all'altro flusso, quello che ha attraversato il mare, e allunga un cappello a ridosso dei muri.


Ogni tanto i due flussi si incrociano ma senza confondersi. Lo sanno tutti, Venezia richiede elasticità, sinuosità di movimenti, e tagli netti improvvisi, come a sparire. È questo a confondere, l'impossibilità di un procedere lineare, omogeneo, l'insostenibilità di un pensiero che non ammette contraddizioni. Sembra ferma, la città più intatta della storia, con le sue gondole che ancora nessuno ha dipinto di rosa, col suo canale di palazzi sospesi come piatti sulle asticelle di un giocoliere, e la stessa aria magica di un castello incantato. Eppure. Come un parco a tema da visita domenicale, Venezia apre ogni giorno come una disneyland da visitare. Qualcuno dice che sta morendo, qualcun altro annuncia a gran voce che la città più bella del mondo è in vendita, che se la godono come un luna park, se la portano via come un bel souvenir, ci passano qualche giorno per foto in pose inchiodate a ponti che servono da belvedere.



Dicono che stia cambiando, che si stia svuotando di chi c'era nato e vissuto, che si stia facendo incatenare di negozi tutti uguali, a omologarla di copie di se stessa, sotto l'estetica un po' fetish di maschere di un brutto carnevale, dentro stanze di ori e stucchi come dark-room, un buio della storia in cui infilarsi eccitati dall'idea stessa di non sapere più dove si è. Dove siamo finiti? Se la comprano i più ricchi della terra e se la affittano, non è che ci vengono a stare, le case costano sempre di più e allora si lascia l'acqua incerta per la terraferma. Ogni tanto qualcuno sibila che sono anche i veneziani che se la vendono la loro amatissima città, affittacamere e venditori di case come si vendessero l'anima, ché agli schei sono attaccati tutti.


Ma dove sono?, nel senso di dove mi trovo, se lo chiede il turista spaesato, e il veneziano spaesato anche lui. Il turista che non solo si perde tra calli che gli sembrano uguali, ma che si ritrova in una città che non sa neanche se è quella vera, per dire storica, quell'unica al mondo fatta così, o non sia invece una delle sue tante riproduzioni. A fine giornata nella città-souvenir, c'è sempre qualcuno che si domanda: a che ora chiude Venezia?, con la paura di restare dentro mentre si spengono le luci, la giostra si ferma, il divertimento è finito.



Cosa accade a una città svuotata dei suoi abitanti e popolata di turisti? Cosa ne è dello spazio pubblico? E cosa succede a quello privato se l'uso di una casa non è più abitativo? Come se lo spazio pubblico potesse essere rinchiuso dietro i cancelli di una biglietteria, come se vivere non fosse abitare, aver cura di ogni bene comune, alimentare lo spirito della città con ciò che fa parte della sua storia, della sua identità. O come se lo spazio privato fosse lì pronto ad aprirsi al miglior offerente, e le cose non facessero parte di noi, non ricordassero niente a nessuno.

Anche le case ogni tanto si chiedono, dove siamo? Se la città diventa un pittoresco spassoso paese dei balocchi, quel pieno di voci e piedi che la affatica tanto è un vuoto di senso, di cittadinanza, di vita reale, di vita vera, verrebbe da dire, in cui la domanda, più storica che geografica, di chi ci passa o ci vive, e vuole viverci ancora con amore per la città, sarà la stessa: dove sono?


La Repubblica – 15 marzo 2017